Reddito minimo, obbiettivo… massimo

di GIANCARLO IACCHINI
– E’ sbagliato continuare a chiamarlo "reddito di cittadinanza" (quello spetterebbe a TUTTI in quanto cittadini, quindi compresi… Berlusconi, ex moglie e figli!) e la cifra indicata dai 5Stelle (780 euro) paragonata ai salari minimi di chi lavora 8 ore al giorno appare poco realistica (in diversi paesi siamo attorno ai 500 euro), ma la proposta di un reddito minimo garantito, in cambio della disponibilità (per i disoccupati) a qualche ora di lavoro giornaliero, è sacrosanta, ed anzi su questo l’Italia è pesantemente indietro a livello europeo. Motivo di tanta ostilità (a parte forse l’insofferenza politica verso chi lo propone) prima era l’argomento dei costi per lo stato ("con quali soldi?", hanno ripetuto come un mantra ogni martedì Floris, Giannini, Mieli e giornalistoni vari ai "dibattista" di turno). Invece oggi, chiarito ormai che il provvedimento costerebbe meno dell’intervento per "salvare" le banche fallite o degli efficientissimi cacciabombardieri acquistati dall’Italia in quanto ovviamente più "indispensabili" del reddito minimo, la critica si è spostata su un altro aspetto. Il folkloristico "giornalista" Nicola Porro perde il lume della ragione contro il malcapitato Alfonso Bonafede gridando: “ma dove diavolo le trovate 3 offerte di lavoro da proporre obbligatoriamente al giovane disoccupato, se IL LAVORO NON C’E’?” Quindi sarebbe un circolo vizioso, quello di dare ai senza-lavoro un reddito statale a condizione che si accetti un lavoro che appunto non si trova?
No. Porro è fuori strada come tutti quelli che, in buona fede o (più spesso) meno, sollevano questo curioso argomento. Il lavoro di cui si parla non può essere un lavoro in azienda, a meno che non si pensi di regalare profitti privati con salari pubblici (e in questo caso le offerte di lavoro si moltiplicherebbero di colpo!), ma una serie di lavori "socialmente utili" decisi dai comuni. Nel "libero mercato", infatti, si crea lavoro solo finché c’è un profitto, mentre la logica del settore pubblico dovrebbe essere diversa: creare lavoro ove ce ne sia BISOGNO, senza contare che nuovo reddito produce nuovi consumi, il che è funzionale anche al privato: il famoso "fategli scavare buche per poi riempirle, basta che li pagate", attribuito a F.D.Roosevelt ai tempi del New Deal… E non c’è bisogno di "scavare buche" (quelle semmai andrebbero chiuse, vista la condizione delle nostre strade!): basta guardarsi intorno, in ogni località grande e piccola, per accorgersi di centinaia di lavori di pubblica utilità (opere di cura e manutenzione, salvaguardia dei beni comuni, interventi ecologici, assistenza ai cittadini in mille modi diversi) che i Comuni sarebbero ben felici di assegnare e distribuire grazie al salario minimo offerto dall’amministrazione centrale! Sarebbe una svolta radicale, sul piano economico ma anche su quello etico, e non come dicono una "elemosina di stato" (tutto il Welfare appare ormai così a questi ultimi sciocchi epigoni del liberismo). Quindi l’ostilità bipartisan verso questa proposta davvero non si comprende; a parte la totale rimozione (in Italia) delle ricette keynesiane in nome dell’austerità e del "pareggio di bilancio", viene in mente la frase di Ernesto Rossi: "Credono che giustizia sociale significhi abolire la ricchezza, quando invece sarebbe sufficiente abolire la povertà!".

In memoria di Carlo Rosselli (nell’80° anniversario del suo assassinio)

Intanto, chi sono. Sono un socialista. Un socialista che, malgrado sia stato dichiarato morto da un pezzo, sente ancora il sangue circolare nelle arterie e affluire al cervello. Un socialista giovane, di una marca nuova e pericolosa, che ha studiato, sofferto, meditato e qualcosa capito della storia italiana lontana e vicina. E precisamente ha capito:

1) che il socialismo è in primo luogo rivoluzione morale, e in secondo luogo trasformazione materiale;

2) che, come tale, si attua sin da oggi nelle coscienze dei migliori, senza bisogno di aspettare il “sole dell’avvenire”;

3) che tra socialismo e marxismo non vi è parentela necessaria;

4) che socialismo senza democrazia è come volere la botte piena (uomini, non servi; coscienze, non numeri; produttori, non prodotti) e la moglie ubriaca (dittatura);

5) che il socialismo, in quanto alfiere dinamico della classe più numerosa, misera, oppressa, è l’erede del liberalismo;

6) che la libertà, presupposto della vita morale così del singolo come delle collettività, è il più efficace mezzo e l’ultimo fine del socialismo;

7)che la socializzazione è un mezzo, sia pure importantissimo; perché il fine è la liberazione degli individui;

8) che lo spauracchio della rivoluzione sociale violenta spaventa ormai solo i passerotti e gli esercenti, e mena acqua al mulino reazionario;

9) che il socialismo non si decreta dall’alto, ma si costruisce tutti i giorni dal basso, nelle coscienze, nei sindacati, nella cultura;

10) che ha bisogno di idee poche e chiare, di gente nuova, di amore ai problemi concreti;

11) che il nuovo movimento socialista italiano non dovrà esser frutto di appiccicature di partiti e partitelli ormai sepolti, ma organismo nuovo dai piedi al capo, sintesi federativa di tutte le forze che si battono per la causa della libertà e del lavoro;

12) che è assurdo imporre a così gigantesco moto di masse un’unica filosofia, un unico schema, una sola divisa intellettuale».

(Carlo Rosselli)

Anna Falcone e Tommaso Montanari. Appello per una Sinistra popolare.

Vi invitiamo a leggere questo Appello, leggetelo attentamente, senza pregiudizio.

Un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza di Anna Falcone e Tomaso Montanari, 06.06.2017
Il 18 giugno a Roma. È necessario uno spazio politico nuovo, ci vuole una sinistra unita e una sola,
grande lista di cittadinanza aperta a tutti: partiti, movimenti, associazioni, comitati
Siamo di fronte ad una decisione urgente. Che non è decidere quale combinazione di sigle potrà
sostenere il prossimo governo fotocopia, ma come far sì che nel prossimo Parlamento sia
rappresentata la parte più fragile di questo Paese e quanti, giovani e meno giovani, in seguito alla
crisi, sono scivolati nella fascia del bisogno, della precarietà, della mancanza di futuro e di
prospettive. La parte di tutti coloro che da anni non votano perché non credono che la politica possa
avere risposte per la loro vita quotidiana: coloro che non sono garantiti perché senza lavoro, o con
lavoro precario; coloro che non arrivano alla fine del mese, per stipendi insufficienti o pensioni da
fame.
La grande questione del nostro tempo è questa: la diseguaglianza. L’infelicità collettiva generata dal
fatto che pochi lucrano su risorse e beni comuni in modo da rendere infelici tutti gli altri.
La scandalosa realtà di questo mondo è un’economia che uccide: queste parole radicali – queste
parole di verità – non sono parole pronunciate da un leader politico della sinistra, ma da Papa
Francesco. La domanda è: «E’ pensabile trasporre questa verità in un programma politico
coraggioso e innovativo»? Noi pensiamo che non ci sia altra scelta. E pensiamo che il primo passo di
una vera lotta alla diseguaglianza sia portare al voto tutti coloro che vogliono rovesciare questa
condizione e riconquistare diritti e dignità.
Per far questo è necessario aprire uno spazio politico nuovo, in cui il voto delle persone torni a
contare.
Soprattutto ora che sta per essere approvata l’ennesima legge elettorale che riporterà in Parlamento
una pletora di “nominati”. Soprattutto in un quadro politico in cui i tre poli attuali: la Destra e il
Partito Democratico – purtroppo indistinguibili nelle politiche e nell’ispirazione neoliberista – e il
Movimento 5 Stelle o demoliscono o almeno non mostrano alcun interesse per l’uguaglianza e la
giustizia sociale.
Ci vuole, dunque, una Sinistra unita, in un progetto condiviso e in una sola lista. Una grande lista di
cittadinanza e di sinistra, aperta a tutti: partiti, movimenti, associazioni, comitati, società civile. Un
progetto capace di dare una risposta al popolo che il 4 dicembre scorso è andato in massa a votare
“No” al referendum costituzionale, perché in quella Costituzione si riconosce e da lì vorrebbe
ripartire per attuarla e non limitarsi più a difenderla.
Per troppi anni ci siamo sentiti dire che la partita si vinceva al centro, che era indispensabile una
vocazione maggioritaria e che il punto era andare al governo. Da anni contempliamo i risultati: una
classe politica che si diceva di sinistra è andata al governo per realizzare politiche di destra. Ne
portiamo sulla pelle le conseguenze, e non vogliamo che torni al potere per completare il lavoro.
Serve dunque una rottura e, con essa, un nuovo inizio: un progetto politico che aspiri a dare
rappresentanza agli italiani e soluzioni innovative alla crisi in atto, un percorso unitario aperto a
tutti e non controllato da nessuno, che non tradisca lo spirito del 4 dicembre, ma ne sia, anzi, la continuazione.
Un progetto che parta dai programmi, non dalle leadership e metta al centro il diritto al lavoro, il
diritto a una remunerazione equa o a un reddito di dignità, il diritto alla salute, alla casa,
all’istruzione.
Un progetto che costruisca il futuro sull’economia della conoscenza e su un modello di economia
sostenibile, non sul profitto, non sull’egemonia dei mercati sui diritti e sulla vita delle persone.
Un progetto che dia priorità all’ambiente, al patrimonio culturale, a scuola, università e ricerca: non
alla finanza; che affronti i problemi di bilancio contrastando evasione ed elusione fiscale, e
promuovendo equità e progressività fiscale: non austerità e politiche recessive.
Un simile progetto, e una lista unitaria, non si costruiscono dall’alto, ma dal basso. Con un processo
di partecipazione aperto, che parta dalle liste civiche già presenti su tutto il territorio nazionale, e
che si apra ai cittadini, per decidere insieme, con metodo democratico, programmi e candidati.
Crediamo, del resto, che il cuore di questo programma sia già scritto nei principi fondamentali della
Costituzione, e specialmente nel più importante: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, e sono
eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni
politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di
ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono
il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori
all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3).
È su questa piattaforma politica, civica e di sinistra, che vogliamo costruire una nuova
rappresentanza. È con questo programma che vogliamo chiamare le italiane e gli italiani a votare.
Vogliamo che sia chiaro fin da ora: noi non ci stiamo candidando a guidarla. Anzi, non ci stiamo
candidando a nulla: anche perché le candidature devono essere scelte dagli elettori. Ma in un
momento in cui gli schemi della politica italiana sembrano sul punto di ripetersi immutabili, e
immutabilmente incapaci di generare giustizia ed eguaglianza, sentiamo – a titolo personale, e senza
coinvolgere nessuna delle associazioni o dei comitati di cui facciamo parte – la responsabilità di fare
questa proposta. L’unica adeguata a questo momento cruciale.
Perché una sinistra di popolo non può che rinascere dal popolo.
Invitiamo a riunirsi a Roma il prossimo 18 giugno tutti coloro che si riconoscono in questi valori,
e vogliono avviare insieme questo processo.

Fano: “briciole” al posto della sanità pubblica

Bye-bye welfare! A Chiaruccia (Fano) qualcosa doveva esser fatto. La logica del “contentino” paga sempre perché gli affamati si accontentano delle briciole: una bella clinica privata per metà convenzionata. Nessuna sorpresa, tutto già scritto. Mr. Sansavini, il guru della sanità privata “from Cotignola”, rappresenta una garanzia di qualità. Il “re” delle cliniche private è rassicurante. L’intento è quello di «arricchire il sistema sanitario locale con servizi di alta specializzazione per fermare l’altissima mobilità passiva». Filantropia pura… Peccato non si fermi qui: «Noi vogliamo lavorare con le assicurazioni e quindi dare una risposta ad un target alto della popolazione… Questa è una grande opportunità per la città» (sic). Per qualcuno sarà sicuramente una grande opportunità ma non certo per Fano, che rinuncia all’ospedale cittadino già depotenziato a favore di quello “provinciale” o meglio pesarese di Muraglia; non certo per i cittadini della vallata del Metauro che facevano riferimento alle macerie del S. Croce. Le oasi nel deserto sono quasi sempre un miraggio. La gestione delle emergenze non compete il privato e la logica privatistica è quella del profitto, pertanto è irrazionale persino pensare che esso rappresenti un risparmio per le casse dello Stato. Si torna indietro.

Questo è un mirabile esempio di politiche regressive finalizzate ad abbattere il modello universalistico della sanità istituito nel 1978. Nessuna demonizzazione del privato come opzione complementare al sistema sanitario nazionale; purtroppo la gestione aziendalistica della sanità ha spalancato le porte al privato accreditato strutturale, dando vita ad una quantomeno discutibile commistione di pubblico, privato e politica. Il diritto alla salute rischia di non essere più un diritto di cittadinanza ma di tornare ad essere collegato alla condizione retributiva. Non è un caso che alcune emittenti private abbiano recentemente iniziato a pubblicizzare piani di assistenza sanitaria integrativa.

Dietrologia? A parlare sono i fatti: la legge di stabilità del 2016 (governo Renzi) detassa le spese dell’azienda che assicura ai suoi dipendenti, previa contrattazione, l’assistenza mutualistica integrativa. Tutto in linea con il governo Berlusconi ed il libro bianco di Sacconi secondo cui non è pensabile dar tutto a tutti e pertanto è “cosa buona e giusta” che il sistema sanitario nazionale si prenda in carico solo coloro che non possono permettersi assicurazioni integrative e mutue. A livello locale si chiudono ospedali ma si apre al privato convenzionato e in nome della spending review si “razionalizza” costruendo nuove strutture con soldi che non ci sono, appellandosi a modalità di finanziamento che rappresentano l’ennesimo regalo ai privati.

Cosa fare concretamente per opporsi a questa deriva resta un mistero. Chiunque ci abbia provato, investendo tempo ed energie, ha fin qui fallito. Un fallimento relativo, tuttavia, perché la negazione dell’esistente rappresenta comunque un universo di possibilità irrealizzate che vanno declinate e perseguite.

Valentina Pennacchini (Circolo Polverari – MRS Fano)

Nostra intervista su Marcuse

Raffaele Laudani, autore di un importante libro su Marcuse (Politica come movimento. Il pensiero di Herbert Marcuse, Collana “Il Mulino/Ricerca”, pp.336) ha accettato di rispondere alle nostre domande sulla teoria del celebre esponente della Scuola di Francoforte, le cui critiche alla società contemporanea – doppiamente eretiche (anche rispetto al marxismo ortodosso) nel momento in cui furono scritte – appaiono ancora oggi quanto mai stimolanti e lungimiranti. Laudani, che ha insegnato anche alla Columbia University di New York, è uno dei massimi esperti italiani del pensiero di Marcuse. Ha anche curato una raccolta di suoi scritti (da lui stesso tradotti) nonché l’edizione italiana degli inediti.

Professor Laudani, qual’è l’idea-chiave del suo libro?

Quella indicata nel titolo: la politica come movimento, ovvero il tentativo di dimostrare come il sostegno politico che Marcuse ha dato ai movimenti di contestazione degli anni 60 e 70 sia radicato nelle origini stesse della sua filosofia. Il cuore della sua attività di ricerca è infatti la fondazione di un’idea di politica non come ordine statico da raggiungere, ma come movimento incessante. In tal senso, fondamentale è l’idea che il corso della storia e della vita si radica in una “eccedenza ontologica”, cioè in un desiderio che eccede sempre ogni realizzazione concreta. In Marcuse il movimento triadico (tesi, antitesi e sintesi) della dialettica hegeliana viene superato da una dialettica di realtà e possibilità. Il compito della teoria critica è allora quello di verificare di volta in volta le possibilità presenti nella storia ma negate dalla storia stessa; e da un punto di vista politico i movimenti radicali e rivoluzionari sono la concretizzazione di questa voglia di realizzare le possibilità storiche inespresse.

Sono le due dimensioni dell’uomo: quella del “reale”, e quella del “possibile” che il Potere cerca di sopprimere e annullare per imporre la “monodimensionalità”…

Esattamente. Ma va chiarito che il concetto di “uomo a una dimensione” non è una mossa difensiva frutto del pessimismo del tardo Marcuse, che non crederebbe più nell’impegno rivoluzionario: io cerco di dimostrare come si tratti invece del tentativo di capire in quali condizioni storiche si trova ad essere giocata la possibilità di un mondo qualitativamente diverso, e quali sono le forme politiche e organizzative in grado di realizzare questa possibilità.

Quanto rappresenta una correzione anche della tradizione marxista quel “nuovo soggetto rivoluzionario” di cui parla Marcuse?

E’ il tema che ha caratterizzato tutta la riflessione della Scuola di Francoforte: il tentativo di dare una risposta alla crisi del marxismo di inizio Novecento, che emerge a partire dalla sconfitta delle rivoluzioni dei Consigli alle quali Marcuse partecipò. Nel ’19 si trovò a difendere militarmente Alexander Platz dalla reazione dei Freikorps. La morte di Rosa Luxemburg assume per lui un’importanza paradigmatica come fine di questo ciclo rivoluzionario; e a partire da quel momento, il giovane Marcuse cerca di capire le ragioni di quella sconfitta storica, sottolineando l’obsolescenza di alcuni aspetti della teoria marxista senza però mai abbandonarla.

Nemmeno quando, con l’idea del “Grande Rifiuto”, sembra ricorrere ad una “negazione indeterminata” che non fa più riferimento ai classici soggetti rivoluzionari?

Infatti per questo è stato definito un “post marxista”, incapace di riconoscere quella “negazione determinata” del capitalismo che si incarna in specifici soggetti storici. E’ stato descritto come colui che sostituisce alla classe operaia gli studenti, gli emarginati, gli esclusi, le minoranze. E tuttavia Marcuse ha sempre negato questa interpretazione. Finché siamo all’interno dell’orizzonte capitalistico, caratterizzato dalla fondamentale contraddizione tra capitale e lavoro, la classe lavoratrice non può che rimanere il soggetto della rivoluzione. Il problema è semmai che nella società industriale avanzata questo soggetto non ha più, come dire…

…la spinta soggettiva?

Sì; insomma la voglia di farla, questa rivoluzione. Mentre invece emergono nuove soggettività che sono appunto le minoranze razziali, i movimenti di liberazione del Terzo Mondo, gli studenti, i disoccupati: realtà che pur non avendo le condizioni oggettive per la rivoluzione, ne possiedono tuttavia le motivazioni soggettive, perché sentono sulle loro spalle il peso dello sfruttamento e dell’oppressione. Se Marcuse descrive questi soggetti come catalizzatori del mutamento radicale, pensa tuttavia che il peso della trasformazione spetti sempre alla classe operaia. Da questo punto di vista il carattere simbolico delle lotte del maggio francese del ’68 sta nello spingere i sindacati verso lo sciopero generale, rimettendo in moto il mondo del lavoro in chiave radicale. Nel mio libro ho cercato di spiegare come questa riflessione, all’epoca dell’Uomo a una dimensione, si chiuda con un’impasse, perché Marcuse si trova ad identificare le possibilità inespresse di una società che apparentemente sembra aver annullato ogni spazio per l’alternativa.

E’ come se il mondo monodimensionale avesse imprigionato anche lui…

Infatti è così, almeno nel momento in cui scrive L’uomo a una dimensione! Ma gli ultimi anni della sua vita sono dedicati a superare quel limite. L’ultimo decennio della produzione marcusiana è il tentativo di andare oltre la società “a una dimensione”. C’è un saggio del ’79, che può essere considerato il suo testamento politico, in cui Marcuse supera la contrapposizione tra classe operaia integrata e nuovi soggetti del mutamento e perviene ad un nuovo concetto di “soggettività ribelle”, capace di mettere insieme il mondo del lavoro, il femminismo e i nuovi movimenti, ciascuno come parte di una contraddizione tra capitale e lavoro che è sempre più sofisticata ma per certi versi più semplice, perché al capitale complessivo si contrappone ora il lavoratore complessivo, che è caratterizzato da questo surplus di coscienza ribelle, peraltro contrastata da bisogni compensatori miranti all’integrazione nel sistema. Marcuse si congeda da noi spiegandoci che lalotta politica è anche una lotta con noi stessi, un conflitto interno al soggetto tra bisogni emancipatori e bisogni compensatori.

Quanto resta vivo e attuale dell’analisi marcusiana?

L’uomo a una dimensione si riferisce a un mondo che è profondamente cambiato. Ad esempio un problema di Marcuse era criticare il Welfare, mentre noi oggi assistiamo al suo smantellamento. Altro esempio: uno dei temi cari al Sessantotto era la lotta contro “la schiavitù del lavoro salariato”, contro l’idea che una persona fosse condannata a fare l’operaio in fabbrica per tutta la vita. Ora tutto questo è stato inglobato dalle logiche neoliberiste e trasformato in uno strumento di ulteriore oppressione sociale, cioè nella precarizzazione del lavoro senza alcuna emancipazione.

Non le sembra che anche il tempo libero sia stato inglobato, mercificato dal sistema e trasformato in “noia”, vuoto esistenziale e vita inautentica?

Questo è in parte vero, ma io sono convinto che la riduzione del tempo di lavoro resti un obiettivo strategico della liberazione, e sono sicuro che Marcuse la penserebbe ancora così. Oggi lo sviluppo del processo di automazione è tale che c’è sempre meno bisogno del lavoro vivo degli esseri umani per produrre, e tuttavia ciò non si traduce in una riduzione del lavoro alienato, subordinato al comando. La riduzione del tempo di lavoro farebbe “socializzare” il progresso tecnico-scientifico (che è un prodotto dell’intelletto sociale) estendendo a tutta la società quei benefici che oggi sono appannaggio di pochi e vengono utilizzati per produrre una disoccupazione funzionale ai bassi salari degli occupati. Obiettivi come la riduzione dell’orario di lavoro o anche il “reddito di cittadinanza” sono estremamente significativi e strategici, perché “sganciano” la vita dal nesso obbligatorio con il lavoro comandato. Che poi la società capitalistica avanzata abbia ancora di più intensificato quel processo di conquista del tempo libero che, secondo Marcuse, è uno degli elementi fondamentali del carattere totalitario della società contemporanea, questo è un altro discorso. Però il problema della liberazione del tempo dal mondo schiavo del lavoro resta attualissimo.

Il “reddito di cittadinanza” è una sorta di primum vivere, indipendentemente da capacità, talento e attitudini lavorative che avranno modo di esprimersi oltre il limite della sussistenza garantita. E non sarebbe da riprendere lo slogan “lavorare meno, lavorare tutti”, ormai dimenticato dalla sinistra?

Marcuse si spingeva anche più in là: non solo lavorare meno, ma trasformare il lavoro in gioco. Sostituire cioè le forme comandate del lavoro con libere espressioni delle facoltà e dei desideri degli esseri umani. Ma qui entriamo nel campo dell’utopia; dal punto di vista pratico, questo tema sembra oggi essere uscito completamente dal dibattito all’interno delle forze di sinistra, e questo è preoccupante.

La teoria della decrescita può essere in sintonia con la critica marcusiana dello sviluppo e del consumismo?

Non vi è dubbio che il pensiero di Marcuse abbia una sensibilità ecologica. Alcune pagine di Eros e civiltà o de L’uomo a una dimensione sono autentici esempi di “lirismo ecologico”. Inoltre quando sottolinea la necessità di una rivoluzione culturale che modifichi radicalmente i bisogni degli esseri umani, egli sviluppa temi che poi sono diventati patrimonio dei teorici della decrescita. Lui però era un edonista, il suo è un comunismo della felicità e del godimento. La propensione alla moderazione dei comportamenti e dei consumi, presente nelle teorie della decrescita, gli è totalmente estranea.

La prospettiva della liberazione sociale espressa dal marxismo le pare ancora valida?

Io penso che il marxismo resti valido se viene preso non come un insieme di dogmi ma come una cassetta degli attrezzi, nella quale si possono pescare anche arnesi esterni al marxismo stesso.

La politica è ormai in mano ad una cattiva tecnocrazia che tende al totalitarismo?

Marcuse ci ha insegnato che una società è totalitaria anche quando viviamo in un contesto democratico, se tutte le dimensioni della vita umana sono subordinate alle esigenze del capitale. La società è totalitaria quando la politica istituzionale è fatta da una “casta” autoreferenziale, ormai staccata dalla società civile. D’altra parte è la logica stessa della politica istituzionale che porta alla perpetuazione dell’élite. Le esigenze di sopravvivenza della struttura organizzativa hanno il sopravvento sulle posizioni politiche. Anche quelle che vengono salutate come “grandi svolte” restano immerse nella contingenza più assoluta. Esiste un gruppo dirigente mirante alla perpetuazione di se stesso, i cui confini e differenze sono sempre più sfumati. Horkheimer descriveva ciò come la “trasformazione della classe in racket”: è un termine forte, ma credo che molte delle critiche che vengono portate alla classe politica come “casta” configurano questa metamorfosi. E non parlo solo dei privilegi offerti dal potere: questa è la logica dei partiti, che passano il grosso del tempo a reperire i fondi per sopravvivere, perdendo così di vista le finalità politiche per restare nel tatticismo quotidiano, che è l’eterno presente della politica istituzionale. Ed è questo che determina il distacco tra politica e società.

Chi rappresenta oggi l’alternativa? Chi può fare il “Grande Rifiuto”?

Chiunque sia capace di produrre una teoria critica del presente. La possibilità è aperta a tutti, senza alcun limite. Ma quale sia oggi l’alternativa, non saprei. L’alternativa la si pratica e dopo la si teorizza; per esempio la stagione dei movimenticostituisce un fenomeno nuovo, e io credo di lunga durata nonostante i vari cicli e gli apparenti riflussi. La politica come movimento è un nuovo modo di fare politica, di cui non sono state ancora comprese le conseguenze profonde; e il limite dei movimenti sta nell’incapacità di pensare la politica al di fuori dei canoni tradizionali. Stiamo vivendo una fase di trasformazione e di disfacimento delle categorie politiche sulle quali avevamo costruito anche i progetti di alternativa, senza essere ancora in grado di teorizzare nuovi paradigmi.

Manca una visione alternativa di società? Voglio dire: il neoliberismo è arrivato clamorosamente al capolinea (e adesso se ne sono accorti tutti), ma se Atene piange, Sparta (lo statalismo) non ride, anche perché stato e mercato sembrano due facce della stessa medaglia, tanto più nel capitalismo “assistito” e corrotto che conosciamo in Italia…

Anche qui: io non ho un’alternativa globale da offrire. Si dice: “un altro mondo è possibile… ma quale?”. Beh, forse che i rivoluzionari francesi avevano già perfettamente chiaro ciò che sarebbe venuto dopo la presa della Bastiglia? Le rivoluzioni si fanno, sulla base di istanze e bisogni reali e concreti. Si possono individuare alcune questioni (ad esempio quella della cittadinanza e della libera circolazione degli uomini, il tema della liberazione del lavoro e quindi della lotta alla precarizzazione, l’emergenza ecologica, l’emancipazione femminile, ecc.) e attorno a questi nodi costruire delle pratiche di lotta. Quale società può venire prodotta da queste lotte, non lo sa nessuno.

E’ la dialettica “negativa”…

Sì, ma nel senso che la negazione produce anche affermazione. Come la rivoluzione americana, che fu fatta per rimuovere le briglie che impedivano il libero sviluppo di quella società. Un processo di destituzione – di fuga dalle maglie oppressive del potere e di riappropriazione di spazi di libertà – può produrre un nuovo ordine politico, senza bisogno di teorizzarlo prima. Si tratta di capire quali siano oggi le catene che limitano le potenzialità degli esseri umani. A partire dalla rimozione di queste catene, si produce del nuovo. La politica, come la vita, è continuo movimento, impossibile da imbrigliare entro schemi rigidi e fissi.

In base alla sua conoscenza del pensiero marcusiano, ritiene che un “radicalsocialismo” fondato sulla libertà eguale, sui diritti civili e sociali, sull’ecologia, sulla laicità, sulla liberazione integrale dell’individuo da ogni forma di oppressione (compresi il conformismo e la massificazione) possa rappresentare adeguatamente le istanze libertarie di Marcuse?

Deve rispondere chi teorizza questo radicalsocialismo… ma non c’è dubbio che la teoria marcusiana ha un forte impianto libertario, e cheMarcuse ha sempre sottolineato come il fine ultimo della rivoluzione sia la piena ed effettiva libertà dell’individuo.

Elezioni francesi: la sorpresa Melenchon

di ALDO GIANNULI –

Domenica ci sarà il primo turno delle presidenziali in Francia. I sondaggi (per quel che valgono) vogliono Macron in testa ma ad una incollatura dalla Le Pen tutti due intorno al 24-25%, poi affiancati strettamente il gollista Fillon e il candidato della sinistra Melenchon un po’ sotto il 20% tutti due, infine, sotto il 10% l’inutile Hamon, candidato dei socialisti. Sempre a dar fede ai sondaggi, se il Ps non avesse deciso di presentare quel merluzzo scondito di Hamon, il candidato della sinistra sarebbe al primo posto e comunque andrebbe al ballottaggio.

Il che sarebbe convenuto anche ai socialisti che si sarebbero risparmiata una solenne figuraccia e sarebbero sul carro del vincitore. Ma, come si sa: Deus demendat quos vult perdere. Il punto è che i partiti dell’internazionale socialista – che passano per sinistra “riformista”, mentre dovrebbero essere meglio definiti di sinistra “trasformista” – non hanno più ragione di esistere ed hanno solo la funzione di disturbo rispetto alla vera sinistra. Ma torneremo a parlarne dopo il primo turno.

Bella campagna elettorale, questa, soprattutto vera. Il grande favorito della vigilia, Fillon, travolto dagli scandali di casa e dalla sua stessa incapacità di dire qualcosa che non fosse l’edizione edulcorata di quello che dice la Le Pen, è fuori gioco e potrebbe finire al quarto posto, avviando il suo partito sulla china della serie cadetta. Anche a Le Pen, che minacciava sfracelli (c’era chi la dava al 40% al primo turno) conclude poco: forse strapperò il primo posto domenica (ma è tutt’altro che sicuro), ma sembra collocata a valori che rendono comunque improbabilissima la sua vittoria e, infatti, non c’è un solo sondaggio che la dia vincente e con nessun altro candidato salvo Fillon che perderebbe anche con Hamon. Dunque, l’irresistibile ascesa del Fn rischia di finire nel nulla, pregiudicando anche le legislative di giugno.

La vera sorpresa è stato Melenchon che dall’11,1 % della volta scorsa sembra andare verso il 20% e distanziare nettamente i socialisti. Con un ultimo colpo di reni, soprattutto se gli elettori socialisti capissero che votare Hamon non serve a niente, potrebbe strappare il secondo posto ed andare al ballottaggio è lì sarebbe tutto da vedere come va a finire. Se il ballottaggio fosse con Macron, questi potrebbe contare sui voti di Fillon ed un po’ dei socialisti, mentre Melenchon potrebbe contare su parte dei socialisti ma soprattutto mietere consensi fra quelli che hanno votato Le Pen. Una partita tutta da giocare. Ma se il ballottaggio fosse con la Le Pen, Melenchon conquisterebbe la vittoria senza troppo sforzo, perché la Le Pen non avrebbe serbatoi cui attingere. Una vittoria di Melenchon avrebbe un impatto enorme su tutta la sinistra europea. Ma, per ora, non sogniamo, manteniamo i piedi per terra e valutiamo il successo di aver superato gli inutili socialisti che, dopo la catastrofica presidenza Hollande, pensavano di rifarsi una verginità candidando un uomo di “sinistra” come Hammon che, in questi 5 anni, non ha alzato fiato su nessuna delle bestialità del governo, ed, ovviamente, nessuno ci è cascato ed il Ps sembra tornato ai tempi pre Mitterrand. In ogni caso, anche se Melenchon non dovesse farcela ad arrivare al ballottaggio, le elezioni politiche vedono lui e la sua France insoummise come l’unico punto di riferimento intorno a cui raccogliere la sinistra. I socialisti, se vorranno avere qualche seggio, dovranno andare all’accordo con Melenchon o, se li vorrà, con Macron che, però, assai più realisticamente preferirà i gollisti di Fillon.

Ed ora stiamo a vedere ed incrociamo le dita.

http://www.aldogiannuli.it/presidenziali-francesi-forza-melenchon/