L’autonomia socialista da Riccardo Lombardi ad oggi (e domani)

di Leonardo Marzorati

Riccardo Lombardi è stato uno dei maggiori interpreti del socialismo italiano. La sua visione socialista e democratica, molto diffusa durante la Resistenza tra i partigiani di Giustizia e Libertà, Brigate Matteotti e Brigate Garibaldi, al termine della Seconda Guerra Mondiale quasi evaporò sul piano del consenso nazionale, stretta nella tenaglia DC-PCI.

Se da un lato DC, liberali e monarchici bloccarono, al termine della guerra, ogni spinta propulsiva di rivoluzione democratica, dall’altro il partito guidato da Palmiro Togliatti non lavorò certo per favorirla. Togliatti era fedele alle direttive dell’Urss di Stalin, che, a Jalta e poi a Potsdam, aveva contribuito alla spartizione del mondo industrializzato nelle due sfere di influenza. L’Italia finì nella sfera di influenza statunitense e questo le impedì una svolta socialista, che fosse autoritaria come nei Paesi dell’Est Europa o democratica come auspicava Lombardi. La sostituzione alla Presidenza del Consiglio nel 1945 dell’azionista Ferruccio Parri con Alcide De Gasperi fu il primo grande segnale politico dell’influenza statunitense in Italia. Comunisti e socialisti in questo cambio non opposero particolare resistenza.

Il PCI nel biennio della Costituente, pur avendo un peso politico leggermente inferiore a quello del PSIUP (socialisti di Pietro Nenni e Movimento di Unità Proletaria di Lelio Basso), riuscì a diventare ago della bilancia dei governi De Gasperi. Togliatti fu l’artefice dell’amnistia per i fascisti, a cui Lombardi si oppose fortemente, e dell’inserimento in Costituzione del Concordato del 1929, scavalcando a destra socialisti, azionisti e liberali, per votare con democristiani, qualunquisti e monarchici il cattolicesimo religione di Stato.

Alle elezioni del 1948 Togliatti era ben conscio che il Fronte Popolare non avrebbe avuto possibilità di vittoria. Per due ragioni: la prima è che i giochi internazionali non lo permettevano; la seconda è che, come avevano espresso le elezioni della Costituente, le sinistre non avrebbero mai raggiunto la maggioranza, specie dopo la scissione di Palazzo Barberini tra socialisti e socialdemocratici. Nel 1946 la DC prese il 35,21%, che sommato ai voti di liberali, monarchici e qualunquisti portava il blocco anticomunista alla soglia del 50%. PCI e PSIUP (da cui doveva ancora fuoriuscire Giuseppe Saragat) si fermavano al 40%. Con il 4,36%, il PRI si definiva allora lontano da entrambi i blocchi, ma più per propaganda, essendo un partito europeista e filo-occidentale. Il Partito d’Azione, l’unico fautore di un socialismo democratico distante sia dal capitalismo di Stato sovietico (come lo definì Lombardi), come dal liberalismo statunitense, prese l’1,47% e di fatto terminò la sua esistenza.

In questo clima politico, il PCI si mosse con grande astuzia, grazie alla cinica ma vincente strategia politica imposta da Palmiro Togliatti. Il leader del PCI sapeva bene che avrebbe perso le elezioni del ’48 e lavorò quindi per omologare il più possibile ogni forma di opposizione al suo partito. Questo lavoro di Togliatti era implicitamente apprezzato anche da De Gasperi, il quale avrebbe governato con il principale partito rivale relegato all’opposizione. Togliatti sfruttò al meglio, fino ai fatti di Ungheria del 1956, la sudditanza del leader socialista Nenni. Conscio della sconfitta, Togliatti riuscì a far sì che gli eletti del Fronte Popolare fossero due terzi comunisti e solo un terzo socialista, relegando così il PSI a un ruolo marginale, schiacciato anche in parlamento tra i due grandi partiti della Prima Repubblica: DC e PCI.

Se la sconfitta del 1948 non intaccò minimamente la dirigenza del PCI, il PSI si ritrovò con le ossa rotte. Al XXVII Congresso, la corrente autonomista del partito, guidata da Lombardi, riuscì a battere i nenniani e far eleggere Alberto Jacometti segretario. La segreteria di Jacometti durò un solo anno. Nel 1949, al XXVIII Congresso, Nenni tornò segretario, grazie anche a voti di militanti comunisti iscritti per l’occorrenza al PSI. Grazie alle truppe cammellate comuniste, la strategia di Togliatti e di Mosca vinse sull’autonomia socialista di Lombardi. La partitocrazia italiana iniziò così: una maggioranza e un’opposizione immobili, pronte ad attaccarsi anche aspramente sui giornali, sui manifesti elettorali e poi anche in tv, ma di fatto d’accordo su molti punti nella spartizione del potere.

La situazione attuale italiana, nonostante la fine della Guerra Fredda, ha molti aspetti comuni a quelli del secondo dopoguerra. Tutti i sondaggi danno in netto vantaggio la coalizione di destra a guida Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Se si andasse a votare, con molte probabilità avrebbero la maggioranza. La principale forza della prossima opposizione, il PD, ricorda molto il PCI di Togliatti. Non per le posizioni politiche (magari!), ma per il suo tentativo, abbastanza riuscito, di omologare attorno a sé ogni forma di opposizione al duo Salvini-Meloni. Il movimento, per nulla spontaneo, delle Sardine ne è la prova. Il messaggio del PD e dei suoi cespugli specchietti per le allodole (vedi Elly Schlein) è chiaro: “Se non sei un fascista come la Meloni o un razzista come Salvini devi votare per noi”. Le ultime elezioni regionali in Emilia Romagna hanno dato ragione a questa strategia, che ha difatti disintegrato ogni formazione politica esterna a questi due nuovi “blocchi”. Unica nota positiva di questi due pessimi blocchi è la morte politica di Italia Viva di Matteo Renzi.

La sinistra radicale è stata annichilita, per l’ennesima volta, dalla favoletta del voto utile. Il Movimento 5 Stelle, già debole di suo nel voto regionale, è stato marginalizzato dalla sfida Bonaccini-Borgonzoni. Destre e PD sono pronte, come lo furono DC e PCI, alla spartizione di potere. Grande differenza rispetto al passato è l’alternanza tra le due forze. Il PD potrà tranquillamente stare 5 anni all’opposizione, per poi tentare di tornare al governo.

I veri socialisti italiani, non gli scappati di casa alla Nencini, devono ragionare su come affrontare le prossime sfide politiche ed elettorali. Non schiavi della UE, come il PD e come purtroppo si stanno rivelando gli attuali vertici 5 Stelle, ma per una lotta nazionale ed europea al socialismo. Partendo proprio dal pensiero sull’Europa di Lombardi, che già nel 1957 si astenne, scettico, sulla CEE.

I socialisti oggi devono cercare di allearsi con i comunisti e con le forze democratiche, antieuriste che mettono il lavoro e la dignità dell’uomo al centro della lotta politica. Alle prossime elezioni ci dovrà essere un cartello politico per il Socialismo, che si opponga alla tenaglia reazionario-liberale rappresentata dai blocchi Lega-FdI e PD. Si potrà quindi decidere se andare da soli o con quello che potrebbe essere, anche alla prossima tornata elettorale, il terzo incomodo: quel Movimento 5 Stelle che è sempre stato su posizioni più a sinistra del PD e che, nonostante i suoi tanti errori, resta una forza politica caratterizzata oggi da un elettorato popolare affine a quello che dal 1892 ha dato linfa vitale ai socialisti. Il Movimento 5 Stelle però dovrebbe liberarsi dell’attuale leadership “centrista”, prima alleata della Lega e poi del PD. Per questo, da radicalsocialista, presto attenzione alla figura di Alessandro Di Battista, l’unico che oggi potrebbe ridare fiato a un partito che ha perso leadership e direzione politica. Starà poi allo stesso Di Battista, se dovesse riuscire a prendere le redini del Movimento 5 Stelle, scegliere i propri alleati. Visto il suo genuino astio verso la destra, verso la tecnocrazia di Bruxelles e verso i suoi galoppini italiani ora al governo a Roma, le sinistre popolari potrebbero avvicinarsi a lui.

Lo spazio per l’autonomia socialista ci deve essere e spetta a noi compagni trovarlo.

Leonardo Marzorati

Ha ancora senso l’Unione Europea?

di LEONARDO MARZORATI

Tobias Piller, corrispondente tedesco dall’Italia per il Frankfurter Allgemeine Zeitung, nel suo tentativo di difendere la Ue, invitava dalle pagine del suo prestigioso quotidiano il governo di Berlino a chiedere meno rigore, perché Italia e Spagna non possono resistere senza aiuti. La domanda mi sorge immediata: che senso ha un’Unione Europea dove alcuni stati membri senza gli aiuti di altri membri non possono sopravvivere?

Di fatto, un Paese alle dipendenze economiche di un altro ne è limitato politicamente. È stato così per i Paesi aderenti al Patto di Varsavia, lo è stato per tutti quelli, Italia compresa, incorporati nell’Alleanza Atlantica. I generosi aiuti del Piano Marshall di fatto limitarono la democrazia in Italia, impedendo, anche con bombe e stragi, la possibilità del Partito Comunista negli anni settanta di avere un ruolo forte nell’esecutivo, dall’alto dei suoi consensi superiori al 30%.

Negli ultimi anni nella Ue sono aumentati i movimenti politici antieuropei. Questo è il meno: sono aumentati il razzismo verso gli extracomunitari e verso gli altri popoli comunitari, è aumentato il precariato, è aumentata l’incertezza, è aumentato lo sfruttamento. L’impronta liberista della Ue ha portato sempre più delusi e frustrati dalla propria condizione sociale ad abbracciare forze politiche radicali, perlopiù reazionarie. La sinistra socialista e socialdemocratica, in quasi tutti i Paesi aderenti appiattita sulle posizioni liberiste, governando da anni a Bruxelles in alleanza con popolari e liberali, ha perso consensi popolari. Diversi partiti socialisti sono così diventanti da forza attiva delle classi operaie, impiegatizie e contadine a partiti del ceto medio impegnati nel differenziarsi dalle destre sulle tematiche dei diritti civili e dell’accoglienza. Così facendo hanno di fatto regalato larghe fette di elettorato alle nuove destre.

La sinistra istituzionale è diventata il principale organo politico di una parte del ceto medio e dei ceti altoborghesi. Il cosiddetto ceto medio riflessivo, forte nelle città e debole in provincia, è diventato il bastione su cui si poggiano in tutta Europa le sinistre. A questi si sommano gli anziani, nostalgici delle vecchie sinistre e abituati per consuetudine più che per ideologia (di fatto mutata) a votare i suoi eredi. Infine ci sono i giovani che studiano o che sono appena usciti dalle scuole superiori o dalle università. Loro sperano di poter far parte del ceto medio riflessivo e quindi, anche se precari e sottopagati, votano coloro a cui sognano di subentrare. Le Sardine italiane ne sono la miglior espressione.

Tornano alla domanda iniziale, ha ancora senso l’Unione Europea? Gli economisti danno le loro risposte analizzando gli effetti di Mes ed eurobond. Dal punto di vista culturale, mi pongo la domanda dopo aver letto alcune pagine social dei principali quotidiani europei. Sulla pagina della Bild, diversi utenti tedeschi scrivono che i morti per coronavirus in Italia, Spagna e Francia sono molti di meno da quelli dati dalle autorità; il dato è stato ingigantito per poter avere più aiuti da Bruxelles e quindi dalla ligia Germania. I mediterranei si sa, si indebitano facilmente e piangono miseria. Su pagine italiane, spagnole e francesi si leggono insulti rivolti ai tedeschi e agli olandesi, spesso più ai popoli stessi che non ai governanti. Alla faccia dei tanto osannati padri costituenti europei.

In piena pandemia, quando dovrebbe palesarsi concretamente la solidarietà tra stati che compongono un’organizzazione sovrannazionale, i governi dei diversi stati membri litigano e si rimpallano accuse gravi. Anche tra i popoli europei, culturalmente diversi tra loro nonostante i tentativi di omologazione, le antipatie storiche tornano a farsi sentire come non si sentiva da decenni. Gli stessi valori democratici che dovrebbero tenere uniti i 27 Paesi membri vacillano, quando il premier ungherese Viktor Orban si appresta a darsi pieni poteri e ad affossare la giovane democrazia magiara. La presidente della Commissione Ue, la popolare Ursula Von der Leyen (compagna di partito di Orban) minimizza la svolta autoritaria di Budapest. Anche qui parlano gli interessi economici: l’Ungheria è fondamentale per l’industria tedesca, di cui Von der Leyen, già ministra della Difesa di Berlino, è espressione. L’Unione Europea è sempre più in mano a potentati economici e non ai popoli. Ha quindi ancora un senso la sua esistenza? Ai popoli europei, e non ai centri di potere economico, la risposta.

Dietro il velo (la scuola nell’emergenza Covid)

di GENNARO ANNOSCIA
Mentre la scienza balbetta di fronte ad un virus sconosciuto, su cui avanza solo ipotesi non sempre attendibili, l’anno scolastico procede con la didattica a distanza.

Al momento, non esiste nessun decreto che faccia chiarezza riguardo al quadro complessivo del corrente anno scolastico; le uniche alternative concerneranno l’esame di stato, ma anche in relazione a questo c’è ancora tanto da chiarire.

La didattica a distanza è servita comunque, se mai ce ne fosse stato bisogno, a evidenziare la situazione di iniquità classista che domina nella nostra società. Il divario digitale ha lumeggiato e rimarcato gli svantaggi sociali che la scuola riesce spesso a camuffare, solo facendo ricorso ad un demagogico e paternalistico buonismo. Nella fattispecie, la situazione ha anche messo in luce come l’Italia abbia appaltato un settore chiave come l’istruzione ai colossi del capitalismo digitale, senza garanzie, critiche e possibilità di sviluppare luoghi virtuali aperti e alternativi, e senza tutelare, realmente, i dati di milioni di studenti.

Scegliere di usare una piattaforma piuttosto che un’altra condiziona, inoltre, il metodo didattico e l’interazione, collaborativa o gerarchica, tra le persone, nel quadro di un’ottica in atto da anni nella scuola, che tende a trasformarla in un luogo preposto a premiare solo l’«addestramento» al mondo del lavoro.

Nei provvedimenti del governo non si ravvisano significative inversioni di tendenza, rispetto agli investimenti nei settori pubblici; in particolare, per quel che riguarda la Scuola, neanche l’occasione del contrasto al contagio induce a destinare investimenti adeguati alla riduzione del numero degli alunni per classe, a detrimento della qualità didattica, ma anche della salute di bambini e ragazzi.

Si ravvisa la soluzione in possibili turnazioni, in una combinazione di didattica a distanza e in presenza, senza affrontare, come sempre, i problemi strutturali, legati all’assunzione di personale docente e ATA, e al varo di un adeguato piano di edilizia scolastica.

Senza la contestuale riapertura di scuole, asili e nidi per l’infanzia non si possono avviare le attività produttive. Questo espone al contagio sia i più piccoli, per i quali il distanziamento sociale non ha alcun senso, che le famiglie, generando un processo di aumento esponenziale dei contagi.

Incurante di ciò, la classe padronale e capitalistica ha comandato migliaia di operai e lavoratori al proprio posto di produzione, assicurando loro un paio di mascherine in più, qualche controllo in entrata e in uscita dalle fabbriche con il termometro istantaneo, e nulla più.

Basterà il velo dell’ipocrisia di un pezzo di tela?

La realpolitik sui migranti va oltre gli schieramenti e la propaganda

di LEONARDO MARZORATI

Per via del coronavirus, il governo Conte ha bloccato i porti alle Ong che trasportano migranti, impedendo lo sbarco della nave Alan Kurdi di proprietà della Ong tedesca Sea Eye, con a bordo 150 migranti. Il decreto che di fatto chiude i porti italiani alle navi non autorizzate, come molte di proprietà delle Ong operanti nel Mar Mediterraneo, è stato firmato da quattro ministri, di aree politiche differenti. C’è il Pd, con la ministra ai Trasporti Paola De Micheli; c’è il Movimento 5 Stelle, con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio; c’è il ministro tecnico degli Interni Luciana Lamorgese; c’è anche la sinistra, con il ministro alla Salute Roberto Speranza, leader di Mdp – Articolo Uno.

Dal governo hanno chiesto alla Germania (Paese della Sea Eye) di farsene carico. Più o meno lo stesso che fece Matteo Salvini un anno fa, quando tenne in due momenti distinti due navi ferme nel Mediterraneo, ricattando cinicamente gli altri Paesi europei, chiedendo loro di farsene carico. Salvini, spiace dirlo, mostrò allora il totale egoismo dei Paesi della Ue, in particolar modo di quelli del Nord (Germania e Paesi Bassi in testa), che oggi chiedono un rigore punitivo contro i loro “fratelli” mediterranei.

Ora i toni sono meno urlati e le telecamere sono lontane, ma cambia poco nella decisione. Il cinismo o la realpolitik a volte impongono scelte che vanno oltre il colore politico. Lo stesso ministro degli Interni Salvini poteva vantarsi di minori sbarchi grazie agli accordi fatti dal suo predecessore del Pd Minniti con i capi tribù (spesso dei tagliagole) libici. E mentre il governo rimpalla al nord Europa lo sbarco della Ong con 150 persone, molte altre arrivano con i barchini a Lampedusa, in un porto vuoto a causa del coronavirus.

Un tema che fino al precedente governo era stato il punto focale di scontro tra le principali forze politiche in campo, oggi passa in totale secondo piano. Il governo Conte II di fatto si comporta con le Ong cariche di migranti come il governo Conte I, senza però le urla indignate di chi dava del razzista o del fascista a Salvini. Siamo in lockdown e quindi le manifestazioni di piazza sono impossibili, ma giornali come Repubblica o prestigiosi editoralisti televisivi preferiscono tacere su delle misure restrittive non tanto diverse da quelle vantate dall’allora ministro degli Interni.

Repubblica e soci sono responsabili del boom di Salvini e del sovranismo reazionario. Hanno focalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica su un tema solo: l’immigrazione. Hanno contribuito a dividere gli italiani tra favorevoli all’accoglienza e contrari, portando in anni di crisi economica acqua al mulino della Lega e di Fratelli d’Italia. Che dall’alto del loro consenso popolare hanno contribuito ad aizzare parte degli italiani più poveri contro i clandestini e più in generale contro gli stranieri che, nella loro propaganda, rubano il lavoro, delinquono e insidiano le nostre famiglie. Repubblica e gli altri organi di propaganda liberal da un lato non potevano concentrare lo scontro sui temi economici, dato che il loro partito di riferimento, il Pd, ha una visione liberalista poi non così diversa da quella delle destre. Dall’altro la divisione tra “razzisti” e “buonisti” è di facile comprendonio e, come ha insegnato Silvio Berlusconi con le sue tv, far pensare poco il pubblico aiuta a fidelizzarlo. Repubblica aveva fatto lo stesso ai tempi dell’ultimo governo Berlusconi, aprendo le sue prime pagine con “cene eleganti”, olgettine e bunga bunga.

Proprio ora che un governo a guida Pd-M5S respinge i migranti come fece l’esecutivo precedente, viene fuori la meschinità di certi organi di informazioni. Sono colpevoli di aver contribuito al rafforzamento del fronte reazionario e dovranno renderne conto. La Lega è arrivata al 34% anche per colpa loro, che hanno presentato come unica opposizione possibile al “cattivo” Salvini solo il Pd e i suoi cespugli. Gli stessi che ora (ma anche prima con Minniti) in materia di immigrazione si comportano più o meno come il leader leghista. Perfino la sinistra di governo, guidata da Speranza, si adegua e firma il blocco agli sbarchi.

E così per diverso tempo, troppo, non si è parlato a sufficienza di disoccupati che emigrano. Le emigrazioni dall’Italia nel 2019 sono state più delle immigrazioni nel nostro Paese. Non si è parlato di precariato; di mancanza di prospettive future; di famiglie che non si formano e di figli che non nascono. Spetta alle forze popolari riportare al centro della scena questi temi. Per sbugiardare la Lega, il Pd e i loro potenti organi di propaganda.

Divieti e responsabilità

di GENNARO ANNOSCIA

(a mio fratello Luca)

Il coronavirus ha finito per rivelarsi una sorta di cartina di tornasole di aspetti apparentemente nascosti della società capitalistica. Senza che si sia mai fatto cenno alle sue reali cause, la pandemia funge da pretesto alla imposizione di nuovi divieti alle già limitate libertà personali. Uscire di casa non è più possibile, se non per la spesa e per poco altro, la motivazione è che la sua diffusione possa essere bloccata costringendo le persone a non uscire di casa. Ci si dimentica di ricordare che se da un pipistrello, in un remotissimo villaggio asiatico, il virus è arrivato nelle metropoli, diffondendosi così rapidamente, ciò è dovuto, sicuramente, anche ai cambiamenti climatici causati dall’uomo, così come alla concentrazione umana nelle città e nei luoghi di lavoro, oltre che ai continui spostamenti di merci ed esseri umani da un capo all’altro del mondo, fosse pure in business class.

Nella paura di essere contagiati o di diffondere il virus, o semplicemente di essere puniti, ecco quindi tutti gli obbedienti sudditi chiusi in casa.

Lo stato d’emergenza permette, quindi, misure eccezionali, che si rivelano funzionali ad un maggiore controllo sociale, col rischio che possano divenire permanenti, come quelle adottate per contrastare il terrorismo; mentre nei dibattiti televisivi si contrastano i sostenitori della proposta di replicare il modello sud coreano e i sostenitori del modello cinese.

Così, se le rivolte di Hong Kong si sono esaurite per il virus, allo stesso modo proibire gli assembramenti, in nome della salute pubblica – ed affermiamo questo pur avendo piena consapevolezza di una effettiva situazione di eccezionalità – potrebbe, alla lunga, porre fine ai movimenti di massa.

La pandemia diventa, inoltre, occasione per imporre condizioni di lavoro che consentono alle aziende di spendere meno e guadagnare di più. Si sta a casa e si lavora via internet. La pandemia si trasforma in pretesto per l’imposizione senza resistenza di nuove forme di sfruttamento.

In realtà, disincentivare le attività svolte fuori casa potrebbe voler dire privilegiare la sola socialità e aggregazione virtuale.

In una sorta di rincoglionimento generale, ci si stringe intorno alla classe politica, la stessa classe politica, imprevidente e irresponsabile, che nel corso di vent’anni non ha fatto altro che tagliare sulla sanità pubblica, e che in occasione dell’allarme sollevato, da lungo tempo, da scienziati ruotanti intorno alla Organizzazione mondiale della sanità, circa il pericolo rappresentato dal virus, non ha dato loro ascolto.

Dalle finestre, ad ore stabilite, la gente grida, canta, batte le stoviglie e si riunisce in uno spirito nazionalista evocato da politici e media, mentre rognose facce barbute, le stesse che hanno chiuso i piccoli ospedali, ridotto il numero di medici e infermieri, tagliato i posti letto, obbligato i lavoratori della sanità a fare straordinari per sopperire ai tanti buchi, dall’alto delle loro comode case, pontificano in televisione, circa la legittimità, quasi sacrale, del pagare le tasse ad un sistema ingiusto, violento, liberticida, assassino.

Mentre la gente si ammala e muore, il governo spreca 70 milioni di euro in spese militari.

Non manca chi cerca una verità nascosta, un oscuro complotto ordito dal proprio cattivo preferito.

Chi non obbedisce, chiudendo gli occhi di fronte alla verità, è un untore, un criminale, un folle, mentre impazzano sindaci sceriffo e per le strade l’esercito ha compiti di polizia.

Si rivitalizza ogni forma di oscurantismo religioso, dalla punizione millenaristica alle nuvole a guisa di Madre di Dio.

Ci si chiede se superato questo periodo si tornerà a vivere come avveniva prima, e forse la vera curiosità è proprio questa, capire se è più facile vietare o gestire il fare e organizzare.

Gennaro Annoscia

L’attacco del “privato” alla scuola pubblica e ai suoi insegnanti

di LOREDANA FRALEONE * –

Dalla fine degli anni Ottanta del Novecento, il lavoro nei settori pubblici è entrato nel mirino dei governi che si sono succeduti in Italia, dei media e dell’opinione pubblica. È stato messo in atto un discredito costante senza distinzione di settori, di aree geografiche, di casi del tutto particolari e soprattutto senza una proposta di interventi tesi a migliorare le situazioni che eventualmente andavano corrette.

Sarebbe incomprensibile che governi gestori di organi dello Stato ne fossero i primi denigratori, se dietro non vi fosse stato il preciso progetto, comparando il pubblico con il privato, di presentare quest’ultimo come campione di efficienza per giustificare ogni tipo di privatizzazione.

Vi è stata da allora la costruzione di un contesto in cui persino aziende in buona salute, che avevano garantito un servizio nazionale eccellente e in ottima salute economica, come l’ENEL, venissero trasformate in società per azioni e quotate in borsa in base al principio che “privato è meglio”.

Non è mancato, da qualche decennio, l’attacco sistematico ai lavoratori di settori come la Scuola e la Sanità, i più esposti rispetto alla pervasività delle privatizzazioni, che specialmente nella Sanità si sono realizzate con l’esternalizzazione di una grande quantità di servizi. Un attacco ad ambiti pubblici sui quali realizzare ingenti guadagni da parte dei privati o grandi risparmi da parte dei governi, soprattutto attraverso retribuzioni fortemente al di sotto della media europea e precarizzazione del lavoro.

In particolare sugli insegnanti è costante da anni l’attacco a loro presunti “privilegi”, riconducibili a ciò che anche contrattualmente appare come l’unica quantità di lavoro svolto, ossia le lezioni in classe. Questo, oltre a mettere in cattiva luce la categoria agli occhi dell’opinione pubblica, giustifica il maltrattamento retributivo di lavoratori che portano il peso di un impatto sempre più gravoso con bambini e adolescenti generalmente curati dal punto di vista materiale, ma fortemente trascurati dalle famiglie da quello educativo. Senza parlare del crescente disagio e disgregazione sociale che mettono spesso i docenti in una sorta di trincea.

Ecco allora che il Sole 24 ore pubblica un articolo in cui si ammette la bassa retribuzione degli insegnanti italiani rispetto a quelli europei, ma la si giustifica con una quantificazione delle ore di lavoro, che prende in considerazione semplicemente quelle svolte in classe (per le superiori circa 667 annue), a fronte della media OCSE di 1.629, che invece si basa per gli altri paesi sul conteggio delle ore impiegate anche per la correzione dei compiti, la preparazione delle lezioni e tante altre incombenze, in aumento per i docenti italiani, con il moltiplicarsi delle pratiche burocratiche da espletare.

Esiste un nesso inscindibile tra il lavoro degli insegnanti e la qualità della scuola pubblica e mistificarlo significa svalutarli entrambi. Far emergere il lavoro sommerso che a oggi non è quantificato neanche contrattualmente, è ormai non solo un problema di giusto riconoscimento retributivo, ma anche di tutela della dignità di lavoratrici e lavoratori, che contribuiscono in modo significativo alla tenuta civile di questo paese.

*Responsabile Scuola Università e Ricercatore PRC /SE

Uniti per il socialismo sotto un’unica bandiera

di LEONARDO MARZORATI

L’Unione Europea è un moloch al momento difficile da scalfire. Qualcosa però le forze socialiste e popolari devono pur fare, iniziando una propaganda che parta dai social e che giunga nelle piazze, per avere visibilità maggiore. Dietro le forze di sinistra popolare, socialiste e comuniste, non ci sono i potenti mass media che hanno favorito il fenomeno “sardine”. Si deve però trovare una strategia che porti i partiti e i movimenti politici contrari a quest’Unione Europea liberista a trovarsi in una stessa piazza, meglio se sotto una sola grande bandiera.

Forze politiche come Potere al Popolo hanno esaurito la spinta propulsiva (per citare Enrico Berlinguer) alla luce del loro scarso risultato nelle ultime elezioni amministrative. Ora occorre un soggetto chiaramente marxista democratico che parli di socialismo, dichiarandolo nel nome e nel simbolo. Questa nuova forza politica italiana deve rapportarsi con tutti i partiti europei sovranisti di sinistra (Melenchon, Podemos, Linke e altri). Solo unendosi in alleanza con le altre forze popolari europee si potrà lottare per superare il sistema Euro. Dobbiamo batterci per distruggere questa Ue, non in quanto italiani, ma in quanto europei; non in quanto nazionalisti, ma in quanto socialisti e democratici. Si deve lottare contro questa Unione Europea per dare vita a una nuova Europa democratica. Essere contro la Ue non vuol dire essere anti europei, anzi: potrebbe essere vero l’esatto contrario.

Per noi socialisti d’Italia, dove purtroppo le forze sovraniste di sinistra sono debolissime, diventa fondamentale un accordo con i partiti "amici" europei. Come per i Verdi, il successo in alcuni Paesi rafforza i partiti gemelli presenti negli altri.

Mentre la destra sovranista, salvo piccole eccezioni, gioca a fare la nemica della Ue più a parole che nei fatti, la sinistra istituzionale italiana ha deciso di anteporre i diritti civili a quelli sociali e di difendere a spada tratta l’attuale Ue. Questo ha portato una larga fetta di elettorato popolare a passare dalla sinistra all’astensionismo o alla destra. Perfino il Movimento 5 Stelle sembra aver esaurito la sua forza antisistema e dopo aver perso il suo elettorato conservatore, tornato all’ovile di Lega e Fratelli d’Italia, ora sta subendo la lenta aggressione del Pd e dei suoi cespugli (Sardine, Elly Schlein, ecc.). Gli elettori delusi di sinistra dei 5 Stelle iniziano a tornare anch’essi alla casa d’origine. Ma se avevano abbandonato la sinistra istituzionale proprio per mancanza di politiche sociali e anti-establishment, la nuova area politica guidata da Nicola Zingaretti non è poi diversa dal vecchio Pd. Il ritorno a sinistra dei democratici e dei loro alleati è più nelle parole che nei fatti. La stessa tanto decantata Schlein raramente parla di lavoro, preferendo esternare di migranti, lgbt e antifascismo. Proprio per questo la vera sinistra socialista deve guardare a questi elettori smarriti e convincerli a sostenere una forza che sappia unire patriottismo costituzionale e socialismo democratico.

È una sfida molto difficile, ma va portata avanti. Altrimenti la partita sarà sempre tra due forze capitaliste e liberiste, divise solo dalla strategia da utilizzare con i migranti e dalle posizioni etiche sui diritti civili. La stessa destra populista è fieramente ipercapitalista. La Lega della flat tax fa gli interessi della borghesia del Nord e non certo dei ceti popolari, mentre Fratelli d’Italia riunisce la vecchia destra sociale mai sinceramente schierata con le masse lavoratrici e i notabili del centro-sud.

La divisione tra buonisti e cattivisti e tra liberal e conservatori non ci deve riguardare. Noi siamo socialisti e vogliamo un socialismo democratico. Non sono parole anacronistiche, dato che proprio in questi giorni vengono pronunciate dal candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti Bernie Sanders e dalle prime ministre di Danimarca e Finlandia Mette Frederiksen e Sanna Marin.

Vogliamo edificare una società socialista e democratica e distruggere quella attuale di precariato e insicurezza, di povertà e diseguaglianze sociali. Avremo molti poteri forti schierati contro. Ci dipingeranno come utopisti o come folli. Ma è una lotta che va combattuta, altrimenti resterà tutto come prima, se non peggio.

Oggi la rivoluzione sono le riforme. Quelle vere!

di GIANCARLO IACCHINI

«Riforme o rivoluzione?», chiedeva Rosa Luxemburg con una domanda ovviamente retorica prima di scagliarsi a testa bassa contro Bernstein e i riformisti, i revisionisti, i gradualisti, gli evoluzionisti della vecchia socialdemocrazia tedesca ed europea. Centovent’anni fa aveva ragione lei, con alle porte non la pacifica prosperità generale vaticinata dagli ottimisti bensì una guerra devastante (che poi ne causò un’altra ancora più mostruosa subito a ruota), nonché una crisi economica rovinosa tra i due conflitti mondiali anziché le magnifiche sorti e progressive della società borghese che avevano affascinato anche gli eredi più moderati di Marx e soprattutto di un Engels ormai con un piede e mezzo nel positivismo di fine Ottocento.

Oltre un secolo dopo, la sinistra italiana ha completamente rimosso la questione sociale, lasciando l’economia nelle mani di una classe dominante senza nome e senza radici né nazionali né “materiali”, che ha reciso ogni legame col mondo del lavoro e della produzione per vivere all’interno di un iperuranio metafisico, quello della finanza globalizzata, che come le monadi di Leibniz non ha né porte né finestre.

La fine (prevista lucidamente da Marcuse) di ogni alternativa rivoluzionaria nel mondo “a una dimensione” in cui il neoliberismo di fine Novecento ci ha confinati, è coincisa nei primi vent’anni del Duemila con l’incredibile esaurimento – almeno nel sempre più vuoto e inconsistente orizzonte politico italiano – perfino di quell’ipotesi socialdemocratica che fino a 40 anni fa i comunisti nostrani respingevano con forza ma insieme rispetto, appellandosi contro di essa ad una prospettiva rivoluzionaria sempre più nominale e sentimentale, priva di fondamenti concreti nella struttura economico-sociale del Paese.

Così da un romantico “comunismo” fondato solo sulla tradizione politica e ideale, sempre più scissa dai processi economici e sociali determinati dallo sviluppo del capitalismo reale, il grosso della sinistra (prima moderata e poi anche radicale) è passato di fatto e per… forza maggiore ad un neoliberismo economico dettato “dall’Europa” e difeso a spada tratta – con uno zelo degno di miglior causa – contro “populismi” e “sovranismi” di ogni tipo, associati ipso facto e senza alcun distinguo alle “destre nazionaliste”. Così perfino la destra economica più tradizionale (quella liberale e appunto liberista) diventa un serio interlocutore da chiamare in causa contro gli ignoranti “nemici dell’euro e dell’Europa”.

Il come sia stata possibile questa incredibile involuzione dovrà essere oggetto di un’analisi ben più ampia e approfondita. Qui basterà mettere in evidenza il pressoché totale abbandono – a sinistra – dei diritti sociali e l’uso strumentale di quelli civili, al punto che una delle figure emergenti di questa presunta alternativa rosée è arrivata – in una recente dichiarazione – ad invocare la “ricostruzione della sinistra” intorno a “5 punti fondamentali” tra i quali non figura nessun problema sociale (come lavoro, sanità, redditi, pensioni, sicurezza, ecc.) in favore di presunte priorità su cui “le persone” si starebbero “mobilitando” quali (testuale) “la parità di genere, le sardine, i Gay Pride, i Fridays For Future e l’accoglienza ai migranti”; in cui quello che colpisce non è il riferimento en passant anche a questioni senza dubbio cruciali come l’ecologia o le migrazioni dei popoli, ma il loro inserimento in un contesto metapolitico che le separa del tutto dalla critica a quella logica del profitto capitalistico che ne impedisce ogni effettiva soluzione. E questo vale anche per un innocuo antifascismo ostentato cantando ad esempio Bella Ciao («perché è una bella canzone», come si è pietosamente giustificato un leader delle “sardine”), quale unico richiamo ad una tradizione storica di cui si è persa ogni memoria di resistenza sociale e liberazione economica.

Come reagire a questa sconcertante deriva della “sinistra” ormai sradicata? Continuando a sollevare la questione “materiale”, certo, e dunque con il socialismo: perché altro nome ancora non c’è, come ci ricorda perfino la politica americana del terzo Millennio. Ma questa volta in modo molto pragmatico e concreto, e cioè riscoprendo quella tradizione socialdemocratica e riformatrice che nel nostro Paese è stata abiurata e dimenticata a parole ma poi portata avanti in modo surrettizio e poco consapevole da forze che politicamente la rinnegavano, come il Pci e la Dc, salvo appunto attingere ad essa a piene mani nel decennio a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, quando sono stati garantiti diritti e conquiste sociali all’avanguardia nel mondo occidentale.

Diritti e conquiste progressivamente smantellate dagli anni Ottanta in poi, specie durante la cosiddetta “seconda repubblica”, governata alternativamente dal centrodestra e dal centrosinistra con un’impressionante unità d’intenti nelle politiche economiche e sociali, in concerto con l’Europa delle banche, delle multinazionali, della finanza transnazionale e… transdemocratica. Così sono potuti andare avanti come treni, con bipolare consenso, il processo delle privatizzazioni, lo smantellamento dello stato sociale, la demolizione della spesa pubblica e della domanda aggregata, la riduzione di ogni intervento statale in economia, la soppressione della sovranità monetaria come leva e regolazione del ciclo congiunturale; il tutto culminato nell’obbligo stupefacente del “pareggio di bilancio” sancito in Costituzione, sconfessando “per legge” tutta la tradizione keynesiana da F.D.Roosevelt a Olof Palme: cosa che ha scandalizzato perfino l’America moderata che ruota intorno al partito democratico: l’omonimo partito italiano, in pratica, si ritrova alla sua destra, ed è lasciato letteralmente al palo dalla scelta “socialista democratica” del vecchio Bernie Sanders o della giovanissima Alexandria Ocasio-Cortez!

In conclusione, cari “progressisti” e “ulivisti” e “centrosinistri” che per decenni ci avete paternalisticamente rampognato per il nostro presunto estremismo, abbiamo deciso di seguire i vostri saggi consigli: mettiamo da parte l’utopia della RIVOLUZIONE e optiamo per le vostre care vecchie RIFORME, quelle vere, reali, concrete e strutturali che avete assurdamente abbandonato. Sicuri che dopo il reset resteremo per voi i “radicali” e “settari” di sempre, dato il vostro totale immobilismo centrista, ma con la forza di una storia politica che avete colpevolmente ripudiato e che oggi volentieri facciamo nostra perché rappresenta – dal New Deal statunitense allo stato sociale scandinavo ma anche italiano – la faccia migliore della civiltà democratica del Novecento.

“Perché guardo con interesse le Sardine”

di FABIO GREGGIO

Riguardo all’articolo pubblicato dall’ottimo Leonardo Marzorati nel sito radicalsocialismo.it: Interessante analisi anche se molti dati sono dedotti e non verificati. Interessante il concetto che socialisti e comunisti devono o dovrebbero fare quello che fanno le sardine, tornare al popolo, essere antagonisti fisicamente e non solo su facebook.

Guardo con interesse le Sardine perché è un movimento di piazza e non sarei di sinistra se arricciassi subito il naso prima ancora di capire chi sono e cosa vogliono al netto di qualche affermazione comica e imbarazzante comprensibile data l’esposizione mediatica improvvisa.

Il fatto che all’interno vi siano elementi dell’Ulivo, che ritengo il momento catartico del declino del pensiero berlingueriano che ha prodotto la metastasi Renzi e il concetto fascista di rottamazione da molti visto come una catarsi risolutiva, non è determinante per un’analisi definitiva: i movimenti di piazza inizialmente hanno sempre una certa eterogeneità, è la risultante finale dell’identità in costruzione che ci interessa non la genesi e il percorso iniziale espressione di identità casuali spesso non considerabili.

Non ritengo allo stato attuale la sinistra intesa come antagonista, capace di trascinare la popolazione in piazza, perché usa ancora metodi obsoleti, usa un linguaggio non comprensibile ai giovani e troppo ortodossa nel pensiero.

Guardo a molti movimenti nascenti, i seguaci di Greta, le Sardine, i fenomeni politici ispanici, tutti fortemente legati a dinamiche di web che producono piazze piene.

La nuova sinistra socialista dovrebbe ridefinirsi al netto delle esperienze craxiane che costituiscono ancora un muro di separazione. Più che i contenuti di questi movimenti mi interessano le dinamiche costitutive che potrebbero essere inserite in un nuovo processo costitutivo del socialismo. MRS in effetti è nata come la rifondazione del socialismo con un pantheon eterogeneo che va da Gandhi a Che Guevara, Gobetti e Marx, per prendere da ogni idea nobile il meglio e assimilarlo in una genesi obbligatoriamente catartica.

Non mi interessa quindi se le Sardine oggi dicono sciocchezze da parte di qualcuno o hanno all’interno forze riformiste che hanno distrutto il pensiero left italiano. Mi interessa cosa verrà fuori a marzo dal loro stato generale e solo allora si potrà fare un’analisi corretta seria e basata su elementi definitivi. Le Sardine potranno essere un fallimento come i girotondi o M5S, o una risorsa per il socialismo. Occorre attendere la loro autocollocazione nel quadro geopolitico.

Intanto quello che constato è che ci sono 100mila persone che cantano Bella Ciao, che sono gli unici a contrastare con efficacia fisica il nascente neofascismo salviniano, mentre la sinistra antagonista ridotta a percentuali da peso atomico elabora scenari incomprensibili, anche se validi, per il popolo che ha bisogno di risposte semplici ma efficaci.

Numeri impressionanti che dovrebbero far riflette. Un popolo eterogeneo che vuole mettere un punto alla degenerazione del progressismo italiano che non lascia orizzonti né punti di riferimento praticabili, e una destra sempre più aggressiva, televisiva, mediaticamente capace di penetrare e creare mondi impossibili per il mero obiettivo di ottenere potere e mettere a tacere tramite la diffamazione.

Saremo capaci noi di fare cose concrete oltre che analisi probabilistiche? Questo è il quesito che dovremmo porci.

(Fabio Greggio)

Piero Gobetti su Gramsci e la fondazione del Pci

di PIERO GOBETTI –

Il movimento comunista torinese si presenta con un’organicità di pensiero e una serietà di intenzioni che suscitano meraviglia e interesse anche in un avversario. Vi è una rigidezza che, per l’intransigenza, è diventata quasi un mito nel pensiero di chi l’ha considerata da lontano. In realtà dall’esperienza politica torinese è nato il Partito Comunista e se ne possono rintracciare i documenti di tre anni almeno antecedenti alla costituzione ufficiale. Ragioni storiche complesse hanno fissato al movimento operaio torinese caratteristiche originalissime con conseguenze di importanza storica eccezionale.

La teoria di questa nuova realtà economica e ideale fu tentata da un gruppo di giovani oscuri che l’Italia ufficiale non ha conosciuto e non conosce. Essi elaborarono dall’esperienza politica a cui assistevano l’idea di un organismo che sistemasse tutti gli sforzi produttivi legittimi, che aderisse plasticamente alla realtà delle forze storiche ordinandole liberamente in una gerarchia di funzioni, di valori, di necessità. Il consiglio di fabbrica, nel quale le esigenze del risparmio, dell’intrapresa, dell’opera esecutrice, si organizzano secondo le attività che ciascuna riesce a risvegliare, fu la loro idea nuova ed operosa, intorno a cui cercarono di raccogliere il movimento operaio e di dargli una personalità.

La mancanza di idealità corrispondeva alla mancanza di un nucleo di dirigenti colti e operosi. In mezzo a quest’inerzia di pensiero fu notato un giovane solitario, Antonio Gramsci, il quale già mentre compiva i suoi studi letterari all’Università si era iscritto al Partito Socialista, forse più per ragioni umanitarie, maturate nella sua pessimistica solitudine di sardo emigrato, che per una netta concezione rivoluzionaria. Gramsci non tardò tuttavia a formarsi una cultura politica e, nonostante la sua riluttanza e timidezza, Serrati, con notevole perspicacia, lo volle collaboratore e corrispondente politico dell’Avanti! da Torino. La sua nuova attività di teorico della rivoluzione comincia con la sua opera nel Grido del Popolo. Il modesto giornaletto di propaganda di partito diventò per lui una rivista di cultura e di pensiero. Vi pubblicò le prime traduzioni degli scritti rivoluzionari russi. Si propose l’esegesi politica dell’azione dei bolscevichi. A capo di quest’opera, benché direttore apparente fosse altri, si sente il cervello di Gramsci. La figura di Lenin gli appariva come una volontà eroica di liberazione: i motivi ideali che formavano il mito bolscevico, nascostamente fervidi nella psicologia popolare, dovevano costituire non il modello di una rivoluzione italiana, ma l’incitamento a una libera iniziativa operante dal basso. Le esigenze antiburocratiche della rivoluzione italiana erano già state avvertite da Gramsci sin dal 1917 quando il suo pensiero autonomista si concretò in un numero unico La Città futura, pubblicato come modello e annuncio di un futuro giornale di cultura politica operaia. La Città futura diventò, nel 1919, L’Ordine Nuovo, il solo documento di giornalismo rivoluzionario e marxista che sia apparso (con qualche serietà ideale) in Italia.

Dopo i primi mesi durante i quali L’Ordine Nuovo visse una vita esteriore e sterile, Gramsci impose la sua originalità di teorico richiamando l’attenzione dei compagni al problema dei Consigli di fabbrica, i quali dovevano essere nel suo pensiero i quadri del nuovo Stato operaio, e nel periodo di lotta i quadri dell’esercito rivoluzionario: alle astratte propagande si trattava di sostituire un’azione concreta: gli operai dovevano abituarsi a una reale disciplina e a un cosciente esercizio d’autorità, dovevano acquistare, a contatto coi loro organismi di lavoro, una mentalità di produttori e di classe dirigente. Se nella fabbrica si svolge la vita operaia, nella fabbrica si devono organizzare gli operai per resistere di fronte agli industriali. Il nuovo Stato, che non sorge più in nome degli astratti diritti e doveri del cittadino ma secondo l’operosità dei lavoratori, deve aderire plasticamente agli organismi in cui la loro attività si svolge e di qui attingere la conoscenza dei loro bisogni, l’esame dei loro problemi.

Comunque si giudichi la validità pratica di tali formule, questa era finalmente una concezione rivoluzionaria, di fronte a cui tutto il bagaglio di astrattismo e di riformismo doveva cadere. La rivista diventò il centro a cui affluirono i nuclei più coscienti dei proletari, che ne attesero la parola d’ordine nelle lotte più gravi, nei momenti più incerti. L’occupazione delle fabbriche e la campagna elettorale per la conquista del comune furono gli episodi culminanti: ma contro l’azione della nuova aristocrazia stava il peso morto dell’eredità socialista, l’incapacità dei dirigenti confederali, gli ideali utilitaristi delle masse, lo spirito reazionario (riformista) dei contadini venuti al partito, la vigliaccheria degli arrivisti: e in questo dissidio, che è assai degno di essere studiato più profondamente, il movimento si confuse sino a perdere la sua capacità risolutrice.

Per tutto l’anno 1920 il Consiglio di Fabbrica fu il centro dell’attività rivoluzionaria, il problema intorno a cui si distinsero le varie sfumature del movimento operaio, l’organo della lotta contro le organizzazioni industriali. Mentre queste, seguendo esigenze locali, si mostravano fortemente battagliere e si sentivano moralmente e intellettualmente alla testa del movimento industriale della nazione, gli scrittori dell’Ordine Nuovo capivano di non poter resistere coi vecchi principi di comuni discussioni sindacali, di non poter aderire alla tattica meramente economica della Confederazione generale del Lavoro quando il movimento impegnava la personalità degli interessati integralmente: la lotta generale doveva avvenire su un fronte unico di azione.

L’Ordine Nuovo si assunse coraggiosamente la direzione e la preparazione dell’opera economica e politica: dimostrò l’originalità del movimento dei Consigli e la necessità di tenerli ben distinti dall’azione sindacale. Il sindacato è organo di resistenza; non di iniziativa, tende a dare all’operaio la sua coscienza di salariato, non di produttore: lo accetta nella sua condizione di schiavo e lavora per elevarlo senza rinnovarlo, in un campo puramente riformistico di utilitarismo. Nel Consiglio l’operaio sente la sua dignità e indispensabilità di elemento della vita moderna, si mette in comunicazione coi tecnici, cogli intellettuali, con gli imprenditori, colloca al centro delle sue aspirazioni non il pensiero del proprio utile, ma un ideale di progresso tecnico, che gli permetta di realizzare sempre meglio le sue capacità, e l’esigenza di un’organizzazione pratica che gli dia il potere.

Lo schema di azione non era più grossolanamente democratico: la nuova società da instaurare non sarebbe stata l’indistinta società del proletariato come massa. Si trattava di preparare la nuova gerarchia corrispondente al valore di ognuno: e il governo doveva essere un’aristocrazia venuta dal basso, capace di affermare la sua coscienza politica e di ricevere l’eredità della classe dirigente esausta.

Il Consiglio si presentava da un lato come la cellula della futura organizzazione economica e politica, dall’altro come l’esercito del fronte unico di lotta nel periodo preparatorio. Accanto all’Ordine Nuovo sorse un nucleo di operai che si dimostrarono capaci di comprendere la nuova situazione. E poiché le masse non potevano intendere e partecipare volontariamente alle nuove idee, essi si assunsero il compito di guidarle, dove quelle non sapevano vedere, di farle trovare di fronte ad avvenimenti che le determinassero, coscienti o no, ad una azione precisa. Così riuscirono ad organizzare e ad imporre per dieci giorni a Torino nell’aprile del 1920 uno sciopero generale che non si proponeva le solite rivendicazioni di salario, ma uno scopo nettamente ideale: il mantenimento dei Consigli. Lo sciopero fallì perché il movimento si circoscrisse a Torino (così volle il Consiglio Nazionale del Partito Socialista) e gli industriali guidati intelligentemente dall’Olivetti (che aveva studiato con cura il pensiero dei nuovi rivoluzionari e ne aveva penetrato lo spirito) si opposero con tutte le forze. Ma la sconfitta recò i suoi ammaestramenti. Non infranse la disciplina operaia e provò una specifica capacità di sacrificio. Dimostrò l’incapacità del Partito Socialista ad ogni azione diretta: pose l’esigenza di dare al movimento una nuova organizzazione politica nazionale, capace di lanciare a tutti gli operai la parola d’ordine necessaria per la difesa dei gruppi più progrediti, che si trovano all’avanguardia del movimento rivoluzionario.

Il dissidio tra l’Ordine Nuovo e Serrati era questo sostanzialmente: il fronte unico dell’azione proletaria doveva essere per i primi nelle trincee più avanzate; per il secondo alla retroguardia. Serrati pensava l’occupazione del potere come coronamento dell’elevazione generale delle masse (quando?), Gramsci pensava l’elevamento delle masse attraverso l’occupazione del potere. Serrati era democratico, Gramsci marxista. Risale propriamente all’aprile del 1920 la separazione decisiva dei torinesi dal Partito Socialista e la costituzione virtuale di un Partito Comunista. Il battesimo del nuovo partito fu l’occupazione delle fabbriche del settembre: la rivincita dell’aprile, la prova del fuoco della maturità degli operai torinesi. Ma la vittoria segnò insieme la conclusione e la decadenza perché dimostrò l′impossibilità di estendere il movimento all’Italia, sia per gli ostacoli economici, sia per l’inesistenza, fuori di Torino, di una classe dirigente operaia matura.

Di fronte al grandioso movimento dei Consigli, un liberale non può assumere la posizione meramente negatrice di un Luigi Einaudi. Il liberale ha dinanzi uno dei più caratteristici fenomeni schiettamente autonomisti che siano sorti nell’Italia moderna. Chi, fuori di ogni pregiudizio di partito, pensoso della crisi presente che è crisi di volontà, di coerenza, di libertà, spera in una ripresa del movimento rivoluzionario del Risorgimento, che entri alfine nello spirito delle masse popolari e le faccia aderire creativamente a uno Stato, a buon diritto ha potuto credere per un momento che la nuova forza politica di cui l’Italia ha bisogno sarebbe sorta da queste aspirazioni e da questi sentimenti. I comunisti torinesi avevano superato la fraseologia demagogica e si proponevano problemi concreti. Contro la burocrazia sindacale affermavano le libere iniziative locali. Movendo dalla fabbrica si assumevano l’eredità specifica della tradizione borghese e si proponevano non già di creare dal nulla una nuova economia, ma di continuare i progressi della tecnica della produzione raggiunta dagli industriali. Contro le astrattezze dei programmi di socializzazione sapevano quale importanza dovesse attribuirsi al problema del risparmio nella industria, quale parte spettasse nella produzione agli imprenditori. Il Consiglio di Fabbrica doveva soddisfare anche alle esigenze degli impiegati, non in quanto piccoli borghesi, ma in quanto impiegati ossia elementi di produzione. Le esperienze concrete dell’azione politica, insomma, avevano liberato quasi completamente i giovani comunisti torinesi dal bagaglio dei luoghi comuni del socialismo e dell’internazionalismo. Essi sentivano il movimento operaio nel suo valore nazionale e libertario. Il loro eroico esperimento fallito è uno dei più nobili sforzi che si siano fatti per dare un fondamento ideale alla vita della nazione.

Gli esperimenti torinesi furono gli elementi concreti che prepararono la fondazione del nuovo Partito Comunista. I veri rivoluzionari italiani non potevano più aver fede nel Partito Socialista, diventato partito di maggioranza, incapace d’azione per l’elefantiasi burocratica del suo ordinamento, per il pregiudizio dell’unità, per le iniziali responsabilità di governo: era evidente che il Partito doveva a poco a poco adeguarsi empiricamente al vecchio Stato, diventare conservatore, senza introdurre nella vita sociale né un’idea né una forza nuova, continuando il riformismo giolittiano. Se Serrati fosse stato un grande uomo politico la battaglia per l’unità avrebbe potuto assumere un carattere più educativo: e sarebbe stato più fecondo lo sforzo di dare all’unico movimento una direzione operosa e indipendente che stimolasse le forze popolari invece di attenderle, e che al partito imponesse il pensiero della minoranza più attiva, più coerente, più rivoluzionaria. L’unità di Serrati invece, come già abbiamo notato, era democraticamente intesa. Nel partito di Serrati, per la generica propaganda messianica, erano entrati a poco a poco elementi piccolo borghesi e contadini, desiderosi di miglioramenti soltanto individuali, privi di preparazione politica, limitati ad una generica negazione anarchica dello Stato per ragioni di utilitarismo, ostacolo insuperabile ad una netta differenziazione politica. Sistemi democratici erano destinati a portare alla direzione del movimento proprio queste masse impreparate che, incapaci di controllo e di iniziativa, avrebbero poi seguito condottieri demagogici. Così la separazione divenne inevitabile.

Si tratta di proporre il problema della conquista del potere e di prepararvi le masse: il Partito Socialista è fallito perché all’ora dell’azione non aveva organismi che aderissero agli strati della produzione e potessero costituire l’impalcatura del nuovo Stato. Il nuovo Partito Comunista deve organizzare l’avanguardia del movimento con una rigida disciplina interiore: deve essere una minoranza direttrice, intorno alla quale la massa amorfa popolare si ordina e ne sente la superiorità e ne accetta l’influenza. Solo questa concezione unitaria e aristocratica può dare un’anima e un carattere ideale agli operai.

Per tutto un anno di fronte al fascismo L’Ordine Nuovo quotidiano è riuscito a dare la parola d’ordine della coraggiosa resistenza e controffensiva alle classi operaie che dal titolo stesso, come da simbolo, incominciavano ad apprendere la disciplina e l’autorità. Di fronte a queste lotte fratricide il criterio di giudizio nostro non può essere né quello della lotta di classe, né quello della pace sociale: siamo in una crisi inevitabile attraverso la quale il nostro popolo tempra la sua volontà e si educa a un esercizio di libertà.

Le declamazioni contro lo Stato sono sempre state intese dagli scrittori dell’Ordine Nuovo come declamazioni contro lo Stato burocratico: essi manifestano il proposito concreto di creare uno Stato che sappia risolvere la crisi borghese ed ereditare i problemi del Risorgimento non risolti: ammettono che la rivoluzione sia la conclusione del liberalismo rivoluzionario dell’800; la lotta contro i capitalisti tende a sostituire un’autorità e una disciplina che i capitalisti non sanno più esercitare e che è necessaria alla società. Tutti questi propositi, per chi abbia saputo indagarli, sono schiettamente liberali e autonomisti. Nel suo primo anno di vita, L’Ordine Nuovo è stato decisamente un giornale di pensiero, singolarissimo in Italia, conscio dell’importanza dei problemi nazionali, preoccupato di fondare una coscienza politica nuova e di ascoltare le esigenze culturali del mondo moderno. Il movimento insomma ebbe una sua serietà ideale, non si prestò ad arrivismi né ad atteggiamenti demagogici, perseguì con coerenza un proposito organico di rinnovamento.

PIERO GOBETTI

(Storia dei comunisti torinesi scritta da un liberale, La Rivoluzione Liberale, A. 1, n. 7, 2-4-1922)