Caro Saviano…

di LUIGI DE MAGISTRIS
Caro Saviano, mi occupo di mafie, criminalità organizzata e corruzione da circa 25 anni, inizialmente come pubblico ministero in prima linea, oggi da sindaco di Napoli. Ed ho pagato prezzi alti, altissimi. Non faccio più il magistrato per aver contrastato mafie e corruzioni fino ai vertici dello Stato. Non ti ho visto al nostro fianco. Caro Saviano, ogni volta che a Napoli succede un fatto di cronaca nera, più o meno grave, arriva, come un orologio, il tuo verbo, il tuo pensiero, la tua invettiva: a Napoli nulla cambia, sempre inferno e nulla più. Sembra quasi che tu non aspetti altro che il fatto di cronaca nera per godere delle tue verità. Più si spara, più cresce la tua impresa. Opinioni legittime, ma non posso credere che il tuo successo cresca con gli spari della camorra. Se utilizzassi le tue categorie mentali dovrei pensare che tu auspichi l’invincibilità della camorra per non perdere il ruolo che ti hanno e ti sei costruito. E probabilmente non accumulare tanti denari. Ed allora, caro Saviano, mi chiedo: premesso che a Napoli i problemi sono ancora tanti, nonostante i numerosi risultati raggiunti senza soldi e contro il Sistema, come fai a non sapere, a non renderti conto di quanto sia cambiata Napoli ? Ce lo dicono in tantissimi. Tutti riconoscono quanto stia cambiando la Città. Napoli ricca di umanità, di vitalità, di cultura, di turisti come mai nella sua storia, di commercio, di creatività, di movimenti giovanili, di processi di liberazione quotidiani. Prima città in Italia per crescita culturale e turistica. Napoli che ha rotto il rapporto tra mafia e politica. Napoli dei beni comuni. Napoli del riscatto morale con i fatti. Napoli autonoma. Napoli che rompe il sistema di rifiuti ed ecomafie. E potrei continuare. Caro Saviano, come fai a non sapere, come fai a non conoscere tutto questo ? Allora Saviano non sa i fatti, non conosce Napoli e i napoletani, allora Saviano è ignorante, nel senso che ignora i fatti, letteralmente: mancata conoscenza dei fatti. Non credo a questo. Sei stato da tanto tempo stimolato ad informarti, a conoscere, ad apprendere, a venire a Napoli. Saviano non puoi non sapere. Non è credibile che tu non abbia avuto contezza del cambiamento. La verità è che non vuoi raccontarlo. Ed allora Saviano è in malafede ? Fa politica ? È un avversario politico ? Non ci credo, non ci voglio credere, non ne vedrei un motivo plausibile. Ed allora, caro Saviano, vuoi vedere che sei nulla di più che un personaggio divenuto suscettibile di valutazione economica e commerciale? Un brand che tira se tira una certa narrazione. Vuoi vedere che Saviano è, alla fin fine, un grande produttore economico? Se Napoli e i napoletani cambiano la storia, la pseudo-storia di Saviano perde di valore economico. Vuoi vedere, caro Saviano, che ti stai costruendo un impero sulla pelle di Napoli e dei napoletani ? Stai facendo ricchezza sulle nostre fatiche, sulle nostre sofferenze, sulle nostre lotte. Che tristezza. Non voglio crederci. Voglio ancora pensare che, in fondo, non conosci Napoli, forse non l’hai mai conosciuta, mi sembra evidente che non la ami. La giudichi, la detesti tanto, ma davvero non la conosci. Un intellettuale vero ed onesto conosce, apprende, studia, prima di parlare e di scrivere. Ed allora, caro Saviano, vivila una volta per tutte Napoli, non avere paura. Abbi coraggio. Mescolati nei vicoli insieme alla gente, come cantava Pino Daniele. Nella mia vita mi sono ispirato al magistrato Paolo Borsellino al quale chiesero perché fosse rimasto a Palermo, ed egli pur sapendo di essere in pericolo rispose che Palermo non gli piaceva e per questo era rimasto, per cambiarla. Chi davvero – e non a chiacchiere – lotta contro mafie e corruzione viene dal Sistema fatto fuori professionalmente ed in alcuni casi anche fisicamente. Caro Saviano tu sei un caso all’incontrario. Più racconti che la camorra è invincibile e che Napoli è senza speranza e più hai successo e acquisisci ricchezza. Caro Saviano ti devi rassegnare: Napoli è cambiata, fortissimo è l’orgoglio partenopeo. La voglia di riscatto contagia ormai quasi tutti. Caro Saviano non speculare più sulla nostra pelle. Sporcati le mani di fatica vera. Vieni qui, mischiati insieme a noi. Ai tanti napoletani che ogni giorno lottano per cambiare, che soffrono, che sono minacciati, che muoiono, che sperano, che sorridono anche. Caro Saviano, cerca il contatto umano, immergiti tra la folla immensa, trova il gusto di sorridere, saggia le emozioni profonde di questa città. Saviano pensala come vuoi, le tue idee contrarie saranno sempre legittime e le racconteremo, ma per noi non sei il depositario della verità. Ma solo una voce come altre, nulla più. E credimi, preferisco di gran lunga le opinioni dei nostri concittadini che ogni giorno mi criticano anche, ma vivono e amano la nostra amata Napoli. Ciao Saviano, senza rancore, ma con infinita passione ed infinito amore per la città in cui ho scelto di vivere e lottare.

Appello al ricordo 1937 / 2017

Compagne e compagni radicalsocialisti,
quest’anno ricorrono gli ottant’anni del barbaro assassinio per mano fascista di Carlo e Nello Rosselli.
Vorrei invitarvi tutti e tutte ad organizzare iniziative, come MRS ma non solo, per ricordare questi compagni caduti in nome della libertà e il Socialismo.
Il loro sacrificio dev’essere sempre ricordato perchè dimostra che la resistenza inizia da pochi che non hanno paura di restare soli a combattere per quello che è giusto.
Una solitaria resistenza che però non è chiusa in se stessa, non ha il mito dell’avanguardia, è un’azione esemplare per conquistare le coscienze della maggioranza.
A Brescia e Desenzano del Garda abbiamo iniziato a parlarne con gli amici dell’Associazione Mazziniana.
Cercheremo la collaborazione del Circolo Rosselli di Milano e, speriamo, di Valdo Spini che ha recentemente scritto un bel libretto sui Rosselli.
Forza dunque, diamoci da fare perchè dobbiamo riaprire il capitolo Rosselli, sicuramente ha qualcosa da insegnarci per il futuro della Sinistra che noi radicalsocialisti vogliamo costruire.

Buon lavoro a tutti e tutte !

Francesco Gismondi – MRS Desenzano del Garda – Brescia

Il meglio della nostra Costituzione

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica; tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

La libertà personale è inviolabile. Il domicilio è inviolabile. La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione. Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare. Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata. Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo. La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione. Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.

L’iniziativa economica privata è libera; non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali. La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, il godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale. A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale. La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata.

Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità. Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza. Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività. Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore. Il Parlamento si compone della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere. Il popolo esercita l’iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli. E’ indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.

Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni di età e goda dei diritti civili e politici. L’ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri. Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. I ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei Ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri.

I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione. Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro è composto, nei modi stabiliti dalla legge, di esperti e di rappresentanti delle categorie produttive, in misura che tenga conto della loro importanza numerica e qualitativa. E’ organo di consulenza delle Camere e del Governo per le materie e secondo le funzioni che gli sono attribuite dalla legge. Ha l’iniziativa legislativa e può contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale secondo i principi ed entro i limiti stabiliti dalla legge. Il Consiglio di Stato è organo di consulenza giuridico-amministrativa e di tutela della giustizia nell’amministrazione. La Corte dei conti esercita il controllo preventivo di legittimità sugli atti del Governo, e anche quello successivo sulla gestione del bilancio dello Stato.

La giustizia è amministrata in nome del popolo. La legge regola i casi e le forme della partecipazione diretta del popolo all’amministrazione della giustizia. La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Le nomine dei magistrati hanno luogo per concorso. I magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione del Consiglio superiore della magistratura, adottata o per i motivi e con le garanzie di difesa stabilite dall’ordinamento giudiziario o con il loro consenso. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale.

La Repubblica si riparte in Regioni, Province e Comuni. La Corte costituzionale giudica: sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni; sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato e su quelli tra lo Stato e le Regioni, e tra le Regioni. La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale. E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. I titoli nobiliari non sono riconosciuti.

La Costituzione dovrà essere fedelmente osservata come Legge fondamentale della Repubblica da tutti i cittadini e dagli organi dello Stato.

Il vergognoso Poletti e la vergogna del lavoro che non c’è

di DOMENICO DE MASI

«Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché certamente questo Paese non soffrirà a non averli più tra i piedi». Con queste parole il Ministro del Lavoro Poletti ha commentato la fuga dei giovani che egli stesso ha costretto a espatriare con la sua scellerata politica del lavoro. Dopo averli ingannati, ora li offende.

Venti anni fa la scrittrice francese Viviane Forrester pubblicò L’horreur économique, un libro sul declino del lavoro che destò una forte impressione e provocò una discussione accanita in tutta Europa. Poi, come il libro stesso aveva previsto, le sue accuse caddero nel dimenticatoio e si tornò a parlare di lavoro con le menzogne di sempre.

In cosa consiste questo orrore? Consiste nel fatto che tutta la nostra ricchezza, il nostro prestigio, la nostra rispettabilità, le nostre opportunità, le nostre tutele, qualsiasi forma di sopravvivenza, derivano dal nostro lavoro. Ma il lavoro viene negato a un numero crescente di persone che, per questa deprivazione, sono gettati nella disperazione. La mancanza di lavoro non dipende da chi non ce l’ha, e tuttavia gli viene imputata come se fosse colpa sua. Una colpa di cui vergognarsi.

Ogni giorno ci viene raccontato che la disoccupazione è effetto di una crisi passeggera ma, nei fatti, la crisi non passa e, anche se passasse, nessuno ci assicura che, con essa, cesserebbe anche la disoccupazione. E mentre vengono contrabbandati come rimedi i più astrusi sotterfugi (come il Jobs Act o i vaucher) di cui conosciamo in anticipo l’inefficacia, mentre vengono esibite statistiche ridicole (come un incremento dello 0,2%) di cui è lampante la futilità, milioni di persone si macerano in una sofferenza sorda, acuita dalla vergogna per il fallimento, benché incolpevole. Una vergogna che coinvolge, insieme al disoccupato, anche i suoi familiari: la madre che si umilia ad implorare un lavoro purchessia per la propria figlia; il padre che inventa scuse penose per nascondere a se stesso e agli altri la disoccupazione del figlio.

La verità è che siamo in presenza di una mutazione epocale per cui riusciamo a produrre sempre più beni e servizi con sempre meno lavoro umano, eppure imputiamo ai disoccupati il peccato della loro disoccupazione quasi che, se avessero voglia di lavorare, tenessero a portata di mano un ottimo posto di lavoro che si ostinano colpevolmente a rifiutare. E, a furia di essere considerati colpevoli, finiscono per sentirsi colpevoli anch’essi, succubi di un’alienazione che inclina alla depressione.

Indurre alla vergogna i disoccupati e in suoi familiari è un capolavoro del capitalismo perché tramuta la rabbia in rassegnazione e garantisce pace al sistema. E’ dunque un elemento così imprescindibile del profitto, che meriterebbe di essere quotato in borsa.

Nessuno ha deciso la propria nascita e tuttavia, secondo questo sistema implacabile, dopo essere nato, ognuno deve dimostrare di meritare la vita. Non “ognuno”, a dire il vero. Perché vi è una stretta e privilegiata minoranza che detiene ricchezza, potere e sapere mentre la quasi totalità è tenuta a dimostrare giorno per giorno, attraverso il lavoro, la propria utilità al sistema, cioè al profitto. E se il sistema del profitto gli toglie il lavoro, cioè l’unica condizione necessaria alla sopravvivenza, impedendogli così di dimostrare la propria utilità, non è il colpevole sistema che deve vergognarsi ma il disoccupato incolpevole!

Domenico De Masi

MRS 10 (e lode)

Dieci anni di MRS! Il Movimento RadicalSocialista nasceva 10 anni fa, il 9 dicembre 2006, come associazione e laboratorio politico-culturale radicalmente innovativo e alternativo. Quando ancora la crisi della sinistra italiana ed europea era solo agli inizi, e pochi ne vedevano la profondità, un gruppo di idealisti “in cerca di idee e non di voti” lanciavano l’idea di una rifondazione unitaria, dei valori e degli ideali prima che dei partiti. Fossimo stati ascoltati per tempo, da chi ha preferito invece abbarbicarsi dentro i propri angusti recinti partitici, forse si sarebbe potuto invertire la china e ripartire senza arrivare a toccare il fondo del precipizio. In quest’opera di “salvataggio” abbiamo fallito, non c’è dubbio, ma eravamo piccoli e con ben poca influenza sui piani alti di quella frazione di Palazzo in cui si era trincerata la sinistra reale, capace magari di ritagliarsi e vantare qualche sporadico ruolo istituzionale ma ignara di stare perdendo il contatto con un Paese reale profondamente mutato dagli effetti della globalizzazione e della crisi industriale.

Così di fronte da un lato alla drastica involuzione del “centrosinistra” ulivista, rappresentata dalla nascita (nel 2007) del Partito Democratico, e dall’altro alla erosione inesorabile della sinistra comunista ed ecologista (Rifondazione, Verdi, Sel) barricata dietro simboli e bandiere certamente nobili ma incapaci di mordere la nuova realtà sociale del Paese (tant’è che a lungo ha coltivato la miope prospettiva di un’alleanza col Pd neoliberista e ultramoderato), il nostro Movimento ha coraggiosamente indicato la via del ritorno alle radici genuinamente socialiste e radicali della sinistra, con la scelta di rimettere al centro, come possibile terreno comune di una rifondazione prima di tutto teorica ed etica, il pensiero e l’esperienza di Gobetti, Rosselli, Basso, Pertini, Giustizia e Libertà e Partito d’Azione, in sintonia col marxismo attivistico e idealista di Antonio Gramsci e con i fermenti più creativi del pensiero libertario e anarchico; coniugando diritti sociali e diritti civili (nel solco del 68 e delle lotte comuniste e radicali degli anni Settanta), ambiente e società, democrazia ed etica, uguaglianza e individualità. In una parola, anzi due, LIBERTA’ EGUALE, e cioè l’intuizione che la sinistra non si sogna di “scegliere” l’uguaglianza lasciando la “libertà” alla destra, secondo uno schema semplicistico ma rilanciato perfino da Norberto Bobbio, bensì al contrario è l’unica vera protagonista della lotta per una libertà integrale e conseguente, per l’emancipazione e la liberazione più radicale dell’individuo, sul terreno economico-sociale come su quello politico-culturale, sul piano non solo formale ma anche sostanziale, nel lavoro e nella vita. Come pari opportunità e possibilità di partecipare direttamente ed effettivamente alla politica. Come fine di ogni alienazione e sfruttamento, da parte certo del “padrone” ma anche delle “masse”. Come libertà da ogni conformismo e subordinazione. Come valorizzazione delle differenze, in quanto ogni vera libertà è libertà di essere diversi, di essere se stessi e realizzare compiutamente le proprie attitudini e capacità. con l’unico limite del rispetto dell’analoga libertà degli altri.

Sul piano politico, pur criticando anche severamente i partiti alla sinistra del Pd, abbiamo partecipato e contribuito a tutte le loro esperienze elettorali, senza schierarci mai in quanto Movimento (sempre orgogliosi della nostra autonomia e del nostro essere associazione) ma non facendo mai mancare l’apporto dei nostri iscritti. E con una visione spesso più larga e lungimirante, come quando appoggiammo sia l’IdV, con l’ingresso in quel partito di alcuni di noi a partire dalla nostra prima sostenitrice Franca Rame (“siamo la sinistra dei valori”, dicevamo), che le prime forme ed esperienze associative del futuro M5S. A partire dalla critiche alla Fiat, alla Telecom e all’élite bancaria e industriale contenute negli spettacoli di Beppe Grillo (mentre gran parte dell’intellighenzia di sinistra viveva di solo antiberlusconismo) fino al nostro ingresso nei primi meet-up territoriali, tanto riuscito che alcuni di essi finirono per adottare il nostro statuto ed il nostro manifesto fondativo. Ci fermammo ovviamente di fronte alla trasformazione di queste assemblee locali nel nascente Movimento 5Stelle, ma continuando a collaborare sui contenuti concreti (democrazia diretta, etica politica, ecologia e difesa del territorio, reddito di cittadinanza ecc.) con una parte almeno dei militanti e dei futuri dirigenti “grillini” (anche qui con il conforto di quel ponte illustre rappresentato da un altro dei nostri maestri e ispiratori: Dario Fo), proprio mentre continuavamo a far parte delle liste della sinistra tradizionale e di fatto facevamo da trait d’union dei due “mondi” con le nostre idee di libertà, giustizia, onestà e partecipazione.

Il tutto costruito sulla base di un costante impegno nel mondo della cultura e del sociale: dalla lunga serie di conferenze e incontri sugli ideali della sinistra, sulla democrazia diretta e sull’antifascismo, fino alla mobilitazione in difesa dello stato sociale e dei beni comuni. Siamo stati parte integrante del fronte che ha vinto il referendum sull’acqua pubblica, così come oggi abbiamo contribuito a portare a casa la grande vittoria del NO di fronte all’arrogante e spudorato attacco renziano alla Costituzione. La nostra (apprezzata) presenza dentro l’ANPI, incoraggiata in ogni modo ovunque sia possibile, dimostra la coerenza e la centralità di questa antifascista.

Chiunque ci conosca, conosce i valori per i quali ci battiamo, con le idee forti di una sinistra delle origini che non teme contaminazioni e pertanto rifiuta la deriva ideologica e dogmatica (o peggio nostalgica) per adottare un pragmatismo contrario a quello che ha rappresentato l’involuzione dei cosiddetti “riformisti”: mentre questi difendono con arroganza la propria identità partitica smarrendo al contempo ogni tensione ideale, noi invece siamo intransigenti sulle idee ma ostili ad ogni “corporativismo” di setta o di club: detto in estrema sintesi, appoggiamo senza guardare in faccia nessuno ogni proposta o azione pratica coerente con le nostre idee, senza sposare nessuno ma senza pregiudizi nei confronti di chi se ne fa promotore. Nella difesa dell’acqua pubblica, della sanità pubblica, della scuola pubblica, dei beni comuni, dei diritti riguardo la casa, la pensione, il lavoro e il reddito, e nella lotta contro tutte le mafie (ricordiamo la coraggiosa testimone di giustizia che è stata per un anno la nostra portavoce), noi entriamo in qualunque comitato o fronte comune disposto a lottare per ogni buona causa (mentre certi sedicenti compagni guardano in cagnesco gli eventuali “compagni di strada”, quasi a ricordare la storiella del dito e della luna) . Così come, seguendo l’esempio degli stessi partigiani – con i loro gruppi d’azione patriottica – siamo pronti a difendere e riconquistare con le unghie e con i denti la sovranità nazionale del popolo italiano e la sua indipendenza dalle oligarchie finanziarie europee e internazionali; contro la globalizzazione delle merci e dei profitti e per la globalità dei diritti umani, civili e sociali; contro le imposizioni-capestro dei diktat della UE, da Maastricht al fiscal compact ed allo sciagurato pareggio di bilancio, inserito addirittura in Costituzione dai burattini nostrani dell’élite finanziaria transnazionale.

Difficile riassumere in un articolo sommario tutto quello che è stato MRS in questi 10 anni: lo si può almeno parzialmente ricostruire dal nostro sito e dalla nostra pagina facebook. Cercheremo tutti insieme le forme e i modi per far sentire ancor di più la nostra voce, nell’anno zero della sinistra che può però rinascere sulle ceneri del renzismo, anche assumendo le espressioni politiche ed elettorali più diverse e variegate. Noi continueremo testardamente a cercare l’unità di queste forze vecchie e nuove, sulla base delle idee, dei valori e dei fatti concreti che ne discendono.

Sempre con quella gestione orizzontale e collettiva che contraddistingue MRS, senza capi né capetti ma con il motto di “tutti militanti” e “tutti dirigenti”; e, possiamo aggiungere con orgoglio, “tutti compagni” e “tutti amici”, nonostante la varietà di sfumature politiche e di opzioni partitiche ed elettorali all’interno di un’associazione così libera e libertaria : l’esatto contrario di quella droga renzista da “uomo solo al comando” che ha portato alla deriva il Partito Democratico.

Buon compleanno a tutti i compagni e simpatizzanti, e a tutti gli oltre 5.300 amici della nostra pagina!

Dal vecchio PCI una pietra tombale su Renzi e la sua “riforma”

di Aldo Tortorella

Care compagne e cari compagni, un malanno invernale, complice l’età [90 anni, ndr], mi impedisce di essere oggi con voi come avrei desiderato per dirvi innanzitutto tutta la mia indignazione per il modo con cui si viene svolgendo questa campagna referendaria da parte di coloro che oggi hanno il governo del Paese.

Trovo scandaloso che i pubblici poteri siano impegnati ad alimentare con ogni mezzo compresi quelli meno leciti una campagna di disinformazione e di falsità. La televisione in ogni ora del giorno e della notte è occupata da questo presidente del consiglio il quale con tutti i problemi che ci sono non ha altro da fare che saltare da un programma all’altro o da un palco all’altro palco a far la sua propaganda e a propagandare se stesso. Più che un uomo di governo abbiamo un attore televisivo, oltre che uno studente bocciato dal suo professore di diritto costituzionale.

Dire che il maggiore problema della repubblica è la presunta lentezza legislativa dovuta al bicameralismo è una favola. In Italia si fanno anche troppe leggi e il guaio è che spesso sono leggi sbagliate. E molte leggi sbagliate sono state e vengono approvate anche troppo rapidamente come è accaduto e accade alle leggi governative definite decreti d’urgenza. Il primato spetta alla sciagurata legge Fornero sulle pensioni approvata in 16 giorni. Tutti i decreti-legge di questo governo sono passati in meno di 44 giorni. Il presidente del consiglio dunque mente sapendo di mentire quando dice che vuole questo stravolgimento della Costituzione per fare presto. Ha fatto anche troppo presto con molte misure dannose per i lavoratori e per il paese.

Sono le leggi di iniziativa parlamentare ad andare lentamente ma il motivo sta non nel bicameralismo ma nelle liti interne alle maggioranze. Un esempio: la legge anticorruzione d’iniziativa parlamentare ha impiegato 798 giorni per essere approvata e cioè due anni e due mesi e si capisce perché: non andava mai abbastanza bene a questo o a quel gruppo di maggioranza. Due anni e due mesi per annacquarla e sciacquarla fino a renderla la più innocua possibile.

La verità è che si vuole una Camera che conti, eletta con sistema ultramaggioritario, per dare più potere al governo di imporre la propria volontà sopra e contro la rappresentanza popolare. Questa controriforma della Costituzione stabilisce che il governo ha la priorità su tutte le leggi del suo programma e non più solo sui decreti d’urgenza e ha il potere di fissare il tempo massimo di discussione, 70 giorni. Con questo sistema inaudito in qualsiasi regime liberal-democratico il governo diventerebbe il padrone della rappresentanza parlamentare a sua volta truccata. Già oggi la Camera è eletta con un sistema maggioritario, quello del porcellum, che ha dato la maggioranza assoluta alla coalizione di centrosinistra arrivata di poco avanti alla destra. E la nuova legge elettorale già in vigore è ancora peggio, anche se ora si sono accorti che può essere disastrosa.

Dopo avere giurato sulla sua bontà e averla imposta con tre voti di fiducia ora dicono di volerla cambiare, ma senza toccare il maggioritario. Per difendere la loro controriforma, dicono che anche il Pci alla costituente era per una sola camera. Certo, ma con il parlamento “specchio del Paese” e cioè con la legge elettorale proporzionale. E poi il Pci accettò il bicameralismo perché intese che era una garanzia in più nel duro periodo che si veniva aprendo con la rottura dell’unità antifascista e con la guerra fredda iniziata proprio nel 1947, mentre si lavorava alla Costituzione. E comunque, secondo il Pci, il Senato doveva essere eletto dal popolo.

Dunque il presidente del Consiglio imbroglia sapendo di imbrogliare quando dice che non ha toccato i poteri del presidente del consiglio. Non li ha toccati perché ha toccato e esaltato il potere del governo e dunque del capo partito che lo guiderà. Già oggi lui governa come espressione di una minoranza del 29 per cento dei voti contro le opposizione che rappresentano il doppio. E con la sua controriforma, domani, un capo partito che può essere un qualsiasi seguace nostrano di Trump o di Le Pen o qualche altro avventuriero può ancor più di lui spadroneggiare l’Italia.

Con le mani di un partito formalmente di centrosinistra si prepara la via al peggio, come successe negli anni 20 del 900 al Parlamento della Repubblica democratica di Weimar nata dal crollo dell’impero tedesco seguìto alla prima guerra mondiale. Essendoci molti disordini di piazza, il Parlamento democratico tedesco stabilì che in caso di stato d’eccezione le garanzie costituzionali potevano essere sospese. La coalizione nazista vinse le elezioni, decretò lo stato d’eccezione e iniziò la propria criminale avventura. Diceva un proverbio antico che Dio fa impazzire coloro che vuol perdere. In questo caso, però, la colpa non è di Dio, ma di chi dà ascolto a questi scriteriati saltimbanchi del potere per il potere o a quelli che usano i soldi per il potere e il potere per i soldi.

E non è meno scandaloso dire che si sopprime il Senato, quando non lo si sopprime affatto ma lo si ridicolizza trasformandolo in una Camera di consiglieri regionali e sindaci a tempo perso, in più gravandolo di compiti cosi confusi che i costituzionalisti prevedono forieri di guai. Si dice che così si vuole dar voce ai territori: ma nello stesso tempo si stabilisce che lo stato di guerra adesso sarà deciso dall’unica Camera, cioè da un partito minoritario e dal suo capo. Si vede che in caso di guerra i territori non devono aver niente da dire.

Si sparano cifre assurde di risparmi inesistenti, smentiti dalla ragioneria generale dello Stato. Si conduce una campagna qualunquista contro quelli che non vogliono perdere le poltrone, ma io che vi scrivo adesso non ho alcuna poltrona da perdere o da conquistare. Ho solo avuto da conquistare qualche malanno aggirandomi per l’Italia a testimoniare contro questa bruttura, perché penso a chi la Costituzione l’ha conquistata e ci ha lasciato la vita o a chi ha speso tutta l’esistenza a difenderla e ora non può più farlo.

I guai dell’Italia non dipendono dalla Costituzione. Con questa Costituzione abbiamo ricostruito l’Italia garantendone, nel bene e nel male, lo sviluppo, e abbiamo conquistato diritti sociali e civili. I guai dell’Italia dipendono piuttosto dal fatto che il programma costituzionale è stato sempre combattuto e in larga misura è rimasto inapplicato. Per cinquant’anni l’Italia è stata una democrazia dimezzata dalla convenzione imposta dall’estero per escludere il più forte partito d’opposizione dal governo, anche quando nessun governo si poteva fare senza i suoi voti. Ma l’obiettivo vero era un altro, era proprio quella Costituzione che fonda la Repubblica sul lavoro e va oltre la eguaglianza formale, pur indispensabile, impegnando lo Stato a rimuovere “gli ostacoli economici e sociali” che limitano di fatto libertà ed eguaglianza, e così statuendo il principio dell’uguaglianza sostanziale.

Di qui viene l’affermazione del lavoro non più come una merce, ma come un diritto da garantire, viene il criterio della retribuzione da adeguare in ogni caso ad una vita libera e dignitosa, viene la indicazione del compito sociale, cioè non egoistico, della stessa proprietà privata. Ecco lo scandalo: questa Costituzione esalta il lavoro e non il capitale. E ciò avvenne perché i costituenti, pur divisi da differenti visioni politiche, venivano in grande maggioranza dalla lotta antifascista e sapevano che il fascismo era stato una creatura incoraggiata, promossa e sostenuta innanzitutto dal capitale finanziario, industriale e agrario.

Fin dai primi anni questa Costituzione fu definita “una trappola” da parte delle forze più conservatrici. E la storia dei primi cinquant’anni di vita repubblicana è segnata, come in nessun altro paese occidentale, da una ininterrotta scia di eversione e di sangue per spiantare questa possibile nuova democrazia: dallo stragismo nero al terrorismo detto rosso che con l’assassinio di Moro compì il capolavoro di portare a compimento il proposito della destra con le mani di supposti rivoluzionari di sinistra. Con quel delitto cadeva il tentativo estremo di Berlinguer e di Moro di dare compiutezza alla democrazia italiana e iniziava il declino.

Ci raccontarono un quarto di secolo fa che il sistema elettorale maggioritario avrebbe dato stabilità, risolto problemi annosi, eliminato i piccoli partiti. Ma i fatti sono stati un ventennio di berlusconismo e l’aggravamento di tutti i problemi, dal debito alla disoccupazione. E mai ci sono stati tanti partiti in Parlamento e così pochi militanti fuori, mai c’è stato un tale trasformismo tra deputati e senatori. Ora c’è l’attacco finale alla Costituzione perché, dicono, offre troppe garanzie. E dicono che si smantella la seconda parte della costituzione ma si salvano i principi della prima parte. Ma questo è un discorso per allocchi.

La seconda parte della Costituzione è l’applicazione della prima. La sovranità popolare si restringe ancora di più con l’accentramento del potere, i principi sociali già calpestati diventano sempre più carta straccia. Ma ci dicono che anche la destra dice di votare no. Certo. E noi facemmo la lotta di liberazione antinazista e antifascista anche con i monarchici. La Costituzione è di tutti, non proprietà di partito. E si dovrebbe essere lieti che proprio quelli della destra che hanno sempre attaccato la Costituzione oggi sono costretti a difenderla perché ne riconoscono finalmente il valore anche per loro, ora che si sentono in minoranza. E c’è piuttosto da temere che dicano di votare no, ma pensino e facciano il contrario, seguendo i Verdini e gli Alfano.

All’origine della stretta autoritaria, voluta non solo in Italia dai ceti più retrivi, sta il fatto che non si riesce a uscire dalla crisi: dalla lunga crisi iniziata dopo gli anni settanta e da quella che rischiava di essere catastrofica iniziata nel 2007. La vittoria globale del capitalismo non ha portato a spegnere i suoi problemi, ma a complicarli.

La globalizzazione crea nuovi squilibri e nuovamente torna la tendenza, come dopo la crisi del 29, alle chiusure nazionaliste, allo sciovinismo, alle guerre. Allora fu la Germania a imboccare la via della razza eletta, adesso il razzismo, per ora a fini interni, ha vinto negli Usa. Alle porte dell’Italia, oltre il mare, c’è la guerra generata dalla ripresa di velleità egemoniche dei paesi nostri alleati nelle terre del petrolio. Centinaia di migliaia di morti, milioni di disperati e di profughi. Ecco il motivo della stretta istituzionale, ecco il pericolo.

Il mio cammino personale è al termine, e dunque non ho nulla da temere ma temo per questi giovani di oggi. Altro che lavoro come diritto, salario dignitoso, istruzione elevata. E il rischio, in tanta frustrazione, è la possibilità che vengano cacciati in nuove avventure. Ho negli occhi le manifestazioni giovanili per la guerra in Germania e in Italia nel 39 e nel 40, pagate poi con la catastrofe loro e di tutti. Le organizzavano i fascisti, ma trascinavano i molti. E non credo eccessivo l’allarme quando al fanatismo della setta dell’ISIS si risponde con il fanatismo antimusulmano nelle manifestazioni con Trump. O con il fanatismo antiimmigrati di certi ceffi nostrani o di quel paesino di una terra che fu rossa.

Sono solo i sintomi piccoli e grandi di una malattia che si aggrava. Mai come oggi è necessario il massimo di garanzie. Salvare la Costituzione è indispensabile, anche se non basta. Si dice che chi difende la Costituzione è un passatista. E lo dicono questi nuovisti che hanno combinato solo guai. L’attacco alla Costituzione è in realtà una volontà di ritorno al passato, quando chi comandava era sicuro di non essere disturbato. Oggi dire di no è il migliore modo di dire di sì all’avvenire, è l’unico modo di tenere aperta le porte alla speranza.

(Aldo Tortorella, ex dirigente del PCI, classe 1926)

Gli italiani all’estero rispondono a Renzi

Caro Matteo Renzi,

non so proprio da dove cominciare per dirti che alla tua bellissima riforma ho deciso di votare no (essendo un’Italiana all’estero, ho già votato NO!). I motivi sono tanti e non starò qui ad elencarli. Ho deciso però di dirti che non ho per niente apprezzato la tua lettera (che rispedirò al mittente) nella quale mi chiedevi di votare sì per fare dell’Italia un paese migliore.

Per prima cosa vorrei sapere a nome di chi e con che soldi hai invitato questo inutile foglio di carta, cercando di convincermi che una riforma scritta con i piedi come la tua potrebbe rendermi orgogliosa di essere italiana. Forse, come molti hanno detto, quei soldi potevano essere utilizzati in maniera migliore (vedi terremoto e immigrati…).

Seconda cosa: non mi risulta che i dati di un cittadino iscritto all’AIRE possano essere utilizzati per questa propaganda da quattro soldi (semmai andrebbero usati per invitare a votare spiegando in maniera obbiettiva le ragioni del sì e quelle del no). Senza contare che per il referendum tenutosi pochi mesi fa, non solo non sono stati spesi gli stessi soldi, ma neanche lo stesso impegno politico a cercare di spiegarlo anche a mia nonna di 92 anni. Preferisco glissare, poi, sul fatto che i due referendum andavano accorpati per poter farci risparmiare quei quattro spicci (che proprio quattro non sono).

E ora veniamo a noi caro Matteo e al tema che mi sta più a cuore: gli italiani all’estero. Sì, perché io sono una di quei tanti italiani che se ne sono dovuti andare dal proprio paese per farne grande un altro. Perché il proprio purtroppo non aveva un futuro da offrirle, perché per 40 anni abbiamo avuto al governo gente che invece di farci crescere ha spremuto le vecchie generazioni come limoni lasciando ai giovani come me solo una possibilità: quella di andarmene. Eh sì, caro Matteo, perché quando ti rivolgi a me, chiedendomi di votare per te, mi fai proprio incazzare. Mi fai incazzare perché offendi la mia intelligenza dicendomi che votando no il mio paese resterà fermo per i prossimi 40 anni. Mi fai incazzare perché il tuo obbiettivo dovrebbe essere quello di riportarci a casa e non quello di scrivermi perché finalmente di sei ricordato di questi milioni di coglioni in giro per il mondo.

«Cara italiana, caro italiano, nessuno meglio di voi, che vivete all’estero, sa quanto sia importante che il nostro Paese sia rispettato fuori dai confini nazionali. Nessuno meglio di voi sa quanto sia importante che si parli di noi per la nostra capacità di lavorare, per la nostra creatività, per la nostra intelligenza. Ma nello stesso tempo, nessuno meglio di voi ha provato sulla propria pelle il fastidio, o addirittura la mortificazione di sentire, sull’Italia, risolini di scherno, accompagnati sai soliti, umilianti luoghi comuni».

Sai che c’è caro Matteo? Vaffanculo! Perché nessuno meglio di noi all’estero sa quanta rabbia c’è ogni volta che in Italia qualcuno ti sbatte la porta in faccia quando mandi un curriculum. Nessuno meglio di noi sa che purtroppo in Italia si va avanti solo se sei “il figlio di…”, se sei disposto ad accettare uno stipendio di merda nonostante due lauree e se il futuro di cui tu parli non te lo puoi costruire perché non si va oltre il contratto di tre mesi.

E allora caro Matteo, rimboccati le maniche e al posto di incantare gli scemi, vedi di fare qualcosa per questi italiani che se ne sono andati lontano. Non ricordarti di loro solo quando ti serve una croce nella cartella elettorale.

P.s.: E per favore la prossima volta risparmiami quel foglio di carta ridicolo. Non voglio sentire i tuoi discorsi senza senso e non voglio vedere la tua faccia.

Saluti,
la cara italiana all’estero.

Martina Gaiardi