Il socialismo non è di sinistra: parola di Jean-Claude Michéa

di LUCA BAGATIN

In molti avranno notato da tempo come la cosiddetta sinistra, sia italiana che europea, abbia abbracciato in toto la società di mercato, il capitalismo, la globalizzazione, il totale asservimento alle logiche dell’alta finanza, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale. Tutti aspetti che il socialismo di un tempo mai avrebbe accettato, dichiarando apertamente che il capitalismo andava superato in nome della socializzazione dei mezzi di produzione da parte della classe operaia e del proletariato. Oggi, peraltro, per quanto la classe operaia ed il proletariato siano mutati, assistiamo comunque alla presenza di un precariato diffuso in tutte le fasce d’età, ad una disoccupazione in aumento e endemica, a situazioni di nuove povertà che certo la sinistra italiana ed europea non tutelano. Anzi, sembrano addirittura incoraggiare il cosmopolitismo e la ricerca di una fantomatica “fortuna” all’estero.

Coloro i quali, in sostanza, credono ancora in una società libera ed egualitaria, ovvero in una prospettiva socialista, possono ancora definirsi “di sinistra” ? La risposta è chiaramente no e ce la fornisce chiaramente l’ultimo saggio del filosofo orwelliano Jean-Claude Michéa, pubblicato in Italia da Neri Pozza e dall’emblematico titolo (che richiama alla memoria il celebre romanzo dello scrittore socialista Eugène Sue I misteri di Parigi), I misteri della sinistra.

Jean-Claude Michéa, filosofo francese con un passato nel Partito Comunista Francese e da tempo lontano da ogni appartenenza partitica, rileva innanzitutto – in Francia come altrove – la totale similitudine programmatica delle forze di destra e di sinistra, unite entrambe dai comuni valori del liberalismo capitalista, ovvero dell’egoismo sociale e del modernismo. Parlando in particolare della sinistra, Michéa rileva come questa abbia abbracciato in toto tesi capitaliste e progressiste, evidenziando come il concetto di “socialismo” e di “sinistra” non abbiano nulla in comune fra loro e a sostegno di ciò egli rammenta come Marx ed Engels, fondatori del socialismo scientifico, oltre che Proudhon e Bakunin, rappresentanti del mondo anarchico, non si siano mai definiti “di sinistra”, ma anzi, lungi dal voler fondare un partito elettoralistico, si siano sempre tenuti lontani dalla sinistra parlamentare rappresentata dai liberal-progressisti borghesi e bottegai, che spesso hanno ostacolato il socialismo francese attraverso sanguinose repressioni, la principale delle quali quella condotta da Adolphe Thiers contro la Comune di Parigi del 1871. La gran parte dei socialisti e degli anarchici dell’800, difensori dei diritti degli operai e dei proletari, in sostanza, si sarebbe guardata molto bene dal sostenere una fantomatica “unione delle forze di sinistra e progressiste”, scendendo così a compromessi con la borghesia sfruttatrice loro carnefice, che pur si contrapponeva alla destra reazionaria e clericale.

Da notare peraltro che anche l’Italia ebbe il suo Thiers in Francesco Crispi, in quale, tradendo la causa mazziniana e garibaldina operaista, diverrà – dai banchi della Sinistra Storica – sostenitore della causa monarchica e successivamente dell’imperialismo italiano bellicista in Africa e della repressione dei moti operai e socialisti in Sicilia (i cosiddetti Fasci siciliani). Jean-Claude Michéa spiega che fu solo nel quadro del contesto dell’affaire Dreyfus e solo di fronte alla minaccia di un colpo di stato di stampo monarchico, clericale e reazionario, che i settori operaisti e socialisti rappresentati nel parlamento francese accetteranno un compromesso – detto di “difesa repubblicana” – con i loro avversari della sinistra parlamentare. Compromesso che, purtroppo, non sarà temporaneo e segnerà – come ricorda Michéa – l’atto di costituzione della sinistra moderna, ovvero lo snaturamento e la dissoluzione del socialismo operaista e popolare originario, che si trasformerà in indistinto progressismo e via via nella supina accettazione delle regole del libero mercato, a scapito degli operai medesimi e dei meno abbienti e a tutto vantaggio della cosiddetta “crescita economica illimitata” e del “progresso materiale illimitato”, ovvero dell’industrializzazione ad oltranza, con i conseguenti effetti e danni collaterali nei confronti dell’ecologia.

La visione progressista della sinistra e dei liberali come Adam Smith, con il loro disprezzo per tutto ciò che è “piccolo” e “arcaico”, porterà così via via le classi medie tradizionali e molti piccoli produttori e operai a rifugiarsi sotto l’ala protettiva della destra conservatrice. Che è poi ciò che stiamo osservando in Francia oggi con l’aumento dei consensi al Front National di Marine Le Pen (che pur ha mutato molto il suo DNA originario) da parte dei settori più poveri della società, al punto che lo stesso Michéa ha affermato più volte che, se oggi Marx fosse vivo e votasse in Francia, voterebbe senza dubbio per la Le Pen, che fra l’altro è una lettrice ed estimatrice dichiarata di Antonio Gramsci. Jean-Claude Michéa rileva peraltro che, da tempo, a livello mondiale, stanno nascendo diversi movimenti critici nei confronti del capitalismo e tendenti a superarlo quali: il “Movimento dei cittadini” in Corea del Sud, gli “Indignati” in Europa (vedi il partito spagnolo Podemos, in particolare), il “Movimento del 99%” negli USA e, da tempo, l’America Latina è un laboratorio di movimenti per il superamento del capitalismo, i quali, negli ultimi quindici anni, hanno anche dato ottima prova di governo, come ad esempio il bolivarismo, il neo-peronismo, il sandinismo, che fanno peraltro riferimento a precise figure storiche e carismatiche dell’America del Sud.

Tornando a Marx ed Engels, ovvero ai massimi teorici mondiali del superamento del capitalismo, Michéa tende a ribadire spesso il concetto che entrambi mai si sono esplicitamente richiamati alla cosiddetta “sinistra” in senso politico, ma hanno sempre inteso la “sinistra” e la “destra” unicamente in senso strettamente filosofico, volendo così distinguere gli hegeliani di sinistra, fautori del “metodo”, dagli hegeliani di destra, fautori del “sistema”. La medesima cosa, peraltro, vale per Lenin, oltre che per i già citati Bakunin e Proudhon, che certo mai si sarebbero definiti “progressisti”, ovvero a favore della crescita economica, con tutte le sue conseguenze.

Aspetto interessante toccato dal saggio di Michéa è quello relativo alla cosiddetta obsolescenza programmata, aspetto peraltro strettamente legato al concetto di crescita economica imposto dal capitalismo, ovvero quel fenomeno che fa sì che un prodotto duri relativamente poco nel tempo, in modo da far sì che il consumatore finale sia costretto a ricomprarne uno nuovo. L’esempio classico è quello relativo alle lampadine: tecnicamente sarebbe possibile produrre lampadine di una durata superiore alla vita umana, ma, semplicemente, per il fenomeno dell’obsolescenza programmata – previsto dal cartello dei produttori di lampadine costituito dalla Philips, dalla Osram e dalla General Electric sin dal 1925 – queste non vengono messe in commercio. La medesima cosa avviene per ogni prodotto. dalle automobili ai prodotti informatici: le aziende organizzano un vero e proprio sabotaggio metodico dei prodotti in modo che durino nel tempo relativamente poco. Ciò che Michéa definisce “il rovescio più cinico della virtuosa crescita”. Rovescio cinico che, logicamente, ha conseguenze nefaste non solo per le tasche dei consumatori, ma anche per l’ecologia. A ciò, naturalmente, si somma il fenomeno del battage pubblicitario, operato dai professionisti della pubblicità e di quella che Michéa definisce disinformazione mediatica, i quali hanno il compito di indurre il consumatore ad acquistare gadget e prodotti di cui non ha alcun reale bisogno, in un circolo vizioso senza fine.

Michéa, in sostanza, vuole dunque dimostrare come il processo liberale portato avanti dalla Rivoluzione Francese non abbia affatto tenuto conto della cosiddetta questione sociale, ovvero abbia evocato un astratto concetto di uguaglianza, senza purtuttavia liberare la società nel suo complesso. Società che, nei fatti, è una comunità che, per poter essere liberata, deve emanciparsi da ogni possibile “calcolo egoistico” che, purtroppo è alla base della società liberal-capitalista legata allo scambio commerciale propugnata dalla Rivoluzione Francese. E qui, Michéa rileva come le opere relative all’economia del dono scritte dall’antropologo Marcel Mauss abbiano, invece, contribuito a fornire una solida basa al socialismo originario, dimostrando come la logica del dono, ovvero dell’economia del dono – praticata tutt’oggi in molte società matriarcali ancora esistenti – rappresenti la trama basilare del legame sociale e sia dunque l’antitesi della società commerciale e capitalista che, nei fatti, distrugge ogni comunità umana ed è all’origine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, in nome di una falsa idea di libertà. Proprio in questo senso Michéa pone a confronto la logica pedagogica del “diritto”, propugnato dagli Illuministi e dai liberali – e quella del “dono”, propugnata dai socialisti delle origini. Se a un bambino – spiega Michéa – si insegnano solamente i suoi diritti e come difenderli e non lo spirito del dono (ovvero saper dare, ricevere e ricambiare), si finirà per trasmettere al bambino il concetto che tutto gli è dovuto. Da qui l’idea liberal-progressista che, per avere successo nella vita, è sufficiente chiedere, ricevere e pretendere. Un’idea edonista ed egoista antitetica rispetto ad ogni forma di società e comunità.

La tesi sostenuta da Michéa nel suo I misteri della sinistra è in sostanza che la società liberale riconosce ufficialmente solo le relazioni basate sullo scambio commerciale e sul contratto giuridico, ovvero sul concetto del “dare e del ricevere”, negando così ogni altro tipo di rapporto disinteressato, sia esso di amore, amicizia, sociale. La società liberal-commerciale, dunque, è fondata su rapporti fittizi che, come rileva lo stesso Michéa, sono il fondamento dei cosiddetti “social”-network quali Facebook e Twitter, che creano relazioni umane “prefabbricate” e “di sintesi”, senza creare una relazione sociale e umana autentica. Tali relazioni “di sintesi” vengono definite giustamente dal filosofo francese con il termine “asociale socialità” e rileva come ciò sarebbe all’origine di molte patologie morali e psicologiche dell’uomo contemporaneo.

Jean-Claude Michéa, in ultima analisi, ritiene che il mondo potrà davvero cambiare in meglio, ma senza alcuna teoria “rivoluzionaria” o “progressista” bensì solamente se ciascuno di noi cercherà di fare la sua parte nella quotidianità della vita di tutti i giorni e se i cosiddetti “rivoluzionari di professione” inizieranno a fare i conti con la propria “volontà di potenza”. I misteri della sinistra è dunque un saggio controcorrente rispetto alla vulgata odierna. È un saggio che ci riporta alle origini dei nostri rapporti umani e sociali. È un saggio sul socialismo delle origini e sul nostro inconscio che è stato stravolto da una modernità fondata sull’egoismo e sullo sfruttamento. È un saggio che dimostra come il liberalismo ed il progressismo non siano affatto sinonimi di libertà, ma di nuove forme di schiavitù: sociali, economiche e mentali.

Luca Bagatin

(da http://www.amoreeliberta.blogspot.it)

MRS esce da “Potere al Popolo” (comunicato)

Con una decisione unanime del suo direttivo, il Movimento RadicalSocialista ha deliberato la sua uscita dalla “coalizione” di Potere al Popolo, a cui aveva aderito due anni fa in previsione delle elezioni politiche del marzo 2018.

Al di là del giudizio critico sull’involuzione del progetto PaP, si è semplicemente preso atto della fine oggettiva del suo originario carattere di COALIZIONE, come dimostra (da ultimo) la presenza alle regionali umbre del simbolo di “Potere al Popolo” ACCANTO a quelle stesse liste di sinistra che avrebbe dovuto aggregare: aggregazione non riuscita in partenza oppure fallita in corso d’opera per la progressiva uscita di diversi soggetti politici inizialmente coinvolti. Con la surreale aggravante di raccogliere addirittura meno consensi (lo 0,3%) di quelle forze che avrebbe dovuto mettere insieme.

Da ciò si deduce che nell’attuale nefasta dispersione e frammentazione della sinistra cosiddetta radicale, l’adesione ad uno degli attuali frammenti non solo non ha senso, ma risulta controproducente per la stessa causa dell’unità, che il nostro Movimento ha sempre perseguito fin dalla sua nascita nel 2006.

Nella convinzione che solo una nuova forza politica esplicitamente SOCIALISTA potrebbe rappresentare la sintesi delle varie voci sparse della sinistra sociale, il Movimento RadicalSocialista riguadagna appieno la sua autonomia come laboratorio politico-culturale impegnato a ricomporre, fondere e rinnovare le antiche radici ideali della sinistra italiana: socialista, comunista libertaria, democratico-radicale e liberale progressista.

Movimento RadicalSocialista (4-11-2019)

La sfida del sovranismo democratico per il socialismo del XXI secolo

di DAVIDE SPONTON

«Si definisce sovranismo l’opposizione al trasferimento di poteri e competenze dallo Stato nazionale a un livello superiore, sovranazionale o internazionale, processo visto come fattore di indebolimento e frammentazione della propria identità storica, di declino e svuotamento del principio democratico, che stabilisce un nesso di rappresentanza diretta fra i cittadini e i decisori politici. Sebbene spesso confuso col nazionalismo di stile novecentesco, il concetto di sovranismo va tenuto distinto da quest’ultimo, in quanto si limita semplicemente a rivendicare l’importanza della sovranità politica ed economica di uno stato, senza alcun riferimento ai concetti di razza né a una presunta superiorità di una nazione su un’altra» (Wikipedia, voce sovranismo).

Sarebbe poi da rimarcare come l’Unione Europea (parole del supremo vate Romano Prodi) abbia imposto all’Italia determinate politiche economiche di tipo neoliberista. Imposizione ben accetta dalle classi dirigenti italiane più legate al capitalismo finanziario internazionale, che attraverso la giustificazione del “lo chiede l’Europa” hanno gestito il massacro sociale degli ultimi trent’anni. Utilizzando quelle forze politiche della sinistra disorientate sia dal crollo del blocco sovietico che dalla crisi delle tradizionali politiche riformiste di sicurezza sociale e redistribuzione del reddito, hanno trovato nel cosiddetto europeismo il loro nuovo faro ideologico.

I due capisaldi ideologici di questo nuovo centrosinistra non solo italiano sono stati il liberismo in economia ed il dirittocivilismo individualista in campo politico-culturale. Ma questa nuova dotazione ideologica è ormai in crisi; e per rifiutare il sovranismo democratico ora consegneranno l’Italia al nazionalismo xenofobo.

Occorre dunque comprendere che l’adozione del sovranismo democratico, che sappia unire i vari soggetti dispersi delle classi subalterne, è la chiave di comprensione del nuovo terreno su cui poggia la moderna lotta di classe. Si può essere forza politica dello “zero virgola qualcosa”, ma è ben diverso essere “zero virgola” da parte di forze come Rifondazione, che hanno dissipato in maniera dissennata il proprio patrimonio elettorale e di militanza, ed essere “zero virgola” da parte di forze che tentano in assoluto isolamento di ricostruire un’alternativa socialista su basi ideologicamente rinnovate.

La sfida del socialismo del XXI secolo deve passare per questo nodo. O lo scioglie e avrà una prospettiva. O rimane, magari imprecando, dentro il vecchio brodo politico e culturale degli ultimi trent’anni e si condanna a rimanere residuale.

Se la sinistra dimentica il socialismo…

di LEONARDO MARZORATI

La sinistra è attualmente divisa, come ricordato in un articolo pubblicato dal Movimento Radicalsocialista e da Risorgimento Socialista, tra "sinistrati" e "rossobruni". I primi sono gli eredi del percorso movimentista nato con la svolta bertinottiana di Rifondazione Comunista, i secondi sono principalmente eredi della tradizione operaista e comunista che ha contraddistinto le lotte sociali del XX secolo.

Entrambe le fazioni sembrano troppo spesso più concentrate ad attaccarsi tra loro, perdendo di vista, soprattutto gli operaisti, l’obiettivo primario dei comunisti e dei socialisti radicali: l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Senza socialismo lo sfruttamento proseguirà. Il socialismo lo si raggiunge dando ai lavoratori potere decisionale ed economico nelle politiche industriali. Questo è l’obiettivo. Un obiettivo difficilissimo da raggiungere, anche nel medio e lungo periodo, mentre viviamo un’epoca storica in cui le differenze sociali aumentano in maniera vergognosa, con poche centinaia di persone in grado di possedere la metà della ricchezza mondiale.

La sinistra, specie quella arcobaleno, oltre ad occuparsi dei difetti dei propri vicini di casa, scende in campo a favore dei migranti provenienti via mare dal nord Africa (scordandosene altri), per i diritti civili e ultimamente, dopo l’effetto Greta Thunberg, anche per le politiche ambientali. Gli esponenti della sinistra ogni tanto si ricordano di lavoro, di sanità, di scuola e di giustizia sociale. In pochi però ricordano al loro potenziale elettorato l’obiettivo finale: il socialismo. Pochi mantengono vivi i simboli nobili della sinistra: falce e martello, l’Internazionale, il pugno chiuso. Anche chi li sfoggia con orgoglio troppo spesso perde più tempo a prendersela con le sinistre "fucsia" che non lo fanno.

Molti dirigenti e le classi intermedie della sinistra vivono nella celebre “bolla”, distanti economicamente, culturalmente, ma anche solo fisicamente, dalle masse popolari. A Milano, da un appartamento dei quartieri Brera o Isola si può chattare con Hong Kong o Los Angeles, ma essere distanti anni luce da quartieri popolari come Corvetto o Lorenteggio. Questa è la sinistra borghese: una piccola élite (o semi-élite) di benestanti progressisti che, avendo raggiunto un appagante benessere economico, non lotteranno più per i diritti sociali, con il rischio di perdere parte del potere acquisito, ma solo per i diritti civili, così da essere ben contraddistinti dalle tanto odiate destre. Queste piccole élite però allontanano sempre più le classi popolari dalla sinistra, facendo sì che queste si rifugino nell’astensionismo o nel voto populista, che nei migliori casi va ai 5 Stelle, nei peggiori a Lega e Fratelli d’Italia. A tanti è capitato di voler quasi votare Lega, dopo aver ascoltato uno degli stucchevoli interventi di Laura Boldrini. Le sinistre fucsia, arancioni o rosa, sono le migliori alleate, involontarie, di Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Il popolo italiano e tutti i popoli europei non vogliono una classe politica che di tanto in tanto rispolvera le tematiche sociali e la lotta al liberismo. La sinistra può tornare a essere tale se, tramite i suoi migliori interpreti (quelli che Lenin definiva la parte più evoluta del proletariato), riscopre le lotte che la resero nobile fin dal XIX secolo. Socialismo, internazionalismo, comunitarismo e comunismo: questi termini non devono essere rimossi. Vanno rilanciati.

Troppi esponenti politici e sindacali hanno tradito la loro storia e quel mondo pieno di simboli che li aveva allevati. Basta guardare alcuni nomi e simboli di partiti della sinistra per mettersi le mani nei capelli. È il caso di "Possibile" di Pippo Civati, dove il simbolo è un uguale bianco su sfondo rosa. Da Forza Italia a Italia Viva, la politica italiana si è contraddistinta per nomi stupidi, accompagnati da sbiaditi e improbabili simboli. La sinistra deve prendere le distanze da questa deriva.

La bandiera del socialismo è rossa, con il sol dell’avvenire e la falce e martello. L’arancione, il fucsia, il rosa non hanno storia nella sinistra mondiale. Le bandiere delle classi lavoratrici sono rosse. Gli altri colori vanno bene per borghesi che si credono colti, senza mai aver letto Marx; che giocano a darsi un tono da rivoluzionari, protetti dalla loro solida posizione sociale. La sinistra deve difendere coloro che non possono permettersi di giocare a fare l’alternativo e il progressista. La sinistra deve difendere chi ha paura di esprimere i propri diritti, dai riders ai contadini, dagli stagisti non retribuiti ai lavoratori dell’edilizia. Dove non ci sono i grandi sindacati e la "sinistra" istituzionale, ci devono essere le forze socialiste e comuniste.

Guardiamo alle classi sfruttate, impegniamoci per migliorare le loro condizioni di vita e per far scattare nei loro cuori la scintilla della rivoluzione socialista. Il nostro fine dev’essere chiaro e ci si deve concentrare su quello. Serviranno decenni, forse secoli, ma questa battaglia va intrapresa. Senza perdere tempo in polemiche sterili e cercando di convincere più persone possibili sugli indiscutibili vantaggi del socialismo sul capitalismo.

La rivoluzione dell’articolo 3

di DOMENICO GALLO

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo si apre con queste solenni parole: «Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti uguali ed inalienabili costituisce il fondamento della libertà, della pace e della giustizia nel mondo».

Già nell’incipit del preambolo sono affermate due verità antropologiche: che esiste una sola famiglia umana e che i membri di questa famiglia hanno tutti pari dignità e godono di diritti uguali ed inalienabili. I principi fondamentali della Costituzione italiana si collocano perfettamente all’interno di questa temperie spirituale e riflettono la stessa concezione nella quale il diritto incorpora la giustizia e l’ordinamento giuridico non può essere più scisso da una tavola di valori universali che costituiscono l’approdo a cui è pervenuta l’umanità uscendo dalla notte della Seconda guerra mondiale.

Le ragioni del principio di eguaglianza

La Corte costituzionale con la sentenza n. 1146/1988, ha ribadito che la Costituzione italiana contiene alcuni princìpi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale, neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali. Tali sono tanto i princìpi che la stessa Costituzione esplicitamente prevede come limiti assoluti al potere di revisione costituzionale, quali la forma repubblicana [art. 139], quanto i princìpi che, pur non essendo espressamente menzionati fra quelli non assoggettabili al procedimento di revisione costituzionale, appartengono all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione.

Non v’è dubbio che fra questi principi supremi e immodificabili rientri il principio di eguaglianza.

Se il punto di partenza è la dignità inerente a ogni membro della famiglia umana, ogni uomo è un valore, è chiaro che questo valore non può essere discriminato e non possono esistere gerarchie fra le persone nel godimento dei diritti. Per questo, recita l’art. 3 della Costituzione, «tutti i cittadini hanno pari dignità sociali e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

L’eguaglianza nei diritti e nei doveri, con la conseguente eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, è una delle fondamenta dell’intero edificio costituzionale e costituisce un postulato essenziale per vagliare le legittimità delle leggi e l’operato dei Governi. Uno dei corollari dell’eguaglianza (formale) è il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, affermato dall’art. 112, che, pertanto, non può essere abbandonato senza realizzare un vulnus al valore (supremo) dell’eguaglianza.

Tuttavia il principio dell’eguaglianza formale (che è qualcosa di profondamente differente dalle pari opportunità) non costituisce un ostacolo per apprezzare il valore delle differenze e per promuovere processi di emancipazione sociale.

È fondamentale, a questo riguardo, il secondo comma dell’art. 3, che impone alla Repubblica di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». È interessante notare che quel «di fatto» che richiama la concretezza della vita, ce lo fece mettere, nell’art. 3, una giovane donna, Teresa Mattei, che veniva dalla Resistenza e conosceva il carico di bisogni e di speranze che tutti in quel tempo affidavano alla Repubblica, alla Costituzione, alla democrazia e alla politica.

In tema di eguaglianza, la Costituzione è andata oltre la concezione liberale dell’eguaglianza formale dei soggetti che partecipano al contratto sociale. Assieme alla concezione statica (e formale) dell’eguaglianza, è stata assunta una concezione dinamica, che nasce da una polemica rappresentazione della realtà economico-sociale in atto. La Costituzione quindi non si limita ad affermare dei princìpi fondamentali ma pone anche un progetto per svilupparli e realizzarli nella concretezza della realtà economico-sociale. Indica un percorso verso un modello di democrazia inclusivo ed emancipatorio, con la consapevolezza di porre una sfida permanente all’economia, alla politica e alle istituzioni.

A ben guardare si tratta di un principio “rivoluzionario” sul piano del diritto costituzionale. Esso riconosce che le disuguaglianze fra gli uomini non derivano soltanto dal diritto, ma affondano le loro radici soprattutto nei rapporti sociali, nelle condizioni materiali ed economiche. Le disuguaglianze socio-economiche pregiudicano, svuotano e falsificano il diritto allo sviluppo della persona, alla parità davanti alla legge, alla partecipazione democratica che, nonostante le proclamazioni costituzionali, finiscono, di fatto, per diventare da diritti di tutti, appannaggio soltanto di alcuni. Secondo Lelio Basso, il deputato che fu il principale ispiratore di questa norma alla Costituente: «l’art. 3 capoverso dice che l’eguaglianza di cui parla il primo comma dell’articolo, in realtà non esiste; che non c’è nella società, nonostante le affermazioni formali, una uguaglianza reale». Il capoverso dell’articolo 3 è «una norma che dichiara la falsità delle altre norme» costituzionali relative ai diritti personali, sociali e politici, i quali potranno diventare veri solo quando per tutti in concreto ci sarà un’istruzione adeguata, un lavoro non precario, una casa, una adeguata assistenza sanitaria; cioè quelle condizioni che possono assicurare una esistenza libera e dignitosa.

È stato osservato al riguardo che: “la natura rivoluzionaria di questa norma è quindi, in primo luogo, quella di costruire una critica della realtà sociale esistente ed insieme una critica del carattere formale ed astratto del diritto. In secondo luogo il suo significato rivoluzionario sta nel fatto che essa attribuisce al diritto stesso il compito di modificare tale realtà e di superare la propria dimensione puramente formale. In seguito a questa norma l’ordinamento dello Stato può, anzi deve, diventare la sede del mutamento sociale, il mezzo attraverso il quale trasformare gli assetti economici e raggiungere la giustizia nei rapporti sociali. In seguito a questa norma la legge fondamentale della nostra Repubblica riconosce che non basta proclamare un diritto in astratto per tranquillizzare la nostra coscienza democratica, ma è necessario che i poteri pubblici facciano di quel diritto una possibilità concreta ed effettiva; che il diritto non è più una “mera frase”, ma deve essere una realtà vivente. È questa la base di quel che si chiama principio di effettività, in nome del quale i diritti dell’uomo non devono solo essere proclamati, ma, appunto, anche essere realizzati nei fatti” (E. Balducci e P. Onorato, Cittadini del Mondo, Principato, Milano, 1981, p. 294).

La grande novità di questa sfida fu colta in pieno da Piero Calamandrei che, intervenendo in Assemblea, durante la discussione finale, rilevò: «questo progetto di Costituzione non è l’epilogo di una rivoluzione già fatta, ma il preludio, l’introduzione, l’annunzio di una rivoluzione nel senso giuridico e legalitario ancora da fare».

I dolori del principio di eguaglianza

Il principio dell’eguaglianza effettiva da realizzare nella concretezza della realtà economico-sociale è una sorta di “coscienza infelice” della Repubblica, un pungolo che stimola le istituzioni, i partiti e la società civile a mettere sempre in discussione lo status quo. Non v’è dubbio che l’annunzio di una “rivoluzione da fare”, di cui parlava Calamandrei, ha aperto la strada ad un percorso di avveramento dei princìpi di giustizia e nell’ordinamento e nel contesto economico-sociale. Non possiamo ignorare che vi sono delle istituzioni che operano al fine precipuo di promuovere l’eguaglianza, la principale delle quali è la scuola pubblica. La sua funzione fondamentalmente è quella di produrre la cittadinanza, di dare la parola a tutti perché tutti possano divenire sovrani, di rompere il muro delle diseguaglianze dando a ciascuno gli strumenti formativi e culturali, la lingua appunto, per consentire a ciascuno di partecipare, in condizioni di parità, all’organizzazione politica economica e sociale del Paese, così come richiede l’art. 3, II comma, della Costituzione. La scuola pertanto costituisce la principale istituzione della cittadinanza e dell’eguaglianza. Non possiamo negare che nei primi quarant’anni di vita repubblicana, vi è stata una stagione in cui la promessa di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, “limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” ha avuto un percorso di attuazione, superando insidie di vario tipo, soprattutto nella stagione delle grandi riforme degli anni 70 (statuto dei lavoratori, diritto di famiglia, divorzio, aborto, abolizione dei manicomi, introduzione del servizio sanitario nazionale, etc.).

Purtroppo da molto tempo, soprattutto per ragioni di ordine internazionale, questo percorso si è arrestato e si è rovesciato nel suo contrario. Sono a tutti note le condizioni di sofferenza in cui si dibatte il sistema pubblico dell’istruzione, fortemente aggravate dall’ultima riforma che, con linguaggio orwelliano è stata denominata “la buona scuola”. La legge 107/2015 rappresenta il culmine di un processo di decostituzionalizzazione della scuola pubblica, con la conseguenza di affievolire la sua funzione repubblicana di promozione dell’eguaglianza. Ma, ancora più grave è la situazione che emerge dalle statistiche sociali. Il 14 luglio 2016 sono stati diffusi dall’Istat dati impressionanti sulla crescita della povertà nel nostro Paese. Nel 2015 – si legge nel rapporto – «le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta (si stima) siano pari a 1 milione e 582 mila e gli individui a 4 milioni e 598 mila». È il numero più alto dal 2005 a oggi. Se consideriamo che il 2015 è un anno di crescita del prodotto interno lordo – bassa, è lo 0.8%, ma è pur sempre crescita – significa che i poveri stanno aumentando anche se il Paese è più ricco. Questo vuol dire che la povertà cresce perché è cresciuta la disuguaglianza.

Ugualmente allarmanti sono i dati che emergono da un rapporto del Censis reso noto l’8 giugno 2016. Sono diventati 11 milioni nel 2016 gli italiani che hanno dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie nell’ultimo anno a causa di difficoltà economiche, non riuscendo a pagarle di tasca propria. Sono 2 milioni in più rispetto al 2012.

A questo punto sorge spontanea una domanda, dobbiamo cambiare la Costituzione perché falsificata dalla realtà economico-sociale oppure dobbiamo cambiare lo stato delle cose per realizzare il mandato dei padri costituenti?

Domenico Gallo, magistrato

(Da “Patria Indipendente”)

Gramsci sul “male minore” in politica

Si potrebbe trattare in forma di apologo. Il concetto di male minore è dei più relativi. C’è sempre un male ancora minore di quello precedentemente minore e un pericolo maggiore in confronto di quello precedentemente maggiore. Ogni male maggiore diventa minore in confronto di un altro ancor maggiore e così all’infinito. Si tratta dunque niente altro che della forma che assume il processo di adattamento a un movimento regressivo, di cui una forza efficiente conduce lo svolgimento, mentre la forma antitetica è decisa a capitolare progressivamente, a piccole tappe, e non d’un solo colpo, ciò che gioverebbe, per l’effetto psicologico condensato, a far nascere una forza concorrente attiva, o a rinforzarla se già esistesse. Poiché è giusto il principio che i paesi più avanzati in un certo svolgimento sono l’immagine di ciò che avverrà negli altri paesi dove il movimento è agli inizi, la comparazione è d’obbligo. (Quaderno 9 (XIV) 7)

Il male minore o il meno peggio (da appaiare con l’altra formula scriteriata del «tanto peggio tanto meglio»). Si potrebbe trattare in forma di apologo (ricordare il detto popolare che «peggio non è mai morto»). Il concetto di «male minore» o di «meno peggio» è uno dei più relativi. Un male è sempre minore di un altro susseguente possibile maggiore. Ogni male diventa minore in confronto di un altro che si prospetta maggiore e così all’infinito. La formula del male minore, del meno peggio, non è altro dunque che la forma che assume il processo di adattamento a un movimento storicamente regressivo, movimento di cui una forza audacemente efficiente guida lo svolgimento, mentre le forze antagonistiche (o meglio i capi di esse) sono decise a capitolare progressivamente, a piccole tappe e non di un solo colpo (ciò che avrebbe ben altro significato, per l’effetto psicologico condensato, e potrebbe far nascere una forza concorrente attiva a quella che passivamente si adatta alla «fatalità», o rafforzarla se già esiste). Poiché è giusto il principio metodico che i paesi più avanzati (nel movimento progressivo o regressivo) sono l’immagine anticipata degli altri paesi dove lo stesso svolgimento è agli inizi, la comparazione è corretta in questo campo, per ciò che può servire (servirà però sempre dal punto di vista educativo). (Quaderno 16 (XXIII), 25)

Antonio Gramsci, Quaderni del carcere