Socialisti: che fare?

di LEONARDO MARZORATI

L’umanità sta vivendo un evento destinato a modificare sensibilmente il corso della storia. La pandemia da Covid-19 ha fermato eventi culturali e sportivi che solo le due guerre mondiali del secolo scorso avevano costretto alla cancellazione. La pandemia ci immerge pienamente nel XXI secolo, come la Grande Guerra aveva proiettato l’Europa e il Mondo intero nel XX secolo.

I socialisti del XXI secolo devono tornare ad essere protagonisti. Nello scorso secolo, allo scoppio della Grande Guerra, il mondo socialista europeo si divise. Quello italiano visse mesi traumatici. La maggioranza del Partito Socialista, di cui facevano parte il segretario Costantino Lazzari, Giacinto Menotti Serrati e Angelica Balanoff, si schierò coerentemente contro l’intervento. Così fece anche la minoranza riformista, le cui figure di spicco erano Claudio Treves, Filippo Turati e Anna Kuliscioff. Sia all’interno del partito che negli ambienti limitrofi, non in pochi si schierarono però per l’intervento italiano a fianco dell’Intesa.

L’esponente principale del PSI a sostenere la guerra fu il direttore del quotidiano del partito, l’Avanti!, Benito Mussolini. Il futuro Duce, che nel 1914 aveva minacciato lo sciopero generale contro un intervento italiano a fianco della Triplice Alleanza, l’anno successivo appoggiò la guerra agli imperi centrali con l’Italia alleata di Francia, Regno Unito e Russia zarista. A favore della guerra furono anche i moderati di governo Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi, europeisti e già espulsi dal Partito Socialista, su forte spinta dell’allora anti-colonialista e anti-governista Mussolini. Nella loro visione, la sconfitta della Germania e l’implosione dell’Impero Austroungarico avrebbero portato alla nascita di nuove nazioni (come in effetti fu) e alla possibile formazione degli Stati Uniti d’Europa (cosa che non fu). Furono interventisti i sindacalisti rivoluzionari Filippo Corridoni e Alceste De Ambris, l’allora repubblicano Pietro Nenni, l’intellettuale marxista Arturo Labriola, il socialista irredentista Cesare Battisti, il radicale di sinistra e meridionalista Gaetano Salvemini e gli anarcosindacalisti della Uil.

Ci furono figure come Sergio Panunzio, fedele alla linea del PSI, ma che mostrò sensibilità patriottica verso gli italiani dei territori occupati dagli austroungarici dopo Caporetto. Altri marxisti, come il giovane Antonio Gramsci, vedevano nella guerra l’occasione per poter dare le armi al proletariato e da lì avere uno strumento in più per portare a compimento la rivoluzione (cosa che avvenne in Russia).

Il primo conflitto ingrandì parecchie divisioni presenti nell’universo socialista, contribuendo al rafforzamento delle destre reazionarie, i cui maggiori esponenti, Mussolini su tutti, spesso provenivano proprio da sinistra. Alcuni, come il futuro Duce, furono foraggiati da grandi capitalisti che avevano fatto i miliardi con la guerra (il gruppo Ansaldo sostenne economicamente il nuovo giornale diretto da Mussolini Il Popolo d’Italia). Altri scelsero per travagli personali o ingenuità l’entrata in guerra dell’Italia, scavando un solco profondo tra loro e il mondo socialista (marxista, soreliano, anarcosindacalista) da cui provenivano. Gli anni che seguirono la Grande Guerra furono tra i più bui della storia dell’umanità e portarono alla tragedia ancor più grande del secondo conflitto mondiale.

Furono diversi i palcoscenici su cui il mondo socialista e dell’allora sinistra si scisse. Chi si schierò per la guerra e chi per la pace; chi tifò per la rivoluzione bolscevica e chi la condannò; chi puntava a riforme progressive e chi voleva abbattere il parlamentarismo; chi appoggiò, anche implicitamente, i governi liberali e chi li avversò; chi rafforzò il sentimento internazionalista e chi si chiuse nel patriottismo. La Grande Guerra aprì fratture irreparabili tra i socialisti.

Oggi per fortuna non abbiamo guerre mondiali. Ci sono però diversi conflitti bellici, le cui conseguenze si riversano anche sul nostro Paese e sull’Europa: Libia, Siria, Yemen, Nagorno Karabakh, Donbass. Abbiamo una pandemia che sta mietendo vittime in ogni angolo del globo e che porterà inevitabilmente a una drammatica crisi economica. Abbiamo migrazioni economiche (dall’Italia all’estero e dall’estero all’Italia), precariato e insicurezza.

Da decenni non si vedeva una presenza così scarsa dello stato sociale in Italia e in Europa. I principali colpevoli sono quei politici che hanno spalancato le porte al liberismo più sfrenato, quello che ha aumentato le disparità economiche e sociali, facendo sì che una minoranza privilegiata diventasse sempre più ricca, a discapito della maggioranza. Molti di questi politici provengono dal mondo socialista. Si sono dichiarati orgogliosamente socialisti mentre creavano nel 1992 quella gabbia di sviluppo che è l’Unione Europea; si sono dichiarati socialisti mentre smantellavano lo stato sociale dei rispettivi Paesi tra gli anni novanta e duemila.

I socialisti, quelli sinceri che si battono per il socialismo, per citare la celebre domanda che Lenin prese in prestito da Cernysevskij, si devono chiedere “Che Fare?”. Constatato che i sedicenti socialisti di governo, figli della “terza via” blairiana, non possono avere più voce in capitolo in materia di socialismo, gli altri devono alzare la voce, per far capire al popolo il loro pensiero. Credere ancora nella Ue o cercare di abbatterla? Questa domanda ricorda il quesito guerra sì – guerra no del 1915. L’allora diaspora socialista portò all’avvento dei fascismi. Oggi, una debolezza in campo socialista, specie dopo il trauma umano e sociale generato dal coronavirus, può rafforzare le compagini liberiste e quelle nazionaliste.

Noi socialisti siamo nemici del liberismo e del nazionalismo, pur avendo visioni diverse al nostro interno sull’attuale situazione politica. C’è chi cautamente appoggia il governo Conte II e chi lo osteggia; chi si batte per l’uscita dalla Ue e chi non sente come sua questa battaglia; chi chiede maggiori controlli sui flussi di persone dai territori extraeuropei verso l’Europa e chi sostiene maggiore accoglienza.

Noi vogliamo un salario garantito, sanità e scuola pubbliche (dopo le privatizzazioni selvagge degli scorsi decenni), una cultura accessibile a tutti e una vera politica ambientale. Vogliamo porre un freno al consumismo sfrenato, che nei giorni della pandemia viene sbandierato dai colossi dell’e-commerce. Ci opponiamo alla cementificazione e alle grandi opere inutili, sostenendo un’edilizia sostenibile che riparta dalla messa in sicurezza di tutte le aree a rischio sismico. Vogliamo lo stato sociale.

Questa pandemia è una guerra. Meno truculenta e più silenziosa, ma i morti nella bergamasca seppelliti senza funerale ci ricordano quelli caduti in trincea dal 1914 al 1918. Noi socialisti dobbiamo tornare a essere soggetto politico attivo. Altrimenti, come cent’anni fa ci si piegò al fascismo, si apriranno le porte alle peggiori politiche liberiste e autoritarie, cosa che in alcuni Paesi europei (Polonia e Ungheria) sta già avvenendo.

KARL MARX – ALIENAZIONE E LIBERAZIONE

«Il punto fondamentale della critica di Feuerbach alla religione è il seguente: è l’uomo che fa la religione, e non la religione che fa l’uomo. Ma l’uomo non è un essere astratto; l’uomo è il mondo dell’uomo, cioè lo Stato, la società. Questo Stato, questa società producono la religione, una coscienza capovolta del mondo, poiché essi sono un mondo capovolto. La religione è la consolazione, il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, l’oppio del popolo. È la realizzazione fantastica dell’essenza umana, poiché l’essenza umana non possiede una realtà vera. La lotta contro la religione deve dunque diventare lotta contro quel mondo di cui essa è l’aroma spirituale. Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigere la felicità reale del popolo stesso. L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua condizione è l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica della religione, dunque, è, in germe, la critica della valle di lacrime di cui la religione è l’aureola. La critica del cielo si trasforma così nella critica della terra».

«Il difetto principale di ogni materialismo fino ad oggi, compreso quello di Feuerbach, è che il reale, il sensibile è concepito solo sotto la forma di oggetto; ma non come attività umana pratica, non soggettivamente. È accaduto quindi che il lato attivo è stato sviluppato dall’idealismo in contrasto col materialismo, ma solo in modo astratto, poiché naturalmente l’idealismo ignora l’attività reale. Feuerbach vuole oggetti sensibili distinti dagli oggetti del pensiero, ma non concepisce l’attività umana stessa come attività oggettiva, non concepisce l’importanza dell’attività pratico-critica. La dottrina materialistica che gli uomini sono prodotti dell’ambiente e dell’educazione, e che pertanto uomini cambiati sono prodotti di un altro ambiente e di una mutata educazione, dimentica che sono proprio gli uomini a modificare l’ambiente, e che l’educatore stesso dev’essere educato».

«Nella nostra società l’uomo è diventato una merce, e le sue condizioni di esistenza sono state ridotte a quelle di ogni altra merce. Il lavoro salariato è la completa rinuncia alla libertà, è schiavitù, è sacrificio dello spirito e del corpo. Il fine dell’economia capitalistica è l’infelicità umana, perché tratta il lavoratore come una bestia, un animale ridotto ai più stretti bisogni corporali; che ben lungi dal poter comprare tutto, deve vendere se stesso e la sua umanità solo per sopravvivere. Ma un uomo, per realizzarsi ed essere libero, non può rimanere schiavo della materia, non può essere servo del corpo: gli deve restare il tempo e il modo di poter vivere e godere spiritualmente».

«Per gli economisti l’uomo è solo una macchina per consumare e produrre, la vita umana è un capitale, le leggi economiche regolano ciecamente il mondo; gli uomini non sono niente, il prodotto è tutto. E con la valorizzazione del mondo delle cose, cresce in rapporto diretto la svalutazione del mondo degli uomini. Quanto più l’uomo crea dei valori, tanto più egli è senza valore e senza dignità. Quanto più raffinato è il suo oggetto, tanto più è imbarbarito l’operaio; quanto più è spiritualmente ricco il lavoro tanto più l’operaio è divenuto senza spirito e schiavo della materia. Nel lavoro l’operaio non si afferma, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale. Il risultato è che l’uomo si sente libero ormai soltanto nelle sue funzioni bestiali, nel mangiare, bere, generare ecc., e che nelle sue funzioni umane si sente una bestia. Il bestiale diventa umano e l’umano bestiale. Sia chiaro: il mangiare, il bere ecc. sono certamente funzioni umane, ma diventano “animalesche” nell’astrazione che le separa dal restante cerchio dell’attività umana e ne fa gli scopi ultimi e unici».

«La proprietà privata ci ha fatti talmente ottusi e unilaterali che un oggetto è nostro solo quando lo abbiamo; quando dunque esiste per noi come capitale o è immediatamente posseduto, mangiato, bevuto, portato sul nostro corpo, abitato ecc., in breve utilizzato. Tutti i sensi, fisici e spirituali, sono stati sostituiti dalla loro alienazione, cioè dall’avere. Ma il senso ridotto al rozzo bisogno pratico ha una sensibilità altrettanto limitata. L’essere umano doveva essere ridotto a questa assoluta povertà, affinché potesse estrarre da sé la sua ricchezza interiore. Questo significa che la vera ed effettiva soppressione della proprietà privata deve intendersi, in positivo, come l’appropriazione concreta dell’esistenza e delle opere umane; il che non è da prendersi soltanto nel senso di avere e possedere, bensì come la completa emancipazione di tutti i sensi e le qualità dell’uomo, la fine della natura materiale ed egoistica del bisogno e del godimento. Solo allora l’utile economico sarà diventato un utile veramente umano e sociale; e l’emancipazione sarà la riappropriazione del sentimento e della ragione propri e degli altri uomini. Da qui si capisce anche come soltanto nella socialità e nella creatività dell’uomo spiritualismo e materialismo perdano la loro astratta opposizione; si vede come la soluzione delle antitesi teoriche sia possibile solo in modo pratico».

«L’economia è la scienza più bigotta, perché il suo massimo precetto morale è la rinuncia a vivere e a soddisfare ogni bisogno veramente umano. Per l’economia “il tempo è denaro”: cioè meno mangi, bevi, leggi libri, vai a teatro o a ballare o in birreria; meno ami, pensi, canti, dipingi, fai sport, giochi e ti diverti, più lavori, risparmi e fai grande il tuo capitale. Insomma meno sei, più hai; meno esprimi la tua vita (ossia più la tua vita viene espropriata) e più metti in cassaforte la tua essenza alienata. Tutto quello che l’economia ti dà sotto forma di denaro e ricchezza materiale, te lo toglie sotto forma di vita, di umanità e di libertà».

«Fino ad oggi la libertà personale è esistita soltanto per gli individui che appartengono alla classe dominante, mentre la maggior parte delle persone si sente in catene. La comunità apparente nella quale finora si sono uniti gli individui si è sempre resa autonoma di fronte a loro e contro di loro; ed allo stesso tempo, essendo l’unione di una classe contro un’altra, per la classe dominata non era soltanto una comunità illusoria, ma anche una nuova catena. La vera libertà personale è possibile solo nella comunità, perché è all’interno della comunità che ciascuno ha la possibilità di realizzarsi e di sviluppare al meglio le proprie disposizioni. Soltanto nella futura comunità reale saranno tutti gli individui ad acquisire una libertà effettiva, nella loro associazione e per mezzo di essa».

«Sotto il dominio della borghesia gli individui si illudono di essere liberi, perché le loro condizioni di vita, il lavoro che “trovano” e tutto l’insieme della loro esistenza gli sembrano casuali, mentre in realtà liberi non sono affatto, in quanto tutta la loro vita è subordinata a forze oggettive, impersonali e necessarie sulle quali non hanno alcun controllo».

«Finora uno degli aspetti principali della storia è stato il fissarsi della nostra attività sociale in un potere oggettivo che ci sovrasta, che cresce fino a sfuggire al nostro controllo, che contraddice le nostre aspettative, che annienta i nostri calcoli. Il potere sociale che nasce dalla cooperazione degli uomini appare loro non come il proprio potere unificato e rafforzato, ma come una potenza estranea, posta al di fuori di essi, della quale non sanno da dove provenga e dove vada; una potenza che quindi non possono più dominare, che segue un suo sviluppo indipendente dal volere e dall’agire degli uomini e che anzi dirige questo volere e questo agire. Una alienazione, una estraneazione che può essere superata solamente con l’azione pratica».

«Nella sua prima forma storica, il comunismo è soltanto la collettivizzazione della proprietà privata. Il dominio della proprietà delle cose gli appare così insuperabile che esso pensa di dover abolire tutto ciò che non può essere posseduto da tutti, calpestando quindi il talento individuale. L’unico scopo della vita diventa il possesso; la fatica dell’operaio non viene soppressa bensì estesa a tutti gli uomini; il rapporto della comunità rispetto alle cose resta per intero quello della proprietà privata».

«Se il comunismo si presenta come semplice abolizione economica della proprietà privata, esso è certo la negazione di una negazione, e con ciò un passaggio pratico indispensabile nel cammino dell’emancipazione umana, ma non è affatto l’obiettivo finale, la meta dell’evoluzione storica, la forma definitiva della società umana liberata! Lo diventa solo nella sua manifestazione più matura, come abolizione positiva della proprietà privata intesa come auto-estraniazione umana: in questo caso il comunismo diviene la reale riappropriazione dell’essenza dell’uomo attraverso l’uomo e per l’uomo: è il ritorno dell’individuo come essere sociale, cioè umano; un ritorno completo, fatto cosciente, maturato in tutta la ricchezza dello svolgimento storico fino ad oggi. Questo comunismo evoluto e maturo si identifica, in quanto naturalismo giunto al proprio compimento, con l’umanismo; e in quanto umanismo giunto al proprio compimento, col naturalismo. È la vera soluzione dell’antagonismo tra la natura e l’uomo, e tra uomo e uomo. È la più autentica risoluzione della contesa tra l’esistenza e l’essenza, tra la necessità e la libertà, tra la specie e l’individuo».

«Ci rinfacciano di voler abolire la proprietà acquisita personalmente, frutto del proprio lavoro, che costituirebbe il fondamento di ogni libertà, attività e autonomia personale. “Frutto del proprio lavoro”, “guadagnata con le proprie forze”: ma quella proprietà l’ha abolita e la sta abolendo di giorno in giorno lo sviluppo dell’industria! Il lavoro salariato dà forse una proprietà al lavoratore? Niente affatto. Il suo lavoro crea il capitale, cioè quella proprietà che sfrutta il lavoro salariato e che può moltiplicarsi solo a condizione di generare nuovo lavoro salariato, per sfruttarlo di nuovo. Il capitale è un prodotto collettivo e può essere messo in moto solo con l’attività comune di tutti i membri della società. Perciò il capitale non è una potenza personale ma sociale; e se viene trasformato in proprietà collettiva, appartenente a tutti, non è la proprietà personale ad essere socializzata. Si trasforma solo il tipo di proprietà, che perde il suo carattere di classe. Noi non vogliamo affatto abolire l’appropriazione personale dei prodotti utili alla vita, che non lascia alcun profitto tale da conferire potere sul lavoro altrui. Vogliamo eliminare soltanto il carattere miserabile di questa appropriazione, per cui chi lavora vive allo scopo di accrescere il capitale, e vive solo quel tanto che esige l’interesse della classe dominante. Nella società borghese è il capitale ad essere indipendente e personale, mentre l’individuo è dipendente e impersonale. E se la borghesia chiama “abolizione della personalità e della libertà” la cancellazione di questo rapporto, ha ragione: si tratta infatti di abolire la sua personalità e libertà!».

«Voi borghesi inorridite perché vogliamo abolire la proprietà privata: ma nella vostra società essa è già abolita per nove decimi dei suoi membri. Dunque ci rimproverate di voler abolire una proprietà che presuppone come condizione necessaria la privazione della proprietà per l’enorme maggioranza della popolazione. Cioè ci rimproverate di voler abolire la vostra proprietà. Certo, infatti è proprio questo che vogliamo!».

«Se ipotizziamo una società socialista vediamo come, al posto della ricchezza materiale come la considera l’economia borghese, subentri l’uomo ricco grazie alla ricchezza delle sue capacità e aspirazioni. Nel socialismo “ricchezza” e “miseria” ricevono un significato umano e sociale. È veramente ricco l’uomo che ha bisogno di una totalità di manifestazioni di vita, l’uomo la cui realizzazione esiste come necessità interna, come primo bisogno. E per l’uomo la più grande delle ricchezze è l’altro uomo».

«È sbagliato immaginare l’opposizione comunista alla proprietà privata come una semplice soppressione della proprietà in generale, per ottenere magari come risultato la mancanza generale di proprietà, cioè la miseria generale. Ciò che è necessario abolire è la proprietà borghese dei mezzi di produzione, perché le forze produttive degli individui e delle loro relazioni economiche si sono ormai sviluppate a un punto tale che sotto il dominio del capitale sono diventate forze distruttive della ricchezza sociale. E il comunismo abolisce la povertà, non la ricchezza, che anzi incrementa e mette a disposizione di tutti».

«Con il rovesciamento della società capitalistica mediante una rivoluzione comunista, e la conseguente abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, verrà attuata la liberazione di ogni singolo individuo; e gli individui saranno messi in condizione di godere della produzione materiale e spirituale di tutto il mondo, creazione degli uomini stessi».

«Nell’appropriazione rivoluzionaria della ricchezza sociale, gli strumenti di produzione saranno messi a disposizione di ogni persona, e la proprietà assegnata a tutti. Le nuove relazioni economiche mondiali non possono più essere affidate ai singoli individui se non affidandole a tutti gli individui. Solo a questo stadio di sviluppo della società la liberazione personale si può realizzare nella vita reale, perché corrisponde all’emancipazione degli individui in persone complete, alla trasformazione del lavoro in libera manifestazione personale, al passaggio dalle relazioni tra le classi a quelle tra gli individui in quanto tali».

«Dopo il crollo della vecchia società borghese non ci sarà più nessuna dominazione di classe, né un nuovo potere politico. La condizione della liberazione della classe lavoratrice è l’abolizione di tutte le classi. La classe lavoratrice sostituirà alla vecchia società di classe una libera associazione che escluderà le classi e il loro antagonismo. E non dovrà esserci più alcun potere politico propriamente detto, perché ogni potere politico è il riassunto ufficiale di un antagonismo sociale. Dunque soltanto in un ordine di cose in cui non ci saranno più classi, né antagonismi di classe, le evoluzioni sociali smetteranno di trasformarsi in rivoluzioni politiche».

«Nella fase più elevata della società comunista, dopo che saranno scomparsi l’asservimento e la subordinazione degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche la separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale; dopo che il lavoro stesso non sarà più mezzo di vita ma sarà diventato il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo armonico e onnilaterale degli individui saranno cresciute enormemente le forze produttive della società e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorreranno in tutta la loro pienezza, solo allora il ristretto orizzonte borghese potrà essere superato, e l’umanità potrà scrivere sulle sue bandiere: da ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!».

«Quando con la rivoluzione comunista saranno sparite le differenze di classe, e tutta la produzione sarà concentrata nelle mani degli individui associati, il potere statale perderà il suo carattere politico; non sarà più, come oggi, il potere organizzato di una classe per soggiogarne un’altra. Quando il proletariato, divenuto classe egemone in seguito alla rivoluzione, sopprimerà radicalmente i vecchi rapporti di produzione, cancellerà anche le condizioni di una contrapposizione tra le classi; abolirà le classi stesse e dunque anche il proprio dominio. Al posto della vecchia società borghese, con le sue classi e i suoi antagonismi di classe, subentrerà una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno sarà la condizione del libero sviluppo di tutti».

Ma il fascismo no

di ANDREA MORRONI

Dicono che il fascismo è storia. Dicono che bisogna chiudere il capitolo della seconda guerra mondiale una volta per tutte. Dicono che il fascismo, la seconda guerra mondiale, la Resistenza, vanno studiati e valutati allo stesso modo della guerra dei trent’anni, o delle guerre puniche, o del Terrore francese. Da distante. Freddamente.

Mi piacerebbe molto se il fascismo fosse un capitolo chiuso e consegnato alla storia. Il problema è che i fascisti ci sono ancora e sono proprio loro, sono soltanto loro che, pervicacemente, si battono affinché il fascismo rimanga una questione aperta, di attualità.

Possiamo occuparci delle guerre puniche senza nessun patema d’animo perché non c’è nessuno che progetta di valicare le Alpi in groppa ad elefanti per attaccare Roma. Possiamo studiare con animo sereno e distaccato il Terrore francese per il motivo che non c’è nessuno, ma proprio nessuno, che, indossando una parrucca settecentesca, se ne va per strada inneggiando a Robespierre (peraltro, un personaggio assai più complesso e sfaccettato del semplicistico ritratto a una dimensione che ne viene fatto sui manuali scolastici) e tentando di decollare la gente con una ghigliottina.

Non ci è concesso di fare lo stesso con il fascismo, invece, perché ci sono comunque troppi idioti criminali che girano per le nostre città con la testa rasata, in anfibi e camicia nera, che inneggiano al cosiddetto duce, che fanno il saluto fascista, che si tatuano sulla pelle simboli fascisti, che sostengono ruttando e grugnendo come maiali (senza offesa per i maiali) tesi ed idee (ammesso e non concesso che possiamo chiamarle tali) fasciste, inaccettabili e disumane, che picchiano ed uccidono, o tentano di farlo, gente di colore e rom, donne, disabili, omosessuali e transessuali, che imbrattano le tombe degli ebrei. E che lo fanno in branco, come bestie (senza offesa per le bestie). E che talvolta (comunque troppo, troppo spesso per i miei gusti) lo fanno addirittura vestendo una divisa.

Dicono che il fascismo è storia, ma non solo: dicono poi – addirittura – che è necessario anche comprendere le ragioni dei vinti, cioè dei fascisti, dicono che si deve contestualizzare, soppesare il bene e il male dell’una e dell’altra parte, cioè dei fascisti e degli antifascisti.

No. Non si può. Proprio non si può. Non si può perché da una parte c’erano i fascisti, che hanno manganellato, confinato, ucciso e mandato alle camere a gas un numero enorme di esseri umani, che hanno soppresso tutte le libertà, che hanno spedito a morire in guerra due o tre intere generazioni di italiani; dall’altra c’erano tutti gli altri, popolari, liberali, repubblicani, azionisti, socialisti, comunisti, anarchici, che tentavano di contrastare l’azione criminale – criminale, non politica – dei fascisti. Non è possibile contestualizzare nulla. Non è possibile soppesare nulla. Non è possibile confrontare nulla. Il fascismo è ed è sempre stato soltanto un grande, enorme letamaio. La Repubblica di Salò è stata soltanto e semplicemente uno stato criminale a servizio di un altro stato criminale, la Germania nazista. Gli adulti che, dopo l’8 settembre, con scienza, coscienza e volontà, andarono a combattere sotto le insegne della Repubblica di Salò sono stati soltanto e semplicemente dei criminali, perché ben sapevano di prestare i loro servigi per uno stato criminale, fascista e razzista, per giunta zerbino di uno stato criminale, nazista e razzista e, coscientemente, lo volevano. Punto.

I fascisti avevano torto. E hanno ancora torto. Hanno sempre torto. Sempre e comunque. Si sono posti al di fuori del consorzio degli uomini. Hanno ontologicamente torto.

Diceva Sandro Pertini: «Io non sono credente, ma rispetto la fede dei credenti; io sono socialista, ma rispetto la fede politica degli altri e la discuto, polemizzo con loro, ma loro sono padroni di esprimere liberamente il pensiero. Il fascismo no, il fascismo lo combatto con altro animo: il fascismo non può essere considerato una fede politica; il fascismo è l’antitesi delle fedi politiche, il fascismo è in contrasto con le vere fedi politiche perché il fascismo opprimeva chi non la pensava come lui».

DESTRA e SINISTRA oggi

di VALERIO MIRARCHI

I concetti politici di destra e sinistra, dalla loro prima formazione concreta sino all’epoca contemporanea, hanno avuto così tante rielaborazioni e mutamenti, si sono confrontati con così tante vicende politiche e sociali, hanno vissuto una storia così travagliata a livello mondiale, che le loro sfumature di significato si sono enormemente ampliate e i loro contenuti sono stati parzialmente stravolti; così, si va oggi sempre più diffondendo un pensiero trasversale, che va da partiti post-ideologici come il Movimento 5 Stelle a pensatori molto ideologici come Costanzo Preve, che dichiara il superamento della dicotomia destra-sinistra, intese come categorie non più attuali per leggere la complessa realtà politica odierna. Chi scrive è convinto che questo pensiero sia fondamentalmente errato; e che esso stia prendendo piede nel nostro scenario politico, sociale e teorico per motivi ben identificabili: 1. la possibilità, da parte di certi partiti, di estendere il loro bacino elettorale il più possibile, sacrificando la visione di fondo che i partiti tradizionali avevano; 2. la speranza, da parte di altri partiti, di evitare lo stigma associato oggi ai movimenti di estrema destra o di estrema sinistra; 3. infine, da parte di certi analisti, la volontà di appiattire il dibattito e di evitare una riflessione ben più profonda e rigorosa sul cambiamento di queste categorie nella realtà odierna, così da poter fondere idee di sinistra con idee di destra in calderoni ben poco convincenti.

Una breve panoramica delle forme che ha assunto questa dicotomia nel mondo politico renderà auto-evidente la tesi proposta. I concetti di destra e sinistra, per come si intendono oggi, risalgono alla collocazione dei conservatori e dei radicali nell’emiciclo dell’assemblea del Terzo Stato agli Stati generali francesi del 1789. Ma, in verità, una più o meno netta dicotomia tra i conservatori e i radicali, o tra i sostenitori dell’assolutismo e i sostenitori della libertà, si può ritrovare in qualsiasi società storica che abbia acquisito forme di organizzazione politica, e diviene sempre più evidente con il procedere della storia. I movimenti cristiani eretici e radicali formatisi nel medioevo (tra cui spiccano i taboriti), le ribellioni dei contadini nel Sacro Romano Impero nel XVI secolo e la guerra civile inglese sono tappe storiche fondamentali per la formazione di un pensiero che oggi non esiteremmo a definire di sinistra. Se dovessimo far rientrare questi movimenti in un’unica definizione, il compito sarebbe ben più facile di quello che a prima vista potrebbe sembrare; poiché è stata la Rivoluzione francese stessa, con tutte le sue tendenze più progressiste, a riassumere in sé il radicalismo dell’antichità e del medioevo e a riplasmarlo alla luce della modernità. Sicché, potremmo dire che i movimenti padri e generatori della moderna sinistra si potrebbero riassumere nelle famose parole: libertà, uguaglianza, fratellanza. I movimenti politici, economici, sociali, intellettuali, che perseguivano tali ideali erano progressisti e radicali, mentre i movimenti che difendevano l’assolutismo e il classismo erano conservatori. La storia politica degli ultimi secoli ha arricchito enormemente gli schieramenti di destra e sinistra, ma ha lasciati intatti i loro nuclei fondamentali; così, se è vero che oggi, in luogo di parlare di destra e di sinistra, sarebbe più opportuno parlare di destre e di sinistre, è anche vero che le prime si regolano tutte sul concetto di gerarchia (che sia per tradizione, per posizione economica o per merito), le altre sul concetto di eguaglianza (ovvero giustizia sociale).

La destra ha assunto diverse forme negli ultimi due secoli, anche contrastanti fra loro; forme che la politica contemporanea ha assorbito e sincretizzato, a seconda delle specificità della politica di ogni paese. Esiste innanzitutto la destra liberale, volta a tutelare la libertà del cittadino in ogni sfera della sua vita. Nella nostra Repubblica l’idea liberale ha come padre nobile Benedetto Croce, il quale ha elaborato un liberalismo (di centro-sinistra, e non di destra, come talvolta si sente ripetere) piuttosto diverso dal liberalismo classico dell’Italia monarchica; si tratta di una concezione della libertà quasi religiosa, ma fatta di una religiosità interamente terrena, che può essere desacralizzata in qualsiasi momento storico e che occorre preservare con tutti gli sforzi. Il nocciolo di questa concezione liberale è, oggi, presente in tutti i partiti di centrodestra e centrosinistra, in accordo con la stessa concezione crociana del liberalismo come concezione metapolitica e pre-partitica. Sennonché, la concezione crociana del liberalismo si presta a due diversi tipi di critica sostanziale, il primo da destra, il secondo da sinistra. Per quanto riguarda le critiche da destra, è nota la distinzione che Croce opera tra liberalismo, concezione metapolitica ed etica della libertà generale, e liberismo, concezione politica della libertà economica, onde quest’ultimo concetto risulta di grado inferiore al primo. Si tratta di una distinzione ancora oggi di moda in Italia, ma che ha avuto una scarsissima diffusione all’estero (nonostante il tentativo di rilancio da parte di Sartori), dove non pare possa ambire ad acquistare dignità scientifica. La critica che è stata posta dinanzi questa distinzione riguarda il fatto che liberalismo e liberismo non possono essere separati, in quanto una società libera abbisogna egualmente sia della libertà politica sia della libertà economica. La correttezza di questa critica riguarda, in ultima analisi, ciò che propriamente si intende per libertà economica; ma al livello di scienza politica, è noto ormai che i concetti di liberalismo e liberismo siano indissolubilmente legati. Luigi Einaudi ha visto in questa distinzione, in questa subordinazione totale dell’economia e persino della politica all’etica, una pericolosa concessione allo Stato etico di natura fascista, o in generale alla statolatria tipica indifferentemente di fascismo e comunismo reale. Questa tesi einaudiana potrebbe darsi per comprovata empiricamente, dato che è noto come Croce appoggiò il fascismo fino almeno al 1924, anche dopo il rapimento di Matteotti.

Quanto alla critica proveniente dagli ambienti di sinistra, in particolare dagli esponenti del liberalsocialismo, essa è molto più logica e raffinata. Se infatti è corretto sostenere che il liberalismo, per coerenza verso i suoi fondamenti, deve conservare la libertà economica, allora si entra nel terreno dell’ambiguità e dell’incoerenza: perché la storia ci dimostra che, spesso, la maggiore libertà dell’imprenditore significa la minore libertà dei suoi lavoratori. Il liberalismo politico ed economico difende la proprietà assolutistica dei mezzi di produzione e di distribuzione, entrando così in una grave contraddizione. Così, appare chiaro come la libertà economica propugnata dal liberalismo non è quella libertà che ha scatenato le più grandi rivolte e rivoluzioni d’Europa, ma il privilegio delle classi dominanti. Una libertà assoluta, senza eguaglianza e giustizia, perde il suo significato: una società dove essa è concessa a sole poche persone, è una società tirannica; e una società dove essa è concessa a tutti, è a tutti gli effetti una non-società, un ritorno allo stato animale.

Vi sono poi due forme di destra classica piuttosto simili tra loro: la destra conservatrice, che si propone di conservare i valori esistenti della società, con particolare riguardo all’autorità, al nazionalismo e alla religione; e la destra reazionaria, che si pone contro i progressi che la nostra civiltà ha compiuto negli ultimi secoli: una destra, per esempio, propugnatrice della monarchia assoluta o contraria alla laicità. Si osservi come la destra conservatrice sia un’ideologia in costante movimento, dal momento che la società muta perennemente così come i suoi valori: i conservatori dell’Italia odierna sono molto più progressisti dei conservatori all’indomani della Rivoluzione francese. Non v’è bisogno di un esame critico di queste due fazioni, dal momento che appare evidente come esse si pongano contro il progresso che subiscono passivamente e che tendono a cristallizzare la società in forme che lo svolgersi della storia rende obsolete per forza di cose.

Vi è di seguito la destra sociale, la più vicina alla sinistra, una destra critica del capitalismo puro e più vicina ai lavoratori. In Italia, essa sorge sulle ceneri del Partito Fascista Repubblicano e del Movimento Sociale Italiano, che ne ha raccolto l’eredità. Essa sintetizza le rivendicazioni sociali con i temi classici della destra, la gerarchia, l’autorità, il nazionalismo, in un crogiolo di posizioni molto eterogeneo.

Infine vi sono le destre neofasciste e neonaziste, sparse su piccolissimi partiti in tutto il mondo e caratterizzate, nella quasi totalità dei casi, da un’incredibile confusione ideologica, dovuta specialmente al bilanciamento che esse sono costrette a fare tra l’eredità di movimenti criminali che esse rivendicano e il dover accettare – quantomeno formalmente – il valore della democrazia per poter partecipare alla vita politica dei paesi liberi; ma anche all’impreparazione dei membri, attratti da tali partiti per il fascino dell’estremismo in luogo di una seria volontà di contribuire al miglioramento di un paese.

Ora, la situazione politica è estremamente complessa perché nei movimenti politici non si vedono quasi mai questi modelli realizzati compiutamente; piuttosto, i partiti politici prendono a piene mani elementi di questo o di quel modello, così da creare una propria specifica identità. Così, in Italia, abbiamo un partito come Forza Italia aderente soprattutto alla destra liberale, ma con forti elementi di conservatorismo; abbiamo Fratelli d’Italia che appartiene alla destra conservatrice con elementi di destra sociale; infine abbiamo la Lega che coniuga in misure più o meno eguali liberalismo, conservatorismo e destra sociale. La grande preponderanza dell’elemento nazionalistico nel conservatorismo di Lega e Fratelli d’Italia è il fattore per cui tali partiti vengono definiti dai giornalisti, ma anche dagli stessi membri, sovranisti. Il sovranismo non è che lo stadio più evoluto dell’imperialismo, quella ideologia che tra XIX e XX secolo ha contagiato in particolar modo Regno Unito, Francia, Italia e Germania e che ha portato morte e distruzione in Europa. Dinnanzi alla prospettiva della costruzione di una federazione europea che, insieme alla pace, porterebbe anche alla diminuzione dei poteri dei vecchi Stati nazionali, è così rinato l’imperialismo non più su basi militari, ma su fondamenti politici, economici ed identitari, che lo portano a rifiutare il cosmopolitismo, ad indebolire la laicità ed a rinforzare quella sorta di guerra civile perenne che in molti Stati, tra cui l’Italia, si combatte tra progressisti e conservatori.

Per quanto riguarda la sinistra, la situazione appare ancora più frammentata ed uscirebbe dai nostri intenti analizzarla in ogni sua particolarità. Se però ci soffermiamo sulle linee generali, notiamo innanzitutto la persistenza di partiti e movimenti che si rifanno dogmaticamente al marxismo-leninismo, alcuni nella sua forma stalinista, altri nella variante trotskista. Si tratta, ad avviso di chi scrive, di fazioni non meno pericolose dei partiti neofascisti, che si rifanno ad un’ideologia che la storia ha dimostrato essere oppressiva e totalitaria; e che, in luogo dell’emancipazione dei lavoratori, abbracciano uno statalismo sfrenato che si fonda sul potere e sull’odio e il rancore verso le classi agiate.

La sinistra che più oggi va incontro ai consensi del paese è la socialdemocrazia, che trova il suo riferimento nel Partito Democratico. La socialdemocrazia odierna è la sinistra che ha abbandonato gran parte delle idee marxiste ed ha abbracciato un’idea di emancipazione molto più ampia rispetto a quella puramente economica del comunismo: si batte per i diritti delle donne, degli extracomunitari e degli omosessuali, ha fatto suo il tema dell’ambientalismo, propone leggi progressiste basandosi sulla laicità e sulla libertà di pensiero, di parola e di stampa. Il fatto che, spesso, per portare avanti queste nuove battaglie della politica odierna, abbia relegato in secondo piano i diritti dei lavoratori, ha fatto muovere molte critiche a questa nuova sinistra, che è denominata in modo denigratorio sinistra arancione o sinistra arcobaleno. La questione merita in verità molta più serietà intellettuale. I diritti delle minoranze oppresse vanno di pari passo ai diritti dei lavoratori, e oggi una vera forza di sinistra deve costruire un programma basato su questi aspetti complementari. Da un lato, i gruppi comunisti odierni si propongono di emancipare i lavoratori (se questa emancipazione avverrebbe realmente qualora tali gruppi conquistassero il potere, appare molto dubbio), ma si dimenticano degli altri gruppi oppressi (che, in verità, l’estrema sinistra ha sempre continuato a opprimere storicamente). Dall’altro lato, la socialdemocrazia ha fatto un serio lavoro per l’emancipazione delle minoranze e per i diritti umani; ma ha avuto la colpa di abbracciare il capitalismo nella sua interezza, proponendosi semplicemente di riformarlo in modo quasi impercettibile. Entrambe queste ideologie hanno dunque forti limiti e vanno integrate in una sintesi che tolga i difetti dell’una con i pregi dell’altra.

Tirando le somme, risulta evidente come la politica odierna sia ancora divisa in un più o meno forte bipolarismo, formato da un centrodestra con varianti più liberali e varianti più conservatrici, ed un centrosinistra costituito principalmente dalla socialdemocrazia. Agli estremi di questo bipolarismo vi sono la destra neofascista e la sinistra marxista-leninista, che fortunatamente non hanno alcuna influenza nel dibattito politico e dispongono di scarsissima considerazione presso il popolo italiano. Ma nel nostro paese l’avanzare delle destre conservatrici a discapito della socialdemocrazia è particolarmente evidente. I grossi limiti della socialdemocrazia agevolano i signori della destra, i quali, nella loro accettazione incondizionata del capitalismo, possono ben scimmiottare alcune idee progressiste della sinistra, e contemporaneamente proporre tassazioni che agevolino le classi ricche, rafforzare lo Stato e i poteri del Presidente, calpestare i diritti delle minoranze oppresse, quando non addirittura ripristinare la leva militare obbligatoria e abolire il reato di tortura per le forze dell’ordine. Per combattere l’avanzare delle destre, né il comunismo tradizionale né la socialdemocrazia sono sufficienti: si ha necessità di un socialismo libertario, una vera sinistra che riesca a coniugare l’esigenza della giustizia sociale con la libertà, che emancipi i lavoratori e le minoranze allontanando qualsiasi idea di statalismo oppressivo e che faccia comprendere come non si può dare vera libertà senza eguaglianza, così come non può esistere vera eguaglianza senza libertà.

Due punti cardine della nostra lotta: patriottismo e socialismo

di LEONARDO MARZORATI

La nostra Italia ha due miti fondatori: il Risorgimento e la Resistenza. Il primo è stato un evento che ha riguardato soprattutto la borghesia, anche se nelle barricate delle Cinque Giornate di Milano, nella Repubblica di San Marco guidata da Daniele Manin e nella Seconda Repubblica Romana i ceti popolari hanno avuto un fondamentale ruolo attivo. La Resistenza ha visto la partecipazione di tutti gli strati sociali e di tutte le fazioni politiche antifasciste.

Dal Risorgimento e dalla Resistenza si può trovare una sintesi nel Patriottismo Socialista. L’ideale socialista può essere coniugato a quello patriottico. Come scrisse il professor Ernesto Galli Della Loggia nei suoi dieci punti da cui la sinistra dovrebbe ripartire, il fronte socialista italiano dovrebbe essere orientato in senso comunitario, multietnico e internazionalista, ma non multiculturale e cosmopolita.

L’identità italiana esiste. L’Italia è un Paese europeo sì, ma anche mediterraneo. Il nostro Stato unitario ha poco più di un secolo e mezzo di vita, ma la nostra Penisola è stata divisa, dalla caduta dell’Impero Romano in poi, da una moltitudine di regni avversi tra di loro. Il regionalismo e il provincialismo italiano non hanno pari in nessun altro Paese dell’Europa Mediterranea, nemmeno nella Spagna delle Comunità Autonome. Ostrogoti, Longobardi, Arabi, Bizantini, Normanni, Francesi, Spagnoli e Austriaci, sono solo alcuni dei tanti popoli che hanno occupato territori ora italiani, contribuendo a mutarne la cultura. Da questo crogiolo di popoli deriva l’identità italiana, con tutte le sue sfaccettature che vanno dalla Sicilia al Trentino Alto Adige. Questa identità culturale, a sua volta divisibile in tante "sottoculture", va difesa e inculcata a partire dalla scuola, luogo sempre più frequentato da figli di immigrati.

La nostra Nazione sarà sempre più eterogenea dal punto di vista etnico, ma questo non deve portare a un abbandono dei valori culturali che collegano la Lega Lombarda, le Repubbliche Marinare, le lotte intestine tra guelfi e ghibellini, il pensiero di Francesco Guicciardini e Niccolò Machiavelli, la rivolta di Masaniello e gli scambi commerciali nel Mediterraneo dei mercanti veneziani e genovesi. L’Italia è il Paese della creatività, dell’innovazione, dell’arte, come pure dello spirito rivoluzionario dei romagnoli, dell’estroversione dei napoletani, della parsimonia ligure e delle rivalità storiche tra Livorno e Pisa o tra Bergamo e Brescia. Noi attuali italiani siamo pronipoti di Dante Alighieri, di Leonardo Da Vinci e di Galileo Galilei. Per questo i socialisti devono sventolare con orgoglio sia la bandiera rossa, sia quella tricolore.

Se la scuola deve tornare a forgiare italiani, spetta ai militanti socialisti indottrinare il popolo alla lotta di classe. La scuola deve contribuire a dare un’istruzione civica che riunisca sotto il tricolore tutti i suoi studenti. Un’istruzione nazionale fortemente incentrata sui valori patriottici può contribuire a debellare il razzismo e le discriminazioni verso i residenti dai diversi tratti somatici. Per le generazioni adulte – basti pensare ai picchiatori razzisti che inquinano le nostre città – occorrerebbero lavaggi del cervello degni della Cina maoista; ma per i più giovani la scuola può ancora fare molto: rendere orgogliosi di essere Italiani ragazzi e ragazze dalla pelle scura o dagli occhi a mandorla. L’Italia sarà più forte se le future generazioni la sentiranno più propria.

A noi socialisti e comunisti tocca un compito ancora più complesso: preparare i ceti popolari al conflitto di classe. C’è molto da lavorare. I lavoratori ingannati dalla propaganda reazionaria dei vari Salvini e Meloni vanno portati sulla strada della lotta di classe: a loro va spiegato che i veri nemici da combattere non sono i migranti o le Ong che li aiutano a sbarcare dal Nord Africa, ma la nuova grande borghesia mondiale, rappresentata dalle multinazionali che trasformano il capitale umano in tanti numeri intercambiabili. I lavoratori fedeli ai partiti di sinistra venduti al liberismo vanno fatti tornare alla lotta contro l’ordocapitalismo che i loro rappresentati politici hanno sposato, ottenendo voti grazie alle concessioni dei diritti civili e alla loro presentabilità, contrapposta all’impresentabilità dei politici "razzisti e fascisti" delle destre.

La sfida è ostica, ma è fondamentale concentrarsi su entrambe le linee. Il patriottismo è stato strumentalizzato dalle destre, spesso post-fasciste o ancora fasciste (e quindi anti-italiane, visti i tradimenti del regime di Mussolini all’Italia) e trasformato quindi in bieco sciovinismo. Questa strumentalizzazione (e la retorica antinazionale che ha colpito la sinistra con le degenerazioni post-sessantottine) ha finito per portare troppi progressisti e antifascisti su posizioni di anti-patriottismo, dimenticando le grandi lotte patriottiche degli Arditi del Popolo contro il fascismo.

Cari compagni, torniamo a sventolare con orgoglio il Tricolore Italiano e la Bandiera Rossa. Per un Socialismo Patriottico che ci ponga a degni eredi degli Eroi che contribuirono a unificare il nostro Paese nel XIX secolo e a sconfiggere il nazifascismo durante la Seconda Guerra Mondiale.

Vaccino anti-Covid: i pericoli del “correre” troppo

Andrea Capocci, 05.09.2020 il manifesto

Covid. Accordi per tutelare le compagnie farmaceutiche. Sui tavoli riservatissimi l’Ue sta contrattando centinaia di milioni di dosi dei futuri vaccini

Avere un vaccino entro l’autunno sarebbe un mezzo miracolo. Per riuscire nell’impresa, le case farmaceutiche stanno accelerando i normali test di sicurezza ed efficacia, che normalmente richiedono diversi anni. Si tratta di una scommessa ad alto rischio. Se i vaccini funzioneranno e saranno davvero sicuri, il mondo sarà presto libero da un flagello epocale. In caso contrario, un farmaco pericoloso o inutile verrà distribuito in miliardi di dosi con un danno devastante in termini sanitari e di fiducia nelle istituzioni, e uno spreco di risorse economiche e scientifiche pubbliche.

Il rischio è ben chiaro soprattutto alle società farmaceutiche, che stanno alzando la posta nei negoziati con le autorità sanitarie europee. Sui tavoli riservatissimi, l’Ue sta contrattando con le società la fornitura di centinaia di milioni di dosi dei futuri vaccini per garantire una distribuzione tempestiva, visto che praticamente tutti i governi del mondo sono in coda per accaparrarsene una fetta. Un accordo per 300 milioni di dosi è stato finora siglato con l’inglese AstraZeneca, al prezzo unitario di 3 euro a dose secondo le indiscrezioni giornalistiche. Ulteriori negoziati sono in corso con altre società farmaceutiche (Sanofi-Gsk, Johnson & Johnson, Moderna).

In cambio di vaccini disponibili in grande quantità e a costi accessibili, le società farmaceutiche chiedono che l’Unione europea si faccia carico degli eventuali indennizzi nel caso i vaccini si mostrassero poco efficaci o insicuri e dessero vita a contenziosi legali. Lo rivela un documento firmato da «Vaccines Europe», l’associazione delle società farmaceutiche del settore, svelato dal Financial Times nei giorni scorsi. «La velocità dello sviluppo e della distribuzione (dei vaccini anti-Covid, ndr) implica l’impossibilità di produrre le evidenze scientifiche che normalmente si ottengono attraverso studi clinici approfonditi», si legge nel documento «Questo crea un rischio inevitabile. Alcune persone probabilmente subiranno effetti collaterali dopo la vaccinazione». La logica conclusione è messa nero su bianco dalla lobby: «Chiediamo un’esenzione dalla responsabilità civile per garantire che tutte le parti siano protette da rischi finanziari dirompenti e rovinosi derivati da eventuali cause legali».

La proposta delle aziende è che siano i governi a farsene carico: «I governi potrebbero creare un fondo» e in caso di reazioni avverse «i cittadini potrebbero contare sull’accesso rapido a questi finanziamenti». L’Unione si sta mostrando malleabile: «E’ nostro interesse avere un vaccino prima possibile», ha affermato in un’intervista la portavoce della Commissione europea Vivian Loonela, «per questo abbiamo incluso nei contratti con le aziende farmaceutiche una clausola per coprire i produttori rispetto ad alcune responsabilità». Il dirigente della AstraZeneca Ruud Dobber ha confermato all’agenzia Reuters che molti stati membri hanno accettato l’esenzione, anche se il contenuto dell’accordo rimane segreto.

«Il contribuente dovrà pagare tre volte: per lo sviluppo del vaccino, per acquistare il vaccino dalle case farmaceutiche e per soddisfare le richieste di risarcimento», sostiene la parlamentare belga Petra De Sutter (Verdi). Che ora chiede di rendere pubblico il contenuto degli accordi con le aziende e i nomi dei sette negoziatori che rappresentano l’Unione al tavolo. Finora, l’unico nome emerso è quello di Richard Bergström, che fino al 2016 ha diretto la lobby europea delle industrie farmaceutiche Efpia e potrebbe avere più di un conflitto di interessi.

La questione non avrà ricadute solo economiche, ma è anche una questione di salute pubblica: in mancanza di trasparenza, molte persone potrebbero rifiutare un vaccino percepito come rischioso dagli stessi produttori. «La percezione di mancata trasparenza può danneggiare la fiducia nei vaccini e nelle istituzioni, e compromettere sul lungo periodo le attività di prevenzione e sanità pubblica», afferma il presidente del Forum Europeo dei Pazienti Mario Greco. Secondo cui «è necessario che la Commissione e le autorità nazionali forniscano rapidamente informazioni trasparenti sulle condizioni dei contratti stipulati con le compagnie farmaceutiche, incluse le clausole sulla responsabilità civile».

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Il significato psicologico del lavoro nella nostra esistenza. Il contributo di Marx e Fromm

di Gabriele Giacomini

Il lavoro ha un ruolo fondamentale nella vita di ognuno di noi: può essere un concreto strumento di realizzazione delle nostre qualità. Oppure un alienante peso, fonte di fatica e sofferenza, necessario per la nostra sopravvivenza economica. Per chi non ha un’occupazione, è invece un obiettivo da raggiungere, per rivendicare il diritto di esistere nella società ed aspirare a divenire una persona autonoma.

In ogni caso la sfera lavorativa suscita in ognuno di noi vivi sentimenti, di integrazione o di alienazione, a seconda se ci sentiamo in sintonia con la nostra attività e con i colleghi, o se avvertiamo il disagio di non essere compresi per le nostre capacità.

Il contributo di K. Marx nello studio delle relazioni lavorative e nella dialettica dei sentimenti umani.

Nella filosofia moderna, Karl Marx ha posto il lavoro al centro del suo studio filosofico.

Mentre la sua dottrina economica è diffusamente nota, è invece meno conosciuto il pensiero psicologico di questo Autore: egli, partendo dalla descrizione degli stati d’animo provati dal lavoratore nella sua condizione di subordinato rispetto al capitalista, ha descritto una significativa dialettica dei sentimenti: essa va oltre la dimensione strettamente sociologica, essendo i vissuti dell’uomo sempre universali e riferibili ad ogni componente della sua esistenza.

Erich Fromm, nel saggio Il contributo di Marx alla conoscenza dell’uomo, intende sfatare il pensiero comune secondo cui la filosofa marxista sarebbe essenzialmente materialistica.

Pur essendo passato alla storia come il filosofo del “materialismo storico”, Marx è considerato da Fromm addirittura un “umanista”, per la sua fine analisi psicologica del comportamento individuale e collettivo, all’interno delle dinamiche lavorative.

A tale questione, Fromm dedica il saggio: “Il contributo di Marx alla conoscenza dell’uomo”.

Si possono ritrovare, in effetti, alcuni concetti utili alla fondazione di una psicologia umanistica nel testo di Marx Manoscritti economici e filosofici del 1844.

Secondo l’Autore, il carattere specifico della specie umana è la sua esigenza di libertà (concetto ben lontano dagli schemi stimolo-risposta e da ogni forma di riduzionismo biologico). L’obiettivo finale dell’individuo è raggiungere la propria autorealizzazione, attraverso un continuo slancio verso il superamento dei propri limiti.

Per perseguire questo fine, l’essere umano è guidato da passioni, di cui deve prendere coscienza non attraverso un esercizio intellettuale astratto, ma tramite esperienze concrete.

Qui nasce la critica marxiana alle speculazioni fini a se stesse, comprese la filosofia astratta, la religione, ma anche la scienza naturale. Quest’ultima non consentirebbe all’uomo di prendere coscienza di se stesso, ma solo di fornire mezzi tecnici per manipolare in modo più proficuo la realtà.

Marx indica invece come fattore di maturazione per l’uomo l’azione concreta, che è spinta da passioni fondamentali: a guidare le azioni umane, fin dalle origini, sono innanzitutto le esigenze di soddisfare la fame e la sete, di riprodursi, di proteggere se stessi e la prole. Su queste basi nasce, quindi, la necessità degli individui di organizzarsi in una società e di stabilire regole condivise con i propri simili.

Che cosa sono le passioni? Sono impulsi, ma in un’accezione diversa da quella delle teorie psicologiche sperimentali e della psicoanalisi ortodossa, che negano qualunque autonomia all’individuo.

Nella visione di Freud, l’impulso è solo la necessità di scaricare una tensione per un conseguire un rilassamento, fenomeno che si potrebbe tradurre in una formula chimica. Pertanto l’impulso non presenta alcun riferimento all’Io, che è un puro strumento passivo, in balia delle forze della Natura.

Per Marx, invece, l’impulso non è altro che la mia aspirazione ad integrarmi con l’altro e con il mondo: è l’esigenza di relazione, per pervenire, come egli afferma, alla “unione dell’uomo con la natura”.

Le passioni umane, quindi, sono per Marx una spinta verso l’altro, un continuo divenire. L’esistenza è la mia volontà dinamica di superare problemi, ostacoli che si oppongono a me, attraverso la cooperazione con l’altro: il pensiero marxiano è pervaso dalla cosiddetta “dialettica degli opposti”.

Pertanto Marx, secondo Fromm, può essere considerato come fondatore, pur inconsapevole, della psicologia dinamica dialettica.

In ogni azione dell’uomo, e nel suo stesso corpo, è implicita un’intenzionalità psicologica. In un passo dei suoi Manoscritti economico-filosofici, Marx afferma:

“Le relazioni umane col mondo: il vedere, l’udire, l’ascoltare, assaporare, sentire, agire, amare ecc, in breve le tutti gli organi della sua individualità sono l’espressione attiva della realtà umana”.

Quindi gli organi dell’essere umano non sono altro che la rappresentazione esterna della mia volontà di interagire con l’altro.

Queste affermazioni sembrano evocare la filosofia di Schopenhauer, che vedeva nell’espressività umana la manifestazione della volontà; mentre quest’ultimo, tuttavia, ritiene l’uomo non libero (tranne il raro individuo “illuminato”), in quanto succube della Volontà come entità metafisica, Marx definisce invece il carattere dell’intera specie umana come “libera e conscia attività”.

I sentimenti negativi di “alienazione”, nel lavoro, come stimolo alla conoscenza di sè ed alla trasformazione della società.

L’uomo è autenticamente se stesso quando ha la proprietà di essere energia attiva.

Si disumanizza, invece, quando assume le sembianze di un oggetto, cioè quando diventa passivo. Questo accadrebbe nelle società in cui l’individuo è usato come mezzo di produzione e quindi viene snaturato, ovvero alienato.

Nasce qui il concetto di alienazione dell’operaio, della persona oppressa, socialmente schiava di un sistema che lo utilizza come l’ingranaggio di un meccanismo. Diventa strumento di finalità estranee, cioè del profitto del capitalista.

Quindi Marx afferma che, nel lavoro alienato, l’uomo diventa bestia quando dovrebbe sentirsi uomo: l’operaio infatti non godrà mai del prodotto dei suoi sforzi. E diventa uomo quando invece dovrebbe sentirsi bestia: l’operaio, spersonalizzato dalla monotona routine quotidiana, che cosa fa alla fine della giornata? Si stordisce nel bere, nel mangiare, nell’ubriacarsi, nel fare sesso. Diviene preda di passioni alienate, cioè disumane: non sono più le attività finalizzate a stabilire relazioni autentiche con l’altro e con il mondo esterno.

Le passioni alienate sono uno scarico pulsionale, sono prodotti di degradazione di un individuo che, tramite un velleitario soddisfacimento dei sensi, ottiene un estemporaneo oblio dalla sua condizione esistenziale abnorme.

Differenze tra la psicologia umanistica dialettica e la psicoanalisi freudiana.

La psicologia umanistica riconosce un’autonomia di studio ai sentimenti soggettivi, nella loro dialettica intrinseca, senza una subordinazione diretta della sfera affettiva a quella dei processi fisico-chimici dell’organismo: anche questa riduzione implicherebbe un subdolo processo di “alienazione” del soggetto dai propri sentimenti.

Questo è un elemento distintivo della filosofia di Marx nell’interpretazione di Erich Fromm, che dichiara: «Il problema di come attuare la distinzione tra bisogni umani e disumani è, in realtà, il problema psicologico fondamentale, che la psicologia e psicoanalisi non avrebbero potuto neppure cominciare ad indagare (…); e come avrebbero potuto farlo, al momento che il loro modello è l’uomo alienato? (…) Solo una psicologia dialettica e rivoluzionaria, che vede l’uomo e la sua potenzialità al di là del suo aspetto mutilato, può arrivare a questa importante distinzione tra due generi di bisogni».

Ovvero: per la psicoanalisi ortodossa l’uomo non è altro che una cosa, un automa, passivo contenitore di tensioni da scaricare.

Osserva ancora Fromm: «Se Marx avesse conosciuto la teoria di Freud, l’avrebbe criticata come una teoria tipicamente borghese di uso e sfruttamento».

In una prospettiva umanistica, invece, l’uomo è una persona, che può degradarsi a cosa solo quando si verifica uno snaturamento del suo essere (a causa di una patologia somatica o di un grave disadattamento sociale).

Nella filosofia marxiana vi è sia l’esigenza di descrivere l’uomo come attività, sia la tendenza ad interpretare acutamente i sentimenti individuali e collettivi, riconosciuti come i fattori più significativi che determinano il comportamento umano.

Marx sembra riconoscere implicitamente la differenza di significato tra essere umano (inteso come Io, soggetto dotato di sentimenti che costituiscono la sua personalità) ed organismo biologico (inteso come insieme di stimoli e risposte, in assenza di alcuna autonomia dell’Io). Tale distinzione non esiste invece nella psicoanalisi freudiana.

Sarebbe quindi Freud un vero materialista assoluto.

Il fondatore della psicoanalisi, sul piano della pratica clinica, ha sempre riconosciuto massima importanza alla relazione terapeuta-paziente, anche come fattore curativo; sul piano teorico, tuttavia, nella sua metapsicologia ha ridotto i sentimenti a puri epifenomeni di processi chimico-fisici (come se gli affetti non fossero altro che “differenze di potenziale” di impulsi elettrici).

La dialettica dei sentimenti all’interno delle relazioni lavorative.

Secondo Marx, il sentimento fondante l’essere umano è quello dell’amore, che coincide con la vitalità concreta, come volontà di affermazione attraverso la relazione con l’altro, la conquista di maggiori spazi di libertà nella vita personale e nel lavoro.

L’antitesi dell’amore non è che l’avidità, sentimento che rende impossibile stabilire una relazione paritaria con l’altro. L’uomo avido ha invece l’esigenza di sovrastare l’altro attraverso l’accumulo delle ricchezze, che provoca un crescente divario tra l’oppressore (in questo caso il capitalista), e l’oppresso (l’operaio, il lavoratore dipendente), succube di questa ingiustizia sociale.

Che sentimenti prova l’oppresso?

Inizialmente, in modo poco strutturato, percepisce che “qualcosa che non va”: egli è relegato al ruolo di sfruttato e, man mano che ne prende coscienza, prova sentimenti di vergogna, di manchevolezza, di umiliazione. Questi stati d’animo possono facilmente trasformarsi in rabbia e sdegno.

Infatti Marx afferma: «La vergogna è un sentimento d’ira rivolta verso se stesso e se un’intera nazione provasse veramente vergogna sarebbe come un leone che si accovaccia prima di spiccare il volo».

Quindi, quando il lavoratore acquista consapevolezza del suo stato di subordinazione ingiusta, la sua vergogna può trasformarsi in ira ben veicolata: ovvero rabbia come volontà del soggetto di riaffermare se stesso, di riscoprire il proprio valore personale e l’autostima, intenzione che sfocerebbe, secondo Marx, nella lotta di classe e nella rivoluzione.

Essere di estrazione sociale umile non è squalificante: può essere anzi l’occasione di un risveglio emotivo, che dialetticamente porta me stesso ad un cambio di atteggiamento ed alla ricerca dell’altro per cooperare e rivoluzionare la mia condizione:

«La povertà è un legame passivo – afferma Marx – che conduce l’uomo a sperimentare il bisogno di una ricchezza più grande, l’altra persona».

Paradossalmente, proprio sperimentando la condizione di indigenza ed il sentimento annichilente di alienazione, l’individuo può quindi destarsi, trasformare ciò che era avvertito in modo nebuloso ed indistinto, fino a possedere una coscienza del suo ruolo sociale in questo preciso momento storico.

La “Dialettica della natura” ed i suoi limiti costitutivi.

Riconosciamo a Marx una visione storica e dialettica dell’essere umano. Dobbiamo tuttavia evidenziare che la sua analisi psicologica dei sentimenti è subordinata ad una visione filosofica complessiva che pone al centro non l’uomo stesso, ma la materia.

Questa tendenza è ancora più esplicita nel sistema metafisico che propone F. Engels. Nella sua Dialettica della natura, gli elementi che dovrebbero caratterizzare l’interiorità umana diventano ora costitutivi di una dialettica presente nel mondo esteriore.

Engels descrive una materia dotata di energia intenzionale nell’aggregarsi, secondo un’intelligenza immanente: si allude alla relazione di attrazione tra polarità opposte, come nel magnetismo, tra il sesso femminile ed il sesso maschile, ecc. Engels utilizza anche diverse metafore, come quella per cui il seme si negherebbe attraverso la pianta e la pianta sarebbe la negazione della negazione che fa nascere il seme. Tali immagini appaiano però intellettualistiche, forzate e poco funzionali per analizzare il mondo naturale.

Se si parla di scienze naturali non si può contestualmente proporre un’intenzionalità dialettica: la Natura non ha una personalità, ma è un insieme di meccanismi causa-effetto analizzabili con la chimica, la fisica e la matematica.

La Natura non è altro che la rappresentazione di una scienza ideata dall’uomo per padroneggiare la realtà, attraverso l’applicazione delle leggi di causalità.

Se parlo di “dialettica della natura”, come nel caso di Engels, pretendo di “psicologizzare” la materia, con il rischio di ritornare ad una visione animistica del mondo o di sconfinare nel misticismo.

La psicologia e la dialettica hanno un senso quando applicate all’interiorità umana, non all’esteriorità naturale.

Marx ed Engels hanno cercato di riformulare in termini concreti la dialettica di Hegel: questa riforma sembra adattarsi con successo allo studio del sentimento umano, che si esprime con un’incessante dialettica di vissuti contrastanti, attraverso cui matura la personalità individuale.

La dialettica non sembra invece compatibile con le leggi della scienza naturale: problemi, contraddizioni e scelte non sono nella Natura, sono soltanto dentro di noi.

Per questo una psicologia dialettica che ponga al centro l’uomo nella sua concreta attualità è la base per lo studio di qualunque comportamento umano, sia nella sfera lavorativa che in quella esistenziale.

Conclusioni.

Al di là di ogni implicazione politica ed ideologica, Marx ha riconosciuto l’importanza del lavoro come modalità espressiva dell’uomo e come sorgente di sentimenti autentici e concreti.

Egli, nel suo sistema filosofico, sembra tuttavia polarizzare l’attenzione sugli squilibri sociologici e solo secondariamente sulla personalità.

Il lavoro, per il soggetto, è invece molto più di un prodotto di fattori economici e materiali: è innanzitutto un’esigenza di affermazione delle mie personali inclinazioni, alla ricerca di un significato da conferire alla mia esperienza di vita (come affermato anche da V. Frankl).

In epoca moderna, sia il marxismo che il liberismo hanno subordinato l’uomo alle logiche economiche: questa è una delle basi della crisi di valori che ha accomunato società organizzate secondo ideologie apparentemente opposte.

Una visione del mondo realmente umanistica e dialettica deve invece ribaltare i termini proposti, per porre l’uomo al centro di ogni questione (psicologica, economica e politica), fino a costituire un nuovo Rinascimento della società civile.

Riferimenti bibliografici:

Fromm E, Il contributo di Marx alla conoscenza dell’uomo, 1968. In: Fromm E, La crisi della psicoanalisi, 1970.

Giacomini GG, La crisi della psicoanalisi e dei suoi fondamenti epistemologici – Psicoanalisi, metodo dialettico e Tavola Epistemologica Universale, Alpes, 2016.

Marx K, Manoscritti economico-filosofici del 1844. Einaudi, 1968.

[https://gabrielegiacomini.com/2020/08/26/il-significato-psicologico-del-lavoro-nella-nostra-esistenza-il-contributo-di-k-marx-e-di-e-fromm/?fbclid=IwAR1Q10hL4kpFBnN3TY9HemHtZoukUCgAFAwNurP-ZQBCo-4j59gDISuhzho]

La giungla del capitalismo

di ISABELLA SENATORE

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Uno dei concetti e forse una delle parole più ritenute obsolete negli ultimi 30 anni è stata la parola collettività: il liberismo selvaggio promosso dal capitalismo soprattutto a partire degli anni ’80 – con il reaganismo e lo yuppismo di matrice nordamericana – non può che spazzare via qualsiasi idea di collettività per nasconderla sotto il tappeto e promuovere l’idea del self made man, lo yuppie rampante, il vincitore che, nell’arena della competitività assurta a unico modus vivendi, è il protagonista indiscusso della narrazione del dio denaro che premia chi sa fare soldi, chi prevarica e sfrutta la debolezza altrui per trionfare.

Dunque per esempio negli Stati Uniti, ma anche ormai in Europa, si è pompato alla grande attraverso tutti i canali possibili – mezzi d’informazione, cinema, letteratura, ecc. – l’idea che l’individualismo sia in ultima istanza l’unico valore che può e deve permeare la nostra realtà, poiché esso viene ritenuto l’unico modello valido di organizzazione sociale: prevale l’idea che solo i più forti debbano e possano sopravvivere, e che la legge del più forte è innata nell’essere umano, il quale in ultima istanza è visto come un animale della giungla; egli è il più forte, il più intelligente, il più adatto a regnare nel mondo dove non può che trionfare poiché risultato ultimo della teoria dell’evoluzione.

L’uomo, e si badi si parla sempre di uomini, mai di donne – che infatti rivestono sempre un ruolo assolutamente marginale nella narrazione del “capitalismo felice” – deve emergere per sconfiggere il resto del mondo, non importa quanti cadaveri veri o presunti si lasci alle spalle. Ma alla fine è lui, il più forte, il più potente, il più ricco, il più furbo, quello a cui spetta lo scettro, come il Re Leone, che siede sul trono non per decisione divina bensì perché ne è meritevole per la sua forza che ne legittima la supremazia. Ecco quindi farsi avanti un altro dei capisaldi del Capitalismo Felice: la meritocrazia, che diventa un altro importantissimo perno della narrazione.

Così la borghesia, inizialmente disprezzata dall’aristocrazia poiché per vivere doveva lavorare, e quindi acquisiva i suoi privilegi con il vile denaro e non per ereditarietà, con la rivoluzione industriale fa assurgere i capitalisti alle più alte vette della società, poiché l’essere ricchi e l’aver sfidato il mondo per diventarlo diventa di per sé una virtù, una virtù inconfutabile più del diritto divino, poiché chi ha diritto a regnare può essere solo chi ha dimostrato e dimostrerà sempre di essere migliore degli altri: inoltre, l’etica del capitalismo è ovviamente intrisa di pensiero calvinista, là dove il successo mondano è il risultato della benevolenza di dio.

Ecco quindi che la classe media, la borghesia, sposa il capitalismo pensando di emergere grazie all’intelligenza e all’intraprendenza dei suoi membri, che dunque ora non sono più solo ricchi, ma anche educati nelle migliori scuole e ormai possono essi stessi snobbare gli aristocratici che non hanno nessun merito nella loro condizione privilegiata, poiché non hanno lottato per raggiungerla ma ne sono solamente eredi passivi. Tutto questo ha retto per un bel po’ ma con il passare del tempo le cose sono drammaticamente precipitate.

Perché pian piano si verifica uno slittamento delle posizioni delle classi sociali, che tendono tutte verso l’alto in quanto ormai anche il proletariato aspira alla ricchezza, magari modesta ma solida, e soprattutto fa propri i valori della borghesia: bisogna emergere, migliorarsi, diventare istruiti, professionisti, politici, uomini d’affari; e per le donne, ovviamente, il miglior modo per raggiungere il successo terreno è fare un buon matrimonio. E non solo il borghese aspira a che la figlia sposi un ricco o un uomo dalla solida posizione sociale, ma anche l’operaio vuole per sua figlia il “buon partito”, quindi magari l’avvocato, il medico o il piccolo imprenditore che può però diventare molto ricco.

In questo quadro è chiaro che l’unico valore indiscutibilmente ritenuto universale e assiomatico è rappresentato dal denaro, dalla quantità posseduta, dal successo economico propedeutico a qualsiasi successo sociale e mondano, ed è chiaro a questo punto che qualsiasi mezzo è valido per raggiungerlo e dunque non si tratta più di essere più intelligenti e preparati degli altri ma di essere anche e soprattutto i più disinibiti, i più furbi, i più capaci di non avere scrupoli di nessun genere. Poiché gli scrupoli sono un lusso che chi deve lottare per la sopravvivenza non può permettersi, ed è questa la giustificazione che in ultima istanza ognuno dentro di sé usa per assolversi da qualsiasi colpa.

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E qui arriviamo a Marx, perché in qualsiasi ragionamento sul capitale non si può che arrivare a lui o partire da lui, il grande economista che cambiò le sorti del mondo moderno, fonte inesauribile di concetti tutt’ora all’avanguardia, l’unico che ha studiato il fenomeno politico e sociale sotteso al capitalismo sotto tutti i punti di vista, la lotta di classe, il materialismo storico, il plus-valore, la mercificazione del lavoro umano, la circolazione delle merci, nonché il loro significato storico, umano e sociale.

Marx diceva, tra le altre cose, che con il passare del tempo si verifica la proletarizzazione della società, ovvero che ad essere schiavi del capitalismo non sono più solo gli operai con lo sfruttamento del plus-valore di cui si appropria il padrone per accumulare il capitale, ma pian piano tutti vengono assoggettati e fagocitati da questo mostro senza testa che è il capitalismo perché anche l’impiegato, anche il direttore d’azienda, anche il capitalista stesso diventa ostaggio del sistema, un sistema perverso di cui nessuno può più liberarsi.

L’aspetto perverso del capitalismo risiede innanzitutto nel concetto di crescita economica. Questo vuol dire in soldoni che non è sufficiente che il padrone ottenga un profitto dalla sua impresa ma che questo profitto deve essere in crescita, e questa crescita per la natura stessa dei meccanismi economici non può che essere infinita, ad libitum direbbero i latini, o per sopraggiunta morte del capitalista stesso. È facile dire che i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, ma questa banale verità è tanto più allarmante in quanto il processo ormai è diventato veloce, inarrestabile e portatore di morte e distruzione. Si pensi per esempio all’ambiente, il tempo massimo è già scaduto; le catastrofi naturali ormai già hanno iniziato a travolgerci, e andrà sempre peggio in un crescendo esponenziale di reazioni a catena.

Dunque tornando al nostro discorso sulla proletarizzazione della società del capitale, facciamo l’esempio del professionista o del dirigente che si sposa, fa dei figli, compra una casa, accende un mutuo, usa le carte di credito per pagarsi le vacanze: egli non può far altro che continuare ad essere un ingranaggio del sistema; nessuna debacle, nessun tentennamento è ammesso pena l’espulsione immediata (negli Stati Uniti per esempio è veramente repentina): se a fine mese non è solvente, se non può pagare la rata del mutuo, del leasing dell’auto, gli abbonamenti delle utenze, la retta delle scuole private dei figli, egli diventa immediatamente uno scarto, un paria. La perdita del lavoro al giorno d’oggi non è più solo una tragedia economica ma consiste nell’espulsione totale di quella persona da qualsiasi contesto umano e sociale, perché senza soldi non puoi fare niente, sei impotente e inutile, e nessuno può aiutarti o diciamo che nessuno di solito lo fa, per paura di essere risucchiato nel vuoto divorante della miseria. Questo è quello che succede ad esempio se si va incontro ad una malattia cronica invalidante; in America è più repentina l’espulsione dal sistema perché cosa se ne fanno di un capitano d’industria sulla sedia a rotelle o malato di tumore e sottoposto a chemioterapia che non può più essere produttore di alcunché? Ma anche in Italia le cose non vanno poi tanto diversamente, perché anche se è vero che noi abbiamo un SSN gratuito è anche vero che al di là di un certo periodo di assenza dal lavoro sarai comunque licenziato. E con la perdita del lavoro immediatamente quella persona ricade in un cono d’ombra: la disoccupazione, la mancanza di fondi sufficienti ad intraprendere qualsiasi attività autonoma, la morte sociale e, infine, la morte fisica.

Femminismo socialista e femminismo borghese

di LEONARDO MARZORATI

Il femminismo e la lotta per i diritti della donna sono argomento troppo serio per essere lasciato in mano a personaggi che non solo ne sviliscono il valore, ma ne ridicolizzano anche il senso. È il caso dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, che non perde occasione per denigrare involontariamente, o forse volontariamente, decenni di lotta per l’emancipazione femminile.

Giorni fa, la deputata piddina si è scagliata contro l’immagine della App Immuni, raffigurante una donna intenta a coccolare un neonato e il marito al PC. Con i tanti casi di donne sfruttate, di diritti non riconosciuti alle lavoratrici e di una violenza spesso generata da assenza di cultura, Boldrini punta l’indice verso il nulla, conscia del fatto che la sua presenza nelle istituzioni non ha migliorato di una virgola la condizione femminile italiana.

La stessa Boldrini – che ha tenuto a farsi vedere dai fotografi in ginocchio in prima fila, davanti a uno sparuto gruppo di parlamentari dem, per acchiappare like (o insulti) in nome del Black Lives Matter, non ha detto nulla di Siddique Adnan, pakistano assassinato a Caltanissetta dalla mafia a coltellate per aver difeso i diritti dei braccianti. Boldrini fa bene a tacere sull’assassinio del povero Adnan, dato che da parlamentare non si è mai spesa nei fatti per garantire maggiori diritti a chi lavora nei campi e a combattere la mafia, che dal profondo Sud al Nord insozza il nostro Paese.

Qualcuno la schernisce definendola “sinistra fucsia”, ma schernirla non basta. Questa “sinistra” va temuta e combattuta, per far sì che quei pochi che ancora la votano passino dalla parte del socialismo e delle forze politiche che si battono per ottenerlo. La sinistra boldriniana non vuole il socialismo e non può definirsi nemmeno socialdemocratica, dato che è liberista nell’indole, dall’appoggio piegato ai burocrati di Bruxelles all’opposizione ai pochi tentativi di nazionalizzazione delle infrastrutture e dell’energia. Sono squallidi liberisti, anche se non lo sbandierano con l’orgoglio con cui lo fa Emma Bonino. La quasi totalità della dirigenza del PD, Italia Viva e persino pezzi dell’attuale sinistra parlamentare (Vasco Errani di LeU ha di recente affermato che la lotta tra capitale e lavoro è anacronistica, roba da secolo scorso) sono nemici del socialismo, alla pari di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Per differenziarsi da questi ultimi, non potendo portare lo scontro sui temi sociali, puntano tutto sui diritti civili e sull’operazione revival dei fu DC, PCI e PSI, presentandosi all’elettorato come gli unici eredi di quelle tradizioni. Purtroppo il loro giochino delle tre carte riesce ancora a fregare qualche nostalgico.

La carta del femminismo resta una delle più forti, considerando che tocca i sentimenti del 50% dell’elettorato. Se la destra attacca i più basilari diritti della donna, come in Umbria, dove la giunta regionale leghista ha abolito la possibilità di praticare l’aborto farmacologico in day hospital, la sinistra liberale cerca di fare polemica sul nulla, non avendo argomenti credibili alla mano. In questo modo Boldrini e soci hanno svilito il glorioso sostantivo “femminismo”, quello nato grazie a figure come Clara Zetkin, Vera Zasulic, Rosa Luxemburg, Aleksandra Kollontaj, Marija Spiridonova e le “nostre” Anna Kulisciov e Angelica Balabanov. Esisteva anche un femminismo borghese, vero, ma i socialisti e le socialiste ci hanno insegnato che la vera emancipazione si ottiene con la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. O dell’uomo sulla donna. O della donna su uomini e donne sfruttati, dato che il femminismo borghese, a differenza di quello socialista ridicolizzato dalle Boldrini di turno, gode di ottima salute, con Ursula Von der Leyen a capo dell’Unione Europea, Christine Lagarde alla Bce e Kristalina Gheorghieva al Fmi. Boldrini ovviamente è più vicina a queste tre signore che non alle tante lavoratrici sfruttate, quindi normale che si occupi solo di fesserie da salotto.

Questo pseudo-femminismo zuccheroso ha però contribuito a incattivire molti uomini, che hanno ricondotto le lotte per i diritti della donna alle cretinate postate sui social da personaggi come Boldrini. L’assuefazione da lamentele istituzionali per il mancato utilizzo di un termine al femminile hanno non solo inimicato alla stragrande maggioranza degli italiani il personaggio dell’ex presidente della Camera (portata in Parlamento prima dal discutibile Nichi Vendola e poi da Pierluigi Bersani e Pietro Grasso), ma reso fastidiosi a molti (sia uomini che donne) i discorsi in nome dei diritti femminili. Un gioco controproducente, che porta diverse donne ad abbandonare la lotta sociale per limitarsi a quella, spesso fittizia, dei diritti civili. Ma come spiegò Clara Zetkin, la diseguaglianza economica non permette una reale lotta per l’emancipazione femminile: le donne dell’alta borghesia non capiranno mai le esigenze delle proletarie e il loro femminismo resterà limitato al loro ristretto gruppo. Cosa che in forme diverse da 100 anni fa sta succedendo ora, dove una manager può farsi sentire per ottenere lo stesso lauto stipendio dei suoi colleghi maschi, mentre una precaria non può permettersi di avere un figlio per paura di perdere il rinnovo di un contratto. In questi giorni l’ex presidente dell’Inps Tito Boeri, dalle pagine del quotidiano Repubblica (tanto attento alle lotte boldriniane), ci spiega che più contratti a tempo determinato fanno bene. Boeri è un tecnico di area Pd…

Il femminismo liberale, come disse Kollontaj, mina gli sforzi della rivoluzione socialista, perché distrae la classe operaia femminile. Cosa che oggi fanno Boldrini, Wladimir Luxuria, Lilly Gruber ecc. Un nuovo dividi et impera infuria sui media e sui social. Sta a noi socialisti raccogliere sotto la bandiera rossa con la falce e martello tutte queste compagne che si sono fatte abbagliare dagli specchietti per le allodole della “sinistra” fucsia.

 

Che fare? Problemi scottanti del nostro movimento

di ANDREA MORRONI

Al di là della mera testimonianza, del tenere in vita la fiammella, cose che servono a malapena a lavarsi la coscienza, che caspita può fare di concreto un socialista liberale/libertario (non violento) nel presente squallido e sconfortante panorama politico?

Considerato che il socialismo liberale/libertario non è – come purtroppo nella vulgata – un socialismo sbiadito e all’acqua di rose, o, peggio ancora, “alla Craxi”, ma una dottrina politica dai contorni ben precisi, sebbene non dogmatica e non organica, necessariamente del tutto alternativa a questo inumano e disgustoso sistema sociale-politico-economico neoliberista, è evidente che in giro per la penisola non c’è nessun raggruppamento politico elettoralmente attivo in grado di promuoverne le istanze: né il PD, né il PSI, né Potere al Popolo, né, le varie “escrescenze” del PD di cui non sono neanche in grado di ricordare i nomi, o peggio ancora le pittoresche frattaglie comuniste, hanno qualche cosa a che spartire con il “nostro” socialismo.

Che fare? La casa sta bruciando, si profila una crisi economica che in confronto quella del 2011 è uno zuccherino, per non parlare della imminente e allo stato inevitabile crisi ambientale (con tutto quel che ne seguirà sul piano economico, sociale e geopolitico) al momento messa in secondo piano dal Covid-19, e credo che noi socialisti liberali/libertari abbiamo il DOVERE MORALE di darci da fare concretamente: ma dove? ma come? ma con chi?

È forse giunto il momento che il Movimento Radicalsocialista diventi un soggetto politico elettoralmente attivo? Avrebbe senso dare vita ad un ennesimo micropartitino a sinistra? Ci sono alternative?

Mi piacerebbe che ne discutessimo, senza nessun preconcetto.

Grazie.

Andrea Morroni

PS: Fra le figure di riferimento del Movimento RadicalSocialista mi piacerebbe che fosse inserito anche Andrea Caffi.