VALORI? DOV’È FINITA LA MUTUALITÀ?

mutuo soccorso
Di Giandiego Marigo
 
Sarebbe sin troppo semplice dichiarare che insieme all’acqua sporca si sia gettato anche il bambino. Troppo facile e già detto, ripetutamente, da tutti coloro che hanno, nel tempo, analizzato la débacle graduale della sinistra e l’evoluzione, non tanto dell’ex PCI, che già covava, sin da quegli anni, i sintomi e prodromi di quello che poi si sarebbe rivelato il fallimento piddino, ma semmai di quell’intorno sindacale e politico che si sviluppò con forza attorno agli anni 60/70, ma che trova, comunque, nella storia del movimento operaio le sue reali origini e ragioni.
Troppo semplice dicevo, eppure efficace come definizione. Non tanto e non solo, per quanto riguarda la pura analisi marxista o marxiana e le sue applicazioni leniste o staliniane, quella non ha mai difettato, anzi è sempre stata prodotta con sin troppa dovizia sino alla divisione metodica del capello. Ma soprattutto per quel mondo di relazioni e di modi, di comportamenti che si erano elaborati attorno al mondo della coscienza operaia e diciamolo sì, senza paura, proletaria.
Un mondo complesso, articolato, fatto di ragioni profonde e di esperienze. Costruito sul fare, certo, ma partendo dal sentire e dallo stare, dettato dai bisogni , ma che ebbe la capacità di elaborare comportamenti complessi che assursero con il tempo alla dignità di cultura popolare e di visione politica complessa. Comportamenti che finirono, anche se in modo inconsapevole ed non voluto con lo sviluppare, addirittura, gli embrioni di quel risveglio spirituale che accompagna i nostri giorni.
Faccio un esempio, perchè è di questo che sto e voglio parlare.
La cultura socialista ed anarchica prima e comunista dopo (anche se innegabilmente il comunismo inserì il primato assoluto del partito e della sua struttura burocratica), ma anche una parte di quella cristiano sociale, affondavano le proprie radici in una esigenza reale di mutualità e solidarietà. Non analizzavano soltanto una relazione sociale ma cercavano di organizzarne e garantirne al salvezza. Le cooperative, le società di mutuo soccorso, le stesse organizzazioni sindacali che nacquero con questa “nuova coscienza” poco o nulla si occupavano delle leggi di mercato, delle regole della cultura dominante, ma stabilivano nuovi rapporti, nuove leggi, nuove regole che si definivano via via, partendo dalla defin izioni di quelli che venivano chiamati “interessi della classe”.
Aprivano un nuovo confronto, altro, rispetto a quello sistemico, alternativo ed anche antagonistico.
Non dico nulla di nuovo, nulla che non si possa dedurre da un buon libro di storia del ‘900…eppure dico tutto quel che c’è da dire.
La qualità di questa relazione, la sua stessa esistenza, da sola apriva una contraddizione e forniva la “speranza di una nuova visione”. Proprio perchè sparigliava le regole, ne definiva di nuova, metteva in campo interessi diversi da quelli che erano stati sin lì rappresentati. Forniva loro organizzazione e dignità.
Inoltriamoci in questo esempio, una cooperativa di consumo, non nasceva come investimento, nemmeno veniva teorizzata come onlus e non si poneva il problema di non disturbare, di rispettare le regole, di non fare la guerra dei prezzi. Nasceva dal bisogno di far coincidere, quel che si aveva, con quel che si poteva e lo faceva, perchè il suo ruolo era quello di rispondere ad un bisogno primario. Lo stesso discorso e le medesime premesse valevano per il sindacato, per le società di mutuo soccorso e per tutte quelle “organizzazioni di base” che nacquero dai bisogni, gli ambulatori, le scuole. Non furono finalizzate ad inserirsi in un sistema ma a modificarlo, non furono poste per adeguarsi ad un mondo perfetto, ma per perfezionare un mondo grandemente imperfetto.
Oggi definire e parlare di “interessi di classe” sarebbe arduo…ed anche fumoso, la gara si realizzerebbe nel chiamarsi fuori, piuttosto che nel definirsi proletari difendendo o rappresentando questi interessi.
L’interclassismo è ormai stato, ampiamente, somministrato ed assorbito…a grandi boccate, metabolizzato…divenuto comportamento comune, persino al di là di ogni ragionevole motivo e in barba alla realtà. Ma la domanda su dove siano finite la mutualità, la solidarietà, la condivisione…bhè è lecita, anche perchè questi valori sarebbero un’ottima risposta alla crisi incombente. Non può certo bastare a giustificare l’uso e l’abuso dei termini in questione, l’esistenza di false cooperative di puro investimento, attente al mercato ed alle sue regole, perfettamente inserite nel sistema, anzi sue artefici o di quelle due o tre banche che ancora si richiamano grottescamente al mutuo soccorso
Perchè , per esempio, i nuovi soggetti dell’organizzazione popolare come i GAS non si pongono il problema dei prezzi e dell’accessibilità dei prodotti che veicolano, oltre alla qualità ed al chilometro 0, perchè non se lo pongono le Coop, che addirittura espongono prezzi più alti che in molti altri templi della “grande distribuzione”. Perchè i sindacati sembrano occupati a garantire tutto salvo che il mutuo soccorso? Perchè deve arrivare Emergency a Mestre a ricordarci il senso della solidarietà. Eppure anche presi a sé stanti, avulsi da tutta l’analisi “di classe”, QUESTI VALORI : SOLIDARIETÀ. MUTUALITÀ, CONDIVISIONE…hanno un significato assoluto che molto spesso viene richiamato…descrivendo una “generica e amorfa” crisi valoriale e culturale.

Per finire, per ora, con questa mia “tirata” da saputo. Credo che dalla riproposizione, culturale, comportamentale e spirituale di queste tematiche insieme a “Circolarità, Orizzontalità. Partecipazione “ possa e debba nascere il nuovo, moderno, concetto di “Progresso e Civiltà” e la visione che noi, che ci arroghiamo d’esserne portatori, consegneremo al nostro futuro

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L’Italia è tra i paesi che registrano le maggiori disuguaglianze nella distribuzione dei redditi

 

 

 

 

 

INEQUALITY CARTOON

Dal sito dell’Associazione Paolo Sylos Labini

L’Italia è tra i paesi che registrano le maggiori disuguaglianze nella distribuzione dei redditi, seconda solo al Regno Unito nell’Unione europea e con livelli di disparità superiori alla media dei paesi Ocse. Non solo: nel nostro paese la favola di Cenerentola si avvera con sempre minore frequenza, nel senso che le coppie tendono maggiormente a formarsi tra percettori di reddito dello stesso livello; inoltre, gli estremi si allontanano, ovvero i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. E la ricchezza si sposta sempre più nei portafogli della popolazione più anziana, a scapito delle giovani generazioni.

Sono queste le tendenze di fondo per l’Italia, che emergono dallo studio “Gini-Growing inequality impact” commissionato dalla Ue, nell’ambito del VII Programma quadro, a un pool di gruppi di ricerca di diverse università europee: un progetto, finanziato con oltre due milioni di euro e sviluppato per circa tre anni, i cui risultati saranno pubblicati in due volumi entro dicembre. La disparità nella distribuzione dei redditi è stata misurata con l’indice di Gini: si tratta di un indice di concentrazione il cui valore può variare tra zero e uno. Valori bassi indicano una distribuzione abbastanza omogenea, valori alti una distribuzione più disuguale, con il valore 1 che corrisponderebbe alla concentrazione di tutto il reddito del paese su una sola persona. Dallo studio emerge che, alla fine della prima decade degli anni Duemila, l’Italia ha un indice di Gini pari a 0,34: ovvero, due individui presi a caso nella popolazione italiana hanno mediamente, tra di loro, una distanza di reddito disponibile pari al 34% del reddito medio nazionale.

I 30 paesi considerati nello studio sono stati classificati per macrogruppi, a seconda delle dinamiche registrate tra gli anni Ottanta e la prima decade del Duemila. Ci sono i paesi continentali europei (Germania, Francia, Austria, Belgio e Lussemburgo) che presentano un indice di disuguaglianza tra 0,26 e 0,30, praticamente costante e ben al di sotto del valore italiano (si consideri che, data la struttura dell’indice, una differenza di pochi centesimi di punto si traduce in differenze di reddito significative); un secondo gruppo è quello dei paesi nordici, che presenta un trend crescente di disuguaglianza trainato principalmente da Finlandia e Svezia, ma a partire da valori più bassi; c’è poi il gruppo delle economie di mercato (tra cui Usa, Australia, Regno Unito), tendenzialmente con un welfare poco generoso, in cui le disuguaglianze tendono a essere elevate. L’Italia fa parte del gruppo dei paesi mediterranei, nei quali si evidenziano livelli di disuguaglianza abbastanza alti. La situazione italiana era molto meno disuguale negli anni Sessanta e, da metà anni Settanta, finché c’è stata la scala mobile (nel 1992 l’indice di Gini era di circa 0,27). Poi l’indice di disuguaglianza è schizzato verso l’alto, rimanendo in seguito abbastanza piatto.

Un ultimo gruppo è quello dei paesi dell’Est: prima della caduta del muro di Berlino (1989) avevano livelli simili a quelli dei paesi nordici, poi le reazioni sono state diverse da paese a paese. Lo studio ha considerato gli effetti dei livelli di istruzione e delle dinamiche del mercato del lavoro sulla generazione della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi, che a sua volta incide sui comportamenti sociali e politici. La progressiva scolarizzazione nei paesi sviluppati, nell’arco dell’ultimo secolo, ha ridotto le disuguaglianze nei livelli di istruzione: in Europa le generazioni nate negli anni Venti completavano in media nove anni scolastici; quelle nate a metà degli anni Ottanta sono arrivate in media al diploma di scuola superiore (14 anni scolastici). Ma questo non si è tradotto in una effettiva riduzione anche delle disuguaglianze nei redditi. Perché? È cambiato il mercato del lavoro: i nuovi entrati sono più istruiti, ma nel contempo meno garantiti, e quindi meno in grado di risparmiare e accumulare ricchezza, che a sua volta può nel tempo assicurare redditi da capitale e da proprietà.

L’Italia è tra i paesi che registrano le maggiori disuguaglianze nella distribuzione dei redditi

(Il sole 24 ore, 24 giugno 2013)

La Camera voti lo stop agli F35

 

Pubblichiamo l’appello promosso da Ascanio Celestini, Luigi Ciotti, Riccardo Iacona, Chiara Ingrao, Gad Lerner, Savino Pezzotta, Roberto Saviano, Cecilia Strada, Umberto Veronesi e Alex Zanotelli in vista della discussione alla Camera dei Deputati della mozione – sostenuta da 158 deputati SEL, PD e M5S) – che chiede la cancellazione della partecipazione italiana al programma dei cacciabombardieri F-35.

“Nei prossimi giorni la Camera dei Deputati discuterà una mozione di 158 parlamentari di Sel, Pd e M5S che chiede la cancellazione della partecipazione italiana al programma dei cacciabombardieri F-35 Joint Strike Fighter.

In linea con le richieste e indicazioni della campagna «Taglia le ali alle armi» (che dal 2009 si batte contro i caccia) sosteniamo questa nuova iniziativa parlamentare e tutte quelle che si renderanno necessarie per bloccare una scelta così sbagliata.

Spendere 14 miliardi di euro per comprare (e oltre 50 miliardi per l’intera vita del programma) un aereo con funzioni d’attacco, capace di trasportare ordigni nucleari, mentre non si trovano risorse per il lavoro, la scuola, la salute e la giustizia sociale è una scelta incomprensibile che il Governo deve rivedere.

Per questo chiediamo a tutti i Deputati di sostenere questa mozione e tutte le iniziative parlamentari tese a fermare il programma degli F35 e a ridurre le spese militari a favore del lavoro, dei giovani, del welfare e delle misure contro l’impoverimento dell’Italia e degli italiani”.

Ascanio Celestini, Luigi Ciotti, Riccardo Iacona, Chiara Ingrao, Gad Lerner, Savino Pezzotta, Roberto Saviano, Cecilia Strada, Umberto Veronesi, Alex Zanotelli

* * *

Dopo le dichiarazioni critiche sul progetto in campagna elettorale (provenienti dalla stragrande maggioranza dei gruppi politici), dopo che la campagna “Taglia le ali alle armi” aveva sottolineato l’esistenza in linea di principio di una maggioranza parlamentare per il “NO” al progetto Joint Strike Fighter, sono oggi dieci personalità di rilievo nazionale a lanciare un appello che si allinea alle richieste del movimento che si oppone ai caccia F-35.

Un appello diffuso in vista della discussione alla Camera dei Deputati di una mozione (sostenuta da 158 deputati SEL, PD e M5S) che chiede la cancellazione della partecipazione italiana al progetto di costruzione ed acquisto dei caccia di quinta generazione.

Esponenti dell’informazione e della cultura come Gad Lerner, Roberto Saviano, Ascanio Celestini e Riccardo Iacona e personalità del mondo della Pace come Cecilia Strada e Chiara Ingrao; personaggi di rilievo pubblico (e primi firmatari di mozioni contro gli F-35 nella scorsa legislatura) come Umberto Veronesi e Savino Pezzotta e due figure importanti del mondo dell’impegno cattolico come padre Alex Zanotelli e don Luigi Ciotti. Tutti insieme per chiedere al nostro Parlamento una scelta di responsabilità su questo tema particolare e su quello delle spese militari in generale.

“Ci troviamo di fronte ad un passo importante per far sentire con forza ai nostri Deputati come sia davvero necessario che il Parlamento riprenda in carico questo tema” afferma Francesco Vignarca coordinatore di Rete Italiana per il Disarmo. Se è vero infatti che è oggi il Governo – a seguito di tutti i passaggi di autorizzazione previsti dalla legge – a poter decidere autonomamente sull’acquisto dei caccia F-35, è anche vero che la situazione è molto cambiata dal 2009 (data dell’ultima votazione parlamentare a riguardo) e nell’ottica della difficile situazione del paese su più fronti non si può certo tirare dritto come se nulla fosse mutato. “Va poi detto che da più parti (anche da chi non vuole subito una cancellazione del programma, e perfino dallo stesso nuovo Ministro della Difesa) si è sottolineata la necessità di avere sugli F-35 una franca e piena discussione in Parlamento” conclude Vignarca.

Nel testo dell’appello si sottolinea come la scelta di continuare ad acquisire i cacciabombardieri con capacità nucleare sia “incomprensibile” vista l’attuale mancanza di risorse “per il lavoro, la scuola, la salute e la giustizia sociale”.

“Quella degli F-35 è una gran brutta storia che fa male agli italiani e alla nostra democrazia” commenta Flavio Lotti coordinatore della Tavola della Pace. “Gli F-35 fanno male agli italiani perché sottraggono preziose risorse che attendono di essere utilizzate per combattere la disperazione e la disoccupazione di molte donne e uomini del nostro paese. Gli F-35 fanno male alla nostra democrazia perché attorno a queste armi si muove un complesso reticolo di interessi politici, economici e militari che stanno inquinando e minando in profondità le istituzioni del nostro paese. Per questo è bene che il nuovo Parlamento si pronunci chiaramente.”

La campagna “Taglia le ali alle armi” ha già sottolineato con preoccupazione le recenti parole del Ministro Mauro che ha descritto il caccia F-35 come uno “strumento per la pace” da utilizzarsi in ottica di proiezione anche per interventi lontani dall’Italia.

“Il Parlamento ha un’ottima occasione per riavvicinarsi a un’ampia parte della popolazione, che è sicuramente contro gli F3-5 ­ sottolinea Grazia Naletto co-portavoce della campagna Sbilanciamoci! – Non possiamo mantenere anche su un tema delicato come questo la grande distanza tra le richieste e le convinzioni delle italiane e degli italiani e le scelte della nostra politica. In tal senso giudichiamo positivamente la presentazione di analoghi documenti per il NO agli F35 anche al Senato, auspicando che a breve possa avvenire anche in tale ramo del Parlamento una discussione approfondita”

La campagna “Taglia le ali alle armi” ribadisce, come già detto nei giorni scorsi, che la discussione alla Camera può diventare l’occasione per far crescere la consapevolezza che l’acquisto dei caccia F-35 non può essere condotto e deciso sulla base di dati parziali e non corretti, come invece è stato fatto in tutti questi anni. Le stime diffuse dalla nostra Campagna da tempo dimostrano come i dati del Ministero della Difesa riguardo ai costi, ai tempi, e alle ricadute occupazionali e tecnologiche siano assolutamente falsate e non corrispondano a verità. Il costo di acquisto dei 90 caccia previsti si attesterà su 14 miliardi di euro mentre il costo “di vita” dell’intero programma supererà i 50 miliardi di euro.

(13 giugno 2103)

Funerali Franca Rame, Jacopo Fo: “Siate ottimisti perché Dio c’è ed è comunista”

Dal Fatto Quotidiano Tv

“Se si sono estinti i dinosauri, si estingueranno anche questi qua. Queste persone che non hanno amore né rispetto per l’umanità. Vorrei che andaste a casa con un po’ di fiducia, perché, come diceva mia madre Dio c’è ed è comunista. E io aggiungo che è anche femmina”. Così, in un toccante discorso, Jacopo Fo ha voluto ricordare la madre Franca Rame durante il funerale laico che si è svolto a Milano gremito da centinaia di migliaia di persone. Jacopo Fo ha parlato anche dell’impegno politico della Rame politico: “Quando sento i compagni delusi che dicono che non abbiamo combinato nulla in questi 40 anni io dico non è vero. Oggi abbiamo dei problemi enormi, ma 40 anni fa era peggio e noi abbiamo lottato per questo” di Alessandro Madron
31 maggio 2013

La lettera ai giovani di Don Andrea Gallo

La lettera ai giovani di Don Andrea Gallo. (da leggere attentamente e condividere: un grande!)

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Fonte: http://blogdieles.altervista.org/la-lettera-ai-giovani-di-don-andrea-gallo-da-leggere-attentamente-e-condividere-un-grande/

Tratto dal libro di Don Gallo “Se non ora adesso”, la “Lettera ai giovani.

Comprendo profondamente quello che i giovani vivono, e sono costernato, addolorato per l’assenza di futuro cui sembrano condannati. Come faccio ad avere la pretesa di sradicare questa assenza di futuro? I responsabili delle grandi agenzie, dei grandi poteri, delle istituzioni sembrano interessati solo a giovani che “servono”, che rinunciano alla loro coscienza critica, alla loro autonomia, alla loro autogestione: il potere vuole solo giovani ubbidienti. Ricordo che ero ancora al Carmine, ero amico di un taxista che con molti sacrifici faceva studiare il figlio. Siamo negli anni Settanta, il figlio si laurea brillantemente e partecipa a un concorso all’Eni arrivando primo assoluto. Assunto immediatamente, rinuncia. Suo padre viene da me disperato, aveva lavorato una vita, era riuscito a comprare una licenza da taxista, per il figlio aveva fatto tutto quello che poteva. Niente, tutto in fumo. Perché? Volevo capire. Così ho incontrato quel ragazzo, abbiamo parlato, gli ho chiesto come mai aveva rifiutato. Il concorso era basato solo su test, bastava una crocetta, un sì o un no. Nessun margine. Nessuna libertà, nessun confronto. Il ragazzo si è sentito uno strumento in mano di un ingranaggio molto più grande di lui. Mi disse che dove aveva risposto sì ed era risultato giusto, lui in realtà avrebbe messo un no, e via così. Ci ha ripensato e ha rifiutato il posto. Come dargli torto. Adesso fa il ricercatore. Con i giovani bisogna partire da questo assunto: condividiamo con voi l’assenza di futuroMario Monicelli lo aveva capito, e secondo me si è suicidato perché non aveva visto segni di rivolta. Ora i segni cominciano a vedersi, sono minoranze anche se consistenti, ma quante volte i giovani sono stati schiacciati. È un omicidio lento, troppi giovani studiano e poi non hanno sbocchi. Marco Revelli chiama i giovani “scoraggiati inattivi“: molti, dopo essere passati attraverso la delusione, la disperazione, l’alienazione, sono scoraggiati. Inattivi: in Italia i giovani che non lavorano superano di tre volte quelli dell’Europa, e il lavoro neanche lo cercano. Allora ci vuole una rottura e può essere necessario anche uscire dalla legalità, quella del potere, per entrare nell’illegalità non violenta. È certo che chi fa una scelta così deve essere pronto ad accettarne le conseguenze. Socrate venne accusato di istigare i giovani alla illegalità. Anche io l’ho fatto e per questo sono stato denunciato: avevo partecipato all’occupazione di una vecchia scuola, un posto bellissimo. Che male c’era? Non abbiamo abbattuto niente, abbiamo valorizzato un luogo abbandonato e lo abbiamo utilizzato. Naturalmente con i giovani devi essere trasparente, devi proporre esempi, non bastano le parole. C’è un teologo che continua a dire che la fede viene prima dell’etica, ma è nel comportamento coerente con gli insegnamenti di Gesù che si può sperimentare la fede. Ricordo che ero già in noviziato e una delle parabole del mio insegnante diceva: “Timeo Jesum transeuntem”, temo il passaggio di Gesù. Poi ci faceva guardare un quadro dove c’era una porta e ci diceva: guardate bene la porta, cosa ne dite? Non aveva serratura, quindi uno dal di fuori non poteva entrare, neanche se aveva le chiavi. “Significa che Gesù passa, ma se tu non apri, è inutile!”. Ecco perché quel vescovo del Brasile aveva scritto sulla facciata della sua chiesa: caro cristiano, tu che stai per entrare, sappi che il mondo si divide in oppressori e oppressi. Tu da che parte stai?

Bisogna ricordare cosa scrisse Antonio Gramsci nel ’19, il suo richiamo contro l’indifferenza e l’urgenza di scegliere da che parte stare. I giovani ci provano, stanno lavorando, elaborando proposte concrete, coerenti e costruttive, stanno arrivando alla scelta epocale della non violenza. E questo sta accadendo in tutto il mondo. È “un fiume che avanza” e che ha cominciato il suo lento cammino già dieci anni fa al G8 di Genova, quando i giovani hanno posto una domanda importante: “Signori del G8 – hanno gridato – non vi sembra che sia una cinica pretesa venirci a dire che l’unico mondo possibile è il vostro?”. Oggi c’è una crisi che non è politica, ma di sistema. I giovani sanno che è di lunga durata e che bisogna costruire un tessuto nuovo. È faticoso, ma anche entusiasmante, e noi non possiamo deluderli. La mia bussola è la Costituzione, l’articolo 3 in cui si parla della differenza tra previdenza e assistenza, della tutela della parità della donna lavoratrice, del lavoro minorile, della sicurezza sul lavoro: questa è la legalità da difendere. Qualche mese fa ero a Piombino per un incontro sul drammatico tema dei morti sul lavoro, e in quell’occasione abbiamo riletto l’articolo: “Tutti i cittadini – recita – hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Be’, allora, chi è che non ha rispetto della legalità? Chi disattende la Costituzione o chi protesta perché la Costituzione viene disattesa? È ora che i partiti capiscano quale ruolo dà loro la Costituzione e non mettano il cappello ai movimenti. La nostra è una Res publica, è di tutti. A partire dai giovani che devono essere coinvolti in prima persona nel processo di rinnovamento di questa democrazia e di difesa della Costituzione. La Costituzione è stata fatta per i giovani, per tutti i giovani che verranno.

Contro la dittatura mondiale del capitale far rinascere l’internazionalismo dei popoli e dei lavoratori

da Micromega

Altersummit: gambe di popolo per un’altra Europa

L’8 e il 9 giugno prossimi, ad Atene, si terrà l’Altersummit, un grande incontro europeo di sindacati, associazioni e movimenti provenienti da venti paesi. Con una consapevolezza in comune: a un progetto europeo alternativo servono le “gambe di popolo” sulle quali camminare.

di Raffaella Bolini*

Nessuno si illude che Atene segnerà la soluzione del problema. Ma tutti gli attori sociali che saranno lì hanno molto chiaro il problema: a un progetto europeo alternativo servono le gambe su cui camminare. Gambe di popolo.
Presi uno per uno, i pezzi di un progetto alternativo europeo ci sono tutti.

Una parte di essi è riconquista di ciò che il liberismo ha attaccato e distrutto con accanimento: lo stato sociale. Una parte arriva invece dai pensieri e dalla pratiche sociali per un cambio di paradigma, a partire dalla tragedia climatica che incombe sul pianeta.

New Deal e Buen Vivir non si riescono semplicemente ad assommarsi, nel lungo periodo. Ma in questa fase, per fermare la rovina dell’Europa e dei suoi popoli, riuscirebbero a convivere, in piano di grande transizione europea i cui elementi sono tutti squadernati.

Democrazia, diritti e legalità devono essere gli aghi della bussola. Finanza imbrigliata e ricchezza distribuita sono il vento necessario ad avanzare. Servizi pubblici, reddito, beni comuni e difesa territorio segnano i punti della rotta da seguire. Riconversione e ri-localizzazione le vele che portano a destinazione. Al timone torna il pubblico – uno stato non più piramide ma rete di partecipazione.

E allora, perché non ce la facciamo? Perché l’oligarchia europea non eletta continua ad occupare la scena? Dopo aver desertificato l’Europa di diritti e democrazia, adesso hanno deciso che è tempo di lenire le ferite, e ci coccolano con il sogno della crescita.

Senza mettere in discussione Fiscal Compact e il pareggio di bilancio, con i poteri di indirizzo degli stati ridotti a zero, saranno i mercati ad approfittare della gigantesca svendita di umani, comunità e territorio che l’austerità ha prodotto. Questo non ce lo dicono, gli oligarchi europei e i governanti che li rappresentano nei diversi paesi. Ma a loro non importa. Sanno che gli avversari hanno poca voce, e soprattutto che sono divisi.

E questa è l’importanza dell’Altersummit di Atene, il grande incontro europeo di sindacati, associazioni e movimenti di venti paesi europei che si terrà l’8 e il 9 giugno.

Nessuno si illude che Atene segnerà la soluzione del problema. Ma tutti gli attori sociali che saranno lì hanno molto chiaro il problema: a un progetto europeo alternativo servono le gambe su cui camminare. Gambe di popolo. Fino ad ora, ci hanno diviso, messi in concorrenza, convinti a cercare di salvarsi da soli. Preso uno per uno, ci ammazzano meglio. Chi tiene in piedi le resistenze e le buone pratiche nella crisi, sta – con qualche rara eccezione – a testa bassa rinchiuso nei confini del proprio conflitto, schiacciato dalla fatica del quotidiano.

Un vero demos europeo, poi, non siamo mai stati. Un rumeno e un bulgaro sono ancora migranti, nella nostra testa, non concittadini. Una comunità mediterranea – la nostra unica possibile salvezza, nella Europa pluricentrica di cui c’è bisogno – esiste ancor meno.

Conoscerci, riconoscerci e unirci. Questo è la prima e strategica necessità politica che ad Atene ci impegniamo ad affrontare. Abbiamo firmato insieme un Manifesto (aperto all’adesione di chiunque lo condivida, anche da lontano), e questo è un primo passo. Ad Atene cercheremo le strade per renderlo popolare, perché senza una riappropriazione cittadina dello spazio europeo non vinceremo mai.

Uno strumento utile, fra gli altri, lo abbiamo già individuato. Si chiama solidarietà. Siamo un continente famoso per la grande partecipazione cittadina nelle azioni di solidarietà internazionale. Alzi la mano chi, fra i progressisti di cui ancora l’Europa per fortuna è piena, non abbia mai partecipato a un gemellaggio, a una raccolta fondi, o non abbia messo una firma per un popolo del sud del mondo oppresso e derelitto. Abbiamo sempre saputo che il nostro contributo non avrebbe davvero mutato le cose. Ma rompeva il senso di isolamento delle vittime e costruiva ponti-ci faceva vicini, creava alleanza.

La stessa cosa oggi possiamo fare fra di noi europei, fra popoli e persone schiantate e umiliate dalla crisi. In Grecia sono nate centinaia di associazioni di mutuo soccorso, dove chi non ha niente aiuta chi non ha niente. Sono cose preziose, che ricostruiscono coesione sociale e senso di comunità.

Queste associazioni non chiedono carità ai ricconi europei, chiedono vicinanza da parte di chi, in tutta Europa, come loro gli oligarchi li combatte, ed è impegnato ad arginare i danni sociali che producono. Per farsi forza a vicenda. E sentirsi davvero dalla stessa parte.
Cento gemellaggi, per iniziare. Possiamo provare insieme a farlo? Facciamoci avanti.

Per venire ad Atene, o aderire al Manifesto: www.altersummit.eu
Per proporre un gemellaggio: bolini@arci.it

*della presidenza nazionale dell’ Arci e del comitato promotore dell’Altersummit

(24 maggio 2013)