Educare al socialismo

di LEONARDO MARZORATI

Educare al socialismo deve essere uno degli obiettivi primari delle forze popolari e democratiche che si battono per esso. Il socialismo è il fine e la propaganda è il mezzo. Scrivo di un’impresa titanica, ardua e ai limiti dell’impossibilità, in una società ormai piegata al consumismo, all’apparenza e all’individualismo.

Credere nel socialismo oggi non significa essere settari. Lo si può anche essere, ma avere un ideale che verrà inevitabilmente bollato come anacronistico dalle forze ora maggioritarie, sia di destra sia di sinistra, non vuol dire chiudersi in uno stanzino a dibattere, autocompiacendosi, di massimi sistemi. Educare al socialismo vuol dire informare ed elevare il cittadino alla lotta per una società migliore in cui le diseguaglianze, in primis quelle sociali, ma anche quelle culturali, quelle economiche e perfino quelle biologiche, siano radicalmente ridotte.

Il socialismo è il superamento dello sfruttamento, che divide la società contemporanea in tanti livelli di sfruttatori e in tanti livelli di sfruttati. Come cantavano i 99 Posse, il nemico è passato dall’essere il padrone e il Capitale al più povero e così all’infinito. Proprio per questo occorre EDUCARE.

Farsi sentire nei luoghi dove lo scontro sociale è in atto, specie se tra due categorie di "sfruttati" è fondamentale, anche a costo di beccarsi incomprensioni, insulti e perfino minacce.

I fatti di Torre Maura a Roma sono lì a ricordarcelo. Serve educazione o forse addirittura rieducazione, per recuperare uno spirito solidale perso. Mentre tale Mario Lavia, esponente del PD e vicedirettore della testata "Democratica", tramite social insulta i cittadini romani scesi in piazza per dire NO alla presenza di 70 rom in uno stabile del quartiere, i fascisti di Forza Nuova sfruttano il malcontento per ottenere visibilità e ulteriore rabbia. Ridicolo è l’esponente del PD, come sono ridicoli i fascisti, benché questi molto più pericolosi, seppur marginali. Alcune donne del quartiere hanno insultato da fuori lo stabile i rom, chiedendo agli uomini presenti nel cortiletto di portar fuori le loro donne, per un regolamento di conti al femminile. Davanti al degrado sociale e culturale non ci si deve chiudere nella propria "bolla", convinti della propria superiorità culturale di fronte alla "feccia" (romana o rom che sia). Si deve educare o rieducare al socialismo. Tutti, ed è qui la montagna da scalare.

Vanno rieducati i rom alla civile convivenza (sono cittadini italiani o europei e come tali sono spettanti di diritti e doveri); vanno rieducati quei cittadini che hanno sfogato la loro frustrazione di abitanti delle periferie abbandonate; vanno rieducati i fascisti, anche con metodi non propriamente cristiani, come sperimentato in diversi regimi di socialismo reale nel corso della storia; vanno rieducati i progressisti che preferiscono giudicare a debita distanza, convinti di essere dalla parte del Bene. Il loro "Bene" è quello che ha governato l’Italia, le sue Regioni e sue Città; quello che ha permesso a diverse periferie di trasformarsi in quartieri dormitorio, senza strutture culturali, senza socialità e comunitarismo.

Non ci si deve rassegnare. Ci vorranno parecchi anni, ma è indispensabile che chi lotta per il bene comune, per l’uguaglianza e per l’abbattimento degli steccati economico-sociali si impegni a sostenere quelle poche forze politiche sinceramente schierate in questa battaglia. Ascoltare, capire e proporre soluzioni, combattendo al tempo stesso le forze avverse al socialismo.

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Giuseppe Fanelli, quello strano patriota… anarchico

di GIANCARLO IACCHINI

Il destino di Giuseppe Fanelli, singolare “demosocialista” napoletano del Risorgimento (1827-1877), è stato quello di spiazzare sempre tutti quanti. Mazzini gli fa organizzare “in loco” la celebre spedizione di Carlo Pisacane; Fanelli gli risponde con onestà: qui nel Mezzogiorno la situazione sociale è esplosiva… («Bene – pensa Mazzini – muoviamoci allora!»)… ma le masse non sono ancora mature… «Cioè?», «Cioè non è detto che si muovano!». «Ma le plebi non possono aspettare!». «Finché restano “plebi” e non diventano “popolo” rimarranno in mano alla Chiesa e ai reazionari. Lo dice anche Marx nel Manifesto». Mazzini non ci capisce più niente, e sbotta con Pisacane: «Senti, decidi tu e buonanotte». «Io parto lo stesso – gli risponde quello – e al diavolo Fanelli con tutti i suoi dubbi. Lui da quanto è prudente sembra un moderato… Del resto basta vedere come si veste: è così elegante che ti viene il sospetto che la rivolta contro i signori sia lui a non volerla, non le plebi del Sud… Altro che Marx!». Così Pisacane parte per mare verso la nobile ma tragica spedizione di Sapri, 3 anni prima della vittoriosa impresa garibaldina. «Io ve l’avevo detto – mormora affranto Fanelli dopo la strage dei “300 giovani e forti” – L’idealismo a volte è controproducente; serve piuttosto un’analisi realistica e meno retorica. Vero Mazzini?».

Il padre della Giovine Italia è indignato, punto sul vivo, e trova in quello strano agitatore napoletano un comodo capro espiatorio. Manda all’assalto il suo amico Giovanni Nicotera, che accusa apertamente Fanelli sui giornali per il martirio di Pisacane. «Sei un bastardo!», lo apostrofa Fanelli incontrandolo per strada, e gli salta addosso. Devono intervenire i gendarmi per salvarlo dalla furia del “moderato” napoletano, il cui sangue si rivela in questa occasione sufficientemente rosso: «Dai, bravo, adesso denunciami alla giustizia borghese!», gli urla l’aggressore mentre viene a fatica allontanato dalla vittima. «No, io ti denuncio ai probiviri mazziniani!». «Ma chi se ne frega! Mi avete rotto tutti quanti, voi democratici, compresi Mazzini e Garibaldi. Io adesso sono anarchico; anzi, socialista libertario! E da oggi chiamatemi col mio nome di battaglia: Kilburn».

E così, mentre si sta per “fare l’Italia” senza di lui – inviso com’è, oramai, a una parte dei patrioti più influenti – il Nostro va a conoscere Bakunin, che ne rimane piacevolmente colpito: «Sei tu il mio uomo in Italia!». Ma spiazza subito anche il nuovo amico russo, che aveva appena smesso di chiedergli conto dell’ardore patriottico giovanile: «Perché hai partecipato alla guerra antiaustriaca del ’48 a fianco di Mazzini?»; «Se è per questo anche alla difesa della Repubblica Romana… ma ora i tempi son cambiati». E come no: basta un fischio di Garibaldi e lo ritroviamo coi Mille, dove viene anche ferito in battaglia (“l’eroe di Calatafimi”, lo definisce Nino Bixio).

Qualcuno sostiene che tanto zelo patriottico fosse dovuto anche al desiderio di cancellare in fretta le ombre sulla spedizione di Pisacane. Bakunin lo “perdona” e lo porta con lui a Londra, alla riunione dell’Internazionale, dove gli presenta il mitico Karl Marx, che gli dice: «In Italia ho un valido compagno, Carlo Cafiero… Prendi contatto con lui». Kilburn lo fa, ma per convincere Cafiero ad abbandonare Marx e a schierarsi con Bakunin: «Il socialismo libertario e autogestito è l’antidoto migliore ad ogni autoritarismo statale». E così è sistemato anche Marx. Bakunin gongola, pensando di aver conquistato definitivamente alla sua causa quell’italica mina vagante. Ma Garibaldi “fischia” ancora e il buon Fanelli non resiste al richiamo della causa nazionale: si rimette in spalla il fucile e parte prima per il Nordest, per annettere il Veneto all’Italia monarchica con l’aiuto dei prussiani, e poi per Mentana, nel tentativo di liberare anche Roma difesa dai francesi di Napoleone III alleati del papa: un disastro per le “camicie rosse” e la resa definitiva ai piani e ai tempi della monarchia sabauda, che il 20 settembre di tre anni dopo – caduto a Sedàn il Secondo Impero francese – aprirà la storica breccia di Porta Pia nel disinteresse ormai palese dell’ala democratico-repubblicana.

Fanelli è deluso da tutti, e ha deluso un po’ tutti. Ma vuole incontrare un’ultima volta Mazzini e così si rivolge ad una gentile e infaticabile signora ebrea, Sara Levi Nathan, che ospita spesso nella sua casa di Pesaro i protagonisti del Risorgimento, compreso il vecchio apostolo della “repubblica democratica” ancora perseguitato dall’Italia monarchica e liberale e costretto a girare la penisola sotto falso nome. Sara sta amorevolmente preparando per lui, all’uncinetto, un caldo scialle di lana, ed è ben contenta di fare da ponte – e possibilmente da riappacificatrice – tra i due patrioti un tempo amici e collaboratori. «Mi hai tradito due volte – gli rinfaccia Mazzini appena vede spuntare il napoletano nel salotto della Nathan – Una volta coi Savoia e i loro “utili idioti” e la seconda con quel pazzo di Bakunin». Fanelli non fa una piega: «Avevo in mente solo la libertà; dell’Italia e del popolo. Sono rimasto repubblicano nell’animo e questa fede profonda non l’ho mai tradita». «Ti definiresti dunque ancora mazziniano?». «Potrei… ma a due condizioni: che dal tuo motto “Dio e popolo” tu tolga il primo, che con la politica non c’entra nulla, e che nel secondo tu metta finalmente la questione sociale, senza la quale anche la parola “popolo” resta vuota metafisica». L’eco del potente “vaffa” mazziniano risuonò immediato e imperioso fino alla Piazza (“del Popolo”, appunto).

Non pago, Fanelli continua a spiazzare: accetta di fare il deputato del Regno fino al 1874, criticando da sinistra la Sinistra di Depretis ma lasciando basiti i suoi compagni con posizioni insospettabili, come quando chiede al governo di rafforzare la vigilanza sui beni dei “signori” meridionali minacciati dai briganti. «Ma scusi, lei non era socialista?», gli chiedono i giornalisti. E lui, stupito del loro stupore: «E allora? Secondo voi un socialista dovrebbe approvare il furto e l’omicidio?». In parlamento non riescono a inquadrarlo: «E’ un moderato»; «no, no: è un radicale»; «garibaldino e mazziniano!»; «ma se è il braccio destro di Bakunin!». Poi riecco il solito Nicotera calare il carico da novanta. Appena diventato ministro dell’Interno del governo Depretis, bolla Fanelli in questo modo: «Uomo senza criterio, ozioso e perduto come tutti i socialisti». Fanelli stavolta sembra alzare le spalle, e insieme a Bakunin, ormai rassegnato allo zigzagare ideologico del compagno italiano, fonda “l’associazione democratico-sociale Libertà e Giustizia”. In uno dei tanti convegni a cui partecipa, incrocia l’odiato Nicotera: cala il gelo sui convenuti, che temono il peggio. Il ministro è impietrito. Fanelli gli si avvicina a grandi falcate e a un passo dal “bersaglio” apre le braccia e si stringe allo sbigottito avversario in un abbraccio plateale. Riappacificazione? Molto probabilmente no: il ministro rappresenta per Fanelli quello che il… cavallo torinese rappresenterà per Nietzsche una decina d’anni più tardi: l’insorgere di una condizione psicologica molto vicina alla follia. Fanelli la chiama depressione (o “mal di vivere” nel linguaggio d’allora) e si ritira in solitudine facendosi perfino ricoverare in una clinica psichiatrica a Capodichino.

Poco tempo prima, con la “schizofrenia” a cui aveva abituato un po’ tutti – ma da lui considerata una fine dialettica politica che pochi arrivano a comprendere – aveva contribuito a fondare l’Internazionale socialista in Spagna, dichiarando però contemporaneamente di non credere più nelle masse popolari come forza rivoluzionaria, e forse nemmeno nella “rivoluzione”. La morte di Michail Bakunin, nel 1876, aggrava l’umor nero e la sfiducia cosmica che ormai lo attanagliano: fa in tempo a tuonare contro il nuovo governo della Sinistra, rea di aver tradito tutti gli ideali sociali che i suoi uomini avevano sostenuto in gioventù. Muore in solitudine il 5 gennaio 1877. Carlo Cafiero, incaricato dell’orazione funebre sulla sua tomba, fatica a dare un senso alla fine repentina (a 50 anni) dell’amletico compagno: «In attesa della rivoluzione italiana e mondiale, ecco come si lasciano morire i nostri amici di tante battaglie: o in prigione, o in esilio, oppure… oppure… oppure così».

Nonno Osvaldo e i suoi nipoti

di GIORGIO CREMASCHI

Ogni tanto, meno di quanto vorrei, vado a prendere il mio nipote più grande alla scuola materna e poi, in questi giorni di primavera, è d’obbligo un passaggio nel piccolo parco giochi del vicino oratorio. Lì siamo soprattutto mamme e nonni che osservano figli e nipoti e qualche volta chiacchierano tra loro.

«Ehi ma lei è Cremaschi il sindacalista che veniva all’OM?»

Ė un ex operaio, anche lui nonno in attività, che così mi si rivolge. Perché la fabbrica più grande di Brescia, oggi IVECO FCA, per gli operai di una volta si chiama sempre con il suo vecchio nome, OM.

Io più di trent’anni fa ero segretario della FIOM di Brescia e alla OM ovviamente ho passato tanto tempo, dentro e fuori i cancelli, come durante la lotta FIAT del 1980.

«Quanti scioperi quante lotte che abbiamo fatto, oggi non è rimasto niente abbiamo perso tutto. Io non portavo mai a casa una busta paga intera, ma sai che ti dico? – Dopo la conferma che io ero quel Cremaschi siamo passati al tu – Sai che ti dico? Ne valeva la pena. Lottavamo e ci costava, ma alla fine venivano sempre dei risultati. E poi c’era un risultato che valeva più di tutti: il rispetto. Il padrone ci rispettava, noi ci rispettavamo tra di noi, anzi a volte ci si sentiva persino orgogliosi di essere operai assieme.

Oggi tutto questo non c’è più. Chi lavora subisce tutto. Hanno i telefonini e le tecnologie, pensano di essere nel futuro ed invece sono tornati al milleottocento. C’è paura di tutto, i giovani neppure ci credono che c’è stato un periodo nel quale era il padrone ad aver paura di noi. Si accettano cose per noi inconcepibili, si subiscono ordini che chiunque di noi avrebbe rifiutato. Sì, ho detto che siamo tornati al milleottocento perché certe umiliazioni che gli operai oggi subiscono sul lavoro somigliano a quelle che ci raccontavano i nostri nonni. Ma non è colpa loro. Quando il padrone può dirti: quella è la porta e fuori ci sono tanti disoccupati, beh come fai a ribellarti, anche se ti viene una gran voglia di ribellarti. Ogni tanto mi chiedo come siamo arrivati fino qui, come abbiamo fatto a tornare così indietro e non mi so dare una risposta. Penso a quei pagliacci che sono al governo, che fanno finta di litigare su tutto. ma poi si mettono sempre d’accordo, fanno finta di sostenere i lavoratori ma poi stanno coi padroni. E penso anche che quelli di oggi sono al governo sono lì perché il PD ha cancellato l’articolo 18 e approvato la Fornero. È cambiato tutto, ma tutto è diventato più ingiusto. Io spero che alla fine cambi davvero di nuovo, vorrei vederlo questo cambiamento perché come oggi sono trattati gli operai, i lavoratori beh è proprio una vergogna».

Nonno Osvaldo, ex operaio dell’OM, è indignato per ciò che è accaduto alla classe di cui orgogliosamente ancora oggi si sente parte. Non è il solo, sono tantissimi della sua età e storia che la pensano come lui.

C’è una generazione anziana di ex operai che sente oggi, per il mondo in cui viviamo, la stessa indignazione dei giovanissimi che sono scesi in piazza per l’ambiente. Quei giovani non sanno nulla delle lotte operaie, se seguono l’informazione dominante oggi probabilmente neppure credono che esse siano esistite. Eppure la devastazione ambientale e sociale del mondo di oggi è dilagata assieme alla distruzione dei diritti e del potere della classe operaia e di tutto il mondo del lavoro.

Gli operai come Osvaldo sono stati definiti privilegiati dai ricchi che volevano restaurare i loro veri privilegi e poteri, che proprio le lotte operaie avevano intaccato. E quando i “privilegi”, cioè i diritti, della classe operaia sono stati smantellati, siamo tornati al milleottocento. E tutta la società ora subisce la dittatura del profitto.

Quando la indignazione di nonno Osvaldo, ex operaio dell’OM, si incontrerà con quella dei nipoti che oggi manifestano per il futuro, beh allora le cose cominceranno davvero a cambiare.

(Giorgio Cremaschi)

Ma perché attaccate Greta???

di FABIO GREGGIO

Ci ha colpito l’improvvisa colata di acredine, quasi organizzata, nei confronti di Greta e del movimento spontaneo nato attorno a lei in tutto il pianeta. E’ un buon segno. Il Capitale ha paura ma non si è fatto cogliere impreparato. Con un copione quasi già scritto, e all’unisono, i media legati ai capitali hanno diffuso notizie fuorvianti, immagini fake, notizie false sulla ragazzina. Preoccupati di qualcosa previsto ormai da tempo: la massa critica, i giovani che ciclicamente nella storia si ribellano ad una società obsoleta e ormai non più in sintonia delle esigenze reali.

E’ bastato un suono di diapason per far scendere in piazza giovani che mai si sarebbero mossi per le vecchie ideologie novecentesche, gli -ismi in disuso, le belle idee rovinate da politici contemporanei mossi solo dal potere dalle incapacità, dall’odio.

Il Capitale si è subito manifestato diffondendo il verbo del dubbio nei social, il tutto ripreso da quello che è ormai l’esercito di faziosi, ora di destra ora di sinistra, che determinano oggi spostamenti importanti di opinioni, idee.

Greta la falsa, la marionetta, lo strumento falso dei potenti.

Il 68 ha insegnato al Sistema che la piazza si può gestire, manipolare, metabolizzare.

Il Che era il volto del 68: il sistema ne ha fatto un business di magliette e gadget. Questa metafora ha insegnato al Sistema ad essere pronto, i moti di piazza possono sfuggire se hanno valenza anarchica, come i gilet gialli francesi.

Ma se sono moti giovanili possono fare danni planetari con messaggi buonisti.

I gilet gialli si combattono con infiltrazioni che causano danni per essere odiati dal popolo.

Le idee no, non si possono camuffare. Occorre intervenire subito. Per la prima volta dal 77 i giovani tornano in piazza per questioni di ideali. Organizzati da tam tam dei social che viaggiano alla velocità della luce, i giovani assaporano la sensazione di diventare di nuovo protagonisti e padroni del loro futuro, davanti ad una società vecchia ed egoista che li ha messi in un angolo, sfruttati, ricattati e a cui lascia un pianeta in metastasi, soggiogato dal profitto in cambio della salute.

Noi di MRS siamo con il nuovo da sempre.

L’illusione del M5S ci aveva convinto di un nuovo percorso, interrotto bruscamente da una serie di scelte stucchevoli come l’alleanza con la destra più xenofoba che ne ha causato una deriva lontana dai nostri valori.

Abbiamo perso tempo. E ne stiamo perdendo ancora. M5S avrebbe potuto essere il nuovo orizzonte progressista, bruciato ormai in modo irreversibile sull’altare del voler governare a tutti i costi come costola fascista.

MRS però ha il compito da sempre di lavorare ad individuare le nuove pulsioni che si muovono nell’area progressista. Per questo ci sentiamo in dovere di guardare con molta attenzione al nuovo movimento ecologista nato attorno a Greta.

In una società anziana e sempre più conservatrice, cristallizzata in valori ormai largamente superati sul piano oggettivo, che tenta con aggressività un ritorno a certezze medioevali, noi MRS ascolteremo con attenzione questi segnali.

E quelli fino ad ora ascoltati sono molto positivi.

Compreso il segnale di paura del Sistema, del Capitale.

La loro paura è la nostra certezza.

(Fabio Greggio)

Il tradimento degli “intellettuali di sinistra”

di LEONARDO MARZORATI

«La sinistra ha perso il contatto con i ceti popolari». Questa frase è diventata quasi un mantra oramai. La si può sentire in tv, come leggerla sui social o su importanti quotidiani e riviste. A pronunciarla, spesso sono intellettuali di sinistra. Si tratta di uomini e donne che hanno passato il giro di boa della mezza età. Negli anni giovanili hanno militato nel PCI o in formazioni della sinistra radicale, poi, man mano che si avvicinavano all’establishment che prima contestavano, hanno mutato la loro posizione politica. Da sinistra sempre più verso il centro, questi intellettuali sono entrati nei “salotti buoni”, addolcendo il loro pensiero verso il capitalismo.

Hanno continuato a definirsi di sinistra e molti militanti li considerano tutt’ora tali. Si tratta perlopiù di militanti provenienti dal ceto medio, quello che va dai pensionati ai dipendenti privati di livello medio, passando per il pubblico impiego e la scuola. La base di quella che era una volta sinistra si è ristretta e gli elettori sono calati. Sempre più persone hanno abbandonato una sinistra, o presunta tale, troppo impegnata ad autocompiacersi e a giudicare male il povero che non si sente rappresentato da lei.

Gli intellettuali “di sinistra” hanno deciso di schierarsi dalla parte, ritenuta vincente, della loro fazione politica. Quindi, prima con Occhetto contro i “nostalgici” comunisti, poi con D’Alema e il blairismo, con Veltroni e il PD e infine con Renzi. Sempre più verso il centro, non mancando di pizzicare il leader di turno con una satira ficcante, ma in fin dei conti benevola. Non è nello stile il grande tradimento di questo ceto pensante: la scelta più deleteria è stata quella di sostenere a prescindere ogni apertura della sinistra al liberismo economico. Quindi abbiamo visto delle ottime penne di questo Paese criticare sì il bullismo di Renzi, ma valutare al tempo stesso come imprescindibili lo stravolgimento della Costituzione o l’abolizione dell’articolo 18; criticare l’ingerenza cattolico-conservatrice nel Pd, ma appoggiarlo comunque e attaccare la sinistra, definendola estremista; fare mugugni contro i bombardamenti della Nato su Belgrado, ma sostenere il governo D’Alema che partecipò all’azione militare. Il loro agire è stato un buon modo per mascherare la loro subalternità a una sinistra borghese sempre più distante dalle istanze dei ceti popolari.

Mentre il loro pensiero si spostava al centro, questi intellettuali hanno ottenuto promozioni nei rispettivi giornali, contratti televisivi, pubblicazioni di libri con le maggiori case editrici. Come la classe politica di sinistra abbracciava sempre più il mondo del capitale, loro facevano altrettanto, ripagati da un benessere che non avevano visto prima.

Il Pci e la sinistra hanno sempre avuto un occhio di riguardo verso il ceto medio riflessivo e gli intellettuali. La loro classe di riferimento restavano però i lavoratori. Oggi abbiamo un Pd e un LeU (o quello che ne rimane) che hanno come punto di riferimento proprio quel ceto medio riflessivo con il quale non si possono vincere le elezioni, ma cercare di ottenere fette di potere con alleanze, come facevano i piccoli partiti laici di centro nella Prima Repubblica. Da eredi del Pci a eredi del Psdi o del Pri. Questa è la sinistra parlamentare di oggi.

Gli intellettuali che ne fanno parte sono complici di questa caduta in basso. Hanno vissuto a stretto contatto per anni con i loro leader politici e non hanno saputo porre dei veti. I loro nomi sono noti: si parte con il più anziano Eugenio Scalfari, per passare a Gad Lerner, Michele Serra, Nanni Moretti, Concita De Gregorio, Michele Salvati, Paolo Mieli e molti altri.

I loro nomi sono noti al grande pubblico e sono diventati sinonimo di “radical chic”, con un abuso del termine coniato da Tom Wolfe, in quanto chic lo sono davvero, ma radical per nulla, dato che appoggiare il Pd, +Europa o Liberi e Uguali è tutto fuorché sinonimo di estremismo. Occorre una nuova leva di intellettuali che sia da stimolo alla sinistra di popolo e che non si lasci affascinare dai luccichii che la subdola borghesia progressista metterà sulla loro strada.

Il vecchio e il nuovo “impero”: entrambi al servizio del capitale

di LEONARDO MARZORATI

La storia ha spesso riproposto l’esigenza delle élite di identificare un nemico contro cui scagliarsi e raggruppare le masse attorno a sé. Le più grandi tragedie dell’età moderna e contemporanea nacquero così. In democrazia possono esserci diverse fazioni di élite in lotta tra di loro. Lo si è visto negli Stati Uniti delle ultime elezioni presidenziali, lo si vede ora in Europa e, in particolar modo, nel nostro Paese. Si sono formate in Italia opposte propagande avverse, che finiscono per alimentarsi a vicenda e rafforzare lo spirito identitario della propria base.

Da un lato abbiamo tutta la galassia “sovranista”, al momento la fazione dominante. Lega, CasaPound, neofascisti, una fetta di Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia, pezzi del vecchio centrodestra (che a livello locale continua ad esistere e a vincere elezioni), nazionalisti e intellettuali fino a ieri fuori dagli schemi. Su tutti i social, con una propaganda incessante, questi soggetti attaccano il “pensiero dominante”, quello che fino a ieri era il braccio armato del potere esecutivo. Si spacciano per nemici delle élite, ma, in verità, sono loro la nuova élite. Le recenti promozioni di alcuni di loro a capo di istituzioni nazionali ne sono la prova. Anche quando si presentano in rete con profili anonimi, senza avere il coraggio di mostrarsi, molti di questi nuovi influencer od opinion leader hanno migliaia di follower e riescono persino a condizionare la loro classe politica di riferimento. Il loro successo ha visto ex politici e giornalisti riciclarsi a traino di questa cordata.

La strategia di questa fazione è semplice: attaccare alcuni dei poteri forti, mostrandosi come interpreti delle esigenze delle masse popolari. Il consenso ottenuto dai loro leader, Matteo Salvini in testa, dimostra come abbiano ben saputo metterlo in pratica. Queste forze non vogliono rivoluzionare l’ordine esistente, ma vogliono invece preservarlo, limitandosi a sostituire una fetta di classe dirigente legata al precedente potere politico con una a loro fedele. La nomina di Marcello Foa alla Rai, di Paolo Savona alla Consob e i continui attacchi al presidente Inps Tito Boeri sono l’emblema della loro azione politica.

La fazione opposta è quanto di più speculare ai cosiddetti sovranisti. Sono le élite fedeli al vecchio regime, orfane di un Pd non più al potere e impaurite dall’avanzare dei nuovi uomini forti. Questi hanno risposto all’ondata populista con altrettanti influencer, anonimi o identificati e molto noti al grande pubblico (Roberto Saviano su tutti), che attaccano ogni giorno l’attuale governo e, in particolar modo, il ministro dell’Interno, divenuto ormai un baricentro politico su cui è obbligatorio schierarsi. Gli oppositori di Salvini sono spesso però cinghie di trasmissione delle vecchie élite decadute. Da parte loro c’è un banale attacco al leader leghista, definito razzista o fascista, e nessuna critica all’ordine precedente e al servilismo delle élite “europeiste” rispetto ai poteri forti internazionali. I sovranisti hanno quindi gioco facile nell’accusarli di sudditanza al capitale.

Le forze popolari devono sapersi inserire tra i due fronti, per sottrarre consenso a entrambe le fazioni. I sovranisti sono avversari del liberismo solo a parole. In realtà sostengono il capitalismo e hanno tra i suoi supporter anche feroci speculatori, banchieri, imprenditori, direttori di giornali, dirigenti televisivi. Il loro obiettivo primario è sostituirsi alla vecchia élite, sfruttando la forza politica di Salvini e l’ingenuità dei 5 Stelle. Tra di loro troviamo il banchiere Corrado Sforza Fogliani, l’economista di famiglia nobile e altolocata Antonio Maria Rinaldi, ex parlamentari come Daniele Capezzone o Gianni Alemanno, giornalisti in cerca di rilancio come Maurizio Belpietro, Giovanna Maria Maglie o Mario Giordano, intellettuali come Diego Fusaro, cantanti come Povia, più una serie di ambiziosi influencer in cerca di visibilità o poltrone, come Francesca Totolo, Cesare Sacchetti, Ilaria Bifarini, Francesca Donato, Luca Donadel.

I più veementi tra loro postano quotidianamente contro Soros e la bufala del piano Kalergi. Sono bravi a portare consenso alle forze reazionarie e a spargere il germe della xenofobia, sperando di essere ripagati nel futuro prossimo con una carica politica.

Di contro ci si deve smarcare dalla cordata dei #facciamorete. Non ci si deve confondere con i difensori di quello che oggi appare un ancien régime, ma lavorare per convincere tanti ancora legati a quel mondo che esistono nuove forze politiche pronte a difendere i loro interessi. Cosa che il Pd e i suoi alleati non hanno fatto. È un lavoro difficile e faticoso, ma in una società fluida, come spiegò bene Zygmunt Bauman, si deve lavorare sui social per scardinare queste due propagande al soldo di élite contrapposte. Nessuna di loro punta al superamento dell’alienazione delle masse dal capitalismo e dal consumismo. Nessuna di loro è veramente rivoluzionaria. Sono due imperi servi del capitale. Sono come la Prussia di Bismarck e la Francia di Napoleone III: spetta alle forze popolari approfittare del loro scontro e lavorare per una nuova Comune di Parigi.

5 febbraio 1944: muore Leone Ginzburg, ucciso dal nazifascismo. Il dolore e i sacrifici della moglie Natalia, grande scrittrice

di SARA FABRIZI

La mattina del 20 novembre 1943, in via Basento 55 a Roma, ci sono alcuni uomini che lavorano a un giornale. Si chiama “L’Italia libera”, è il giornale del Partito d’azione, un organo di stampa clandestino che propaganda valori democratici e antifascisti. Per un periodo brevissimo, a partire dal 25 luglio 1943, il giorno in cui Mussolini è stato arrestato e il fascismo è caduto, sono riusciti a stamparlo alla luce del sole, senza doversi nascondere.

Ma è stato soltanto un momento. L’8 settembre, dopo l’annuncio dell’armistizio di Cassibile e la conseguente calata dei tedeschi su Roma, sono tornati nell’ombra. Costretti a nascondersi da un nemico che occupa completamente la città e non lascia spazio all’espressione del dissenso. Anche soltanto una parola può costare la vita.

A dirigere il giornale, è stato chiamato un uomo che conosce bene questa realtà, fatta di carcere, botte, confino, privazione dei propri diritti civili. Sui suoi documenti c’è scritto che si chiama Leonida Gianturco. Lo stesso nome è riportato sulla tessera annonaria, che usa per procurarsi da vivere nella Roma della fame e dell’occupazione. Le iniziali sono vere, il nome no. È Leone Ginzburg, grande letterato, antifascista, ebreo, animatore della nascente casa editrice Einaudi. Ha aderito al movimento Giustizia e Libertà e, per questo, il 13 marzo 1934 lo arrestano e lo condannano a quattro anni di carcere. Ne sconta soltanto due, grazie a un’amnistia. Come ebreo, con la proclamazione delle leggi razziali nel 1938, perde la cittadinanza. Diventa un apolide, un uomo senza patria. Poi nel 1940, quando l’Italia entra in guerra, lo mandano al confino a Pizzoli, in Abruzzo, come “internato civile di guerra”. Una definizione per dire che Leone è uno straniero, un indesiderato oltre che un pericoloso antifascista da tenere sotto controllo. Ne esce soltanto tre anni dopo. Non appena viene a sapere della fine del regime parte: viene qui, a Roma, per riallacciare contatti e riprendere da dove si era fermato. Poi manda una lettera a Natalia, sua moglie, la grande scrittrice che nel 1963 pubblicherà “Lessico famigliare”. Le scrive di raggiungerlo a Roma oppure di andare a L’Aquila, dove c’è qualcuno che può offrirle un rifugio sicuro. Lo racconterà Natalia stessa in un’intervista rilasciata a Oriana Fallaci: «Venne l’8 settembre e Leone mi scrisse di andare all’Aquila dove c’era uno bravo che nascondeva gli ebrei, oppure di raggiungerlo a Roma».

E Natalia, con tre bambini al seguito (Carlo di 4 anni, Andrea di 3 e la piccola Alessandra, nata da pochi mesi), fa le valigie e viene a Roma, viaggiando su un camion di tedeschi ai quali racconta di essere una sfollata di Napoli e di non avere documenti. In città, la famiglia Ginzburg abita in un piccolo appartamento in viale delle Province. Leone e Natalia usano documenti e nomi falsi, dicono di essere fratello e sorella e i figli piccoli devono chiamare Leone zio. Soltanto così si può sperare di riuscire a mantenere la copertura.

Leone “Leonida” esce spesso, viene qui, nello scantinato di via Basento, dove è stata allestita una tipografia. Ogni volta che lo vede andare via, Natalia non sa se tornerà e si sente completamente perduta. Un giorno Leone si ammala, deve mettersi a letto con la febbre alta. Una mattina, però, è di nuovo in piedi. Dice che deve andare. È il 20 novembre 1943.
Ma quando varca la soglia e mette il piede sull’ultimo gradino della scala che scende nello scantinato, i fascisti gli saltano addosso. La polizia ha fatto irruzione e ha preso tutti quelli che ha trovato.

In queste ore terribili di incertezza, Natalia non sa che fare. In viale delle Province all’improvviso squilla il telefono, qualcuno dall’altro capo la chiama “Signora Ginzburg”, poi attacca bruscamente.

All’alba, alla sua porta bussa Adriano Olivetti, con la notizia che non avrebbe mai voluto sentire: Leone è stato arrestato. Lei deve nascondersi in un convento di monache, non può fare altro che cercare almeno di mettersi in salvo e di tenere anche i bambini al sicuro.

Inizialmente i fascisti non sanno chi sia l’uomo a cui hanno fatto scattare le manette ai polsi. Sui suoi documenti c’è quel nome, Leonida Gianturco, che nessuno ha mai sentito nominare, e per questo lo portano a Regina Coeli, lo imprigionano nel braccio italiano. Poi, però, all’inizio di dicembre, viene fuori la sua vecchia scheda, compilata al tempo in cui lo hanno arrestato e marchiato come antifascista. Lo riconoscono e lo spostano al braccio controllato dai tedeschi.

È il 9 dicembre 1943, l’inizio della fine. Lo picchiano più volte, vogliono strappargli delle informazioni, dei nomi. I segni di queste violenze li vede Sandro Pertini, anche lui catturato dalle SS, che lo incontra in corridoio, subito dopo l’ultimo interrogatorio. La mano dei tedeschi è stata pesante: Leone ha il viso pesto, coperto di sangue, gli hanno persino fratturato la mascella.
Da lontano, Natalia segue il suo calvario e torna a sperare di poterlo riabbracciare, di poter sentire ancora una volta il suono della sua voce in due occasioni: quando gli americani sbarcano ad Anzio e quando, grazie ad alcuni compagni, Leone viene spostato in infermeria. Da lì vorrebbero organizzare la sua fuga. Ma, la sera del 4 febbraio, Leone si sente male. Forse è il cuore, indebolito da una malattia che lo ha colpito in passato. O almeno così pensa Natalia. Chiede aiuto, ma l’infermiere si rifiuta di chiamargli un medico per dargli soccorso. Nel buio della notte, alla luce fioca della sua lampadina, scrive una lettera a sua moglie. Una lettera che comincia nella speranza che non sia l’ultima e che prosegue confortando Natalia.

Scrive Leone: «Bacia i bambini. Vi benedico tutti e quattro, e vi ringrazio di essere al mondo. Ti amo, ti bacio, amore mio. Ti amo con tutte le fibre dell’essere mio. Non ti preoccupare troppo per me. Immagina che io sia un prigioniero di guerra; ce ne sono tanti, soprattutto in questa guerra; e nella stragrande maggioranza torneranno. Auguriamoci di essere nel maggior numero, non è vero, Natalia? Ti bacio ancora e ancora e ancora. Sii coraggiosa».

Leone, però, non tornerà mai. La mattina del 5 febbraio lo trovano morto. E quel dolore terribile, Natalia Ginzburg lo porterà sempre inciso nel cuore, scrivendo per l’uomo che ha amato una poesia struggente le cui ultime parole suonano così:

«Allora quando piangevi c’era la sua voce serena;
allora quando ridevi c’era il suo riso sommesso.
Ma il cancello che a sera s’apriva resterà chiuso per sempre;
e deserta è la tua giovinezza, spento il fuoco, vuota la casa».