Femminismo socialista e femminismo borghese

di LEONARDO MARZORATI

Il femminismo e la lotta per i diritti della donna sono argomento troppo serio per essere lasciato in mano a personaggi che non solo ne sviliscono il valore, ma ne ridicolizzano anche il senso. È il caso dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, che non perde occasione per denigrare involontariamente, o forse volontariamente, decenni di lotta per l’emancipazione femminile.

Giorni fa, la deputata piddina si è scagliata contro l’immagine della App Immuni, raffigurante una donna intenta a coccolare un neonato e il marito al PC. Con i tanti casi di donne sfruttate, di diritti non riconosciuti alle lavoratrici e di una violenza spesso generata da assenza di cultura, Boldrini punta l’indice verso il nulla, conscia del fatto che la sua presenza nelle istituzioni non ha migliorato di una virgola la condizione femminile italiana.

La stessa Boldrini – che ha tenuto a farsi vedere dai fotografi in ginocchio in prima fila, davanti a uno sparuto gruppo di parlamentari dem, per acchiappare like (o insulti) in nome del Black Lives Matter, non ha detto nulla di Siddique Adnan, pakistano assassinato a Caltanissetta dalla mafia a coltellate per aver difeso i diritti dei braccianti. Boldrini fa bene a tacere sull’assassinio del povero Adnan, dato che da parlamentare non si è mai spesa nei fatti per garantire maggiori diritti a chi lavora nei campi e a combattere la mafia, che dal profondo Sud al Nord insozza il nostro Paese.

Qualcuno la schernisce definendola “sinistra fucsia”, ma schernirla non basta. Questa “sinistra” va temuta e combattuta, per far sì che quei pochi che ancora la votano passino dalla parte del socialismo e delle forze politiche che si battono per ottenerlo. La sinistra boldriniana non vuole il socialismo e non può definirsi nemmeno socialdemocratica, dato che è liberista nell’indole, dall’appoggio piegato ai burocrati di Bruxelles all’opposizione ai pochi tentativi di nazionalizzazione delle infrastrutture e dell’energia. Sono squallidi liberisti, anche se non lo sbandierano con l’orgoglio con cui lo fa Emma Bonino. La quasi totalità della dirigenza del PD, Italia Viva e persino pezzi dell’attuale sinistra parlamentare (Vasco Errani di LeU ha di recente affermato che la lotta tra capitale e lavoro è anacronistica, roba da secolo scorso) sono nemici del socialismo, alla pari di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Per differenziarsi da questi ultimi, non potendo portare lo scontro sui temi sociali, puntano tutto sui diritti civili e sull’operazione revival dei fu DC, PCI e PSI, presentandosi all’elettorato come gli unici eredi di quelle tradizioni. Purtroppo il loro giochino delle tre carte riesce ancora a fregare qualche nostalgico.

La carta del femminismo resta una delle più forti, considerando che tocca i sentimenti del 50% dell’elettorato. Se la destra attacca i più basilari diritti della donna, come in Umbria, dove la giunta regionale leghista ha abolito la possibilità di praticare l’aborto farmacologico in day hospital, la sinistra liberale cerca di fare polemica sul nulla, non avendo argomenti credibili alla mano. In questo modo Boldrini e soci hanno svilito il glorioso sostantivo “femminismo”, quello nato grazie a figure come Clara Zetkin, Vera Zasulic, Rosa Luxemburg, Aleksandra Kollontaj, Marija Spiridonova e le “nostre” Anna Kulisciov e Angelica Balabanov. Esisteva anche un femminismo borghese, vero, ma i socialisti e le socialiste ci hanno insegnato che la vera emancipazione si ottiene con la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. O dell’uomo sulla donna. O della donna su uomini e donne sfruttati, dato che il femminismo borghese, a differenza di quello socialista ridicolizzato dalle Boldrini di turno, gode di ottima salute, con Ursula Von der Leyen a capo dell’Unione Europea, Christine Lagarde alla Bce e Kristalina Gheorghieva al Fmi. Boldrini ovviamente è più vicina a queste tre signore che non alle tante lavoratrici sfruttate, quindi normale che si occupi solo di fesserie da salotto.

Questo pseudo-femminismo zuccheroso ha però contribuito a incattivire molti uomini, che hanno ricondotto le lotte per i diritti della donna alle cretinate postate sui social da personaggi come Boldrini. L’assuefazione da lamentele istituzionali per il mancato utilizzo di un termine al femminile hanno non solo inimicato alla stragrande maggioranza degli italiani il personaggio dell’ex presidente della Camera (portata in Parlamento prima dal discutibile Nichi Vendola e poi dal pessimo Matteo Renzi), ma reso fastidiosi a molti (sia uomini che donne) i discorsi in nome dei diritti femminili. Un gioco controproducente, che porta diverse donne ad abbandonare la lotta sociale per limitarsi a quella, spesso fittizia, dei diritti civili. Ma come spiegò Clara Zetkin, la diseguaglianza economica non permette una reale lotta per l’emancipazione femminile: le donne dell’alta borghesia non capiranno mai le esigenze delle proletarie e il loro femminismo resterà limitato al loro ristretto gruppo. Cosa che in forme diverse da 100 anni fa sta succedendo ora, dove una manager può farsi sentire per ottenere lo stesso lauto stipendio dei suoi colleghi maschi, mentre una precaria non può permettersi di avere un figlio per paura di perdere il rinnovo di un contratto. In questi giorni l’ex presidente dell’Inps Tito Boeri, dalle pagine del quotidiano Repubblica (tanto attento alle lotte boldriniane), ci spiega che più contratti a tempo determinato fanno bene. Boeri è un tecnico di area Pd…

Il femminismo liberale, come disse Kollontaj, mina gli sforzi della rivoluzione socialista, perché distrae la classe operaia femminile. Cosa che oggi fanno Boldrini, Wladimir Luxuria, Lilly Gruber ecc. Un nuovo dividi et impera infuria sui media e sui social. Sta a noi socialisti raccogliere sotto la bandiera rossa con la falce e martello tutte queste compagne che si sono fatte abbagliare dagli specchietti per le allodole della “sinistra” fucsia.

 

Che fare? Problemi scottanti del nostro movimento

di ANDREA MORRONI

Al di là della mera testimonianza, del tenere in vita la fiammella, cose che servono a malapena a lavarsi la coscienza, che caspita può fare di concreto un socialista liberale/libertario (non violento) nel presente squallido e sconfortante panorama politico?

Considerato che il socialismo liberale/libertario non è – come purtroppo nella vulgata – un socialismo sbiadito e all’acqua di rose, o, peggio ancora, “alla Craxi”, ma una dottrina politica dai contorni ben precisi, sebbene non dogmatica e non organica, necessariamente del tutto alternativa a questo inumano e disgustoso sistema sociale-politico-economico neoliberista, è evidente che in giro per la penisola non c’è nessun raggruppamento politico elettoralmente attivo in grado di promuoverne le istanze: né il PD, né il PSI, né Potere al Popolo, né, le varie “escrescenze” del PD di cui non sono neanche in grado di ricordare i nomi, o peggio ancora le pittoresche frattaglie comuniste, hanno qualche cosa a che spartire con il “nostro” socialismo.

Che fare? La casa sta bruciando, si profila una crisi economica che in confronto quella del 2011 è uno zuccherino, per non parlare della imminente e allo stato inevitabile crisi ambientale (con tutto quel che ne seguirà sul piano economico, sociale e geopolitico) al momento messa in secondo piano dal Covid-19, e credo che noi socialisti liberali/libertari abbiamo il DOVERE MORALE di darci da fare concretamente: ma dove? ma come? ma con chi?

È forse giunto il momento che il Movimento Radicalsocialista diventi un soggetto politico elettoralmente attivo? Avrebbe senso dare vita ad un ennesimo micropartitino a sinistra? Ci sono alternative?

Mi piacerebbe che ne discutessimo, senza nessun preconcetto.

Grazie.

Andrea Morroni

PS: Fra le figure di riferimento del Movimento RadicalSocialista mi piacerebbe che fosse inserito anche Andrea Caffi.

Italia capofila del bioterrorismo

di HERMANO ANTONIO

Il messaggio generale della propaganda di sistema oramai è esplicito: la nostra esistenza è minacciata da pandemie, inquinamento, terrorismo, riscaldamento globale. Per sopravvivere la società deve razionalizzarsi, deve lasciarsi trasformare in un’azienda, sempre più tecnologica ed efficiente, costi anche l’annientamento dei diritti individuali e collettivi.
Non si dice mai che l’azienda è lo strumento di profitto e potere di chi la comanda!
Non si dice mai che il massimo di efficienza di un’azienda coincide col massimo di capacità di controllo e sfruttamento del padrone sui suoi dipendenti!
Non si dice mai che tutto ciò coincide con l’impossibilità per questi ultimi di opporre resistenza e di pensare con la propria testa.
Colao esalta il 5G come strumento di efficientamento della società perché dà la possibilità di tenere tutto e tutti sotto controllo in tempo reale, di somministrare farmaci e vaccini da remoto e di aprire le porte solo a chi deve entrare, senza più bisogno di badge. In sostanza il governo a distanza di una società resa aziendale.
Al di là della questione dell’innalzamento a 60 volt/metro del 5G, nella propaganda per una società che deve essere efficientata come se fosse un’azienda, vi è un inganno concettuale di fondo, perché l’azienda ha un padrone che la usa per il suo proprio interesse e non per quello dei dipendenti o della collettività (basta studiare l’azione dell’ex FIAT dalla seconda guerra mondiale ad oggi e confrontarla con quella di Adriano Olivetti e dell’azienda che ha fondato fino alla sua scomparsa), mentre la società non dovrebbe avere un padrone e dovrebbe perseguire il bene comune.
E invece la società aziendale efficientata dalle reti del 5G, dai tracciamenti personali e del telegoverno ha un padrone in coloro che possiedono queste reti da cui tutto dipenderà, compresa l’apertura delle porte, ovvero la possibilità per i singoli di entrare o di uscire da luoghi pubblici e privati comprese la propria casa e la propria automobile, la possibilità di usare servizi e trasporti pubblici e privati, di accedere al web, alle comunicazioni, alle informazioni, al denaro, non più contante e accessibile solo attraverso conti elettronici.
Per la popolazione, perdere la possibilità pratica di opporsi, di resistere, significa perdere ogni capacità di negoziare, di conservare diritti, di partecipare alle decisioni, di difendere la libertà, i risparmi, la salute.
L’ottimizzazione funzionale della società a beneficio degli interessi di coloro per cui lavorano i Colao e i Conte, ovvero per i tecnocrati detentori di queste reti di controllo e gestione è in perfetto conflitto con quelli della società.
L’eliminazione di ogni possibile resistenza, di opposizione politica, di dissenso anche morale avviene con l’eliminazione della privacy, dell’autonomia e dell’indipendenza di azione da parte di un apparato che spia e, quando vuole, può togliere soldi, automobile, casa, comunicazioni: CINA DOCET (chi è incredulo, si legga l’articolo di Byung-Chul Han che ho tradotto tempo fa sul mio profilo).
Quello che i Colao e associati nelle istituzioni stanno realizzando con 5G, manipolazioni biologiche e tracciamento, è una società organizzata come una fabbrica al servizio dell’interesse di una classe padronale sovrasociale e con la facoltà di controllo dell’informazione, di spionaggio e blocco di chi non si allinea ai loro interessi. Un modello di gestione della popolazione di stampo zootecnico, dove l’allevatore ha il pieno controllo, anche biologico, degli esseri viventi in suo potere.
Non a caso Lagarde ha affermato (salvo ritocchi successivi dovuti al clamore suscitato) che i vecchi sono troppi e costituiscono una minaccia per la società (aziendalizzata). Aggiungo io, perché pesano sul welfare e come per loro anche per i lavoratori in esubero posti in cassa integrazione, è bene che venga convertita in cassa cremazione senza autopsia (come del resto è stato praticato per i presunti, ma non reali, morti di covid-19 dell’era iniziale del terrore pandemico).

Ma come diceva un nanoencefalico poco tempo orsono, state sereni, andrà tutto bene! La vera domanda da farsi è: «Ma perché continuano a ripetere che si uscirà dalla pandemia quando sarà pronto il vaccino, se il 90% sono guariti senza?». O anche: «Che senso ha parlare di vaccino se già ora il virus ha una carica virale infinitesimale rispetto alla fase iniziale?».
Quelle tabelle con i numeri quotidiani servono solo a mantenere l’attuale stato di emergenza (anche se non c’è più) con gli scopi che è facile immaginare! Lo diceva due mesi fa il premio Nobel Montagner, che aveva scoperto (e una equipe indiana, prima di lui, che poi messa sotto pressione è stata costretta a ritirare lo studio) che una piccola sequenza del virus dell’HIV era stata inserita nell’RNA del Coronavirus e che i virus manipolati geneticamente tendono, col passare del tempo, a ritornare al loro stato naturale. Conseguentemente, questa pandemia sarebbe scomparsa con buona probabilità all’inizio dell’estate. Montagner è stato insultato e ignorato. Ma ora si sta puntualmente verificando ciò che aveva previsto!
Voglio ricordare che a un premio Nobel per la medicina vengono assegnati talmente tanti soldi da non dover dipendere più dai finanziamenti di chicchessia per il resto della sua vita. Montagner è libero di dire le cose come stanno a differenza di tutti i prezzolati legati a Big Pharma che continuano a comparire in televisione (tranne i personaggi che si sono palesemente squalificati come ad esempio Burioni).
Parlare di numero di contagiati coronavirus oggi in Italia è come parlare del numero di gente che si è beccata una banale influenza. Sarebbe più il caso di parlare del numero di quelli che sono GRAVI o in TERAPIA INTENSIVA!
Casomai, ciò che viene realmente censurato è l’esatto contrario!!! [il riferimento è a un post su facebook in cui si denunciava una presunta censura sui ricoveri per covid, ndr]

L’autonomia socialista da Riccardo Lombardi ad oggi (e domani)

di Leonardo Marzorati

Riccardo Lombardi è stato uno dei maggiori interpreti del socialismo italiano. La sua visione socialista e democratica, molto diffusa durante la Resistenza tra i partigiani di Giustizia e Libertà, Brigate Matteotti e Brigate Garibaldi, al termine della Seconda Guerra Mondiale quasi evaporò sul piano del consenso nazionale, stretta nella tenaglia DC-PCI.

Se da un lato DC, liberali e monarchici bloccarono, al termine della guerra, ogni spinta propulsiva di rivoluzione democratica, dall’altro il partito guidato da Palmiro Togliatti non lavorò certo per favorirla. Togliatti era fedele alle direttive dell’Urss di Stalin, che, a Jalta e poi a Potsdam, aveva contribuito alla spartizione del mondo industrializzato nelle due sfere di influenza. L’Italia finì nella sfera di influenza statunitense e questo le impedì una svolta socialista, che fosse autoritaria come nei Paesi dell’Est Europa o democratica come auspicava Lombardi. La sostituzione alla Presidenza del Consiglio nel 1945 dell’azionista Ferruccio Parri con Alcide De Gasperi fu il primo grande segnale politico dell’influenza statunitense in Italia. Comunisti e socialisti in questo cambio non opposero particolare resistenza.

Il PCI nel biennio della Costituente, pur avendo un peso politico leggermente inferiore a quello del PSIUP (socialisti di Pietro Nenni e Movimento di Unità Proletaria di Lelio Basso), riuscì a diventare ago della bilancia dei governi De Gasperi. Togliatti fu l’artefice dell’amnistia per i fascisti, a cui Lombardi si oppose fortemente, e dell’inserimento in Costituzione del Concordato del 1929, scavalcando a destra socialisti, azionisti e liberali, per votare con democristiani, qualunquisti e monarchici il cattolicesimo religione di Stato.

Alle elezioni del 1948 Togliatti era ben conscio che il Fronte Popolare non avrebbe avuto possibilità di vittoria. Per due ragioni: la prima è che i giochi internazionali non lo permettevano; la seconda è che, come avevano espresso le elezioni della Costituente, le sinistre non avrebbero mai raggiunto la maggioranza, specie dopo la scissione di Palazzo Barberini tra socialisti e socialdemocratici. Nel 1946 la DC prese il 35,21%, che sommato ai voti di liberali, monarchici e qualunquisti portava il blocco anticomunista alla soglia del 50%. PCI e PSIUP (da cui doveva ancora fuoriuscire Giuseppe Saragat) si fermavano al 40%. Con il 4,36%, il PRI si definiva allora lontano da entrambi i blocchi, ma più per propaganda, essendo un partito europeista e filo-occidentale. Il Partito d’Azione, l’unico fautore di un socialismo democratico distante sia dal capitalismo di Stato sovietico (come lo definì Lombardi), come dal liberalismo statunitense, prese l’1,47% e di fatto terminò la sua esistenza.

In questo clima politico, il PCI si mosse con grande astuzia, grazie alla cinica ma vincente strategia politica imposta da Palmiro Togliatti. Il leader del PCI sapeva bene che avrebbe perso le elezioni del ’48 e lavorò quindi per omologare il più possibile ogni forma di opposizione al suo partito. Questo lavoro di Togliatti era implicitamente apprezzato anche da De Gasperi, il quale avrebbe governato con il principale partito rivale relegato all’opposizione. Togliatti sfruttò al meglio, fino ai fatti di Ungheria del 1956, la sudditanza del leader socialista Nenni. Conscio della sconfitta, Togliatti riuscì a far sì che gli eletti del Fronte Popolare fossero due terzi comunisti e solo un terzo socialista, relegando così il PSI a un ruolo marginale, schiacciato anche in parlamento tra i due grandi partiti della Prima Repubblica: DC e PCI.

Se la sconfitta del 1948 non intaccò minimamente la dirigenza del PCI, il PSI si ritrovò con le ossa rotte. Al XXVII Congresso, la corrente autonomista del partito, guidata da Lombardi, riuscì a battere i nenniani e far eleggere Alberto Jacometti segretario. La segreteria di Jacometti durò un solo anno. Nel 1949, al XXVIII Congresso, Nenni tornò segretario, grazie anche a voti di militanti comunisti iscritti per l’occorrenza al PSI. Grazie alle truppe cammellate comuniste, la strategia di Togliatti e di Mosca vinse sull’autonomia socialista di Lombardi. La partitocrazia italiana iniziò così: una maggioranza e un’opposizione immobili, pronte ad attaccarsi anche aspramente sui giornali, sui manifesti elettorali e poi anche in tv, ma di fatto d’accordo su molti punti nella spartizione del potere.

La situazione attuale italiana, nonostante la fine della Guerra Fredda, ha molti aspetti comuni a quelli del secondo dopoguerra. Tutti i sondaggi danno in netto vantaggio la coalizione di destra a guida Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Se si andasse a votare, con molte probabilità avrebbero la maggioranza. La principale forza della prossima opposizione, il PD, ricorda molto il PCI di Togliatti. Non per le posizioni politiche (magari!), ma per il suo tentativo, abbastanza riuscito, di omologare attorno a sé ogni forma di opposizione al duo Salvini-Meloni. Il movimento, per nulla spontaneo, delle Sardine ne è la prova. Il messaggio del PD e dei suoi cespugli specchietti per le allodole (vedi Elly Schlein) è chiaro: “Se non sei un fascista come la Meloni o un razzista come Salvini devi votare per noi”. Le ultime elezioni regionali in Emilia Romagna hanno dato ragione a questa strategia, che ha difatti disintegrato ogni formazione politica esterna a questi due nuovi “blocchi”. Unica nota positiva di questi due pessimi blocchi è la morte politica di Italia Viva di Matteo Renzi.

La sinistra radicale è stata annichilita, per l’ennesima volta, dalla favoletta del voto utile. Il Movimento 5 Stelle, già debole di suo nel voto regionale, è stato marginalizzato dalla sfida Bonaccini-Borgonzoni. Destre e PD sono pronte, come lo furono DC e PCI, alla spartizione di potere. Grande differenza rispetto al passato è l’alternanza tra le due forze. Il PD potrà tranquillamente stare 5 anni all’opposizione, per poi tentare di tornare al governo.

I veri socialisti italiani, non gli scappati di casa alla Nencini, devono ragionare su come affrontare le prossime sfide politiche ed elettorali. Non schiavi della UE, come il PD e come purtroppo si stanno rivelando gli attuali vertici 5 Stelle, ma per una lotta nazionale ed europea al socialismo. Partendo proprio dal pensiero sull’Europa di Lombardi, che già nel 1957 si astenne, scettico, sulla CEE.

I socialisti oggi devono cercare di allearsi con i comunisti e con le forze democratiche, antieuriste che mettono il lavoro e la dignità dell’uomo al centro della lotta politica. Alle prossime elezioni ci dovrà essere un cartello politico per il Socialismo, che si opponga alla tenaglia reazionario-liberale rappresentata dai blocchi Lega-FdI e PD. Si potrà quindi decidere se andare da soli o con quello che potrebbe essere, anche alla prossima tornata elettorale, il terzo incomodo: quel Movimento 5 Stelle che è sempre stato su posizioni più a sinistra del PD e che, nonostante i suoi tanti errori, resta una forza politica caratterizzata oggi da un elettorato popolare affine a quello che dal 1892 ha dato linfa vitale ai socialisti. Il Movimento 5 Stelle però dovrebbe liberarsi dell’attuale leadership “centrista”, prima alleata della Lega e poi del PD. Per questo, da radicalsocialista, presto attenzione alla figura di Alessandro Di Battista, l’unico che oggi potrebbe ridare fiato a un partito che ha perso leadership e direzione politica. Starà poi allo stesso Di Battista, se dovesse riuscire a prendere le redini del Movimento 5 Stelle, scegliere i propri alleati. Visto il suo genuino astio verso la destra, verso la tecnocrazia di Bruxelles e verso i suoi galoppini italiani ora al governo a Roma, le sinistre popolari potrebbero avvicinarsi a lui.

Lo spazio per l’autonomia socialista ci deve essere e spetta a noi compagni trovarlo.

Leonardo Marzorati

Ha ancora senso l’Unione Europea?

di LEONARDO MARZORATI

Tobias Piller, corrispondente tedesco dall’Italia per il Frankfurter Allgemeine Zeitung, nel suo tentativo di difendere la Ue, invitava dalle pagine del suo prestigioso quotidiano il governo di Berlino a chiedere meno rigore, perché Italia e Spagna non possono resistere senza aiuti. La domanda mi sorge immediata: che senso ha un’Unione Europea dove alcuni stati membri senza gli aiuti di altri membri non possono sopravvivere?

Di fatto, un Paese alle dipendenze economiche di un altro ne è limitato politicamente. È stato così per i Paesi aderenti al Patto di Varsavia, lo è stato per tutti quelli, Italia compresa, incorporati nell’Alleanza Atlantica. I generosi aiuti del Piano Marshall di fatto limitarono la democrazia in Italia, impedendo, anche con bombe e stragi, la possibilità del Partito Comunista negli anni settanta di avere un ruolo forte nell’esecutivo, dall’alto dei suoi consensi superiori al 30%.

Negli ultimi anni nella Ue sono aumentati i movimenti politici antieuropei. Questo è il meno: sono aumentati il razzismo verso gli extracomunitari e verso gli altri popoli comunitari, è aumentato il precariato, è aumentata l’incertezza, è aumentato lo sfruttamento. L’impronta liberista della Ue ha portato sempre più delusi e frustrati dalla propria condizione sociale ad abbracciare forze politiche radicali, perlopiù reazionarie. La sinistra socialista e socialdemocratica, in quasi tutti i Paesi aderenti appiattita sulle posizioni liberiste, governando da anni a Bruxelles in alleanza con popolari e liberali, ha perso consensi popolari. Diversi partiti socialisti sono così diventanti da forza attiva delle classi operaie, impiegatizie e contadine a partiti del ceto medio impegnati nel differenziarsi dalle destre sulle tematiche dei diritti civili e dell’accoglienza. Così facendo hanno di fatto regalato larghe fette di elettorato alle nuove destre.

La sinistra istituzionale è diventata il principale organo politico di una parte del ceto medio e dei ceti altoborghesi. Il cosiddetto ceto medio riflessivo, forte nelle città e debole in provincia, è diventato il bastione su cui si poggiano in tutta Europa le sinistre. A questi si sommano gli anziani, nostalgici delle vecchie sinistre e abituati per consuetudine più che per ideologia (di fatto mutata) a votare i suoi eredi. Infine ci sono i giovani che studiano o che sono appena usciti dalle scuole superiori o dalle università. Loro sperano di poter far parte del ceto medio riflessivo e quindi, anche se precari e sottopagati, votano coloro a cui sognano di subentrare. Le Sardine italiane ne sono la miglior espressione.

Tornano alla domanda iniziale, ha ancora senso l’Unione Europea? Gli economisti danno le loro risposte analizzando gli effetti di Mes ed eurobond. Dal punto di vista culturale, mi pongo la domanda dopo aver letto alcune pagine social dei principali quotidiani europei. Sulla pagina della Bild, diversi utenti tedeschi scrivono che i morti per coronavirus in Italia, Spagna e Francia sono molti di meno da quelli dati dalle autorità; il dato è stato ingigantito per poter avere più aiuti da Bruxelles e quindi dalla ligia Germania. I mediterranei si sa, si indebitano facilmente e piangono miseria. Su pagine italiane, spagnole e francesi si leggono insulti rivolti ai tedeschi e agli olandesi, spesso più ai popoli stessi che non ai governanti. Alla faccia dei tanto osannati padri costituenti europei.

In piena pandemia, quando dovrebbe palesarsi concretamente la solidarietà tra stati che compongono un’organizzazione sovrannazionale, i governi dei diversi stati membri litigano e si rimpallano accuse gravi. Anche tra i popoli europei, culturalmente diversi tra loro nonostante i tentativi di omologazione, le antipatie storiche tornano a farsi sentire come non si sentiva da decenni. Gli stessi valori democratici che dovrebbero tenere uniti i 27 Paesi membri vacillano, quando il premier ungherese Viktor Orban si appresta a darsi pieni poteri e ad affossare la giovane democrazia magiara. La presidente della Commissione Ue, la popolare Ursula Von der Leyen (compagna di partito di Orban) minimizza la svolta autoritaria di Budapest. Anche qui parlano gli interessi economici: l’Ungheria è fondamentale per l’industria tedesca, di cui Von der Leyen, già ministra della Difesa di Berlino, è espressione. L’Unione Europea è sempre più in mano a potentati economici e non ai popoli. Ha quindi ancora un senso la sua esistenza? Ai popoli europei, e non ai centri di potere economico, la risposta.

Dietro il velo (la scuola nell’emergenza Covid)

di GENNARO ANNOSCIA
Mentre la scienza balbetta di fronte ad un virus sconosciuto, su cui avanza solo ipotesi non sempre attendibili, l’anno scolastico procede con la didattica a distanza.

Al momento, non esiste nessun decreto che faccia chiarezza riguardo al quadro complessivo del corrente anno scolastico; le uniche alternative concerneranno l’esame di stato, ma anche in relazione a questo c’è ancora tanto da chiarire.

La didattica a distanza è servita comunque, se mai ce ne fosse stato bisogno, a evidenziare la situazione di iniquità classista che domina nella nostra società. Il divario digitale ha lumeggiato e rimarcato gli svantaggi sociali che la scuola riesce spesso a camuffare, solo facendo ricorso ad un demagogico e paternalistico buonismo. Nella fattispecie, la situazione ha anche messo in luce come l’Italia abbia appaltato un settore chiave come l’istruzione ai colossi del capitalismo digitale, senza garanzie, critiche e possibilità di sviluppare luoghi virtuali aperti e alternativi, e senza tutelare, realmente, i dati di milioni di studenti.

Scegliere di usare una piattaforma piuttosto che un’altra condiziona, inoltre, il metodo didattico e l’interazione, collaborativa o gerarchica, tra le persone, nel quadro di un’ottica in atto da anni nella scuola, che tende a trasformarla in un luogo preposto a premiare solo l’«addestramento» al mondo del lavoro.

Nei provvedimenti del governo non si ravvisano significative inversioni di tendenza, rispetto agli investimenti nei settori pubblici; in particolare, per quel che riguarda la Scuola, neanche l’occasione del contrasto al contagio induce a destinare investimenti adeguati alla riduzione del numero degli alunni per classe, a detrimento della qualità didattica, ma anche della salute di bambini e ragazzi.

Si ravvisa la soluzione in possibili turnazioni, in una combinazione di didattica a distanza e in presenza, senza affrontare, come sempre, i problemi strutturali, legati all’assunzione di personale docente e ATA, e al varo di un adeguato piano di edilizia scolastica.

Senza la contestuale riapertura di scuole, asili e nidi per l’infanzia non si possono avviare le attività produttive. Questo espone al contagio sia i più piccoli, per i quali il distanziamento sociale non ha alcun senso, che le famiglie, generando un processo di aumento esponenziale dei contagi.

Incurante di ciò, la classe padronale e capitalistica ha comandato migliaia di operai e lavoratori al proprio posto di produzione, assicurando loro un paio di mascherine in più, qualche controllo in entrata e in uscita dalle fabbriche con il termometro istantaneo, e nulla più.

Basterà il velo dell’ipocrisia di un pezzo di tela?

La realpolitik sui migranti va oltre gli schieramenti e la propaganda

di LEONARDO MARZORATI

Per via del coronavirus, il governo Conte ha bloccato i porti alle Ong che trasportano migranti, impedendo lo sbarco della nave Alan Kurdi di proprietà della Ong tedesca Sea Eye, con a bordo 150 migranti. Il decreto che di fatto chiude i porti italiani alle navi non autorizzate, come molte di proprietà delle Ong operanti nel Mar Mediterraneo, è stato firmato da quattro ministri, di aree politiche differenti. C’è il Pd, con la ministra ai Trasporti Paola De Micheli; c’è il Movimento 5 Stelle, con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio; c’è il ministro tecnico degli Interni Luciana Lamorgese; c’è anche la sinistra, con il ministro alla Salute Roberto Speranza, leader di Mdp – Articolo Uno.

Dal governo hanno chiesto alla Germania (Paese della Sea Eye) di farsene carico. Più o meno lo stesso che fece Matteo Salvini un anno fa, quando tenne in due momenti distinti due navi ferme nel Mediterraneo, ricattando cinicamente gli altri Paesi europei, chiedendo loro di farsene carico. Salvini, spiace dirlo, mostrò allora il totale egoismo dei Paesi della Ue, in particolar modo di quelli del Nord (Germania e Paesi Bassi in testa), che oggi chiedono un rigore punitivo contro i loro “fratelli” mediterranei.

Ora i toni sono meno urlati e le telecamere sono lontane, ma cambia poco nella decisione. Il cinismo o la realpolitik a volte impongono scelte che vanno oltre il colore politico. Lo stesso ministro degli Interni Salvini poteva vantarsi di minori sbarchi grazie agli accordi fatti dal suo predecessore del Pd Minniti con i capi tribù (spesso dei tagliagole) libici. E mentre il governo rimpalla al nord Europa lo sbarco della Ong con 150 persone, molte altre arrivano con i barchini a Lampedusa, in un porto vuoto a causa del coronavirus.

Un tema che fino al precedente governo era stato il punto focale di scontro tra le principali forze politiche in campo, oggi passa in totale secondo piano. Il governo Conte II di fatto si comporta con le Ong cariche di migranti come il governo Conte I, senza però le urla indignate di chi dava del razzista o del fascista a Salvini. Siamo in lockdown e quindi le manifestazioni di piazza sono impossibili, ma giornali come Repubblica o prestigiosi editoralisti televisivi preferiscono tacere su delle misure restrittive non tanto diverse da quelle vantate dall’allora ministro degli Interni.

Repubblica e soci sono responsabili del boom di Salvini e del sovranismo reazionario. Hanno focalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica su un tema solo: l’immigrazione. Hanno contribuito a dividere gli italiani tra favorevoli all’accoglienza e contrari, portando in anni di crisi economica acqua al mulino della Lega e di Fratelli d’Italia. Che dall’alto del loro consenso popolare hanno contribuito ad aizzare parte degli italiani più poveri contro i clandestini e più in generale contro gli stranieri che, nella loro propaganda, rubano il lavoro, delinquono e insidiano le nostre famiglie. Repubblica e gli altri organi di propaganda liberal da un lato non potevano concentrare lo scontro sui temi economici, dato che il loro partito di riferimento, il Pd, ha una visione liberalista poi non così diversa da quella delle destre. Dall’altro la divisione tra “razzisti” e “buonisti” è di facile comprendonio e, come ha insegnato Silvio Berlusconi con le sue tv, far pensare poco il pubblico aiuta a fidelizzarlo. Repubblica aveva fatto lo stesso ai tempi dell’ultimo governo Berlusconi, aprendo le sue prime pagine con “cene eleganti”, olgettine e bunga bunga.

Proprio ora che un governo a guida Pd-M5S respinge i migranti come fece l’esecutivo precedente, viene fuori la meschinità di certi organi di informazioni. Sono colpevoli di aver contribuito al rafforzamento del fronte reazionario e dovranno renderne conto. La Lega è arrivata al 34% anche per colpa loro, che hanno presentato come unica opposizione possibile al “cattivo” Salvini solo il Pd e i suoi cespugli. Gli stessi che ora (ma anche prima con Minniti) in materia di immigrazione si comportano più o meno come il leader leghista. Perfino la sinistra di governo, guidata da Speranza, si adegua e firma il blocco agli sbarchi.

E così per diverso tempo, troppo, non si è parlato a sufficienza di disoccupati che emigrano. Le emigrazioni dall’Italia nel 2019 sono state più delle immigrazioni nel nostro Paese. Non si è parlato di precariato; di mancanza di prospettive future; di famiglie che non si formano e di figli che non nascono. Spetta alle forze popolari riportare al centro della scena questi temi. Per sbugiardare la Lega, il Pd e i loro potenti organi di propaganda.

Divieti e responsabilità

di GENNARO ANNOSCIA

(a mio fratello Luca)

Il coronavirus ha finito per rivelarsi una sorta di cartina di tornasole di aspetti apparentemente nascosti della società capitalistica. Senza che si sia mai fatto cenno alle sue reali cause, la pandemia funge da pretesto alla imposizione di nuovi divieti alle già limitate libertà personali. Uscire di casa non è più possibile, se non per la spesa e per poco altro, la motivazione è che la sua diffusione possa essere bloccata costringendo le persone a non uscire di casa. Ci si dimentica di ricordare che se da un pipistrello, in un remotissimo villaggio asiatico, il virus è arrivato nelle metropoli, diffondendosi così rapidamente, ciò è dovuto, sicuramente, anche ai cambiamenti climatici causati dall’uomo, così come alla concentrazione umana nelle città e nei luoghi di lavoro, oltre che ai continui spostamenti di merci ed esseri umani da un capo all’altro del mondo, fosse pure in business class.

Nella paura di essere contagiati o di diffondere il virus, o semplicemente di essere puniti, ecco quindi tutti gli obbedienti sudditi chiusi in casa.

Lo stato d’emergenza permette, quindi, misure eccezionali, che si rivelano funzionali ad un maggiore controllo sociale, col rischio che possano divenire permanenti, come quelle adottate per contrastare il terrorismo; mentre nei dibattiti televisivi si contrastano i sostenitori della proposta di replicare il modello sud coreano e i sostenitori del modello cinese.

Così, se le rivolte di Hong Kong si sono esaurite per il virus, allo stesso modo proibire gli assembramenti, in nome della salute pubblica – ed affermiamo questo pur avendo piena consapevolezza di una effettiva situazione di eccezionalità – potrebbe, alla lunga, porre fine ai movimenti di massa.

La pandemia diventa, inoltre, occasione per imporre condizioni di lavoro che consentono alle aziende di spendere meno e guadagnare di più. Si sta a casa e si lavora via internet. La pandemia si trasforma in pretesto per l’imposizione senza resistenza di nuove forme di sfruttamento.

In realtà, disincentivare le attività svolte fuori casa potrebbe voler dire privilegiare la sola socialità e aggregazione virtuale.

In una sorta di rincoglionimento generale, ci si stringe intorno alla classe politica, la stessa classe politica, imprevidente e irresponsabile, che nel corso di vent’anni non ha fatto altro che tagliare sulla sanità pubblica, e che in occasione dell’allarme sollevato, da lungo tempo, da scienziati ruotanti intorno alla Organizzazione mondiale della sanità, circa il pericolo rappresentato dal virus, non ha dato loro ascolto.

Dalle finestre, ad ore stabilite, la gente grida, canta, batte le stoviglie e si riunisce in uno spirito nazionalista evocato da politici e media, mentre rognose facce barbute, le stesse che hanno chiuso i piccoli ospedali, ridotto il numero di medici e infermieri, tagliato i posti letto, obbligato i lavoratori della sanità a fare straordinari per sopperire ai tanti buchi, dall’alto delle loro comode case, pontificano in televisione, circa la legittimità, quasi sacrale, del pagare le tasse ad un sistema ingiusto, violento, liberticida, assassino.

Mentre la gente si ammala e muore, il governo spreca 70 milioni di euro in spese militari.

Non manca chi cerca una verità nascosta, un oscuro complotto ordito dal proprio cattivo preferito.

Chi non obbedisce, chiudendo gli occhi di fronte alla verità, è un untore, un criminale, un folle, mentre impazzano sindaci sceriffo e per le strade l’esercito ha compiti di polizia.

Si rivitalizza ogni forma di oscurantismo religioso, dalla punizione millenaristica alle nuvole a guisa di Madre di Dio.

Ci si chiede se superato questo periodo si tornerà a vivere come avveniva prima, e forse la vera curiosità è proprio questa, capire se è più facile vietare o gestire il fare e organizzare.

Gennaro Annoscia

L’attacco del “privato” alla scuola pubblica e ai suoi insegnanti

di LOREDANA FRALEONE * –

Dalla fine degli anni Ottanta del Novecento, il lavoro nei settori pubblici è entrato nel mirino dei governi che si sono succeduti in Italia, dei media e dell’opinione pubblica. È stato messo in atto un discredito costante senza distinzione di settori, di aree geografiche, di casi del tutto particolari e soprattutto senza una proposta di interventi tesi a migliorare le situazioni che eventualmente andavano corrette.

Sarebbe incomprensibile che governi gestori di organi dello Stato ne fossero i primi denigratori, se dietro non vi fosse stato il preciso progetto, comparando il pubblico con il privato, di presentare quest’ultimo come campione di efficienza per giustificare ogni tipo di privatizzazione.

Vi è stata da allora la costruzione di un contesto in cui persino aziende in buona salute, che avevano garantito un servizio nazionale eccellente e in ottima salute economica, come l’ENEL, venissero trasformate in società per azioni e quotate in borsa in base al principio che “privato è meglio”.

Non è mancato, da qualche decennio, l’attacco sistematico ai lavoratori di settori come la Scuola e la Sanità, i più esposti rispetto alla pervasività delle privatizzazioni, che specialmente nella Sanità si sono realizzate con l’esternalizzazione di una grande quantità di servizi. Un attacco ad ambiti pubblici sui quali realizzare ingenti guadagni da parte dei privati o grandi risparmi da parte dei governi, soprattutto attraverso retribuzioni fortemente al di sotto della media europea e precarizzazione del lavoro.

In particolare sugli insegnanti è costante da anni l’attacco a loro presunti “privilegi”, riconducibili a ciò che anche contrattualmente appare come l’unica quantità di lavoro svolto, ossia le lezioni in classe. Questo, oltre a mettere in cattiva luce la categoria agli occhi dell’opinione pubblica, giustifica il maltrattamento retributivo di lavoratori che portano il peso di un impatto sempre più gravoso con bambini e adolescenti generalmente curati dal punto di vista materiale, ma fortemente trascurati dalle famiglie da quello educativo. Senza parlare del crescente disagio e disgregazione sociale che mettono spesso i docenti in una sorta di trincea.

Ecco allora che il Sole 24 ore pubblica un articolo in cui si ammette la bassa retribuzione degli insegnanti italiani rispetto a quelli europei, ma la si giustifica con una quantificazione delle ore di lavoro, che prende in considerazione semplicemente quelle svolte in classe (per le superiori circa 667 annue), a fronte della media OCSE di 1.629, che invece si basa per gli altri paesi sul conteggio delle ore impiegate anche per la correzione dei compiti, la preparazione delle lezioni e tante altre incombenze, in aumento per i docenti italiani, con il moltiplicarsi delle pratiche burocratiche da espletare.

Esiste un nesso inscindibile tra il lavoro degli insegnanti e la qualità della scuola pubblica e mistificarlo significa svalutarli entrambi. Far emergere il lavoro sommerso che a oggi non è quantificato neanche contrattualmente, è ormai non solo un problema di giusto riconoscimento retributivo, ma anche di tutela della dignità di lavoratrici e lavoratori, che contribuiscono in modo significativo alla tenuta civile di questo paese.

*Responsabile Scuola Università e Ricercatore PRC /SE

Uniti per il socialismo sotto un’unica bandiera

di LEONARDO MARZORATI

L’Unione Europea è un moloch al momento difficile da scalfire. Qualcosa però le forze socialiste e popolari devono pur fare, iniziando una propaganda che parta dai social e che giunga nelle piazze, per avere visibilità maggiore. Dietro le forze di sinistra popolare, socialiste e comuniste, non ci sono i potenti mass media che hanno favorito il fenomeno “sardine”. Si deve però trovare una strategia che porti i partiti e i movimenti politici contrari a quest’Unione Europea liberista a trovarsi in una stessa piazza, meglio se sotto una sola grande bandiera.

Forze politiche come Potere al Popolo hanno esaurito la spinta propulsiva (per citare Enrico Berlinguer) alla luce del loro scarso risultato nelle ultime elezioni amministrative. Ora occorre un soggetto chiaramente marxista democratico che parli di socialismo, dichiarandolo nel nome e nel simbolo. Questa nuova forza politica italiana deve rapportarsi con tutti i partiti europei sovranisti di sinistra (Melenchon, Podemos, Linke e altri). Solo unendosi in alleanza con le altre forze popolari europee si potrà lottare per superare il sistema Euro. Dobbiamo batterci per distruggere questa Ue, non in quanto italiani, ma in quanto europei; non in quanto nazionalisti, ma in quanto socialisti e democratici. Si deve lottare contro questa Unione Europea per dare vita a una nuova Europa democratica. Essere contro la Ue non vuol dire essere anti europei, anzi: potrebbe essere vero l’esatto contrario.

Per noi socialisti d’Italia, dove purtroppo le forze sovraniste di sinistra sono debolissime, diventa fondamentale un accordo con i partiti "amici" europei. Come per i Verdi, il successo in alcuni Paesi rafforza i partiti gemelli presenti negli altri.

Mentre la destra sovranista, salvo piccole eccezioni, gioca a fare la nemica della Ue più a parole che nei fatti, la sinistra istituzionale italiana ha deciso di anteporre i diritti civili a quelli sociali e di difendere a spada tratta l’attuale Ue. Questo ha portato una larga fetta di elettorato popolare a passare dalla sinistra all’astensionismo o alla destra. Perfino il Movimento 5 Stelle sembra aver esaurito la sua forza antisistema e dopo aver perso il suo elettorato conservatore, tornato all’ovile di Lega e Fratelli d’Italia, ora sta subendo la lenta aggressione del Pd e dei suoi cespugli (Sardine, Elly Schlein, ecc.). Gli elettori delusi di sinistra dei 5 Stelle iniziano a tornare anch’essi alla casa d’origine. Ma se avevano abbandonato la sinistra istituzionale proprio per mancanza di politiche sociali e anti-establishment, la nuova area politica guidata da Nicola Zingaretti non è poi diversa dal vecchio Pd. Il ritorno a sinistra dei democratici e dei loro alleati è più nelle parole che nei fatti. La stessa tanto decantata Schlein raramente parla di lavoro, preferendo esternare di migranti, lgbt e antifascismo. Proprio per questo la vera sinistra socialista deve guardare a questi elettori smarriti e convincerli a sostenere una forza che sappia unire patriottismo costituzionale e socialismo democratico.

È una sfida molto difficile, ma va portata avanti. Altrimenti la partita sarà sempre tra due forze capitaliste e liberiste, divise solo dalla strategia da utilizzare con i migranti e dalle posizioni etiche sui diritti civili. La stessa destra populista è fieramente ipercapitalista. La Lega della flat tax fa gli interessi della borghesia del Nord e non certo dei ceti popolari, mentre Fratelli d’Italia riunisce la vecchia destra sociale mai sinceramente schierata con le masse lavoratrici e i notabili del centro-sud.

La divisione tra buonisti e cattivisti e tra liberal e conservatori non ci deve riguardare. Noi siamo socialisti e vogliamo un socialismo democratico. Non sono parole anacronistiche, dato che proprio in questi giorni vengono pronunciate dal candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti Bernie Sanders e dalle prime ministre di Danimarca e Finlandia Mette Frederiksen e Sanna Marin.

Vogliamo edificare una società socialista e democratica e distruggere quella attuale di precariato e insicurezza, di povertà e diseguaglianze sociali. Avremo molti poteri forti schierati contro. Ci dipingeranno come utopisti o come folli. Ma è una lotta che va combattuta, altrimenti resterà tutto come prima, se non peggio.