Il costo della Democrazia

Democracydi Francesco Gismondi, coordinamento nazionale Portavoce MRS

Iniziano a filtrare le prime notizie sul lavoro dei cosiddetti “saggi”.
Ecco cosa scrive La Repubblica: “Dimezzamento dei parlamentari: si cambiano i criteri di rappresentatività alla Camera (un deputato ogni 120mila elettori). I deputati passerebbero così da 630 a 470. In più il Senato verrebbe sostituito dalla Camera delle Regioni i cui membri saranno indicati dai consigli regionali che li pagheranno con l’attuale stipendio. Con il taglio di 315 senatori a carico dello Stato i parlamentari passerebbero dunque da 945 a 470.”

E ancora: “Accordo anche sulla riforma dei regolamenti parlamentari: più poteri per governo e maggioranza con tempi certi per l’approvazione delle leggi bilanciati da uno Statuto dell’opposizione. Sulla forma di governo Quagliariello vuole il semipresidenzialismo caro a Berlusconi mentre gli altri tre saggi spingono per un rafforzamento dei poteri del premier.”

Noi Radicalsocialisti crediamo che la “democrazia rappresentativa” debba gradualmente evolversi verso forme di “democrazia partecipativa” per rendere sempre più ampia la partecipazione popolare.

Non saremo certo noi, socialisti libertari, a difendere questo Stato inefficiente e autoritario ma non possiamo certo estraniarci e rimanere indifferenti di fronte a ipotesi che vanno decisamente nella direzione contraria. Continua a leggere

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La sinistra e la forma partito

di Pierfranco Pellizzetti da Micromega

«La società politica è stata azzerata…è il
prodotto di un ‘movimento per la liberazione
dei ricchi’: i potenti non vogliono dominare
perché hanno capito che non è un’attività
abbastanza lucrativa; vogliono soltanto
arricchirsi e allontanarsi sempre di più dal
resto della società»
Stephen Holmes

Non è vero che prima ci sono i bisogni. Un soggetto collettivo nasce dall’identificazione e dalla concettualizzazione di tali bisogni in una narrazione produttiva di senso e significati (come tale aggregativa): il momento sorgivo della politica democratica, quale alternativa a ciò che tale non è; ossia la pura e semplice tecnologia del potere.

Del resto sono in molti e autorevoli – da Castells a Rosanvallon e Touraine – quanti attualmente rivisitano la veneranda XII tesi marxiana su Feuerbach affermando all’incirca che “per cambiare il mondo occorre pensarlo in modo diverso”.

Tale identificazione/concettualizzazione avviene attraverso l’elaborazione intellettuale e il confronto dialettico; operazioni a cui nel Moderno era (è?) delegata quella struttura chiamata partito; di cui da più parti oggi si dichiara l’inutilità, grazie al conclamato recupero di modalità a gestione diretta del processo decisionale innescato dal discorso pubblico (anch’esso recalcitrante a ogni forma di delega).

Insomma, sul banco degli accusati c’è finita la grande invenzione della politica moderna (Robert Dahl): il principio di rappresentanza, grazie al quale la forma-partito è diventata il paradigma pervasivo dell’idea stessa di politica, della sua esclusiva pensabilità.

Chi scrive è convinto che il discredito di tale principio discende in larga misura dalle pratiche sempre più inquinate e corrotte in cui continua a essere declinato, non dall’esaurimento della sua intrinseca forza concettuale e ordinatrice. Infatti è grazie alla rappresentanza che la democrazia dei moderni ha potuto vincere la sfida radicale – impensabile nell’agorà ateniese del V secolo A.C. – rappresentata dai grandi spazi e dai grandi numeri.
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Per fare una nuova legge elettorale ci vuole un referendum popolare

Alfonso Giannidi Alfonso Gianni

Ilvo Diamanti definisce la stravagante scelta di Napolitano di costituire due commissioni di “saggi” come una in-decisione. In realtà è qualche cosa di peggio: è la sospensione della democrazia e del sistema parlamentare su cui si fonda la Repubblica. Una scelta che viene da lontano. Quando cadde Berlusconi era il momento di andare al voto. Napolitano, con la complicità del Pd che ora se ne lamenta, come fa Mario Tronti in una recente riflessione, impose la soluzione Monti per tranquillizzare i mercati. Quel governo aveva un obiettivo interno molto palese: spaccare il centrodestra e il centrosinistra. Obiettivo riuscito, soprattutto sul secondo versante. Poi le strade di Monti e Napolitano si divaricarono, soprattutto per le manie di grandezza del primo.

Ora tornano a sovrapporsi, visto che il primo effetto delle decisioni presidenziali è mantenere in vita un governo che non è stato sfiduciato dal precedente parlamento, ma neppure si è presentato alla prova della fiducia del nuovo, in barba all’articolo 94 della Costituzione (“Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”). Persino i 5stelle si accorgono che qualcosa non va Continua a leggere

I saggi dell’inciucio e la salvezza di Berlusconi

Sono le ore 18 e 20 di sabato 30 marzo, lavoravo al computer tenendo aperta una finestra delle news in attesa che dal Quirinale uscissero i nomi annunciati per le due commissioni di “personalità diverse per la loro connotazione”, con cui uscire dallo “stallo” dei veti incrociati. Da pochi minuti avevo anzi messo sul facebook di MicroMega questo breve messaggio:

“La formulazione del Presidente Napolitano sui ‘gruppi’ di ‘personalità diverse per la loro connotazione’ lascia corposi margini di ambiguità, poiché non si capisce se con il plurale “connotazioni” si intendano due aree di opinione, quelle del centro-destra e del centro-sinistra (tradizionale), o anche una terza area, quella della “Altrapolitica”, che si è espressa negli ultimi dieci anni in numerose lotte e iniziative di opinione, e che elettoralmente ha votato larghissimamente per il M5S. Solo i nomi delle commissioni volute da Napolitano ci diranno perciò se esse rispecchiano o meno l’impetuosa volontà di rinnovamento espressa anche dalle urne, o se si tratterà di un escamotage di establishment perché nella sostanza nulla muti”.

Tuttavia, non immaginavo che Continua a leggere