Quello che ci insegna il caso-Tsipras

di GIORGIO CREMASCHI –

Alexis Tsipras ha perso le elezioni greche come era ovvio e scontato. Quando la sinistra fa la politica della destra presentandosi come il meno peggio, la destra vince perché presenta le idee originali che la sinistra adotta in fotocopia.

È una regola generale alla quale siamo oramai abituati in Italia ed in Europa, eppure sino a poco tempo fa sembrava valere la regola contraria. Negli anni ottanta e novanta del secolo scorso la sinistra che faceva politiche economiche e sociali di destra si era affermata come la sola sinistra vincente. Anche il centro sinistra italiano era nato e aveva governato sotto lo stesso segno. La sinistra cosiddetta riformista, in realtà liberista, poteva non piacere come il suo esponente più conosciuto Tony Blair, ma vinceva. Poi con l’avvio della grande crisi cominciò a perdere. La promessa liberista – ciò che perdete in diritti sociali vi verrà restituito come profitti della globalizzazione – si rivelò fasulla. Syriza nacque proprio come alternativa di sinistra al PASOK, il partito che per anni aveva governato la Grecia nel nome della sinistra riformista. E di fronte ad un paese devastato dalle politiche di austerità imposte dalla UE, Syriza e Tsipras vinsero le elezioni proprio chiedendo e ottenendo un mandato per rifiutare e combattere quelle politiche.

Il resto è purtroppo storia di oggi.

Di fronte alle vergognose minacce della TROIKA composta da UE, Fondo Monetario Internazionale – la cui direttrice Lagarde dirigerà ora la BCE – e dalla stessa Banca Centrale Europea. Di fronte al blocco dei bancomat, misura feroce e stupida decisa da Draghi. Di fronte a quella che era l’aggressione guidata dalla Germania ai fondamenti di uno stato sovrano, nel 2015 il governo Tsipras convocò un referendum sul micidiale Memorandum di sacrifici che la TROIKA voleva imporre. Il 62% votò NO. Avrebbe potuto aprirsi una nuova stagione politica e sociale in Europa; con il popolo greco stavano milioni di persone in tutto il continente che avevano fatto proprio l’OXI, il NO. E la destra reazionaria ancora non aveva preso piede. Invece Tsipras, pochi giorni dopo aver chiesto e ottenuto dal suo popolo di non essere abbandonato, abbandonò il suo popolo ai colpi del Memorandum, che sottoscrisse. Vinse così su tutta la linea il ministro delle finanze tedesco Schauble, che aveva irriso ad ogni voto popolare che contraddicesse i vincoli imposti dalla UE. Così la Grecia è diventato il paese europeo con il governo più di sinistra e con le politiche più di destra. Sul terreno economico sociale innanzitutto, con la distruzione dello stato sociale, le privatizzazioni, il taglio delle pensioni e dei salari, un massacro sociale che ha ridotto in miseria estrema il 40% della popolazione, impoverito la grande maggioranza, arricchito un pugno di magnati e le banche tedesche, che hanno realizzato lauti profitti con i prestiti a usura al governo greco. Che poi ha praticato una politica di destra anche sul piano internazionale e militare, rafforzando l’adesione alla NATO e schierandosi tra i più stretti alleati di Israele. Il governo greco è così diventato emblema della subordinazione e persino dell’inutilità della politica rispetto al mercato. Guai a ribellarsi.

La Borsa di Atene dall’inizio dell’anno ha registrato una crescita del 45%, unica al mondo. Il capitalismo greco ha festeggiato il “successo” delle politiche economiche di Tsipras e con qualche anticipo la sua sconfitta elettorale. Il governo di sinistra ha esaurito il suo compito facendo il lavoro sporco sul quale erano falliti i governi precedenti. Ora tocca alla destra riscuotere i profitti dell’austerità.

La Grecia è stata una cavia del capitalismo internazionale, è servita a sperimentare, con una ferocia ritenuta spropositata persino da Juncker, politiche di austerità e privatizzazioni senza precedenti in Europa. Politiche simili a quelle attuate in un altro paese cavia, il Cile di Pinochet. Solo che allora fu un golpe sanguinario a liquidare il governo socialista di Allende . Tsipras invece ha liquidato lui stesso il suo governo socialista, trasformandolo in un passacarte della Troïka.

Pare che ora il leader greco sia atteso a Bruxelles per un incarico di prestigio, sostenuto in particolare dalla Germania. Tsipras verrà così esibito come trofeo vivente del potere economico europeo ed internazionale. Egli ha colpito non solo la speranza del suo popolo, ma quella più generale che sia possibile una vera alternativa al capitalismo liberista. Tuttavia quando la rabbia contro il ritorno dei vecchi padroni avrà travolto la delusione verso chi ha finto di combatterli, quella speranza riprenderà a crescere. Allora sarà utile avere a mente l’esperienza di Alexis Tsipras. Per sapere cosa non si deve fare, chi non si deve diventare.

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Il mio consiglio ai sovranisti di sinistra: evitate la stessa supponenza del Pd e satelliti…

di LEONARDO MARZORATI

Alle ultime elezioni europee il PD e le sue propaggini si sono confermate forze politiche borghesi cittadine, con un chiaro elettorato di riferimento. Si tratta di quello che anni fa veniva battezzato “ceto medio riflessivo” e che comprende professionisti, insegnanti, impiegati del settore pubblico e privato, pensionati ex elettori di PCI, PSI e DC e studenti. Il loro livello di istruzione è medio-alto e questo porta alcuni di loro, fomentati da cattivi mass media (il gruppo Gedi su tutti), a sentirsi superiori al resto della massa e quindi del popolo italiano, composto, secondo la loro linea di pensiero, da ignoranti facilmente condizionati dalla propaganda di Lega e Movimento 5 Stelle. Nella loro narrazione si creano due schieramenti: le persone preparate e gli analfabeti funzionali.

Di contro, molti “analfabeti funzionali” ribattono definendosi realisti e non soggiogati dalla narrazione “buonista”. Informandosi solo sul web, può sembrare che ci sia poco spazio fuori da questi due schieramenti. Di spazio ce n’è, ma a qualcuno fa comodo che lo scontro sia solo tra “buonisti” e “cattivisti”.

A sinistra, soprattutto sul web, si sta diffondendo una nuova linea in forte dissenso con quella descritta sopra. Si tratta di giovani e non, con un livello di istruzione più o meno pari a quello dei loro coetanei che votano PD e propaggini, che si concentrano nell’attaccare questi ultimi.

Il loro stile parte da lontano, dalla Rivoluzione Russa del 1917 con un revival del periodo staliniano, qui rivisitato in salsa ironica. Sono i nuovi stalinisti, non ottusi veteromarxisti-leninisti come i militanti dei piccoli PMLI e PCIML, ma comunisti col meme sempre pronto per sputtanare piddini e soci. Questi comunisti 2.0 incappano però nello stesso errore di quei militanti della sinistra borghese che si divertono a sbeffeggiare: la presunta “superiorità”.

Pagine Facebook come “Comitato Centrale per la Difesa dell’Ortodossia” o “Ufficio Sinistri – Il buco nero in cui è scomparsa la sinistra” (quest’ultima ha dato vita anche a un omonimo libro scritto dal militante comunista Roberto Vallepiano) dispensano gustosi meme più contro il pensiero “buonista” ed “europeista” che non contro quello “cattivista” e “sovranista”. Non a caso, molti di loro si definiscono “sovranisti di sinistra”. Fin qui non ci sarebbe nulla di male: è una linea editoriale che si può condividere o meno.

Il loro errore, dal mio modesto punto di vista, è che se può essere condivisibile la critica al vecchio pensiero dominante, non lo è il metodo. Questi compagni non si limitano a sputtanare il servilismo alla Ue di buona parte delle opposizioni o la retorica antisalviniana che finora non ha fatto altro che favorire il leader leghista; la loro tendenza è prendersela con l’elettorato di Pd, Sinistra e +Europa.

Il sovranista rosso tende a sentirsi superiore rispetto all’elettore piddino, rincoglionito dagli articoli di Repubblica, dai post di Roberto Saviano o dagli interventi televisivi di Carlo Cottarelli. Questo cade quindi nello stesso errore della sua vittima. Potrebbe essere definito “stalinist-chic”, esponente del ceto medio che gioca a fare lo stalinista, sentendosi superiore rispetto all’esponente del ceto medio che vota PD.

Polemizzare con una base non è mai cosa buona. Lenin lo ricorda in L’estremismo malattia infantile del comunismo. Una forza politica deve cercare il suo consenso anche tra chi ha idee differenti, argomentando le proprie ragioni per convincere il proprio interlocutore. Non è semplice e, come il “radical chic” preferisce offendere l’elettore leghista o grillino dandogli dell’analfabeta funzionale, lo “stalinist chic” fa altrettanto con l’elettore piddino.

Ma se il PD ha un elettorato di riferimento, uno zoccolo duro attestabile al 20%, la sinistra sovranista al momento viaggia attorno ai prefissi telefonici (l’unico partito di riferimento è il PC di Marco Rizzo, 0,9% alle ultime elezioni).

Si possono leggere commenti tipo “la sinistra borghese ha tradito i lavoratori e non la vota più nessuno”, scritta da simpatizzanti di forze microscopiche che sognano consensi come quelli del PD. Peggio ancora sono gli attacchi agli elettori di PD, Sinistra e +Europa. Alla mia domanda “Se insultate loro, chi sperate che vi voti?”, la risposta è stata “Chi si astiene o vota Lega e 5 Stelle”. Al momento sono davvero pochi i disillusi dalla politica o gli elettori di Lega e M5S attenti alle nuove forze di sinistra. Sarebbe bello se fossero in molti, ma così non è. Quindi è infantile attaccare un possibile bacino elettorale.

Non è facile convincere chi ha votato per anni quell’area politica, ma se si vuole crescere in termini numerici è fondamentale parlare a tutti, anche a loro. Anche perché tra i militanti della nuova sinistra sovranista ce ne sono molti che in passato votarono quel centrosinistra che contribuì a fondare quest’Unione Europea. C’è il rischio di ergersi a difensori del popolo offendendo una parte di esso. Questo posso accettarlo da qualche liberista, ma non da chi vuole rifondare seriamente le forze socialiste italiane.

Invito i compagni stalinisti 2.0 a essere meno fighetti e più proletari, parlando a tutti, dalle fabbriche agli oratori, come fece il PCI togliattiano dopo la caduta del fascismo. Senza supponenza, quella lasciamola a gente come Carlo Calenda.

Sulla libertà e responsabilità in politica (e la loro negazione)

di GENNARO ANNOSCIA

La politica, come sfera per eccellenza della decisione, finisce per richiedere l’esercizio della nostra libertà, così come della responsabilità che essa, inevitabilmente, comporta; specie in considerazione degli effetti che le nostre decisioni hanno non soltanto sulla nostra vita ma, soprattutto, su quella degli altri.

Il problema è che della libertà, o di una particolare libertà, gli uomini finiscono per accorgersene soltanto quando essa gli viene sottratta, o comunque ne siano privati.

I fascisti cantavano: “Nel fascismo è la salvezza della nostra libertà”. E questo aveva un grande fondamento di realtà, quando a cantare così erano i figli degli agrari della valle padana, terrorizzati dalle richieste di migliori condizioni di vita da parte dei braccianti o dei fittavoli agricoli, o delle nascenti cooperative contadine. La libertà è, infatti, invocata da chi si sente oppresso non soltanto da poteri, ma anche da “pretese” altrui.

Nel corso della storia dell’umanità è accaduto che in particolari condizioni sociali e momenti storici, i cittadini, o almeno la maggior parte di essi, si siano sentiti perduti di fronte alla libertà e al senso di responsabilità che essa comporta. I singoli, pur avvertendo una forte carica di angoscia, rabbia e frustrazione, deresponsabilizzandosi, rinunciano alle prerogative della propria personalità e delegano una fazione, una forza rappresentata da un gruppo omogeneo, incarnato in termini di percezione di massa da un solo uomo, in possesso di determinate qualità specifiche, e questo qualcuno assume la responsabilità per tutti. Il potere e la libertà che ognuno aveva e sapeva di avere in se stesso, in questo caso non sono alienati come nella teorizzazione classica delle democrazie liberali, bensì portati, per così dire “all’ammasso” di quell’unico uomo e della organizzazione che lo sostiene.

A lui, la grande maggioranza, in una sorta di infantilizzazione da “credenti”, va dietro come i bambini del pifferaio della fiaba, fiduciosi di essere condotti fuori dai guai. L’estrema semplificazione e manipolazione nella interpretazione della realtà, la banalizzazione sloganistica, il rifiuto della complessità a vantaggio di un trasferimento all’esterno della soluzione dei problemi in atto, della cui responsabilità si accusa un capro espiatorio, in funzione di incarnazione del male, assolvono a tutto il resto, fungendo da impalcatura ideologica. Questa dinamica conduce, inevitabilmente, alla fine della libertà e alla conseguente dittatura.

Le dittature nascono, infatti, quando una moltitudine dà la propria investitura al dittatore e al direttorio che esercita funzioni dittatoriali.

Dobbiamo augurarci che la gente non perda mai il senso del valore della propria libertà, e abbia sempre presente che ciò che con la dittatura si perde, si riconquista solo col sacrificio e col sangue.

Prima o poi, infatti, tramite l’intervento di fattori esterni, o esclusivamente per furore di popolo, colui che si era impadronito della nazione, rendendo succubi quanti hanno, essi stessi, abdicato ai loro poteri, osannandolo, si troverebbe di fronte a un effetto-boomerang: nel momento in cui gli impulsi aggressivi nei suoi confronti, tacitati e compensati da questa forma di identificazione, tornassero a farsi sentire, riverserebbero su di lui tutta l’aggressività mortifera di cui sono tornati ad essere capaci.

Il grado di modernità di una società autenticamente democratica si misura, tuttavia, dalla sua capacità di sapere tenere a distanza la pretesa assolutizzazione interpretativa del “capo”. La possibilità della libertà consiste, infatti, nell’avere una sua molteplicità.

I fascisti di Forza Nuova? Non scontri fisici ma SCIOGLIMENTO

di LEONARDO MARZORATI

A Bologna, per impedire una manifestazione (autorizzata) di Forza Nuova, la sinistra antagonista locale è scesa in piazza. La Polizia di Stato ha fatto da muro, per impedire ai compagni di raggiungere i fascisti. Lo scontro con le forze dell’ordine è stato inevitabile. Il risultato dovrebbe far riflettere gli organizzatori della contro-manifestazione: qualche manganellata presa e i fascisti tranquilli nella piazza limitrofa.

Immancabili sono arrivati gli attacchi alla polizia: le forze dell’ordine, dalla Diaz al caso Aldrovandi passando per altre vergogne, hanno mostrato spesso il loro lato peggiore, degno erede di quello portato con orgoglio dalle squadracce fasciste. Ma i poliziotti sono dipendenti pubblici che eseguono degli ordini. Se l’ordine è impedire che due fazioni, una delle quali di numero, per fortuna, nettamente superiore all’altra, si incontrino, loro eseguono. E l’ordine è stato rispettato.

Prima di giudicare il comportamento della polizia, si dovrebbe risalire a monte. È Forza Nuova il problema. Questo orrendo partito, guidato da un pericoloso pregiudicato quale è Roberto Fiore, andrebbe bandito. Forza Nuova non può partecipare alla vita politica italiana, dato che è una forza che ha come obiettivo il sovvertimento dei nostri valori democratici, quelli figli della Resistenza.

Forza Nuova va messa al bando. Dev’essere impedito a questi fascisti di presentarsi alle elezioni, di scendere in piazza, di avere spazio in rete. Forza Nuova, per mano di pessimi maestri come Fiore, addestra giovani non adeguatamente educati al fascismo, al razzismo, all’odio verso il diverso. Una forza politica del genere è un cancro inserito nella democrazia italiana che, con tutti i suoi limiti, preserva alcuni valori non negoziabili.

Solo con un partito spinto delle forze sinceramente socialiste si può ottenere, sul piano politico, la messa al bando delle cloache fasciste che insozzano il nostro Paese. La forza pubblica qui è fondamentale, per reprimere, con arresti e sequestri di beni, i partiti fascisti. Magistratura e polizia devono essere fondamentali nella lotta al fascismo, ma prima di loro dev’essere la politica a muoversi.

Per arrivare a ciò ci deve essere un’azione di propaganda intensa, che convinca più persone e forze politiche possibili del male che partiti come Forza Nuova fanno all’Italia. Solo delle forze sinceramente popolari possono spiegare che gli attacchi al capitalismo globale lanciati a parole dai fascisti sono ingannevoli, dato che il fascismo è sempre stato servile con i capitalisti. Forza Nuova poi è anche un partito che incita e pratica l’odio contro chiunque non venga giudicato da loro “ariano” o abbia degli orientamenti sessuali non di loro gradimento.

Per Forza Nuova un bambino con un genitore straniero e uno italiano, non è italiano, e il suo genitore italiano è un traditore della patria. Una Patria distorta dalla loro visione storica, che riconosce come eroi coloro che la offesero, instaurando quel regime marionetta della Germania hitleriana quale fu la Repubblica Sociale Italiana.

Anche se si tratta perlopiù di balordi, non credo sia produttivo cercare lo scontro fisico con loro. Meritano delle sberle, oltre a una rieducazione, ma uno scontro in piazza li porterà a recitare il ruolo di vittima, mentre la polizia esegue un ordine che in futuro non avrà motivo di esistere. Verrà un giorno in cui l’arrogante e baldanzoso Fiore dovrà abbassare la testa e chiedere scusa, in primis per i tanti giovani che ha traviato con la sua immonda ideologia.

Andare a provocare i fascisti è controproducente. Forse, in futuro, un organizzato partito socialista si doterà di una milizia interna, incaricata di reprimere, nel rispetto delle leggi nazionali, ogni tentativo di creazione di associazionismo di stampo fascista. Con le buone o con le cattive.

Scendiamo in piazza senza cercare lo scontro. Sbugiardiamo i fascisti mostrandoci numericamente, culturalmente e umanamente superiori a loro, che sono già stati scaricati nel cassonetto della storia. Con il socialismo, spariranno anche queste ultime becere propaggini del fascismo.

Dialettica: il negativo della… negazione

di ROBERTO CICCARELLI

In giorni oscuri torniamo a interrogarci sulla negazione. L’avevamo rimossa, avevano detto che la storia era finita e avremmo vissuto in un eterno presente pacificato. Ci siamo risvegliati in una specie di guerra civile mondiale dove la negazione è intesa come distruzione della vita: il terrorismo jihadista che rivendica il potere di dare la morte in maniera indiscriminata. Oppure lo stragismo fascista e razzista contro gli immigrati, rovescio diabolico di una risposta uguale e terribile.

Abbiamo perso il contatto con l’idea per cui il negativo sia l’anima del reale, ciò che lo spinge a rovesciare la contraddizione e affermare la vita. Il negativo è invece inteso come una negazione senza rimedio. Oltre il suo «non» c’è il niente. Il «negare» ritrova la sua lontana origine latina: «necare», uccidere. Tutto sembra essere stato assorbito da un dominio di un potere assoluto che non salva, ma uccide anch’esso. Sfumano così le distinzioni che hanno costruito la politica moderna: quella tra guerra e pace, tra il militare e il civile, tra il criminale e il nemico. Anche davanti a fenomeni meno estremi – il lutto, l’afasia, il dolore, la precarietà, la contraddizione più acuta – sembriamo incapaci di afferrare il negativo con categorie diverse dalla distruzione della differenza che abita l’essere.

Siamo nella «inarrestabile deriva nichilista di una negazione sfuggita di mano a chi l’ha teorizzata – scrive Roberto Esposito nel suo ultimo libro Politica e negazione. Per una filosofia affermativa (Einaudi, pp. 207, euro 22) – La logica del nichilismo si traduce in un’ontologia dell’inimicizia». E «l’annientamento diventa auto-annientamento». L’altro va distrutto per affermare un’identità tanto autentica quanto fittizia e mortifera: l’identità nazionale e «sovrana», oppure la proprietà e la concorrenza tra individui atomici e disperati.

C’è stato un tempo in cui si è ritenuto che il nemico fosse chiaro, almeno dal punto di vista della razionalità politica. Questa logica, in realtà, non era così ferrea, tanto è vero che lo stesso Carl Schmitt in Teoria del partigiano ne ha indicato i limiti. Se a Lenin è stata riconosciuta una superiorità politica per avere trasformato il Capitale da «vero nemico» in «nemico assoluto» (ricambiato dall’altra parte), la deriva nichilistica dell’annientamento non è stata fermata. Anzi, si è intensificata.

Politica e negazione è alla ricerca di un’alternativa. Esposito riparte dal significato di «negazione» e conduce un corpo a corpo con Hegel, il grande pensatore di questa categoria. Non c’è dubbio che il negativo sia l’essere altro da sé, il superamento verso qualcosa che non ritorna all’identico. Il punto è che non è l’espressione di una negatività di fondo dell’essere, un divenire privo di determinazioni che non siano quelle rispetto a se stesso. Il negativo fa parte della vita: è la sua necessità. Per questo va contestualizzato, non generalizzato. È una forma dell’affermazione, non l’elemento originario che annulla l’essere.

Il negativo riguarda anche l’azione, il modo in cui concepiamo le relazioni e la politica. Non è un ostacolo o una forza contraria che si oppone alla libera volontà di chi vuole affermare qualcosa. Il «non» – ovvero il conflitto, la contraddizione – non è esterno al soggetto, ma è interno ad esso. Il negativo è il limite che attraversa la vita, costretta tra necessità e finitezza. E tuttavia non è la fine di qualcosa, ma l’indice di ciò che potrebbe essere. Non è l’annichilimento della vita, ma «il punto vuoto che spinge il presente oltre se stesso», scrive Esposito. Lo scopo di questo approfondimento vertiginoso è modificare la nostra disposizione verso la vita. Se la vita è imprigionata nel negativo, allora è immobile, povera e paranoica. Se invece è un momento determinato di un divenire storico che si sporge oltre se stesso, allora diventa una pratica.

Per affrontare questa impresa Esposito si è rivolto a Spinoza, l’unico filosofo che ha dato una definizione affermativa della negazione. Spinoza, il grande eretico aggredito da Hegel e sistematicamente travisato dai suoi posteri. Per lui la sapienza è una meditazione sulla vita, non un pensiero sulla morte. È una meditazione su ciò che può fare una vita, non su ciò a cui deve rinunciare per sopravvivere. Questa è ancora oggi la sua gloria: avere una grande fiducia nella vita e denunciare tutti i fantasmi del negativo.

Oggi possiamo intuire quanto contro-corrente possa essere un simile atteggiamento. Ma questa è la vocazione «inattuale» del filosofo. Il suo non è incauto ottimismo, né cieco volontarismo. Conosce la potenza che ci abita, a dispetto del negativo che ci circonda. Ha fiducia nelle potenzialità della vita, come nell’amore per il mondo e per chi lo vive.

L’approdo allo spinozismo di un filosofo importante come Esposito non è improvvisato. Già in passato aveva parlato di «biopolitica affermativa». Oggi parla di «filosofia dell’affermazione». Una definizione rilevante in un panorama culturale come quello italiano dove prevale un «pensiero del negativo» che porta ad esiti impolitici, elitari o addirittura teologici. Il pensiero affermativo non è un positivismo del fatto compiuto, né una stanca decostruzione. Indica la strada per una nuova forma di materialismo, istanza che sembrava remota, o riservata a poco, fino a poco tempo fa.

Sul piano politico questa filosofia mette in discussione la «sovranità», il fantasma di tutti i dibattiti politici o economici. Con «sovranità» si allude a uno Stato che nega l’inimicizia degli uomini e impone il monopolio della violenza. Esiste, invece, un’altra concezione dello «Stato» che incanala la potenza in istituzioni capaci di salvaguardarne l’esistenza. In questo modo «il governo degli uomini non passa per una denaturazione della vita», ma da una forma immanente di auto-governo che mira al raggiungimento del «punto massimo della propria espansione». È la differenza che passa tra una politica sulla vita e una politica della vita, per usare le categorie di Esposito.

Una «filosofia dell’affermazione» non nega l’esistenza del conflitto – il negativo – né allude a una pacificazione come fa la retromania che devasta il dibattito pubblico attuale. Il conflitto è un elemento della relazione, oltre che della creazione di nuove istituzioni. Per renderla concreta è necessaria una politica dell’amicizia.

Nella politica novecentesca l’amicizia è stata considerata una categoria parassitaria dell’inimicizia. O amici, non ci sono amici in questo mondo. E così il mondo si scopre popolato solo da nemici. Davanti a questo paradosso va sperimentata una prassi politica che metta insieme corpo e intelletto, materia e spirito, vita e forma, e non rifugga ma abbracci il conflitto. Una politica dell’amicizia consiste nel costruire opere comuni, nel saperle difendere e nell’affermarle.

La solidarietà e la fratellanza vanno riscoperti come strumenti affermativi, non come mezzi per attaccare il diverso. Creano legami, non impongono vincoli. Se intesi come strumenti del conflitto servono a liberarsi da ciò che impedisce di godere insieme di quello che abbiamo: la carne, la nascita, il corpo, la differenza e, più in generale, l’idea che la norma (giuridica, politica, sociale) nasca dalla vita in comune. L’amicizia è capace di affermare qualcosa che è in potenza e a disposizione di tutti. È tempo di imparare a coglierne i frutti.

(Roberto CiccarelliIl manifesto, 28/2/2018)

Educare al socialismo

di LEONARDO MARZORATI

Educare al socialismo deve essere uno degli obiettivi primari delle forze popolari e democratiche che si battono per esso. Il socialismo è il fine e la propaganda è il mezzo. Scrivo di un’impresa titanica, ardua e ai limiti dell’impossibilità, in una società ormai piegata al consumismo, all’apparenza e all’individualismo.

Credere nel socialismo oggi non significa essere settari. Lo si può anche essere, ma avere un ideale che verrà inevitabilmente bollato come anacronistico dalle forze ora maggioritarie, sia di destra sia di sinistra, non vuol dire chiudersi in uno stanzino a dibattere, autocompiacendosi, di massimi sistemi. Educare al socialismo vuol dire informare ed elevare il cittadino alla lotta per una società migliore in cui le diseguaglianze, in primis quelle sociali, ma anche quelle culturali, quelle economiche e perfino quelle biologiche, siano radicalmente ridotte.

Il socialismo è il superamento dello sfruttamento, che divide la società contemporanea in tanti livelli di sfruttatori e in tanti livelli di sfruttati. Come cantavano i 99 Posse, il nemico è passato dall’essere il padrone e il Capitale al più povero e così all’infinito. Proprio per questo occorre EDUCARE.

Farsi sentire nei luoghi dove lo scontro sociale è in atto, specie se tra due categorie di "sfruttati" è fondamentale, anche a costo di beccarsi incomprensioni, insulti e perfino minacce.

I fatti di Torre Maura a Roma sono lì a ricordarcelo. Serve educazione o forse addirittura rieducazione, per recuperare uno spirito solidale perso. Mentre tale Mario Lavia, esponente del PD e vicedirettore della testata "Democratica", tramite social insulta i cittadini romani scesi in piazza per dire NO alla presenza di 70 rom in uno stabile del quartiere, i fascisti di Forza Nuova sfruttano il malcontento per ottenere visibilità e ulteriore rabbia. Ridicolo è l’esponente del PD, come sono ridicoli i fascisti, benché questi molto più pericolosi, seppur marginali. Alcune donne del quartiere hanno insultato da fuori lo stabile i rom, chiedendo agli uomini presenti nel cortiletto di portar fuori le loro donne, per un regolamento di conti al femminile. Davanti al degrado sociale e culturale non ci si deve chiudere nella propria "bolla", convinti della propria superiorità culturale di fronte alla "feccia" (romana o rom che sia). Si deve educare o rieducare al socialismo. Tutti, ed è qui la montagna da scalare.

Vanno rieducati i rom alla civile convivenza (sono cittadini italiani o europei e come tali sono spettanti di diritti e doveri); vanno rieducati quei cittadini che hanno sfogato la loro frustrazione di abitanti delle periferie abbandonate; vanno rieducati i fascisti, anche con metodi non propriamente cristiani, come sperimentato in diversi regimi di socialismo reale nel corso della storia; vanno rieducati i progressisti che preferiscono giudicare a debita distanza, convinti di essere dalla parte del Bene. Il loro "Bene" è quello che ha governato l’Italia, le sue Regioni e sue Città; quello che ha permesso a diverse periferie di trasformarsi in quartieri dormitorio, senza strutture culturali, senza socialità e comunitarismo.

Non ci si deve rassegnare. Ci vorranno parecchi anni, ma è indispensabile che chi lotta per il bene comune, per l’uguaglianza e per l’abbattimento degli steccati economico-sociali si impegni a sostenere quelle poche forze politiche sinceramente schierate in questa battaglia. Ascoltare, capire e proporre soluzioni, combattendo al tempo stesso le forze avverse al socialismo.

Giuseppe Fanelli, quello strano patriota… anarchico

di GIANCARLO IACCHINI

Il destino di Giuseppe Fanelli, singolare “demosocialista” napoletano del Risorgimento (1827-1877), è stato quello di spiazzare sempre tutti quanti. Mazzini gli fa organizzare “in loco” la celebre spedizione di Carlo Pisacane; Fanelli gli risponde con onestà: qui nel Mezzogiorno la situazione sociale è esplosiva… («Bene – pensa Mazzini – muoviamoci allora!»)… ma le masse non sono ancora mature… «Cioè?», «Cioè non è detto che si muovano!». «Ma le plebi non possono aspettare!». «Finché restano “plebi” e non diventano “popolo” rimarranno in mano alla Chiesa e ai reazionari. Lo dice anche Marx nel Manifesto». Mazzini non ci capisce più niente, e sbotta con Pisacane: «Senti, decidi tu e buonanotte». «Io parto lo stesso – gli risponde quello – e al diavolo Fanelli con tutti i suoi dubbi. Lui da quanto è prudente sembra un moderato… Del resto basta vedere come si veste: è così elegante che ti viene il sospetto che la rivolta contro i signori sia lui a non volerla, non le plebi del Sud… Altro che Marx!». Così Pisacane parte per mare verso la nobile ma tragica spedizione di Sapri, 3 anni prima della vittoriosa impresa garibaldina. «Io ve l’avevo detto – mormora affranto Fanelli dopo la strage dei “300 giovani e forti” – L’idealismo a volte è controproducente; serve piuttosto un’analisi realistica e meno retorica. Vero Mazzini?».

Il padre della Giovine Italia è indignato, punto sul vivo, e trova in quello strano agitatore napoletano un comodo capro espiatorio. Manda all’assalto il suo amico Giovanni Nicotera, che accusa apertamente Fanelli sui giornali per il martirio di Pisacane. «Sei un bastardo!», lo apostrofa Fanelli incontrandolo per strada, e gli salta addosso. Devono intervenire i gendarmi per salvarlo dalla furia del “moderato” napoletano, il cui sangue si rivela in questa occasione sufficientemente rosso: «Dai, bravo, adesso denunciami alla giustizia borghese!», gli urla l’aggressore mentre viene a fatica allontanato dalla vittima. «No, io ti denuncio ai probiviri mazziniani!». «Ma chi se ne frega! Mi avete rotto tutti quanti, voi democratici, compresi Mazzini e Garibaldi. Io adesso sono anarchico; anzi, socialista libertario! E da oggi chiamatemi col mio nome di battaglia: Kilburn».

E così, mentre si sta per “fare l’Italia” senza di lui – inviso com’è, oramai, a una parte dei patrioti più influenti – il Nostro va a conoscere Bakunin, che ne rimane piacevolmente colpito: «Sei tu il mio uomo in Italia!». Ma spiazza subito anche il nuovo amico russo, che aveva appena smesso di chiedergli conto dell’ardore patriottico giovanile: «Perché hai partecipato alla guerra antiaustriaca del ’48 a fianco di Mazzini?»; «Se è per questo anche alla difesa della Repubblica Romana… ma ora i tempi son cambiati». E come no: basta un fischio di Garibaldi e lo ritroviamo coi Mille, dove viene anche ferito in battaglia (“l’eroe di Calatafimi”, lo definisce Nino Bixio).

Qualcuno sostiene che tanto zelo patriottico fosse dovuto anche al desiderio di cancellare in fretta le ombre sulla spedizione di Pisacane. Bakunin lo “perdona” e lo porta con lui a Londra, alla riunione dell’Internazionale, dove gli presenta il mitico Karl Marx, che gli dice: «In Italia ho un valido compagno, Carlo Cafiero… Prendi contatto con lui». Kilburn lo fa, ma per convincere Cafiero ad abbandonare Marx e a schierarsi con Bakunin: «Il socialismo libertario e autogestito è l’antidoto migliore ad ogni autoritarismo statale». E così è sistemato anche Marx. Bakunin gongola, pensando di aver conquistato definitivamente alla sua causa quell’italica mina vagante. Ma Garibaldi “fischia” ancora e il buon Fanelli non resiste al richiamo della causa nazionale: si rimette in spalla il fucile e parte prima per il Nordest, per annettere il Veneto all’Italia monarchica con l’aiuto dei prussiani, e poi per Mentana, nel tentativo di liberare anche Roma difesa dai francesi di Napoleone III alleati del papa: un disastro per le “camicie rosse” e la resa definitiva ai piani e ai tempi della monarchia sabauda, che il 20 settembre di tre anni dopo – caduto a Sedàn il Secondo Impero francese – aprirà la storica breccia di Porta Pia nel disinteresse ormai palese dell’ala democratico-repubblicana.

Fanelli è deluso da tutti, e ha deluso un po’ tutti. Ma vuole incontrare un’ultima volta Mazzini e così si rivolge ad una gentile e infaticabile signora ebrea, Sara Levi Nathan, che ospita spesso nella sua casa di Pesaro i protagonisti del Risorgimento, compreso il vecchio apostolo della “repubblica democratica” ancora perseguitato dall’Italia monarchica e liberale e costretto a girare la penisola sotto falso nome. Sara sta amorevolmente preparando per lui, all’uncinetto, un caldo scialle di lana, ed è ben contenta di fare da ponte – e possibilmente da riappacificatrice – tra i due patrioti un tempo amici e collaboratori. «Mi hai tradito due volte – gli rinfaccia Mazzini appena vede spuntare il napoletano nel salotto della Nathan – Una volta coi Savoia e i loro “utili idioti” e la seconda con quel pazzo di Bakunin». Fanelli non fa una piega: «Avevo in mente solo la libertà; dell’Italia e del popolo. Sono rimasto repubblicano nell’animo e questa fede profonda non l’ho mai tradita». «Ti definiresti dunque ancora mazziniano?». «Potrei… ma a due condizioni: che dal tuo motto “Dio e popolo” tu tolga il primo, che con la politica non c’entra nulla, e che nel secondo tu metta finalmente la questione sociale, senza la quale anche la parola “popolo” resta vuota metafisica». L’eco del potente “vaffa” mazziniano risuonò immediato e imperioso fino alla Piazza (“del Popolo”, appunto).

Non pago, Fanelli continua a spiazzare: accetta di fare il deputato del Regno fino al 1874, criticando da sinistra la Sinistra di Depretis ma lasciando basiti i suoi compagni con posizioni insospettabili, come quando chiede al governo di rafforzare la vigilanza sui beni dei “signori” meridionali minacciati dai briganti. «Ma scusi, lei non era socialista?», gli chiedono i giornalisti. E lui, stupito del loro stupore: «E allora? Secondo voi un socialista dovrebbe approvare il furto e l’omicidio?». In parlamento non riescono a inquadrarlo: «E’ un moderato»; «no, no: è un radicale»; «garibaldino e mazziniano!»; «ma se è il braccio destro di Bakunin!». Poi riecco il solito Nicotera calare il carico da novanta. Appena diventato ministro dell’Interno del governo Depretis, bolla Fanelli in questo modo: «Uomo senza criterio, ozioso e perduto come tutti i socialisti». Fanelli stavolta sembra alzare le spalle, e insieme a Bakunin, ormai rassegnato allo zigzagare ideologico del compagno italiano, fonda “l’associazione democratico-sociale Libertà e Giustizia”. In uno dei tanti convegni a cui partecipa, incrocia l’odiato Nicotera: cala il gelo sui convenuti, che temono il peggio. Il ministro è impietrito. Fanelli gli si avvicina a grandi falcate e a un passo dal “bersaglio” apre le braccia e si stringe allo sbigottito avversario in un abbraccio plateale. Riappacificazione? Molto probabilmente no: il ministro rappresenta per Fanelli quello che il… cavallo torinese rappresenterà per Nietzsche una decina d’anni più tardi: l’insorgere di una condizione psicologica molto vicina alla follia. Fanelli la chiama depressione (o “mal di vivere” nel linguaggio d’allora) e si ritira in solitudine facendosi perfino ricoverare in una clinica psichiatrica a Capodichino.

Poco tempo prima, con la “schizofrenia” a cui aveva abituato un po’ tutti – ma da lui considerata una fine dialettica politica che pochi arrivano a comprendere – aveva contribuito a fondare l’Internazionale socialista in Spagna, dichiarando però contemporaneamente di non credere più nelle masse popolari come forza rivoluzionaria, e forse nemmeno nella “rivoluzione”. La morte di Michail Bakunin, nel 1876, aggrava l’umor nero e la sfiducia cosmica che ormai lo attanagliano: fa in tempo a tuonare contro il nuovo governo della Sinistra, rea di aver tradito tutti gli ideali sociali che i suoi uomini avevano sostenuto in gioventù. Muore in solitudine il 5 gennaio 1877. Carlo Cafiero, incaricato dell’orazione funebre sulla sua tomba, fatica a dare un senso alla fine repentina (a 50 anni) dell’amletico compagno: «In attesa della rivoluzione italiana e mondiale, ecco come si lasciano morire i nostri amici di tante battaglie: o in prigione, o in esilio, oppure… oppure… oppure così».