“Unità della sinistra”: l’inganno della lista unica

di LORIS CARUSO

Si può amare un film così tanto da non stancarsi mai di rivederlo. Ha meno senso riguardarlo a scadenza periodica dopo aver dichiarato di non sopportarlo. Ma la trama è nota, i personaggi familiari, alcuni passaggi accattivanti, e ancora una volta ci si siede a guardarlo: ciò che è noto rassicura.

La coazione a ripetere funziona è così: si rifà all’infinito la cosa che si giura di non voler fare. Si sa che non funziona, ma non si riesce a evitarlo.

Ogni volta che si avvicinano le elezioni succede la stessa cosa. Si apre un dibattito, di settimane o mesi, fatto di interviste, articoli, assemblee, incontri privati, messaggi incrociati, incentrato sulle forme in cui costruire una lista elettorale e sui rapporti tra partiti della sinistra. Si invoca l’unità. Si dice che si deve parlare di contenuti e non di tattica, ma non si avvia un confronto sui contenuti. Si accusa di minoritarismo chi non crede che parlare alle maggioranze sociali significhi unire diversi partiti in una lista elettorale.

Questa volta la situazione è anche più complessa che in passato.

I partiti e gruppi politici a cui viene chiesto di costruire una lista unitaria sono diventati sei: Campo progressista, Mdp, Possibile, Sinistra Italiana, Rifondazione, L’Altra Europa, per citare i principali. Tra questi c’è una parte rilevante del ceto politico responsabile delle principali scelte di governo degli ultimi vent’anni. Rispetto al passato, l’asse si è spostato in senso moderato.

I partiti alla sinistra del Pd si sono presentati insieme alle elezioni molte volte, dal 2008. Non è mai andata bene, a parte le europee del 2014. Perché, come se il passato non esistesse, si centra ancora una volta il dibattito sulla necessità di “unire la sinistra”?

Rimescolare l’esistente non fa guadagnare voti, non costruisce nuovi inizi, non apre orizzonti, non diffonde entusiasmi, non spiazza gli avversari, soprattutto quando tra i protagonisti ci sono volti che l’elettorato conosce da 20 anni. Siamo il paese in cui un partito che si è posto ‘da solo contro tutti’ e che non fa alleanze è arrivato al 25%. A sinistra si fanno ancora le somme sui risultati dei sondaggi.

Le nuove esperienze di sinistra cresciute in America Latina, Europa e Usa (da Chavez a Corbyn), sono nate come forze esterne, almeno nei loro leader, al circuito del ceto politico esistente.

Si pongono, soprattutto nella fase iniziale, come movimento di opposizione a tutto il sistema politico. Possono rivendicare di non aver mai gestito il potere, di non aver contribuito alle scelte di governo degli anni precedenti e di avere un nitido passato di opposizione a quelle scelte. Individuano una o più chiavi programmatiche e identitarie su cui impostare un discorso politico in grado di raccogliere e dare forma a domande fondamentali presenti nella società. Sono connesse a processi sociali reali. Si organizzano e comunicano in forme originali. Rappresentano visibilmente una rottura radicale rispetto alle politiche precedenti, a partire dalle biografie dei promotori.

Sono tutte caratteristiche che si sono dimostrate non sufficienti, ma necessarie, per costruire nuove forze dotate di consenso. E sono caratteristiche molto poco diffuse tra le formazioni alla sinistra del Pd.

L’iniziativa che più si avvicina a questi modelli è quella lanciata di Falcone e Montanari. Per sviluppare le sue potenzialità dovrà però smarcarsi con più forza possibile dal dibattito sull’”unità della sinistra” intesa come unità tra i partiti della sinistra, e soprattutto dagli attendismi e i politicismi che ne derivano.

Una lista unitaria da Pisapia a Rifondazione non è realistica. Prima di tutto perché non la vogliono gli interessati. Pisapia non vuole fare una lista con la sinistra radicale, ha già lanciato segnali molto chiari in questa direzione. Di suo, escluderebbe anche Sinistra Italiana. Per D’Alema il nucleo della lista (e futuro soggetto politico) è Campo Progressista-Mdp, chi vuole ci stia a queste condizioni.

Buona parte di chi ha partecipato all’assemblea del Brancaccio, dall’altra parte, non vuole stare nella stessa lista di chi ha fatto la guerra nei Balcani e di chi rivendica, come Bersani, la globalizzazione dal volto umano, l’economia di mercato come valore e il pareggio di bilancio come principio.

Queste distanze, e il rischio di avvitarsi ancora per settimane su un discussione che riguarda più i mezzi che i fini e che non sembra avere una chiara via d’uscita, sono emerse anche nel forum organizzato dal manifesto.

Prendere atto di questo significa guadagnare tempo, perché chi si avvicina di più ai modelli che si sono rivelati efficaci in Europa e nel mondo riesca a costruire un progetto all’altezza delle sue intenzioni.

(Il manifesto – 18/07/2017)

I disastri della “scuola-lavoro” e lo scaricabarile della… fedele ministra Ponzio Pilato

di VALENTINA PENNACCHINI

L’abuso sessuale su minori è un’atrocità. Se ad esserne vittima sono 4 studentesse impegnate in uno stage di alternanza scuola-lavoro – reso obbligatorio dalla Buona scuola e dal prossimo anno parte integrante dell’esame di Stato – una qualche riflessione critica da parte della Ministra Fedeli sarebbe stata quanto meno doverosa e invece, a parte la solita frase di rito («Inammissibile che le nostre ragazze e i nostri ragazzi possano esser oggetto di simili violenze mentre stanno svolgendo un pezzo della loro formazione») che "puzza" di caustico burocratese, scarica le responsabilità sulla Regione poiché le studentesse in oggetto sono iscritte ad un corso professionalizzante regionale.

In sintesi il Fedele-pensiero è il seguente: io sono estranea ai fatti, la Buona scuola è una "figata", gli unici responsabili sono le istituzioni scolastiche che, dotate di autonomia, stipulano convenzioni con aziende e professionisti e hanno pure la responsabilità dei controlli sulle attività di alternanza. Ponzio Pilato! E ci sarà certo qualcuno che coglierà la palla al balzo per denunciare l’incompetenza di docenti e dirigenti responsabili primi del degrado della scuola italiana, alimentando la ormai consolidata ondata di esterofilia…

E no cara Ministra! Non ci siamo proprio! Questa è solo la punta dell’iceberg (un caso limite) di una politica scolastica sbagliata. L’obbligatorietà dell’alternanza scuola-lavoro ha di fatto aperto la porta allo sfruttamento del lavoro minorile (lavoro a titolo gratuito spesso poco qualificante e qualificato, scarsamente o per nulla formativo) e a nuove forme di lavoro nero: invece di far 4 ore di alternanza ne fai 8 e racimoli pure una miseria in nero ma, mi raccomando, zitto, muto e pure contento! Il tutto a danno della formazione scolastica ritenuta ormai inutile e pure dannosa visto che le ore curricolari devono lasciar posto a quelle destinate all’alternanza, perché è di fatto impensabile che 400 ore per i tecnici e i professionali e 200 nei licei possano esser svolte tutte in orario extra curricolare. Messaggio: quello che si fa a scuola non serve… meglio coltivare i "talenti" (Gelmini docet).

Con tassi record di disoccupazione giovanile il governo che fa? Svende la dignità della scuola al privato (che ringrazia) contribuendo ad una ulteriore contrazione del mercato del lavoro. Alla faccia della buona scuola e della buona governance!

Lontano… lontano…

di GIANDIEGO MARIGO

Lontano dal PD è ormai una necessità anche morale ed etica. Anche se non basta a definire l’esigenza di questo momento storico. Per definire l’immagine d’un progressista, attento alle cose dello spirito ed all’evoluzione della morale condivisa.

Lontano da una logica interna fatta di competizione, di modelli verticistici, d’uno stalinismo in salsa clericale che tutto controlla e cristallizza, d’una meritocrazia malata endemicamente di un familismo clientelare, dove la corruzione – soprattutto morale – è ritenuta cronica ed irrecuperabile, quindi accettabile.

Non sto parlando solo di coloro che si definiscono comunisti, anche se oggi tale precisazione diventa dogmatismo inutile, ma di tutti coloro che sentono in sé l’esigenza d’una maturazione spirituale e morale, nonché civile dell’Umanità, quale sia la sigla e l’avverbio con cui definiscono sé stessi. Quale che sia la bandierina che hanno scelto di sventolare.

Si badi, questo è altro dal volare sopra ad un mondo descritto senza schieramenti. Profondamente diverso dal movimentismo strumentale in kit di montaggio proposto dai guru in voga in questo momento… è posizione che si schiera e chiaramente dalla parte della civiltà… del progresso spirituale.

Non già la dichiarazione confusa ed improbabile d’un pragmatismo super partes che tutto ricomporrebbe, né di una moralizzazione superficiale che non tocchi la sostanza reale del sistema.

Lontano dal PD quindi ma anche dalle fascinazioni parolaie d’una impolitica fatti di finzione formale ed opposizione vuotamente verbale e inconcludente. Lontani dal mascheramento d’un qualunquismo strisciante ed egoista, che non critica il sistema, proponendone una generica ed insulsa moralizzazione.

Tutti costoro, che oggi si pongono il quesito su cosa sia e come si connoti un movimento di progresso… oggi non possono e non devono rimanere indifferenti di fronte ad un regresso che è morale ed etico, filosofico, oltre che banalmente e tristemente pragmatico.

Porsi il problema di come sia il mondo che si vede al di là dell’orizzonte, di quale sia la visione che lo sorregge, di cosa si voglia rispondere a livello evolutivo ed interiore all’avanzare d’una tecnologia sempre più totalizzante.

Di quale sia la risposta alla crisi morale ed etica, sistemica ed irreparabile del modello occidentale, imperiale e capitalistico.

Tutte queste non sono banalità sulle quali si possa soprassedere o tematiche rinviabili ad una successiva fase. Ormai esse sono il tema all’ordine del giorno. Sono la domanda alla quale rispondere.

Anche se il tentativo di ricondurre a parametri novecenteschi, fondati sulla mera analisi del materiale e dell’immanente, è sempre presente. Una risposta solamente “sindacale” alle esigenze storiche di questo momento non è sufficiente , anzi finisce con l’essere perdente, purtroppo. Ed allora da questa prospettiva limitata e limitante, le proposte di una unità meramente elettorale, situazionista e d’opportunità, che sembrano essere l’unica strada praticabile in un mondo in cui la quadratura del cerchio diviene assoluta e concreta impossibilità.

Quello che appare necessario è, piuttosto, un salto quantistico… non irridete, con un eccesso di faciloneria, il termine. Neologismo, certo, ma utile per rendere l’idea.

Un salto verso una nuova definizione del campo che superi le ristrettezze delle definizioni dogmatiche per conquistare il territorio dello spirito, della visione del sogno, dell’immaginario, ma con la concretezza di comportamenti altri e diversi da quelli sistemici.

Una proposta per la quale le definizioni dell’abitudine ed i simbolismi classici risultino insufficienti, obsoleti, parziali. Che scomponga i modelli e si avventuri verso l’uomo nuovo ed un mondo altro. Accettando il rischio della definizione d’eresia e l’isolamento iniziale che sempre accompagna ciò che è realmente nuovo.

Sospettate sempre di quel che si afferma con troppa facilità, che critica i veicoli del potere ma li usa, che moralizza su qualche cosa che non è disposto a praticare. Diffidate dei guru troppo ricchi… di coloro che pontificano senza essere.

Il mondo nuovo è qui, che noi si voglia o meno, che noi lo si veda o meno, ma è diverso da quel che ci aspettiamo, altrimenti non sarebbe nuovo, ma la rifondazione di qualche cosa che s’è già visto, la riedizione di una cosa già fatta… e quindi vecchia, usata, stantia.

Come quasi tutto quello che la politica odierna ci propone.

Lontano dal PD, lontano da M5S… verso il nuovo… Prendiamoci questo rischio, ne saremo ripagati. La moralità di chi pratica si ottiene praticando, non parlandone.

Lettere a MRS: “La sinistra che vorrei”

di BARTOLAGIO (Fano) –

La sinistra che vorrei è prima di tutto una sinistra unita e generosa. L’unità era l’elemento originario forse più forte nella nostra tradizione politica ed è anche l’elemento che più mi preme a titolo personale: significherebbe che si cerca di ricominciare a convivere senza sospetti, scomuniche e presunzioni di Verità.

C’è poi un elemento concreto in questa esigenza. Quando ti confronti con le elezioni e con la conta del consenso, è bene cercare una massa critica. Da evitare le ammucchiate con tutto e il contrario di tutto tipo Forza Italia o Pd e, nonostante le mie speranze iniziali, da evitare anche le esperienze fallimentari come Sinistra Arcobaleno e simili. Non sono un esperto, ma l’esempio fanese di Sinistra Unita mi suggerisce che le federazioni funzionano quando si dà il tempo per farle maturare e consolidare, invece di impostarle sotto campagna elettorale.

In linea di principio il mio cuore batte forte anche per una sinistra che sia autonoma. Che abbia il coraggio di attraversare il deserto, rinnovandosi e ricominciando da una nuova generazione di dirigenti, con la prospettiva di mettere in discussione, se non rovesciare, i rapporti di forza con il Pd di turno. A scanso di equivoci: non voglio riproporre, spostandole a sinistra, le fisse di autosufficienza grillina o veltronian-renziana.

Vorrei un partito solido e popolare, che non sia familistico né a rimorchio dei potenti, con un consenso altrettanto solido (sono stufo della nicchia) e programmi coerenti rispetto al suo operare concreto, che non deve essere la rincorsa alle politiche della destra e all’elettorato berlusconiano.

Mi piace l’idea di federare la sinistra con modalità larghe e inclusive, anche attraverso passaggi intermedi, per gradi, e non mi scandalizzano le alleanze con forze politiche che condividano alcuni obiettivi prioritari. In un caso e nell’altro considero inappropriate le pregiudiziali. I paletti irrigidiscono, però più di tanto non mi si può chiedere: è indigeribile l’alleanza con il Pd di Matteo Renzi. O il Pd cambia timoniere e rotta oppure ognuno per la propria strada.

Il campo d’azione storico per la sinistra, lavoro e diritti dei lavoratori, è stato devastato. Quattro giovani su dieci sono disoccupati e credo che la precarietà del futuro sia il principale punto di rottura generazionale con la politica. Mi convince l’idea di dare più forza agli investimenti sulle opere pubbliche, creando nuova occupazione. Non nuove opere faraoniche che deturpino altre fette di paesaggio e di ambiente, ma rinnovare le reti idriche colabrodo (si stima che il 40% dell’acqua potabile vada perduta, un vero schiaffo a chi ha rubinetti asciutti a causa della siccità); rinnovare scuole e ospedali fatiscenti.

Confido soprattutto nella capacità di analisi e di elaborazione che attribuisco a compagni e compagne del sindacato. Credo che siano loro i soggetti più titolati per ispirare leggi capaci di ridurre, assorbire, il dilagare del lavoro precario e malpagato, riportando certezza di diritti e di reddito dove ora prospera la jungla dello sfruttamento. Lavoro e diritti dei lavoratori restano per me la battaglia fondamentale per chiunque non accetti l’ingiustizia delle diseguaglianze.

Altra battaglia civile di giustizia è la difesa dei beni comuni dalle politiche per privatizzarli e devastarli in nome del profitto. Le recinzioni, i cavalli di Frisia, i muri e i fili spinati non sorgono solo ai confini dei territori più ricchi, davanti alle rotte dei migranti. Ce ne sono anche all’interno dei Paesi più evoluti.

Sono recinzioni immateriali, però molto concrete, tangibili nei loro obiettivi e nei loro risultati di esclusione. Sempre più numerose, le nuove recinzioni del XXI secolo accompagnano il divaricarsi della forbice tra chi ha molto e chi ha poco, a volte niente. Tra chi può permettersi un presente e un futuro sereni, se non agiati, e chi non ha un lavoro, non riesce a pagare il mutuo o le bollette da poche decine di euro oppure ha davanti a sé una pensione da fame, se l’avrà.

Si stima che 13 milioni di italiani non abbiano abbastanza soldi per curarsi bene. Molto meglio tutelate, invece, la salute e la vita di chi i soldi ce li ha e nonostante il suo benessere paga zero euro l’imposta sulla prima casa come un operaio. La battaglia civile a favore della giustizia sociale, contro le esclusioni e in difesa dei beni comuni (servizi pubblici, energia, cultura, istruzione pubblica, sanità pubblica e welfare in generale, ambiente, paesaggio) non deve dunque conoscere soste o flessioni e la sinistra deve continuare a farsene carico in modo intransigente.

Chi ha di più, deve pagare di più e la ricchezza creata (sì, chiedo la patrimoniale) sarà da redistribuire attraverso il welfare, che altrimenti rischia di schiantarsi insieme con la sua rete di protezioni sociali. Pagare meno tasse ma pagarle tutti: di più il ricco.

Cito George Lakoff, docente di Scienze cognitive all’Università di Berkeley, su una modalità corretta di vedere le tasse: «Non esistono uomini che si sono fatti da soli. I ricchi sono diventati tali usando ciò che i contribuenti avevano già pagato». Per esempio porti, aeroporti, autostrade e altre infrastrutture che servono per spostare persone e merci. I ricchi «devono molto ai contribuenti e pertanto dovrebbero ripagarli».

E dalla sinistra vorrei intransigenza anche sulla questione morale. La nostra storia dice che questa parte politica è nata per dare voce a gente con la schiena dritta. Magari se la spezzava per fare i lavori più umili e faticosi, ma non la piegava per inchinarsi ai compromessi richiesti dall’arricchimento illecito.

Citando Mao, si potrebbe dire che ora come ora è grande la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente.

Lo sarebbe qualora si arrivasse puntuali e attrezzati agli appuntamenti con gli snodi storici, come credo che sia l’attuale fase. Spero in un cambio di passo perché, a dire tutta la verità, vedo che da anni la sinistra accumula ritardi su ritardi. A cominciare dal distacco con l’elettorato e, conseguenza di questo primo elemento, dalla marginalità elettorale. Abbiamo ancora un elettorato di riferimento? Ci sono analisi che possano orientarci? Lo chiedo da ignorante, sarei contento se le mie domande risultassero inutili e se me ne fosse spiegato il motivo.

Incide sulla situazione della sinistra una prolungata assenza di dirigenti carismatici che sappiano destare entusiasmo e interesse tra la gente. C’è a tutti i livelli una sostanziale incapacità di bucare il video, inteso in senso lato, e di proporsi come alternativa credibile. Lo dico anche a me stesso, io che per primo tendo a parlare di politica solo con vecchi compagni, come se cercassi comprensione e conforto. Ho difficoltà a confrontarmi con lo scetticismo o ancora peggio con il pregiudizio e il disinteresse dilaganti.

Una questione di strumenti, è vero. La tv berlusconiana ha provocato danni culturali enormi, non bisogna però farne la scusa che assolve da tutti gli errori. Per me la vera questione è soprattutto nei contenuti. Chi tace o chi non riesce a farsi ascoltare, ha problemi di idee, di analisi politica e di coraggio.

Il populismo si nutre di paure (l’immigrato che insidia tua moglie, il tuo lavoro, la tua casa e magari è pure un fiancheggiatore dei terroristi) e a queste stesse paure dà risposte funzionali di chiusura: la flotta militare in mare, i muri, l’esercito alle frontiere, le leggi restrittive.

Detto questo, mi sembra oggettivo che i flussi migratori siano un rompicapo difficile da risolvere. Difficile trovare un punto di equilibrio, l’intervento di giustezza che pure bisogna cercare con misure capaci di preservare la solidarietà e l’accoglienza, evitando al tempo stesso i disastrosi contraccolpi negativi di un fenomeno incontrollato o sottovalutato.

Un altro elemento di riflessione per la sinistra, ma lo accenno solo, potrebbe riguardare alcuni simboli e nomi, la loro attualità, la loro capacità comunicativa, evocativa.

Appartengo alla generazione che ci ha portato a questo stato di cose, confido che una nuova generazione di sinistra abbia fatto tesoro della nostra esperienza e ottenga risultati migliori. Nel mio piccolo, per quanto mi è possibile, mi adopererò al meglio per fare in modo che ciò avvenga.

Il primo buon risultato da conseguire è dunque una nuova casa per una bella famiglia numerosa. Ognuno con la propria storia, comunisti, socialisti, cattolici progressisti, ambientalisti, civismo e protagonisti delle lotte referendarie, ognuno che si senta a proprio agio, importante. Nessuna tentazione egemonica, ma rispetto e disponibilità a riconoscere un giusto ruolo a ogni parte componente. La nuova sinistra deve essere unita e generosa.

Bartolagio

Cremaschi: vi presento “Eurostop” e il progetto… ITALEXIT

di GIORGIO CREMASCHI
Care compagne, cari compagni, permettetemi di illustrare quello che io considero lo spirito di fondo della nostra impresa, sperando così di riuscire a cogliere il sentire comune di tutte e tutti.
La sera del 29 giugno ero a Viareggio alla manifestazione per ricordare la strage. Alla fine uno dei familiari delle vittime ha letto un breve testo che raccontava di un convegno del marzo 2009 ove tutti i manager delle ferrovie discutevano della sicurezza dei treni. Il rappresentante della commissione europea spiegò che la piena sicurezza costa troppo e non favorisce il mercato, d’altra parte troppi incidenti anch’essi finiscono per aggravare i costi. Bisognava trovare dunque una sicurezza economicamente sostenibile, cioè un numero di incidenti accettabile, diciamo noi. Così pochi mesi dopo 32 persone sono morte bruciate vive a Viareggio.
Questa è l’Unione Europea, un sistema di regole, trattati, poteri che ha il compito di rendere economicamente sostenibili i diritti sociali, del lavoro, le conquiste civili, la democrazia degli stati del continente europeo, cioè di subordinarli alle leggi e ai poteri del mercato. Per questo l’Unione Europea si era schierata compattamente per il SI alla controriforma costituzionale e per questo, per fortuna, ha perso.
Eurostop vuole dare continuità al NO del popolo il 4 dicembre, cioè per rompere i poteri e gli strumenti che vogliono distruggere la Costituzione del 1948 e sostituire i suoi principi con la priorità dell’impresa, del mercato, del profitto.
La scelta dei tre NO a Euro, UE, NATO non è un soprammobile identitario, che mettiamo sul comò e poi ci occupiamo di altro. Il nostro scopo è giungere all’abbandono dell’Euro da parte dell’Italia, per riconquistare il potere dello stato democratico di decidere le politiche economiche, giungere alla rottura con la UE e i suoi trattati per abbandonare le politiche liberiste e di austerità che essi impongono, giungere finalmente a quella con la NATO, perché non vogliamo più essere coinvolti nella guerra mondiale a pezzi e vogliamo destinare le folli spese per il riarmo a case, scuole, ospedali.
Siamo per la rottura perché queste istituzioni e strumenti non sono riformabili, sono nati con uno scopo, austerità e guerra, e altro non hanno.
L’Unione Europea che vuole che l’Italia sia un campo di detenzione e respingimento di migranti per conto di tutti, che vuole le leggi contro il lavoro, lo stato sociale, la scuola pubblica, oramai fatte a fotocopia e a concorrenza – ora riparte Macron e il 12 settembre in Francia ci sarà il primo sciopero generale della CGT – che vuole leggi repressive come quelle Minniti, anch’esse oramai prodotte da una sola fonte di diritto comunitaria, che vuole il CETA per preparare il TTIP e consegnare il diritto alle multinazionali, l’Unione Europea che sparge ipocrisia sui diritti umani mentre sostiene i nazifascisti ucraini contro i popoli del Donbass e i golpisti Venezuelani che vogliono un nuovo Pinochet, questa UE è nostro nemico.
Noi consideriamo la rottura con tutto questo una premessa politica e morale e un obiettivo sul quale costruire l’alternativa a liberismo e guerra. E in autunno quando la UE ci chiederà nuovi sacrifici umani per pagare il salvataggio delle banche, noi saremo in piazza contro di essa.
I nostri tre NO, come spiega dettagliatamente il programma, sono le basi sulle quali ricostruire il potere pubblico e democratico, la sovranità popolare sul mercato. Nazionalizzazioni di banche e sistemi strategici, controllo della moneta e dei movimenti di capitali, giustizia fiscale, rifiuto del vincolo del debito, sono i mezzi per realizzare il nostro primo obiettivo: la piena occupazione nelle condizioni di diritto e dignità di cui parla la nostra inapplicata Costituzione. Cioè lavorare meno lavorare tutte e tutti, con salari costituzionali, riducendo gli orari di lavoro, quelli settimanali e quelli di vita. Viva il Papa! Un piano per il lavoro che garantisca il reddito nei periodi disoccupazione e che crei milioni di posti di lavoro risanando l’ambiente e abbandonando le grandi opere, valorizzando i beni culturali, investendo su un grande sistema di scuola e formazione pubblica e sulla estensione dello stato sociale. Controllo e proprietà pubblica, piena occupazione, eguaglianza sociale, diritti del lavoro, diritto allo studio.
Chi pensa che uno solo di questi obiettivi si possa conseguire senza i nostri tre NO è semplicemente destinato ad abbandonarli al primo comunicato della Troika. Noi abbiamo appreso la lezione di Tsipras a differenza di tanti altri, che poi si chiedono come è che la sinistra sparisce. La realtà europea è che o stai con la Troika o rompi con essa, in mezzo non c’è niente se non le giustificazioni della resa e della paura.
Siete antifascisti o cacasotto? Disse ad una delegazione italiana il comandante delle brigate antifasciste nel Donbass Mosgovoy, ucciso poi in un agguato. Che scegliamo?
Oggi l’antifascismo ha due avversari, il potere che crea le condizioni economiche sociali e culturali perché il fascismo ed il razzismo risorgano, che cancella, come chiedeva la banca Morgan, i princìpi sociali delle costituzioni antifasciste, che educa alla esclusione e alla selezione sociale. Se volete andare alle radici del diffondersi di razzismo e xenofobia dovete vedere i mostri che si celano dietro la infame parola egemone competitività. Da qui rinasce il secondo avversario, i fascisti veri e propri che ad ogni deposito di fango della storia risorgono dalla melma. Macron e Lepen, Renzi e Salvini sono due facce della stessa medaglia e in Venezuela stanno dalla stessa parte.
Il potere europeo e globale, dopo la Brexit, che noi abbiamo sostenuto, dopo Trump, dopo il nostro referendum, si è riorganizzato, ha alimentato avversari fascistoidi di comodo e ha vinto contro di essi. Il prezzo di questa stabilizzazione è la maggioranza che non va più a votare e il suicidio di gran parte di ciò che una volta si chiamava sinistra. Quanto ai grandi sindacati, essi sono parte del problema e non della soluzione, come ha denunciato il Papa di fronte alla platea della Cisl, certo la più sorda alle sue parole.
Non è alle porte il crollo della Unione Europea, ma un suo riassetto in senso ancora più autoritario e liberista attorno alla Germania. E l’Italia si appresta a diventare la nuova cavia degli esperimenti mostruosi della Troika, dopo la Grecia. Per questo a noi non interessa in politica chi non parta da qui per dire cosa vuole. Siamo serenamente disinteressati a coloro, anche militanti in buona fede, che da 10 anni vogliono rifare e rifanno sempre lo stesso errore. Siamo orgogliosamente fuori da Piazza Santi Apostoli, dove il gioco dell’oca di una politica del nulla sta tornando a Prodi contro Berlusconi. Ma diciamo anche ai M5S che chi dice né di destra né di sinistra di solito finisce a destra. Perché se è vero che destra e sinistra di palazzo fanno le stesse cose, è vero che le scelte di sinistra di classe e quelle di destra liberale esistono eccome. Come disse Andrea Costa alla fine dell’800 quando unico deputato socialista entrò in un parlamento diviso tra destra e sinistra liberali: io non c’entro nulla con nessuno di voi.
Eurostop è il tentativo ambizioso di costruire una cosa che in Italia non c’è, un movimento sociale e politico che punti a ricostruire un blocco sociale contro il potere – lavoratori, disoccupati, popolo – e a farlo tornare nella politica da cui é oggi escluso.
Siamo assolutamente originali, anzi unici, nella nostra composizione: sindacati, movimenti, organizzazioni politiche ed è questa la nostra forza, se sapremo farla valere. Non abbiamo modelli, ma certo le coalizioni sociali e politiche antimperialiste e anticapitaliste dell’America Latina sono per noi un esempio. Così come in Europa le aggregazioni e coalizioni di Podemos e France Insoumise. Ma anche ciò che rappresentano Sanders e Corbyn. Sono movimenti che vanno nella nostra stessa direzione, ma non modelli: senza essere originali non si costruisce nulla.
Noi prima di tutto siamo e vogliamo costruire il movimento che diffonda la necessità della consapevolezza della rottura con Euro UE NATO. Siamo forse “nazionalisti”, “sovranisti” o “rosso bruni” come dicono i piddini e quella sinistra radicale piddina inconsapevole? Ridicoli! Chi esce dalla NATO, quale stato nazionalizza, quale parlamento abroga il Jobsact e la buona scuola? Noi, il nostro paese. E questo non significa chiudersi, ma anzi sapere che la rottura dell’Italia, l’Italexit, può essere uno dei punti di rottura mondiale con il dominio del capitalismo globalizzato. Questo è il solo internazionalismo dei popoli: combattere il proprio nemico in casa e contare e fare in modo che gli altri facciano lo stesso. L’internazionalismo non è il cosmopolitismo dell’EXPO di Milano, non sono i principi liberali degli affari globali. Noi vogliamo, noi crediamo nella necessità per la stessa sopravvivenza della umanità che in tutto il mondo riparta la marcia verso il socialismo. Socialismo o barbarie oggi è veri più che mai. Ma questa marcia riparte dalle condizioni e dai paesi reali, dallo lotta contro i nemici reali condotta assieme ai popoli e alle classi lavoratrici in carne ed ossa.
Il popolo italiano per la cui liberazione comincia la nostra lunga marcia, è anche quello di Abdel Salam e di tutti i migranti, la piena cittadinanza di tutti è condizione per un pieno dispiegarsi della lotta di classe. Il nostro popolo è meticcio e multietnico, sfruttato, oppresso, escluso. Il nostro popolo è composto da due sessi e riconosce che il sesso maschile ha oppresso e ancora opprime quello femminile e che la lotta delle donne , che ha ridato questo 8 marzo il valore sociale e di classe a quella data, contro il potere del patriarcato è lotta di liberazione per tutti.
Abbiamo un programma di lotte e campagne, che dia continuità a ciò che abbiamo già fatto il 21/22 ottobre 2016 e il 25 marzo scorso, dalle manifestazioni d’autunno alla mobilitazione per cancellare il killer costituzionale della Costituzione, il pareggio di bilancio dell’articolo 81. Abbiamo le tante lotte quotidiane in cui siamo impegnati. Ma soprattutto dobbiamo uscire da qui e cominciare a costruire Eurostop in tutto il paese. Siamo i soli a sostenere i tre NO, nessun altro lo fa in Italia. Delle due l’una: o siamo un piccolo gruppo di illusi sognatori, o l’avvio di un processo di presa di coscienza che prima o poi dilagherà tra gli esclusi, gli oppressi, gli sfruttati che oggi accumulano rabbia e impotenza. Cosa scegliamo? Cosa vogliamo essere? Sta a noi decidere e io dico che dobbiamo essere ambiziosi come non mai e come richiede la situazione.

Reddito minimo, obbiettivo… massimo

di GIANCARLO IACCHINI
– E’ sbagliato continuare a chiamarlo "reddito di cittadinanza" (quello spetterebbe a TUTTI in quanto cittadini, quindi compresi… Berlusconi, ex moglie e figli!) e la cifra indicata dai 5Stelle (780 euro) paragonata ai salari minimi di chi lavora 8 ore al giorno appare poco realistica (in diversi paesi siamo attorno ai 500 euro), ma la proposta di un reddito minimo garantito, in cambio della disponibilità (per i disoccupati) a qualche ora di lavoro giornaliero, è sacrosanta, ed anzi su questo l’Italia è pesantemente indietro a livello europeo. Motivo di tanta ostilità (a parte forse l’insofferenza politica verso chi lo propone) prima era l’argomento dei costi per lo stato ("con quali soldi?", hanno ripetuto come un mantra ogni martedì Floris, Giannini, Mieli e giornalistoni vari ai "dibattista" di turno). Invece oggi, chiarito ormai che il provvedimento costerebbe meno dell’intervento per "salvare" le banche fallite o degli efficientissimi cacciabombardieri acquistati dall’Italia in quanto ovviamente più "indispensabili" del reddito minimo, la critica si è spostata su un altro aspetto. Il folkloristico "giornalista" Nicola Porro perde il lume della ragione contro il malcapitato Alfonso Bonafede gridando: “ma dove diavolo le trovate 3 offerte di lavoro da proporre obbligatoriamente al giovane disoccupato, se IL LAVORO NON C’E’?” Quindi sarebbe un circolo vizioso, quello di dare ai senza-lavoro un reddito statale a condizione che si accetti un lavoro che appunto non si trova?
No. Porro è fuori strada come tutti quelli che, in buona fede o (più spesso) meno, sollevano questo curioso argomento. Il lavoro di cui si parla non può essere un lavoro in azienda, a meno che non si pensi di regalare profitti privati con salari pubblici (e in questo caso le offerte di lavoro si moltiplicherebbero di colpo!), ma una serie di lavori "socialmente utili" decisi dai comuni. Nel "libero mercato", infatti, si crea lavoro solo finché c’è un profitto, mentre la logica del settore pubblico dovrebbe essere diversa: creare lavoro ove ce ne sia BISOGNO, senza contare che nuovo reddito produce nuovi consumi, il che è funzionale anche al privato: il famoso "fategli scavare buche per poi riempirle, basta che li pagate", attribuito a F.D.Roosevelt ai tempi del New Deal… E non c’è bisogno di "scavare buche" (quelle semmai andrebbero chiuse, vista la condizione delle nostre strade!): basta guardarsi intorno, in ogni località grande e piccola, per accorgersi di centinaia di lavori di pubblica utilità (opere di cura e manutenzione, salvaguardia dei beni comuni, interventi ecologici, assistenza ai cittadini in mille modi diversi) che i Comuni sarebbero ben felici di assegnare e distribuire grazie al salario minimo offerto dall’amministrazione centrale! Sarebbe una svolta radicale, sul piano economico ma anche su quello etico, e non come dicono una "elemosina di stato" (tutto il Welfare appare ormai così a questi ultimi sciocchi epigoni del liberismo). Quindi l’ostilità bipartisan verso questa proposta davvero non si comprende; a parte la totale rimozione (in Italia) delle ricette keynesiane in nome dell’austerità e del "pareggio di bilancio", viene in mente la frase di Ernesto Rossi: "Credono che giustizia sociale significhi abolire la ricchezza, quando invece sarebbe sufficiente abolire la povertà!".

In memoria di Carlo Rosselli (nell’80° anniversario del suo assassinio)

Intanto, chi sono. Sono un socialista. Un socialista che, malgrado sia stato dichiarato morto da un pezzo, sente ancora il sangue circolare nelle arterie e affluire al cervello. Un socialista giovane, di una marca nuova e pericolosa, che ha studiato, sofferto, meditato e qualcosa capito della storia italiana lontana e vicina. E precisamente ha capito:

1) che il socialismo è in primo luogo rivoluzione morale, e in secondo luogo trasformazione materiale;

2) che, come tale, si attua sin da oggi nelle coscienze dei migliori, senza bisogno di aspettare il “sole dell’avvenire”;

3) che tra socialismo e marxismo non vi è parentela necessaria;

4) che socialismo senza democrazia è come volere la botte piena (uomini, non servi; coscienze, non numeri; produttori, non prodotti) e la moglie ubriaca (dittatura);

5) che il socialismo, in quanto alfiere dinamico della classe più numerosa, misera, oppressa, è l’erede del liberalismo;

6) che la libertà, presupposto della vita morale così del singolo come delle collettività, è il più efficace mezzo e l’ultimo fine del socialismo;

7)che la socializzazione è un mezzo, sia pure importantissimo; perché il fine è la liberazione degli individui;

8) che lo spauracchio della rivoluzione sociale violenta spaventa ormai solo i passerotti e gli esercenti, e mena acqua al mulino reazionario;

9) che il socialismo non si decreta dall’alto, ma si costruisce tutti i giorni dal basso, nelle coscienze, nei sindacati, nella cultura;

10) che ha bisogno di idee poche e chiare, di gente nuova, di amore ai problemi concreti;

11) che il nuovo movimento socialista italiano non dovrà esser frutto di appiccicature di partiti e partitelli ormai sepolti, ma organismo nuovo dai piedi al capo, sintesi federativa di tutte le forze che si battono per la causa della libertà e del lavoro;

12) che è assurdo imporre a così gigantesco moto di masse un’unica filosofia, un unico schema, una sola divisa intellettuale».

(Carlo Rosselli)