Se la sinistra dimentica il socialismo…

di LEONARDO MARZORATI

La sinistra è attualmente divisa, come ricordato in un articolo pubblicato dal Movimento Radicalsocialista e da Risorgimento Socialista, tra "sinistrati" e "rossobruni". I primi sono gli eredi del percorso movimentista nato con la svolta bertinottiana di Rifondazione Comunista, i secondi sono principalmente eredi della tradizione operaista e comunista che ha contraddistinto le lotte sociali del XX secolo.

Entrambe le fazioni sembrano troppo spesso più concentrate ad attaccarsi tra loro, perdendo di vista, soprattutto gli operaisti, l’obiettivo primario dei comunisti e dei socialisti radicali: l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Senza socialismo lo sfruttamento proseguirà. Il socialismo lo si raggiunge dando ai lavoratori potere decisionale ed economico nelle politiche industriali. Questo è l’obiettivo. Un obiettivo difficilissimo da raggiungere, anche nel medio e lungo periodo, mentre viviamo un’epoca storica in cui le differenze sociali aumentano in maniera vergognosa, con poche centinaia di persone in grado di possedere la metà della ricchezza mondiale.

La sinistra, specie quella arcobaleno, oltre ad occuparsi dei difetti dei propri vicini di casa, scende in campo a favore dei migranti provenienti via mare dal nord Africa (scordandosene altri), per i diritti civili e ultimamente, dopo l’effetto Greta Thunberg, anche per le politiche ambientali. Gli esponenti della sinistra ogni tanto si ricordano di lavoro, di sanità, di scuola e di giustizia sociale. In pochi però ricordano al loro potenziale elettorato l’obiettivo finale: il socialismo. Pochi mantengono vivi i simboli nobili della sinistra: falce e martello, l’Internazionale, il pugno chiuso. Anche chi li sfoggia con orgoglio troppo spesso perde più tempo a prendersela con le sinistre "fucsia" che non lo fanno.

Molti dirigenti e le classi intermedie della sinistra vivono nella celebre “bolla”, distanti economicamente, culturalmente, ma anche solo fisicamente, dalle masse popolari. A Milano, da un appartamento dei quartieri Brera o Isola si può chattare con Hong Kong o Los Angeles, ma essere distanti anni luce da quartieri popolari come Corvetto o Lorenteggio. Questa è la sinistra borghese: una piccola élite (o semi-élite) di benestanti progressisti che, avendo raggiunto un appagante benessere economico, non lotteranno più per i diritti sociali, con il rischio di perdere parte del potere acquisito, ma solo per i diritti civili, così da essere ben contraddistinti dalle tanto odiate destre. Queste piccole élite però allontanano sempre più le classi popolari dalla sinistra, facendo sì che queste si rifugino nell’astensionismo o nel voto populista, che nei migliori casi va ai 5 Stelle, nei peggiori a Lega e Fratelli d’Italia. A tanti è capitato di voler quasi votare Lega, dopo aver ascoltato uno degli stucchevoli interventi di Laura Boldrini. Le sinistre fucsia, arancioni o rosa, sono le migliori alleate, involontarie, di Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Il popolo italiano e tutti i popoli europei non vogliono una classe politica che di tanto in tanto rispolvera le tematiche sociali e la lotta al liberismo. La sinistra può tornare a essere tale se, tramite i suoi migliori interpreti (quelli che Lenin definiva la parte più evoluta del proletariato), riscopre le lotte che la resero nobile fin dal XIX secolo. Socialismo, internazionalismo, comunitarismo e comunismo: questi termini non devono essere rimossi. Vanno rilanciati.

Troppi esponenti politici e sindacali hanno tradito la loro storia e quel mondo pieno di simboli che li aveva allevati. Basta guardare alcuni nomi e simboli di partiti della sinistra per mettersi le mani nei capelli. È il caso di "Possibile" di Pippo Civati, dove il simbolo è un uguale bianco su sfondo rosa. Da Forza Italia a Italia Viva, la politica italiana si è contraddistinta per nomi stupidi, accompagnati da sbiaditi e improbabili simboli. La sinistra deve prendere le distanze da questa deriva.

La bandiera del socialismo è rossa, con il sol dell’avvenire e la falce e martello. L’arancione, il fucsia, il rosa non hanno storia nella sinistra mondiale. Le bandiere delle classi lavoratrici sono rosse. Gli altri colori vanno bene per borghesi che si credono colti, senza mai aver letto Marx; che giocano a darsi un tono da rivoluzionari, protetti dalla loro solida posizione sociale. La sinistra deve difendere coloro che non possono permettersi di giocare a fare l’alternativo e il progressista. La sinistra deve difendere chi ha paura di esprimere i propri diritti, dai riders ai contadini, dagli stagisti non retribuiti ai lavoratori dell’edilizia. Dove non ci sono i grandi sindacati e la "sinistra" istituzionale, ci devono essere le forze socialiste e comuniste.

Guardiamo alle classi sfruttate, impegniamoci per migliorare le loro condizioni di vita e per far scattare nei loro cuori la scintilla della rivoluzione socialista. Il nostro fine dev’essere chiaro e ci si deve concentrare su quello. Serviranno decenni, forse secoli, ma questa battaglia va intrapresa. Senza perdere tempo in polemiche sterili e cercando di convincere più persone possibili sugli indiscutibili vantaggi del socialismo sul capitalismo.

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La rivoluzione dell’articolo 3

di DOMENICO GALLO

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo si apre con queste solenni parole: «Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti uguali ed inalienabili costituisce il fondamento della libertà, della pace e della giustizia nel mondo».

Già nell’incipit del preambolo sono affermate due verità antropologiche: che esiste una sola famiglia umana e che i membri di questa famiglia hanno tutti pari dignità e godono di diritti uguali ed inalienabili. I principi fondamentali della Costituzione italiana si collocano perfettamente all’interno di questa temperie spirituale e riflettono la stessa concezione nella quale il diritto incorpora la giustizia e l’ordinamento giuridico non può essere più scisso da una tavola di valori universali che costituiscono l’approdo a cui è pervenuta l’umanità uscendo dalla notte della Seconda guerra mondiale.

Le ragioni del principio di eguaglianza

La Corte costituzionale con la sentenza n. 1146/1988, ha ribadito che la Costituzione italiana contiene alcuni princìpi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale, neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali. Tali sono tanto i princìpi che la stessa Costituzione esplicitamente prevede come limiti assoluti al potere di revisione costituzionale, quali la forma repubblicana [art. 139], quanto i princìpi che, pur non essendo espressamente menzionati fra quelli non assoggettabili al procedimento di revisione costituzionale, appartengono all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione.

Non v’è dubbio che fra questi principi supremi e immodificabili rientri il principio di eguaglianza.

Se il punto di partenza è la dignità inerente a ogni membro della famiglia umana, ogni uomo è un valore, è chiaro che questo valore non può essere discriminato e non possono esistere gerarchie fra le persone nel godimento dei diritti. Per questo, recita l’art. 3 della Costituzione, «tutti i cittadini hanno pari dignità sociali e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

L’eguaglianza nei diritti e nei doveri, con la conseguente eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, è una delle fondamenta dell’intero edificio costituzionale e costituisce un postulato essenziale per vagliare le legittimità delle leggi e l’operato dei Governi. Uno dei corollari dell’eguaglianza (formale) è il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, affermato dall’art. 112, che, pertanto, non può essere abbandonato senza realizzare un vulnus al valore (supremo) dell’eguaglianza.

Tuttavia il principio dell’eguaglianza formale (che è qualcosa di profondamente differente dalle pari opportunità) non costituisce un ostacolo per apprezzare il valore delle differenze e per promuovere processi di emancipazione sociale.

È fondamentale, a questo riguardo, il secondo comma dell’art. 3, che impone alla Repubblica di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». È interessante notare che quel «di fatto» che richiama la concretezza della vita, ce lo fece mettere, nell’art. 3, una giovane donna, Teresa Mattei, che veniva dalla Resistenza e conosceva il carico di bisogni e di speranze che tutti in quel tempo affidavano alla Repubblica, alla Costituzione, alla democrazia e alla politica.

In tema di eguaglianza, la Costituzione è andata oltre la concezione liberale dell’eguaglianza formale dei soggetti che partecipano al contratto sociale. Assieme alla concezione statica (e formale) dell’eguaglianza, è stata assunta una concezione dinamica, che nasce da una polemica rappresentazione della realtà economico-sociale in atto. La Costituzione quindi non si limita ad affermare dei princìpi fondamentali ma pone anche un progetto per svilupparli e realizzarli nella concretezza della realtà economico-sociale. Indica un percorso verso un modello di democrazia inclusivo ed emancipatorio, con la consapevolezza di porre una sfida permanente all’economia, alla politica e alle istituzioni.

A ben guardare si tratta di un principio “rivoluzionario” sul piano del diritto costituzionale. Esso riconosce che le disuguaglianze fra gli uomini non derivano soltanto dal diritto, ma affondano le loro radici soprattutto nei rapporti sociali, nelle condizioni materiali ed economiche. Le disuguaglianze socio-economiche pregiudicano, svuotano e falsificano il diritto allo sviluppo della persona, alla parità davanti alla legge, alla partecipazione democratica che, nonostante le proclamazioni costituzionali, finiscono, di fatto, per diventare da diritti di tutti, appannaggio soltanto di alcuni. Secondo Lelio Basso, il deputato che fu il principale ispiratore di questa norma alla Costituente: «l’art. 3 capoverso dice che l’eguaglianza di cui parla il primo comma dell’articolo, in realtà non esiste; che non c’è nella società, nonostante le affermazioni formali, una uguaglianza reale». Il capoverso dell’articolo 3 è «una norma che dichiara la falsità delle altre norme» costituzionali relative ai diritti personali, sociali e politici, i quali potranno diventare veri solo quando per tutti in concreto ci sarà un’istruzione adeguata, un lavoro non precario, una casa, una adeguata assistenza sanitaria; cioè quelle condizioni che possono assicurare una esistenza libera e dignitosa.

È stato osservato al riguardo che: “la natura rivoluzionaria di questa norma è quindi, in primo luogo, quella di costruire una critica della realtà sociale esistente ed insieme una critica del carattere formale ed astratto del diritto. In secondo luogo il suo significato rivoluzionario sta nel fatto che essa attribuisce al diritto stesso il compito di modificare tale realtà e di superare la propria dimensione puramente formale. In seguito a questa norma l’ordinamento dello Stato può, anzi deve, diventare la sede del mutamento sociale, il mezzo attraverso il quale trasformare gli assetti economici e raggiungere la giustizia nei rapporti sociali. In seguito a questa norma la legge fondamentale della nostra Repubblica riconosce che non basta proclamare un diritto in astratto per tranquillizzare la nostra coscienza democratica, ma è necessario che i poteri pubblici facciano di quel diritto una possibilità concreta ed effettiva; che il diritto non è più una “mera frase”, ma deve essere una realtà vivente. È questa la base di quel che si chiama principio di effettività, in nome del quale i diritti dell’uomo non devono solo essere proclamati, ma, appunto, anche essere realizzati nei fatti” (E. Balducci e P. Onorato, Cittadini del Mondo, Principato, Milano, 1981, p. 294).

La grande novità di questa sfida fu colta in pieno da Piero Calamandrei che, intervenendo in Assemblea, durante la discussione finale, rilevò: «questo progetto di Costituzione non è l’epilogo di una rivoluzione già fatta, ma il preludio, l’introduzione, l’annunzio di una rivoluzione nel senso giuridico e legalitario ancora da fare».

I dolori del principio di eguaglianza

Il principio dell’eguaglianza effettiva da realizzare nella concretezza della realtà economico-sociale è una sorta di “coscienza infelice” della Repubblica, un pungolo che stimola le istituzioni, i partiti e la società civile a mettere sempre in discussione lo status quo. Non v’è dubbio che l’annunzio di una “rivoluzione da fare”, di cui parlava Calamandrei, ha aperto la strada ad un percorso di avveramento dei princìpi di giustizia e nell’ordinamento e nel contesto economico-sociale. Non possiamo ignorare che vi sono delle istituzioni che operano al fine precipuo di promuovere l’eguaglianza, la principale delle quali è la scuola pubblica. La sua funzione fondamentalmente è quella di produrre la cittadinanza, di dare la parola a tutti perché tutti possano divenire sovrani, di rompere il muro delle diseguaglianze dando a ciascuno gli strumenti formativi e culturali, la lingua appunto, per consentire a ciascuno di partecipare, in condizioni di parità, all’organizzazione politica economica e sociale del Paese, così come richiede l’art. 3, II comma, della Costituzione. La scuola pertanto costituisce la principale istituzione della cittadinanza e dell’eguaglianza. Non possiamo negare che nei primi quarant’anni di vita repubblicana, vi è stata una stagione in cui la promessa di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, “limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” ha avuto un percorso di attuazione, superando insidie di vario tipo, soprattutto nella stagione delle grandi riforme degli anni 70 (statuto dei lavoratori, diritto di famiglia, divorzio, aborto, abolizione dei manicomi, introduzione del servizio sanitario nazionale, etc.).

Purtroppo da molto tempo, soprattutto per ragioni di ordine internazionale, questo percorso si è arrestato e si è rovesciato nel suo contrario. Sono a tutti note le condizioni di sofferenza in cui si dibatte il sistema pubblico dell’istruzione, fortemente aggravate dall’ultima riforma che, con linguaggio orwelliano è stata denominata “la buona scuola”. La legge 107/2015 rappresenta il culmine di un processo di decostituzionalizzazione della scuola pubblica, con la conseguenza di affievolire la sua funzione repubblicana di promozione dell’eguaglianza. Ma, ancora più grave è la situazione che emerge dalle statistiche sociali. Il 14 luglio 2016 sono stati diffusi dall’Istat dati impressionanti sulla crescita della povertà nel nostro Paese. Nel 2015 – si legge nel rapporto – «le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta (si stima) siano pari a 1 milione e 582 mila e gli individui a 4 milioni e 598 mila». È il numero più alto dal 2005 a oggi. Se consideriamo che il 2015 è un anno di crescita del prodotto interno lordo – bassa, è lo 0.8%, ma è pur sempre crescita – significa che i poveri stanno aumentando anche se il Paese è più ricco. Questo vuol dire che la povertà cresce perché è cresciuta la disuguaglianza.

Ugualmente allarmanti sono i dati che emergono da un rapporto del Censis reso noto l’8 giugno 2016. Sono diventati 11 milioni nel 2016 gli italiani che hanno dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie nell’ultimo anno a causa di difficoltà economiche, non riuscendo a pagarle di tasca propria. Sono 2 milioni in più rispetto al 2012.

A questo punto sorge spontanea una domanda, dobbiamo cambiare la Costituzione perché falsificata dalla realtà economico-sociale oppure dobbiamo cambiare lo stato delle cose per realizzare il mandato dei padri costituenti?

Domenico Gallo, magistrato

(Da “Patria Indipendente”)

Gramsci sul “male minore” in politica

Si potrebbe trattare in forma di apologo. Il concetto di male minore è dei più relativi. C’è sempre un male ancora minore di quello precedentemente minore e un pericolo maggiore in confronto di quello precedentemente maggiore. Ogni male maggiore diventa minore in confronto di un altro ancor maggiore e così all’infinito. Si tratta dunque niente altro che della forma che assume il processo di adattamento a un movimento regressivo, di cui una forza efficiente conduce lo svolgimento, mentre la forma antitetica è decisa a capitolare progressivamente, a piccole tappe, e non d’un solo colpo, ciò che gioverebbe, per l’effetto psicologico condensato, a far nascere una forza concorrente attiva, o a rinforzarla se già esistesse. Poiché è giusto il principio che i paesi più avanzati in un certo svolgimento sono l’immagine di ciò che avverrà negli altri paesi dove il movimento è agli inizi, la comparazione è d’obbligo. (Quaderno 9 (XIV) 7)

Il male minore o il meno peggio (da appaiare con l’altra formula scriteriata del «tanto peggio tanto meglio»). Si potrebbe trattare in forma di apologo (ricordare il detto popolare che «peggio non è mai morto»). Il concetto di «male minore» o di «meno peggio» è uno dei più relativi. Un male è sempre minore di un altro susseguente possibile maggiore. Ogni male diventa minore in confronto di un altro che si prospetta maggiore e così all’infinito. La formula del male minore, del meno peggio, non è altro dunque che la forma che assume il processo di adattamento a un movimento storicamente regressivo, movimento di cui una forza audacemente efficiente guida lo svolgimento, mentre le forze antagonistiche (o meglio i capi di esse) sono decise a capitolare progressivamente, a piccole tappe e non di un solo colpo (ciò che avrebbe ben altro significato, per l’effetto psicologico condensato, e potrebbe far nascere una forza concorrente attiva a quella che passivamente si adatta alla «fatalità», o rafforzarla se già esiste). Poiché è giusto il principio metodico che i paesi più avanzati (nel movimento progressivo o regressivo) sono l’immagine anticipata degli altri paesi dove lo stesso svolgimento è agli inizi, la comparazione è corretta in questo campo, per ciò che può servire (servirà però sempre dal punto di vista educativo). (Quaderno 16 (XXIII), 25)

Antonio Gramsci, Quaderni del carcere

Appello per un sovranismo libertario

di LEONARDO MARZORATI

Il vento sovranista soffia sempre più a destra. Sui social, come tra le forze politiche, sono sempre troppo deboli le correnti socialiste o di sinistra che hanno abbracciato una visione “sovranista”. Nella vulgata comune, il termine sovranista viene quasi sempre accostato automaticamente alle nuove destre populiste: la famosa vacca nel corridoio narrata da Pierluigi Bersani.

Si può essere sovranisti, ovvero difensori della sovranità nazionale e fortemente ostili all’attuale Unione Europea, e al tempo stesso socialisti? Sì, certamente, ricordando il ruolo fortemente critico verso l’impostazione europeista che ebbe il PCI e altre formazioni di sinistra fin dagli anni cinquanta e di Rifondazione Comunista verso il trattato di Maastricht nel 1992.

La sinistra sovranista poi, già debole di suo, rischia di essere identificata solo con forze neo-staliniste come il Partito Comunista di Marco Rizzo o “barricadere” come Campo Antimperialista di Moreno Pasquinelli. Si sta lentamente affermando la formazione socialdemocratica e sovranista fondata dall’ex viceministro del governo Monti Stefano Fassina, Patria e Costituzione, ma al momento un ragguardevole contatto tra sovranismo e socialismo libertario manca.

L’identità libertaria sembra invece essere a totale appannaggio di forze liberiste come i Radicali (+Europa) o di forze della sinistra neoliberale (Sinistra di Nicola Fratoianni, Futura di Laura Boldrini, Possibile di Pippo Civati). Tutte formazioni politiche, chi più chi meno, di stampo europeista e comunque avverse al sovranismo.

Manca oggi in Italia un sovranismo libertario. Ed è su questo punto che il Movimento RadicalSocialista dovrebbe scendere in campo. Si può essere contro l’austerity di Ursula Von der Leyen, contro il liberismo di Fmi e Bce, contro i nazionalismi europei alla Emmanuel Macron ed essere al tempo stesso a favore dei diritti civili e sociali. Si può essere contro la Ue e per il socialismo attraverso passaggi democratici.

L’avversione al liberismo europeo non può essere lasciata, a sinistra, in mano a sole forze estremiste, per quanto utili nella lotta. Se così fosse si rafforzerebbe in automatico l’antieuropeismo di natura ultraconservatrice, quello di Lega e Fratelli d’Italia.

Al tempo stesso, vedendo che l’avversione alla Ue è propagandata quasi esclusivamente da esponenti politici vicini ad ambienti neofascisti, omofobi, catto-reazionari e xenofobi, tanti italiani distanti anni luce dalle posizioni della destra radicale rischiano di non avvicinarsi minimamente a una visione sovranista civile e libertaria.

Si può essere sovranisti e sventolare con orgoglio la bandiera arcobaleno; si può essere sovranisti e schierarsi per le adozioni ai single; si può essere sovranisti e favorevoli ai matrimoni omosessuali; si può essere sovranisti e a favore di uno ius culturae.

Sovranismo può andare d’accordo con pacifismo. Aldo Capitini, socialista radicale e libertario, fondatore della Marcia della Pace di Assisi, oggi sarebbe un sovranista italiano. Contro le guerre, contro i nazionalismi, contro il razzismo, ma sovranista.

Il rifiuto assoluto della guerra non è incompatibile con il sovranismo, anzi. Anche il messaggio di padre Alex Zanotelli, per cui la vera evoluzione umana arriverà solo con la fine di tutte le guerre, può essere letto in chiave sovranista. Chi difende i propri confini, soccorrendo chi all’interno di essi è in difficoltà e rispettando ogni popolo, risponde alle richieste di pacifismo di Capitini e Zanotelli. Il pacifismo può sposare una visione di sovranità nazionale civile e democratica. Capitini vedeva in Gandhi un erede di Marx. E chi più di Gandhi è stato un fiero sovranista a difesa dell’autodeterminazione del popolo indiano? Ora tocca ai popoli europei liberarsi dal dominio dei burocrati di Bruxelles. Con le stesse armi usate da Gandhi; con lo stesso ideale pacifista di Aldo Capitini.

Il Movimento Radicalsocialista può essere il baricentro di una congiunzione tra politiche socialiste e libertarie e di identità nazionale. Il cuore di un “sovranismo arcobaleno”. Per fare amare la cultura e i simboli italiani anche a tanti compagni troppo abituati a vederli come un’esclusiva delle peggiori destre.

Colpi di sole estivi (fantozziani): lavoro… gratuito nell’arte e nello spettacolo?!

di MANUELA AUSILIO

«Il libero sviluppo delle individualità è la possibilità di sviluppare le facoltà intellettuali, l’espressione delle energie vitali, dei rapporti socievoli». Così si esprimeva Karl Marx nel Capitale, Libro I (1863-64). Ma questo è anche esattamente ciò che non si vuole per gli esseri umani in epoca capitalista. In generale, diceva Marx, si cerca di sviluppare la forza produttiva e tecnologica al solo fine di «abbreviare la parte della giornata lavorativa nella quale l’operaio deve lavorare per sé stesso, per prolungare (..) la parte (..) nella quale l’operaio può lavorare gratuitamente per il capitalista» (Il capitale. Libro I, La Nuova Italia 1969, 360-61).

Ecco perché l’obiettivo immediato dei lavoratori, per Marx, era la riduzione della giornata di lavoro a parità di salario: per iniziare a riprendersi il tempo utile non solo a «recuperare l’energia e la salute alla classe lavoratrice», ma anche per «fornire ad essa la possibilità di sviluppo intellettuale, di relazioni e attività sociali e politiche» (Marx, Risoluzioni del congresso di Ginevra, 1866, in M. Musto, Lavoratori di tutto il mondo unitevi, 2014).

È infatti questo «il tempo per un’educazione da esseri umani, per lo sviluppo intellettuale, per l’adempimento di funzioni sociali, per rapporti socievoli, per la libera espressione delle energie vitali, fisiche e mentali». Considerati dai capitalisti «fronzoli puri e semplici», per Marx questi sarebbero stati invece gli elementi fondativi della nuova società comunista (Il capitale cit., p. 300).

Già nei Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica o Grundrisse (1857) scriveva che ciò avrebbe favorito «il libero sviluppo delle individualità», ovvero «la formazione e lo sviluppo artistico e scientifico (..) degli individui, grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per tutti loro» (Marx, Lineamenti, vol. II, p. 402 in Id., Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica. 1857-1858, 2 voll., La Nuova Italia, Firenze 1997).

Come si dovrebbero interpretare allora, da questo punto di vista, le recenti affermazioni della nota attrice Anna Mazzamauro (con il plauso del presentatore che la intervistava) per cui tutto sommato se i lavoratori dello spettacolo lavorano in modo non retribuito non è un gran danno, anzi ciò li rende simpatici e li spinge a lottare di più? L’affermazione che nel mondo della cultura si lavora per “passione”?

Per comprendere cosa implica questo argomento bisogna cercare di analizzare cosa “rappresentano” questi lavoratori della cultura e dello spettacolo. Sono i lavoratori che con più evidenza appaiono come quelli che hanno avuto il tempo di svilupparsi intellettualmente, e contemporaneamente, il cui prodotto del lavoro non appare immediatamente come merce-valore di profitto, ma “arte”, fornendo nel contempo al capitalismo la sverniciatina ipocrita del mondo migliore che lascia spazio “alla libera espressione”, allo sviluppo intellettuale generale dell’essere umano (che bello).

L’attacco ai diritti di questi lavoratori è quindi duplice: lavorare gratis è il prezzo da pagare per la colpa di essersi potuti sviluppare culturalmente, e in secondo luogo per quella di “rappresentare” produttori di beni che (ahinoi!) non appaiono immediatamente come valore di scambio. È soprattutto quest’ultima rappresentazione che il capitale deve distruggere nell’immaginario, per disincentivare pericolosi ambiziosi/e dal volere diventare lavoratori della cultura!

Queste lavoratrici e questi lavoratori, allora, devono apparire (non si lamentino!) come “pochi eletti” che per “passione” hanno scelto la via originale dell’arte (come se dietro l’arte non ci fossero sempre ore di lavoro per produrla). E dunque:

1) la loro condizione è eccezionale (non si pensi di mettersi tutti a cercare di lavorare con la cultura!). In questo emerge l’aspetto coercitivo e strisciantemente autoritario del capitalismo.

2) proprio in quanto mossa dalla “passione eccezione”, la loro condizione di lavoro non è inquadrabile entro le norme consuete dei diritti di retribuzione. E in effetti, ad oggi è così.

Cosa si ottiene?

Si ottiene il risultato di rendere la via del lavoro culturale sempre meno desiderabile, squalificando e alienando i diritti dei suoi operatori mentre li si esalta come “figure eccezionali”. Si fa passare per “normalità” l’idea che, poiché l’“arte” non ha prezzo, allora il suo “valore” non è commensurabile in ore di lavoro e quindi salario.

La formazione intellettuale e lo sviluppo artistico-scientifico della personalità umana devono rimanere delle eccezionalità, e condizioni non desiderabili nel mondo capitalista, dato che al tempo di lavoro divenuto libero il capitalista fa corrispondere la (bellissima!) mancanza di retribuzione, la precarietà, la normalità della prestazione lavorativa gratuita, dell’estensione della giornata lavorativa, ecc.

Così, nell’immaginario terrorizzato del senso comune, lavorare con la cultura vuol dire eccezionalità e povertà. Chi aspirerebbe a una simile condizione? D’altra parte, che vuoi fare, hai scelto la via della “passione”, ora devi pedalare!

L’attacco al lavoratore della cultura e dello spettacolo è un gravissimo e subdolo attacco più generale alla possibilità di noi tutti di rappresentarci, immaginare e realizzare, una condizione di lavoro a misura di essere umano. Ovvero una condizione futura che ci consenta di avere del tempo libero sufficiente da dedicare al nostro sviluppo intellettuale e morale come esseri umani. E il cui prodotto del lavoro non possa essere immediatamente commensurato in termini di valore di scambio e quindi di profitto (appropriazione di ricchezza privata frutto di extra-lavoro non pagato).

Non è solo un attacco alle condizioni di lavoro di singoli lavoratori, ma è insieme l’attacco a un’idea di lavoro libero e non sfruttato, di una condizione di lavoro non alienata e della società umana (e davvero civile, non solo ipocritamente) che quel tipo di lavoro rappresenta.

È allora davvero importante battersi con energia, attenzione, cura e sensibilità per il miglioramento delle condizioni dei lavoratori della cultura e dello spettacolo. Non perché facciano un lavoro “eccezionale” mosso dall’“arte” e dalla “passione”, che è vuota retorica cui ognuno può dare il significato che crede. Ma perché, davvero, in ognuno e ognuna di loro si aggrava la condizione di alienazione e sfruttamento di noi lavoratori della società capitalista colpendo, insieme, il nostro sogno che tutto questo un giorno non accadrà più. Mai più.

La donna palestinese vittima due volte

di MARIA ROSARIA GRECO (da Gaza) –

A Beit Sahour è stata uccisa una giovane donna palestinese. Aveva 21 anni e si chiamava Israa Ghrayeb. É stata crudelmente assassinata dai membri della sua famiglia per aver pubblicato sui social un video di lei uscita per un caffè con il suo fidanzato e la sorella di lui. Il video avrebbe “disonorato” la famiglia.

Un “delitto d’onore" assurdo che ci lascia senza fiato e che ci catapulta in un contesto di degrado sociale in cui la donna palestinese è vittima due volte. Non solo è vittima della colonizzazione e occupazione militare israeliana, che la costringe a un regime di apartheid, ma è anche vittima di una cultura patriarcale dominata da rigorosi concetti di onore, virtù, purezza, virilità. Significati che oggi andrebbero rivisitati, capovolti, ma che paradossalmente vengono stupidamente affermati anche in risposta all’occupazione stessa, nel tentativo di preservare quella identità culturale di appartenenza.

Così accade che donne, e spesso giovani donne, appartenenti alle classi sociali più povere, diventano vittime innocenti, private dei propri diritti fondamentali. Affronta con grande sensibilità questo tema il grande poeta e scrittore Ibrahim Nasrallah in “Balcony of disgrace” (balcone del disonore) in cui approfondisce il tema del delitto d’onore e la condizione della donna araba.

Tutte le #Israa in Palestina hanno il diritto di vivere serenamente la propria vita senza il timore della doppia oppressione a cui sono costrette. Bisogna lottare contro il colonialismo, contro l’apartheid e anche contro il patriarcato misogino. Noi siamo con loro, con tutte le Israa che vogliono semplicemente essere libere.

Ma il delitto d’onore e la violenza sulla donna non colpiscono solo la Palestina o il mondo arabo. Ogni anno, nel mondo, vengono uccise per mano del proprio compagno (o l’ex) circa 13mila donne (la fonte è il Centro Reina Sofia para el Estudio de la Violencia di Valencia), anche se pare si tratti di una stima per difetto, calcolata sulla base della popolazione femminile mondiale di età superiore ai 14 anni. In Italia sono circa 100 all’anno (la fonte è il ministero dell’Interno, Eures).

È vergognoso. Ancora oggi la donna nel mondo subisce violenza fino alla morte. Quante #Israa dovranno morire prima di arrivare a un cambiamento?

Israa siamo tutte noi!

#كلنااسراءغريب

Maria Rosaria Greco – curatrice della rassegna Femminile Palestinese

Quando giustizia e solidarietà sono più “utili” del profitto

di ROSE MARX

Quando studiavo all’università per l’esame di economia politica mi toccò in sorte un libro molto ostico, scritto da un eminente economista inglese; era infarcito di formule matematiche, dilemmi, rompicapi e diagrammi e capitolo per capitolo costruiva un discorso molto complesso sul modo di funzionamento del capitalismo, a livello microeconomico. Ad un certo punto, verso la fine, c’era un capitolo dedicato ad una ricerca effettuata in una cittadina della provincia degli Stati Uniti, dove un’associazione di privati cittadini aveva deciso di opporsi alla morte urbana di un parco dove un’impresa privata avrebbe dato avvio ad una tipica speculazione edilizia costruendo l’ennesimo complesso residenziale tutto cemento e servizi esclusivi. Il comitato cittadino che si opponeva a questa speculazione iniziò a raccogliere firme ma anche fondi per sostenere la battaglia contro la scomparsa del parco e la cosa più sbalorditiva della ricerca era che molte persone, pur non essendo direttamente interessate all’aerea verde in quanto non ne usufruivano personalmente, decisero comunque di contribuire al suo salvataggio.

La motivazione addotta da queste persone – alcune per esempio anziane che uscivano di casa molto poco – era che pur non essendo direttamente interessate all’area verde erano disposte ad investire parte dei loro soldi per permettere ad altri di usufruirne, poiché l’idea che in città ci fosse un parco dove avrebbero potuto recarsi mamme con bambini, ragazzi o persone che portano a spasso il cane, le faceva sentire meglio. Questi contributi furono decisivi per salvare il parco dalla speculazione e la considerazione finale dell’autore era che, dal punto di vista del comportamento utilitaristico ritenuto il più conveniente nelle varie teorie liberali a sostegno del capitalismo – tra cui ad es. la teoria dei giochi – era ben strano che molti decidessero di investire parte del proprio denaro per sostenere uno spazio che in realtà non usavano. In un altro capitolo parlava invece di un uomo a cui la banca aveva negato un prestito di modica entità per avviare un’attività in proprio. Quest’uomo era poi finito sul lastrico insieme a tutta la sua famiglia, in un vortice di miseria e disperazione che alla fine aveva avuto una forte ricaduta anche economica per tutta la società locale, la quale invece avrebbe potuto beneficiare in modo diretto e indiretto del prosperare di un’attività commerciale.

Quest’ultima vicenda mi fece venire in mente un caso che stavo seguendo in quel periodo: un uomo che stava scontando una pena molto lunga per omicidio volontario e distruzione di cadavere. Egli aveva confessato dopo 15 giorni dal fatto poiché non reggeva più il senso di colpa non essendo tra l’altro un soggetto che avesse mai fatto scelte devianti nella sua vita. In un momento di collera, in una discussione sul pianerottolo, aveva dato uno spintone al suo padrone di casa che era rotolato malamente giù per le scale perdendo conoscenza. Il detenuto si era fatto prendere dal panico e invece di chiamare semplicemente un’ambulanza aveva deciso di portarlo in cantina per ucciderlo ma non avendo dimestichezza con queste cose e non sapendo bene come fare ci mise ore per riuscire ad ammazzare il malcapitato. In qualche modo riuscì a finirlo e dopo aver fatto a pezzi il cadavere l’aveva distribuito in varie discariche della zona. Il detenuto aveva reagito in realtà ad un insulto del padrone di casa che sulle scale gli aveva dato del “terrone” perché era in arretrato con il pagamento del canone di affitto e l’insulto gli aveva fatto perdere la pazienza in un momento di grande stress emotivo. Si era trasferito 15enne a Milano dalla Sicilia per sfuggire ad un destino di povertà e da allora aveva sempre lavorato (all’epoca dei fatti aveva circa 40 anni); era sposato e padre di tre figli di cui uno nato da poco. Proprio durante l’ultima gravidanza della moglie erano iniziati i problemi coniugali, acuitisi dopo la nascita del piccolo ma soprattutto dal fatto che nello stesso periodo aveva perso il lavoro. In breve le difficoltà economiche, la frustrazione di non trovare lavoro e i litigi con la moglie lo avevano gettato in una profonda depressione di cui probabilmente aveva sofferto fin da ragazzino. Tentò più volte di farsi curare ma come tutti sanno in Lombardia i Centri Psico-sociali sono stati i primi a essere vittime delle dissennate riforme pro-privati di Formigoni e da tempo non sono più in grado di far fronte alle problematiche psichiche e sociali di nessuno. La lite con il padrone di casa quindi era stata solo l’epilogo di un crollo psicologico iniziato da tempo e ovviamente segnò tutta la sua vita e quella della sua famiglia. Dunque la perdita del lavoro e la mancanza di un sussidio di disoccupazione nonché la totale assenza di qualsiasi sostegno socio-psicologico avevano generato un disastro a catena poiché un uomo aveva perso la vita, un altro era finito in carcere, i figli di quest’ultimo avevano ancora più problemi di prima e insieme alla madre erano comunque finiti nel circuito del welfare state o di quello che ne rimane pesando sulla collettività; lui in carcere creava enormi problemi poiché era comunque un uomo molto sofferente e soprattutto si sa che un detenuto costa allo Stato circa 300 Euro al giorno… Ora chiunque sarà in grado di fare due calcoli e capire che un mancato sussidio – non so, diciamo di 500-600 euro al mese per poniamo un anno o due – aveva generato un disastro sociale a catena con costi morali ed economici altissimi, forse incalcolabili.

Insomma, ritornando al libro di economia studiato all’università, alla fine dopo essermi spremuta le meningi sulle statistiche le formule e i diagrammi la conclusione a cui arrivava l’autore, alla quale si arriva in modo più intuitivo dalla storia del detenuto, era di una semplicità incredibile: lo scrittore dichiarava che Marx aveva perfettamente ragione e che il capitalismo così com’è concepito è destinato a fallire perché, tra le altre cose, il profitto ad libitum alla fine va contro i propri stessi interessi. Infatti il sistema perverso dell’arricchimento a qualsiasi costo non tiene conto dell’elemento umano e psicologico e quindi tende a schiacciare le risorse psichiche, morali e intellettuali delle persone, condizione che alla lunga logora il sistema dall’interno. Inoltre questo sistema porta alla frustrazione di qualsiasi tentativo di emancipazione sociale poiché, così com’è concepito, tende a sostenere la tesi de I sommersi e i salvati di Primo Levi, dove chi più ha avrà di più e chi meno ha avrà di meno, con costi evidenti e prolungati su tutta la società.

E credo che se ci guardiamo in giro l’evidenza di tutto questo sia oggi più lampante che mai.

ROSE MARX, sociologa

(in esclusiva per il nostro sito)