La rivoluzione dell’articolo 3

di DOMENICO GALLO

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo si apre con queste solenni parole: «Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti uguali ed inalienabili costituisce il fondamento della libertà, della pace e della giustizia nel mondo».

Già nell’incipit del preambolo sono affermate due verità antropologiche: che esiste una sola famiglia umana e che i membri di questa famiglia hanno tutti pari dignità e godono di diritti uguali ed inalienabili. I principi fondamentali della Costituzione italiana si collocano perfettamente all’interno di questa temperie spirituale e riflettono la stessa concezione nella quale il diritto incorpora la giustizia e l’ordinamento giuridico non può essere più scisso da una tavola di valori universali che costituiscono l’approdo a cui è pervenuta l’umanità uscendo dalla notte della Seconda guerra mondiale.

Le ragioni del principio di eguaglianza

La Corte costituzionale con la sentenza n. 1146/1988, ha ribadito che la Costituzione italiana contiene alcuni princìpi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale, neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali. Tali sono tanto i princìpi che la stessa Costituzione esplicitamente prevede come limiti assoluti al potere di revisione costituzionale, quali la forma repubblicana [art. 139], quanto i princìpi che, pur non essendo espressamente menzionati fra quelli non assoggettabili al procedimento di revisione costituzionale, appartengono all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione.

Non v’è dubbio che fra questi principi supremi e immodificabili rientri il principio di eguaglianza.

Se il punto di partenza è la dignità inerente a ogni membro della famiglia umana, ogni uomo è un valore, è chiaro che questo valore non può essere discriminato e non possono esistere gerarchie fra le persone nel godimento dei diritti. Per questo, recita l’art. 3 della Costituzione, «tutti i cittadini hanno pari dignità sociali e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

L’eguaglianza nei diritti e nei doveri, con la conseguente eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, è una delle fondamenta dell’intero edificio costituzionale e costituisce un postulato essenziale per vagliare le legittimità delle leggi e l’operato dei Governi. Uno dei corollari dell’eguaglianza (formale) è il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, affermato dall’art. 112, che, pertanto, non può essere abbandonato senza realizzare un vulnus al valore (supremo) dell’eguaglianza.

Tuttavia il principio dell’eguaglianza formale (che è qualcosa di profondamente differente dalle pari opportunità) non costituisce un ostacolo per apprezzare il valore delle differenze e per promuovere processi di emancipazione sociale.

È fondamentale, a questo riguardo, il secondo comma dell’art. 3, che impone alla Repubblica di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». È interessante notare che quel «di fatto» che richiama la concretezza della vita, ce lo fece mettere, nell’art. 3, una giovane donna, Teresa Mattei, che veniva dalla Resistenza e conosceva il carico di bisogni e di speranze che tutti in quel tempo affidavano alla Repubblica, alla Costituzione, alla democrazia e alla politica.

In tema di eguaglianza, la Costituzione è andata oltre la concezione liberale dell’eguaglianza formale dei soggetti che partecipano al contratto sociale. Assieme alla concezione statica (e formale) dell’eguaglianza, è stata assunta una concezione dinamica, che nasce da una polemica rappresentazione della realtà economico-sociale in atto. La Costituzione quindi non si limita ad affermare dei princìpi fondamentali ma pone anche un progetto per svilupparli e realizzarli nella concretezza della realtà economico-sociale. Indica un percorso verso un modello di democrazia inclusivo ed emancipatorio, con la consapevolezza di porre una sfida permanente all’economia, alla politica e alle istituzioni.

A ben guardare si tratta di un principio “rivoluzionario” sul piano del diritto costituzionale. Esso riconosce che le disuguaglianze fra gli uomini non derivano soltanto dal diritto, ma affondano le loro radici soprattutto nei rapporti sociali, nelle condizioni materiali ed economiche. Le disuguaglianze socio-economiche pregiudicano, svuotano e falsificano il diritto allo sviluppo della persona, alla parità davanti alla legge, alla partecipazione democratica che, nonostante le proclamazioni costituzionali, finiscono, di fatto, per diventare da diritti di tutti, appannaggio soltanto di alcuni. Secondo Lelio Basso, il deputato che fu il principale ispiratore di questa norma alla Costituente: «l’art. 3 capoverso dice che l’eguaglianza di cui parla il primo comma dell’articolo, in realtà non esiste; che non c’è nella società, nonostante le affermazioni formali, una uguaglianza reale». Il capoverso dell’articolo 3 è «una norma che dichiara la falsità delle altre norme» costituzionali relative ai diritti personali, sociali e politici, i quali potranno diventare veri solo quando per tutti in concreto ci sarà un’istruzione adeguata, un lavoro non precario, una casa, una adeguata assistenza sanitaria; cioè quelle condizioni che possono assicurare una esistenza libera e dignitosa.

È stato osservato al riguardo che: “la natura rivoluzionaria di questa norma è quindi, in primo luogo, quella di costruire una critica della realtà sociale esistente ed insieme una critica del carattere formale ed astratto del diritto. In secondo luogo il suo significato rivoluzionario sta nel fatto che essa attribuisce al diritto stesso il compito di modificare tale realtà e di superare la propria dimensione puramente formale. In seguito a questa norma l’ordinamento dello Stato può, anzi deve, diventare la sede del mutamento sociale, il mezzo attraverso il quale trasformare gli assetti economici e raggiungere la giustizia nei rapporti sociali. In seguito a questa norma la legge fondamentale della nostra Repubblica riconosce che non basta proclamare un diritto in astratto per tranquillizzare la nostra coscienza democratica, ma è necessario che i poteri pubblici facciano di quel diritto una possibilità concreta ed effettiva; che il diritto non è più una “mera frase”, ma deve essere una realtà vivente. È questa la base di quel che si chiama principio di effettività, in nome del quale i diritti dell’uomo non devono solo essere proclamati, ma, appunto, anche essere realizzati nei fatti” (E. Balducci e P. Onorato, Cittadini del Mondo, Principato, Milano, 1981, p. 294).

La grande novità di questa sfida fu colta in pieno da Piero Calamandrei che, intervenendo in Assemblea, durante la discussione finale, rilevò: «questo progetto di Costituzione non è l’epilogo di una rivoluzione già fatta, ma il preludio, l’introduzione, l’annunzio di una rivoluzione nel senso giuridico e legalitario ancora da fare».

I dolori del principio di eguaglianza

Il principio dell’eguaglianza effettiva da realizzare nella concretezza della realtà economico-sociale è una sorta di “coscienza infelice” della Repubblica, un pungolo che stimola le istituzioni, i partiti e la società civile a mettere sempre in discussione lo status quo. Non v’è dubbio che l’annunzio di una “rivoluzione da fare”, di cui parlava Calamandrei, ha aperto la strada ad un percorso di avveramento dei princìpi di giustizia e nell’ordinamento e nel contesto economico-sociale. Non possiamo ignorare che vi sono delle istituzioni che operano al fine precipuo di promuovere l’eguaglianza, la principale delle quali è la scuola pubblica. La sua funzione fondamentalmente è quella di produrre la cittadinanza, di dare la parola a tutti perché tutti possano divenire sovrani, di rompere il muro delle diseguaglianze dando a ciascuno gli strumenti formativi e culturali, la lingua appunto, per consentire a ciascuno di partecipare, in condizioni di parità, all’organizzazione politica economica e sociale del Paese, così come richiede l’art. 3, II comma, della Costituzione. La scuola pertanto costituisce la principale istituzione della cittadinanza e dell’eguaglianza. Non possiamo negare che nei primi quarant’anni di vita repubblicana, vi è stata una stagione in cui la promessa di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, “limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” ha avuto un percorso di attuazione, superando insidie di vario tipo, soprattutto nella stagione delle grandi riforme degli anni 70 (statuto dei lavoratori, diritto di famiglia, divorzio, aborto, abolizione dei manicomi, introduzione del servizio sanitario nazionale, etc.).

Purtroppo da molto tempo, soprattutto per ragioni di ordine internazionale, questo percorso si è arrestato e si è rovesciato nel suo contrario. Sono a tutti note le condizioni di sofferenza in cui si dibatte il sistema pubblico dell’istruzione, fortemente aggravate dall’ultima riforma che, con linguaggio orwelliano è stata denominata “la buona scuola”. La legge 107/2015 rappresenta il culmine di un processo di decostituzionalizzazione della scuola pubblica, con la conseguenza di affievolire la sua funzione repubblicana di promozione dell’eguaglianza. Ma, ancora più grave è la situazione che emerge dalle statistiche sociali. Il 14 luglio 2016 sono stati diffusi dall’Istat dati impressionanti sulla crescita della povertà nel nostro Paese. Nel 2015 – si legge nel rapporto – «le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta (si stima) siano pari a 1 milione e 582 mila e gli individui a 4 milioni e 598 mila». È il numero più alto dal 2005 a oggi. Se consideriamo che il 2015 è un anno di crescita del prodotto interno lordo – bassa, è lo 0.8%, ma è pur sempre crescita – significa che i poveri stanno aumentando anche se il Paese è più ricco. Questo vuol dire che la povertà cresce perché è cresciuta la disuguaglianza.

Ugualmente allarmanti sono i dati che emergono da un rapporto del Censis reso noto l’8 giugno 2016. Sono diventati 11 milioni nel 2016 gli italiani che hanno dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie nell’ultimo anno a causa di difficoltà economiche, non riuscendo a pagarle di tasca propria. Sono 2 milioni in più rispetto al 2012.

A questo punto sorge spontanea una domanda, dobbiamo cambiare la Costituzione perché falsificata dalla realtà economico-sociale oppure dobbiamo cambiare lo stato delle cose per realizzare il mandato dei padri costituenti?

Domenico Gallo, magistrato

(Da “Patria Indipendente”)

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Gramsci sul “male minore” in politica

Si potrebbe trattare in forma di apologo. Il concetto di male minore è dei più relativi. C’è sempre un male ancora minore di quello precedentemente minore e un pericolo maggiore in confronto di quello precedentemente maggiore. Ogni male maggiore diventa minore in confronto di un altro ancor maggiore e così all’infinito. Si tratta dunque niente altro che della forma che assume il processo di adattamento a un movimento regressivo, di cui una forza efficiente conduce lo svolgimento, mentre la forma antitetica è decisa a capitolare progressivamente, a piccole tappe, e non d’un solo colpo, ciò che gioverebbe, per l’effetto psicologico condensato, a far nascere una forza concorrente attiva, o a rinforzarla se già esistesse. Poiché è giusto il principio che i paesi più avanzati in un certo svolgimento sono l’immagine di ciò che avverrà negli altri paesi dove il movimento è agli inizi, la comparazione è d’obbligo. (Quaderno 9 (XIV) 7)

Il male minore o il meno peggio (da appaiare con l’altra formula scriteriata del «tanto peggio tanto meglio»). Si potrebbe trattare in forma di apologo (ricordare il detto popolare che «peggio non è mai morto»). Il concetto di «male minore» o di «meno peggio» è uno dei più relativi. Un male è sempre minore di un altro susseguente possibile maggiore. Ogni male diventa minore in confronto di un altro che si prospetta maggiore e così all’infinito. La formula del male minore, del meno peggio, non è altro dunque che la forma che assume il processo di adattamento a un movimento storicamente regressivo, movimento di cui una forza audacemente efficiente guida lo svolgimento, mentre le forze antagonistiche (o meglio i capi di esse) sono decise a capitolare progressivamente, a piccole tappe e non di un solo colpo (ciò che avrebbe ben altro significato, per l’effetto psicologico condensato, e potrebbe far nascere una forza concorrente attiva a quella che passivamente si adatta alla «fatalità», o rafforzarla se già esiste). Poiché è giusto il principio metodico che i paesi più avanzati (nel movimento progressivo o regressivo) sono l’immagine anticipata degli altri paesi dove lo stesso svolgimento è agli inizi, la comparazione è corretta in questo campo, per ciò che può servire (servirà però sempre dal punto di vista educativo). (Quaderno 16 (XXIII), 25)

Antonio Gramsci, Quaderni del carcere

Appello per un sovranismo libertario

di LEONARDO MARZORATI

Il vento sovranista soffia sempre più a destra. Sui social, come tra le forze politiche, sono sempre troppo deboli le correnti socialiste o di sinistra che hanno abbracciato una visione “sovranista”. Nella vulgata comune, il termine sovranista viene quasi sempre accostato automaticamente alle nuove destre populiste: la famosa vacca nel corridoio narrata da Pierluigi Bersani.

Si può essere sovranisti, ovvero difensori della sovranità nazionale e fortemente ostili all’attuale Unione Europea, e al tempo stesso socialisti? Sì, certamente, ricordando il ruolo fortemente critico verso l’impostazione europeista che ebbe il PCI e altre formazioni di sinistra fin dagli anni cinquanta e di Rifondazione Comunista verso il trattato di Maastricht nel 1992.

La sinistra sovranista poi, già debole di suo, rischia di essere identificata solo con forze neo-staliniste come il Partito Comunista di Marco Rizzo o “barricadere” come Campo Antimperialista di Moreno Pasquinelli. Si sta lentamente affermando la formazione socialdemocratica e sovranista fondata dall’ex viceministro del governo Monti Stefano Fassina, Patria e Costituzione, ma al momento un ragguardevole contatto tra sovranismo e socialismo libertario manca.

L’identità libertaria sembra invece essere a totale appannaggio di forze liberiste come i Radicali (+Europa) o di forze della sinistra neoliberale (Sinistra di Nicola Fratoianni, Futura di Laura Boldrini, Possibile di Pippo Civati). Tutte formazioni politiche, chi più chi meno, di stampo europeista e comunque avverse al sovranismo.

Manca oggi in Italia un sovranismo libertario. Ed è su questo punto che il Movimento RadicalSocialista dovrebbe scendere in campo. Si può essere contro l’austerity di Ursula Von der Leyen, contro il liberismo di Fmi e Bce, contro i nazionalismi europei alla Emmanuel Macron ed essere al tempo stesso a favore dei diritti civili e sociali. Si può essere contro la Ue e per il socialismo attraverso passaggi democratici.

L’avversione al liberismo europeo non può essere lasciata, a sinistra, in mano a sole forze estremiste, per quanto utili nella lotta. Se così fosse si rafforzerebbe in automatico l’antieuropeismo di natura ultraconservatrice, quello di Lega e Fratelli d’Italia.

Al tempo stesso, vedendo che l’avversione alla Ue è propagandata quasi esclusivamente da esponenti politici vicini ad ambienti neofascisti, omofobi, catto-reazionari e xenofobi, tanti italiani distanti anni luce dalle posizioni della destra radicale rischiano di non avvicinarsi minimamente a una visione sovranista civile e libertaria.

Si può essere sovranisti e sventolare con orgoglio la bandiera arcobaleno; si può essere sovranisti e schierarsi per le adozioni ai single; si può essere sovranisti e favorevoli ai matrimoni omosessuali; si può essere sovranisti e a favore di uno ius culturae.

Sovranismo può andare d’accordo con pacifismo. Aldo Capitini, socialista radicale e libertario, fondatore della Marcia della Pace di Assisi, oggi sarebbe un sovranista italiano. Contro le guerre, contro i nazionalismi, contro il razzismo, ma sovranista.

Il rifiuto assoluto della guerra non è incompatibile con il sovranismo, anzi. Anche il messaggio di padre Alex Zanotelli, per cui la vera evoluzione umana arriverà solo con la fine di tutte le guerre, può essere letto in chiave sovranista. Chi difende i propri confini, soccorrendo chi all’interno di essi è in difficoltà e rispettando ogni popolo, risponde alle richieste di pacifismo di Capitini e Zanotelli. Il pacifismo può sposare una visione di sovranità nazionale civile e democratica. Capitini vedeva in Gandhi un erede di Marx. E chi più di Gandhi è stato un fiero sovranista a difesa dell’autodeterminazione del popolo indiano? Ora tocca ai popoli europei liberarsi dal dominio dei burocrati di Bruxelles. Con le stesse armi usate da Gandhi; con lo stesso ideale pacifista di Aldo Capitini.

Il Movimento Radicalsocialista può essere il baricentro di una congiunzione tra politiche socialiste e libertarie e di identità nazionale. Il cuore di un “sovranismo arcobaleno”. Per fare amare la cultura e i simboli italiani anche a tanti compagni troppo abituati a vederli come un’esclusiva delle peggiori destre.

Colpi di sole estivi (fantozziani): lavoro… gratuito nell’arte e nello spettacolo?!

di MANUELA AUSILIO

«Il libero sviluppo delle individualità è la possibilità di sviluppare le facoltà intellettuali, l’espressione delle energie vitali, dei rapporti socievoli». Così si esprimeva Karl Marx nel Capitale, Libro I (1863-64). Ma questo è anche esattamente ciò che non si vuole per gli esseri umani in epoca capitalista. In generale, diceva Marx, si cerca di sviluppare la forza produttiva e tecnologica al solo fine di «abbreviare la parte della giornata lavorativa nella quale l’operaio deve lavorare per sé stesso, per prolungare (..) la parte (..) nella quale l’operaio può lavorare gratuitamente per il capitalista» (Il capitale. Libro I, La Nuova Italia 1969, 360-61).

Ecco perché l’obiettivo immediato dei lavoratori, per Marx, era la riduzione della giornata di lavoro a parità di salario: per iniziare a riprendersi il tempo utile non solo a «recuperare l’energia e la salute alla classe lavoratrice», ma anche per «fornire ad essa la possibilità di sviluppo intellettuale, di relazioni e attività sociali e politiche» (Marx, Risoluzioni del congresso di Ginevra, 1866, in M. Musto, Lavoratori di tutto il mondo unitevi, 2014).

È infatti questo «il tempo per un’educazione da esseri umani, per lo sviluppo intellettuale, per l’adempimento di funzioni sociali, per rapporti socievoli, per la libera espressione delle energie vitali, fisiche e mentali». Considerati dai capitalisti «fronzoli puri e semplici», per Marx questi sarebbero stati invece gli elementi fondativi della nuova società comunista (Il capitale cit., p. 300).

Già nei Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica o Grundrisse (1857) scriveva che ciò avrebbe favorito «il libero sviluppo delle individualità», ovvero «la formazione e lo sviluppo artistico e scientifico (..) degli individui, grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per tutti loro» (Marx, Lineamenti, vol. II, p. 402 in Id., Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica. 1857-1858, 2 voll., La Nuova Italia, Firenze 1997).

Come si dovrebbero interpretare allora, da questo punto di vista, le recenti affermazioni della nota attrice Anna Mazzamauro (con il plauso del presentatore che la intervistava) per cui tutto sommato se i lavoratori dello spettacolo lavorano in modo non retribuito non è un gran danno, anzi ciò li rende simpatici e li spinge a lottare di più? L’affermazione che nel mondo della cultura si lavora per “passione”?

Per comprendere cosa implica questo argomento bisogna cercare di analizzare cosa “rappresentano” questi lavoratori della cultura e dello spettacolo. Sono i lavoratori che con più evidenza appaiono come quelli che hanno avuto il tempo di svilupparsi intellettualmente, e contemporaneamente, il cui prodotto del lavoro non appare immediatamente come merce-valore di profitto, ma “arte”, fornendo nel contempo al capitalismo la sverniciatina ipocrita del mondo migliore che lascia spazio “alla libera espressione”, allo sviluppo intellettuale generale dell’essere umano (che bello).

L’attacco ai diritti di questi lavoratori è quindi duplice: lavorare gratis è il prezzo da pagare per la colpa di essersi potuti sviluppare culturalmente, e in secondo luogo per quella di “rappresentare” produttori di beni che (ahinoi!) non appaiono immediatamente come valore di scambio. È soprattutto quest’ultima rappresentazione che il capitale deve distruggere nell’immaginario, per disincentivare pericolosi ambiziosi/e dal volere diventare lavoratori della cultura!

Queste lavoratrici e questi lavoratori, allora, devono apparire (non si lamentino!) come “pochi eletti” che per “passione” hanno scelto la via originale dell’arte (come se dietro l’arte non ci fossero sempre ore di lavoro per produrla). E dunque:

1) la loro condizione è eccezionale (non si pensi di mettersi tutti a cercare di lavorare con la cultura!). In questo emerge l’aspetto coercitivo e strisciantemente autoritario del capitalismo.

2) proprio in quanto mossa dalla “passione eccezione”, la loro condizione di lavoro non è inquadrabile entro le norme consuete dei diritti di retribuzione. E in effetti, ad oggi è così.

Cosa si ottiene?

Si ottiene il risultato di rendere la via del lavoro culturale sempre meno desiderabile, squalificando e alienando i diritti dei suoi operatori mentre li si esalta come “figure eccezionali”. Si fa passare per “normalità” l’idea che, poiché l’“arte” non ha prezzo, allora il suo “valore” non è commensurabile in ore di lavoro e quindi salario.

La formazione intellettuale e lo sviluppo artistico-scientifico della personalità umana devono rimanere delle eccezionalità, e condizioni non desiderabili nel mondo capitalista, dato che al tempo di lavoro divenuto libero il capitalista fa corrispondere la (bellissima!) mancanza di retribuzione, la precarietà, la normalità della prestazione lavorativa gratuita, dell’estensione della giornata lavorativa, ecc.

Così, nell’immaginario terrorizzato del senso comune, lavorare con la cultura vuol dire eccezionalità e povertà. Chi aspirerebbe a una simile condizione? D’altra parte, che vuoi fare, hai scelto la via della “passione”, ora devi pedalare!

L’attacco al lavoratore della cultura e dello spettacolo è un gravissimo e subdolo attacco più generale alla possibilità di noi tutti di rappresentarci, immaginare e realizzare, una condizione di lavoro a misura di essere umano. Ovvero una condizione futura che ci consenta di avere del tempo libero sufficiente da dedicare al nostro sviluppo intellettuale e morale come esseri umani. E il cui prodotto del lavoro non possa essere immediatamente commensurato in termini di valore di scambio e quindi di profitto (appropriazione di ricchezza privata frutto di extra-lavoro non pagato).

Non è solo un attacco alle condizioni di lavoro di singoli lavoratori, ma è insieme l’attacco a un’idea di lavoro libero e non sfruttato, di una condizione di lavoro non alienata e della società umana (e davvero civile, non solo ipocritamente) che quel tipo di lavoro rappresenta.

È allora davvero importante battersi con energia, attenzione, cura e sensibilità per il miglioramento delle condizioni dei lavoratori della cultura e dello spettacolo. Non perché facciano un lavoro “eccezionale” mosso dall’“arte” e dalla “passione”, che è vuota retorica cui ognuno può dare il significato che crede. Ma perché, davvero, in ognuno e ognuna di loro si aggrava la condizione di alienazione e sfruttamento di noi lavoratori della società capitalista colpendo, insieme, il nostro sogno che tutto questo un giorno non accadrà più. Mai più.

La donna palestinese vittima due volte

di MARIA ROSARIA GRECO (da Gaza) –

A Beit Sahour è stata uccisa una giovane donna palestinese. Aveva 21 anni e si chiamava Israa Ghrayeb. É stata crudelmente assassinata dai membri della sua famiglia per aver pubblicato sui social un video di lei uscita per un caffè con il suo fidanzato e la sorella di lui. Il video avrebbe “disonorato” la famiglia.

Un “delitto d’onore" assurdo che ci lascia senza fiato e che ci catapulta in un contesto di degrado sociale in cui la donna palestinese è vittima due volte. Non solo è vittima della colonizzazione e occupazione militare israeliana, che la costringe a un regime di apartheid, ma è anche vittima di una cultura patriarcale dominata da rigorosi concetti di onore, virtù, purezza, virilità. Significati che oggi andrebbero rivisitati, capovolti, ma che paradossalmente vengono stupidamente affermati anche in risposta all’occupazione stessa, nel tentativo di preservare quella identità culturale di appartenenza.

Così accade che donne, e spesso giovani donne, appartenenti alle classi sociali più povere, diventano vittime innocenti, private dei propri diritti fondamentali. Affronta con grande sensibilità questo tema il grande poeta e scrittore Ibrahim Nasrallah in “Balcony of disgrace” (balcone del disonore) in cui approfondisce il tema del delitto d’onore e la condizione della donna araba.

Tutte le #Israa in Palestina hanno il diritto di vivere serenamente la propria vita senza il timore della doppia oppressione a cui sono costrette. Bisogna lottare contro il colonialismo, contro l’apartheid e anche contro il patriarcato misogino. Noi siamo con loro, con tutte le Israa che vogliono semplicemente essere libere.

Ma il delitto d’onore e la violenza sulla donna non colpiscono solo la Palestina o il mondo arabo. Ogni anno, nel mondo, vengono uccise per mano del proprio compagno (o l’ex) circa 13mila donne (la fonte è il Centro Reina Sofia para el Estudio de la Violencia di Valencia), anche se pare si tratti di una stima per difetto, calcolata sulla base della popolazione femminile mondiale di età superiore ai 14 anni. In Italia sono circa 100 all’anno (la fonte è il ministero dell’Interno, Eures).

È vergognoso. Ancora oggi la donna nel mondo subisce violenza fino alla morte. Quante #Israa dovranno morire prima di arrivare a un cambiamento?

Israa siamo tutte noi!

#كلنااسراءغريب

Maria Rosaria Greco – curatrice della rassegna Femminile Palestinese

Quando giustizia e solidarietà sono più “utili” del profitto

di ROSE MARX

Quando studiavo all’università per l’esame di economia politica mi toccò in sorte un libro molto ostico, scritto da un eminente economista inglese; era infarcito di formule matematiche, dilemmi, rompicapi e diagrammi e capitolo per capitolo costruiva un discorso molto complesso sul modo di funzionamento del capitalismo, a livello microeconomico. Ad un certo punto, verso la fine, c’era un capitolo dedicato ad una ricerca effettuata in una cittadina della provincia degli Stati Uniti, dove un’associazione di privati cittadini aveva deciso di opporsi alla morte urbana di un parco dove un’impresa privata avrebbe dato avvio ad una tipica speculazione edilizia costruendo l’ennesimo complesso residenziale tutto cemento e servizi esclusivi. Il comitato cittadino che si opponeva a questa speculazione iniziò a raccogliere firme ma anche fondi per sostenere la battaglia contro la scomparsa del parco e la cosa più sbalorditiva della ricerca era che molte persone, pur non essendo direttamente interessate all’aerea verde in quanto non ne usufruivano personalmente, decisero comunque di contribuire al suo salvataggio.

La motivazione addotta da queste persone – alcune per esempio anziane che uscivano di casa molto poco – era che pur non essendo direttamente interessate all’area verde erano disposte ad investire parte dei loro soldi per permettere ad altri di usufruirne, poiché l’idea che in città ci fosse un parco dove avrebbero potuto recarsi mamme con bambini, ragazzi o persone che portano a spasso il cane, le faceva sentire meglio. Questi contributi furono decisivi per salvare il parco dalla speculazione e la considerazione finale dell’autore era che, dal punto di vista del comportamento utilitaristico ritenuto il più conveniente nelle varie teorie liberali a sostegno del capitalismo – tra cui ad es. la teoria dei giochi – era ben strano che molti decidessero di investire parte del proprio denaro per sostenere uno spazio che in realtà non usavano. In un altro capitolo parlava invece di un uomo a cui la banca aveva negato un prestito di modica entità per avviare un’attività in proprio. Quest’uomo era poi finito sul lastrico insieme a tutta la sua famiglia, in un vortice di miseria e disperazione che alla fine aveva avuto una forte ricaduta anche economica per tutta la società locale, la quale invece avrebbe potuto beneficiare in modo diretto e indiretto del prosperare di un’attività commerciale.

Quest’ultima vicenda mi fece venire in mente un caso che stavo seguendo in quel periodo: un uomo che stava scontando una pena molto lunga per omicidio volontario e distruzione di cadavere. Egli aveva confessato dopo 15 giorni dal fatto poiché non reggeva più il senso di colpa non essendo tra l’altro un soggetto che avesse mai fatto scelte devianti nella sua vita. In un momento di collera, in una discussione sul pianerottolo, aveva dato uno spintone al suo padrone di casa che era rotolato malamente giù per le scale perdendo conoscenza. Il detenuto si era fatto prendere dal panico e invece di chiamare semplicemente un’ambulanza aveva deciso di portarlo in cantina per ucciderlo ma non avendo dimestichezza con queste cose e non sapendo bene come fare ci mise ore per riuscire ad ammazzare il malcapitato. In qualche modo riuscì a finirlo e dopo aver fatto a pezzi il cadavere l’aveva distribuito in varie discariche della zona. Il detenuto aveva reagito in realtà ad un insulto del padrone di casa che sulle scale gli aveva dato del “terrone” perché era in arretrato con il pagamento del canone di affitto e l’insulto gli aveva fatto perdere la pazienza in un momento di grande stress emotivo. Si era trasferito 15enne a Milano dalla Sicilia per sfuggire ad un destino di povertà e da allora aveva sempre lavorato (all’epoca dei fatti aveva circa 40 anni); era sposato e padre di tre figli di cui uno nato da poco. Proprio durante l’ultima gravidanza della moglie erano iniziati i problemi coniugali, acuitisi dopo la nascita del piccolo ma soprattutto dal fatto che nello stesso periodo aveva perso il lavoro. In breve le difficoltà economiche, la frustrazione di non trovare lavoro e i litigi con la moglie lo avevano gettato in una profonda depressione di cui probabilmente aveva sofferto fin da ragazzino. Tentò più volte di farsi curare ma come tutti sanno in Lombardia i Centri Psico-sociali sono stati i primi a essere vittime delle dissennate riforme pro-privati di Formigoni e da tempo non sono più in grado di far fronte alle problematiche psichiche e sociali di nessuno. La lite con il padrone di casa quindi era stata solo l’epilogo di un crollo psicologico iniziato da tempo e ovviamente segnò tutta la sua vita e quella della sua famiglia. Dunque la perdita del lavoro e la mancanza di un sussidio di disoccupazione nonché la totale assenza di qualsiasi sostegno socio-psicologico avevano generato un disastro a catena poiché un uomo aveva perso la vita, un altro era finito in carcere, i figli di quest’ultimo avevano ancora più problemi di prima e insieme alla madre erano comunque finiti nel circuito del welfare state o di quello che ne rimane pesando sulla collettività; lui in carcere creava enormi problemi poiché era comunque un uomo molto sofferente e soprattutto si sa che un detenuto costa allo Stato circa 300 Euro al giorno… Ora chiunque sarà in grado di fare due calcoli e capire che un mancato sussidio – non so, diciamo di 500-600 euro al mese per poniamo un anno o due – aveva generato un disastro sociale a catena con costi morali ed economici altissimi, forse incalcolabili.

Insomma, ritornando al libro di economia studiato all’università, alla fine dopo essermi spremuta le meningi sulle statistiche le formule e i diagrammi la conclusione a cui arrivava l’autore, alla quale si arriva in modo più intuitivo dalla storia del detenuto, era di una semplicità incredibile: lo scrittore dichiarava che Marx aveva perfettamente ragione e che il capitalismo così com’è concepito è destinato a fallire perché, tra le altre cose, il profitto ad libitum alla fine va contro i propri stessi interessi. Infatti il sistema perverso dell’arricchimento a qualsiasi costo non tiene conto dell’elemento umano e psicologico e quindi tende a schiacciare le risorse psichiche, morali e intellettuali delle persone, condizione che alla lunga logora il sistema dall’interno. Inoltre questo sistema porta alla frustrazione di qualsiasi tentativo di emancipazione sociale poiché, così com’è concepito, tende a sostenere la tesi de I sommersi e i salvati di Primo Levi, dove chi più ha avrà di più e chi meno ha avrà di meno, con costi evidenti e prolungati su tutta la società.

E credo che se ci guardiamo in giro l’evidenza di tutto questo sia oggi più lampante che mai.

ROSE MARX, sociologa

(in esclusiva per il nostro sito)

Terza parte del prologo del libro di Laura Langone su Nietzsche filosofo della libertà: l’eterno ritorno e la “dialettica” dell’uomo liberato (Übermensch)

Nel momento in cui l’uomo decide di accettare la visione della realtà dell’eterno ritorno della volontà di potenza, di vedere tutto ciò che esiste e quindi anche se stesso come volontà di potenza, si trasforma nel superuomo capace di rinascere dalle ceneri della morte di Dio e vivere spensierato come un fanciullo in un mondo senza più alcun fondamento stabile. Si tratta di una decisione difficile, che passa per un cammino tortuoso e pieno di insidie, ma un cammino necessario se vuole ottenere la piena libertà. Una volta detto sì alla realtà come volontà di potenza, da schiavi del tempo che eravamo seguendo le prescrizioni della morale, ne diventiamo padroni. La morale abbraccia una concezione lineare del tempo per cui ogni istante non ha in sé il suo senso ma in altro da sé, negli istanti futuri, allo stesso modo in cui la vita sulla Terra non ha alcun significato, ma è un mero momento di passaggio in attesa di vivere la vita vera accanto a Dio in un futuro lontano. L’uomo è già da sempre nato peccatore e per tutto il corso della sua esistenza terrena deve portare sulle spalle il fardello della colpa del peccato. Deve vivere nell’atroce consapevolezza di essere una creatura immonda, non può cambiare la sua natura, non può cancellare il passato colpevole, la redenzione arriverà forse un giorno nel regno dei cieli se sulla Terra seguirà i dettami della morale. L’uomo che vive secondo morale è un uomo schiavo del tempo, un uomo impossibilitato a trarre il massimo di ricchezza dalle situazioni positive o negative che si presentano, perché bloccato dalla consapevolezza di un passato colpevole. Ogni volta che accade un evento, si comporta sempre allo stesso modo, ovvero come quell’individuo la cui identità è data dalla colpa, come un individuo condannato a essere per sempre colpevole, condannato ad agire in un certo modo e a non poter fare altrimenti. Non riesce a vivere l’evento per quello che è di per sé senza lasciarsi influenzare dalle colpe passate, ma lo vive con gli occhi del colpevole, ripete sempre lo stesso atteggiamento e al cambiare delle circostanze ottiene sempre lo stesso risultato: la miseria di una vita vissuta da peccatore. La teoria dell’eterno ritorno della volontà di potenza conduce al risultato opposto, libera finalmente l’uomo dal fardello del passato colpevole. Se la morale abbraccia una concezione del tempo lineare, per la teoria dell’eterno ritorno il tempo ha un movimento circolare. La conseguenza di ciò è che ogni istante ha in sé il suo significato, non rinvia ad altro che a se stesso, in sé è già un evento pieno di senso. Non vi è né passato né futuro, ogni momento è un tempo a sé stante, isolato da tutti gli altri momenti. Non vi è un momento privilegiato – la vita futura dell’aldilà rispetto alla vita presente sulla Terra – ma ogni momento è privilegiato, ogni momento è buono per vivere. L’uomo che dice sì all’eterno ritorno della volontà di potenza impara a vivere sfruttando al massimo ogni momento per la propria crescita personale, in ogni momento si innalza al di sopra del tempo senza lasciarsi influenzare da eventi passati e aspettative future. Vive ciascun attimo come se fosse una vita a sé, un’occasione per un’ulteriore crescita personale, vive tante vite quanti sono gli attimi in cui si pone al di sopra del tempo. Come un fanciullo che quando gioca pensa solo a sé e al gioco senza curarsi di tutto il resto che gli accade intorno, così egli vive ogni istante come se esistessero solo lui e questo determinato istante. In tal modo ogni istante viene vissuto al massimo, diventa una vita da vivere pienamente come se non ce ne fossero altre. Ecco che dalla disperazione per la mancanza dei valori – dicendo sì all’eterno ritorno – l’uomo passa alla gioia fanciullesca per una vita vissuta pienamente in ogni istante.

Oltre a modificare la nostra etica portandoci a vivere il tempo in una maniera completamente diversa rispetto a come l’abbiamo sempre vissuto in secoli di dominio morale, vi è un altro modo in cui la teoria dell’eterno ritorno della volontà di potenza ci consente di vivere a pieno la nostra esistenza. Ciò avviene nella misura in cui l’eterno ritorno è anche una teoria della conoscenza: esso ha anche un significato gnoseologico oltre a quello etico come teoria dell’agire nel tempo e quello ontologico come teoria dell’essere. Il pensiero dell’eterno ritorno ci consente di conoscere la realtà terrena che calpestiamo quotidianamente dopo secoli in cui questa stessa realtà era stata negata in nome del regno di Dio. La storia dell’uomo dimostra che siamo spaventati da ciò che non conosciamo, dall’ignoto e questo ignoto ci atterrisce talmente tanto da paralizzarci, rendendoci incapaci di compiere qualsivoglia azione. Man mano che impariamo a conoscere la realtà, ogni cosa – da oggetto misterioso dinanzi a noi che sembra stare lì per distoglierci da ogni azione – viene da noi assimilato, viene a far parte di noi stessi, del mondo che riconosciamo come nostro. Nel momento in cui le cose diventano parte del nostro mondo, acquisiamo una padronanza di esse in virtù della quale riusciamo a porle a nostro vantaggio, di farne materia per la nostra crescita personale. Più conosciamo, più diventiamo padroni del mondo, più ci sentiamo a nostro agio per dedicarci a noi stessi. Ecco in che senso la conoscenza ci consente di vivere a pieno l’esistenza: solamente in un mondo che sentiamo come nostro, possiamo sviluppare al massimo tutte le possibilità del nostro essere.

La conoscenza del mondo a cui la teoria dell’eterno ritorno dà origine è una conoscenza post-metafisica. Per la metafisica, la realtà – lungi dall’essere un divenire impercettibile – è qualcosa di stabile, e la sua conoscenza si ottiene mediante concetti altrettanto stabili. La realtà è perfettamente conoscibile e i concetti sono in grado di riprodurla fedelmente. I concetti principali della metafisica sono quelli di sostanza, causa e scopo, categorie fisse che valgono per sempre e che rispecchiano la realtà così com’è, senza lasciare nulla di inspiegato. Contrariamente a quanto sostiene la metafisica, l’essere non è definito una volta per tutte, ma è un continuo divenire, è il costante autosuperamento come volontà di potenza. In quanto muta continuamente, non può essere conosciuto tramite concetti fissi. Nel momento in cui i concetti colgono un suo aspetto, è già diventato qualcos’altro, è un incessante trapassare da un opposto nell’altro. Ecco quindi che il metodo della conoscenza della metafisica è fallace: da principio è impossibilitato a condurre alla conoscenza dell’essere perché si serve di concetti fissi che negano il suo divenire. L’essere è l’eterno ritorno della volontà di potenza come continua creazione di valori, e per conoscerlo dobbiamo vivere noi stessi come un eterno ritorno, ovverosia come uno specchio dell’essere. Ciò vuol dire guardare alle cose da innumerevoli prospettive, creare un’interpretazione e poi ritornare a noi stessi per crearne un’altra e così via. Come l’essere è contraddittorio, un continuo trapassare da un opposto nell’altro, così dobbiamo vivere contraddittoriamente, dobbiamo guardare alle cose da punti di vista tra loro opposti. Questo significa incarnare temporaneamente dei valori per poi passare ad altri, vivere provvisoriamente secondo determinate modalità di vita per poi sperimentarne altre. Ecco che la conoscenza post-metafisica è profondamente radicata nella vita, è il risultato dell’esperienza di molteplici modalità di vita. Nello sperimentare diversi punti di vista sul mondo, da una parte espandiamo la nostra personalità in quanto viviamo tante vite, e dall’altra impariamo a conoscerlo. A differenza della conoscenza metafisica, questa conoscenza non è perfetta, non restituisce fedelmente l’essenza del mondo. Il divenire della volontà di potenza è infinito e – imitandolo – possiamo solo ottenere una conoscenza approssimata di esso, possiamo solo avvicinarci a cogliere la sua essenza ma mai esaurirla del tutto. Più interpretazioni creiamo, più viviamo contraddittoriamente e più ci avviciniamo all’essere, ma non saremo mai in grado di rispecchiarlo perfettamente dato che esso – in quanto infinito – straborda sempre ogni nostro tentativo di coglierlo definitivamente, è sempre oltre. La capacità di conoscere il mondo nel senso post-metafisico è strettamente legata alla decisione etica di sbarazzarsi dalla visione metafisica del mondo per abbracciare quella dell’eterno ritorno della volontà di potenza. Solo in quanto diciamo sì all’eterno ritorno, possiamo vivere come un eterno ritorno e così aspirare a una conoscenza seppur approssimata del reale. Nel dire sì all’eterno ritorno, l’uomo si trasforma dal leone vittorioso sulla morale al superuomo libero di vivere secondo valori che lui stesso crea a partire da sé. Vivendo una vita all’insegna della provvisorietà delle prospettive da adottare, il superuomo si rivela filosofo, colui che dedica la sua vita alla ricerca della conoscenza.

Le tre metamorfosi da cammello a leone e da leone in fanciullo segnano le tappe di un tragitto che l’uomo deve necessariamente percorrere per ottenere la piena libertà. La libertà compiuta e non quella illusoria della metafisica passa attraverso la necessità, è da questa implicata. Ciò è visibile in maniera emblematica nella fase della massima libertà, quella del superuomo. Per poter uscire dalla disperazione della morte di Dio, l’uomo deve necessariamente accettare la visione dell’eterno ritorno della volontà di potenza. A sua volta l’eterno ritorno della volontà di potenza descrive una realtà necessaria, una realtà che è necessario autosuperamento come continua creazione di valori. La massima libertà del superuomo è data dalla riproduzione in noi stessi di questa realtà necessaria: siamo liberi nella misura in cui aderiamo alla nostra essenza necessaria come volontà di potenza, vivendo nella continua creazione dei valori. Che la necessità ponga le condizioni per la libertà è un pensiero che potrebbe essere stato ispirato in Nietzsche dal filosofo e poeta americano Ralph Waldo Emerson, il quale in un suo saggio dal titolo Fato aveva spiegato che «sembra una contraddizione, ma la libertà è necessaria» (R.W. Emerson, Condurre la vita, a cura di A. Nieddu, Aragno, Torino 2008, pp. 15-16). Il tema emersoniano della coincidenza tra libertà e necessità è la trama invisibile su cui Nietzsche sviluppa il suo pensiero. Egli prende le mosse dalle riflessioni di Emerson per poi elaborarle in maniera del tutto originale. Spesso Emerson si limita a fornire delle brillanti intuizioni che però rimangono quasi sempre in uno stato embrionale. Sarà Nietzsche a sviluppare fino in fondo tali intuizioni e a dare loro una profonda statura filosofica. A 17 anni legge i libri di Emerson Saggi: prima serie (1841), Saggi: seconda serie (1844), e Condurre la vita (1860). Da questo momento in poi questi testi lo accompagneranno per tutto il corso della sua esistenza, fornendo spunti preziosi per le sue riflessioni filosofiche. Circa venti anni dopo il primo incontro fatale, nel 1882 redige un quaderno di estratti dai Saggi e nel 1888 – l’anno prima di morire – così si confessa: «Emerson, con i suoi saggi è stato sempre un buon amico per me e mi ha rallegrato anche nei momenti neri. […] Un caso unico… Sin da ragazzo gli prestavo ascolto volentieri» (F. Nietzsche, Sämtliche Werke. Kritische Studienausgabe in 15 Bänden, a cura di G. Colli e M. Montinari, vol. XIV, De Gruyter, Berlin-New York-München 19882, pp. 476-477, citato in B. Zavatta, La sfida del carattere. Nietzsche lettore di Emerson, Editori Riuniti, Roma 2006, p. 40). L’influenza di Emerson su Nietzsche si lascia percepire sia per quanto riguarda il tema della coincidenza tra necessità e libertà che per le conseguenze che da tale concezione derivano. La presenza di Emerson – seppur discreta – è costante in tutto il pensiero di Nietzsche. È a lui che Nietzsche attinge per sviluppare una teoria del sé per cui il carattere non è qualcosa di già dato da sempre come sostiene la metafisica ma qualcosa che diviene, su cui possiamo lavorare al fine di esprimere tutte le potenzialità del nostro essere; è lui ad ispirargli la concezione di una vita all’insegna della sperimentazione che andrà a costituire il cuore della sua filosofia, ponendo le basi per lo sviluppo della teoria dello spirito libero e del superuomo, è su un’intuizione emersoniana che Nietzsche elaborerà la sua teoria dell’eterno ritorno gnoseologico aprendo alla possibilità per una rinnovata conoscenza del mondo dopo che questa sembrava impossibile, seppellita per sempre sotto le ceneri della morte di Dio.

(fine)

Laura Langone, Nietzsche: filosofo della libertà, Edizioni ETS, 2019

http://www.edizioniets.com/scheda.asp?n=9788846754790