Oggi la rivoluzione sono le riforme. Quelle vere!

di GIANCARLO IACCHINI

«Riforme o rivoluzione?», chiedeva Rosa Luxemburg con una domanda ovviamente retorica prima di scagliarsi a testa bassa contro Bernstein e i riformisti, i revisionisti, i gradualisti, gli evoluzionisti della vecchia socialdemocrazia tedesca ed europea. Centovent’anni fa aveva ragione lei, con alle porte non la pacifica prosperità generale vaticinata dagli ottimisti bensì una guerra devastante (che poi ne causò un’altra ancora più mostruosa subito a ruota), nonché una crisi economica rovinosa tra i due conflitti mondiali anziché le magnifiche sorti e progressive della società borghese che avevano affascinato anche gli eredi più moderati di Marx e soprattutto di un Engels ormai con un piede e mezzo nel positivismo di fine Ottocento.

Oltre un secolo dopo, la sinistra italiana ha completamente rimosso la questione sociale, lasciando l’economia nelle mani di una classe dominante senza nome e senza radici né nazionali né “materiali”, che ha reciso ogni legame col mondo del lavoro e della produzione per vivere all’interno di un iperuranio metafisico, quello della finanza globalizzata, che come le monadi di Leibniz non ha né porte né finestre.

La fine (prevista lucidamente da Marcuse) di ogni alternativa rivoluzionaria nel mondo “a una dimensione” in cui il neoliberismo di fine Novecento ci ha confinati, è coincisa nei primi vent’anni del Duemila con l’incredibile esaurimento – almeno nel sempre più vuoto e inconsistente orizzonte politico italiano – perfino di quell’ipotesi socialdemocratica che fino a 40 anni fa i comunisti nostrani respingevano con forza ma insieme rispetto, appellandosi contro di essa ad una prospettiva rivoluzionaria sempre più nominale e sentimentale, priva di fondamenti concreti nella struttura economico-sociale del Paese.

Così da un romantico “comunismo” fondato solo sulla tradizione politica e ideale, sempre più scissa dai processi economici e sociali determinati dallo sviluppo del capitalismo reale, il grosso della sinistra (prima moderata e poi anche radicale) è passato di fatto e per… forza maggiore ad un neoliberismo economico dettato “dall’Europa” e difeso a spada tratta – con uno zelo degno di miglior causa – contro “populismi” e “sovranismi” di ogni tipo, associati ipso facto e senza alcun distinguo alle “destre nazionaliste”. Così perfino la destra economica più tradizionale (quella liberale e appunto liberista) diventa un serio interlocutore da chiamare in causa contro gli ignoranti “nemici dell’euro e dell’Europa”.

Il come sia stata possibile questa incredibile involuzione dovrà essere oggetto di un’analisi ben più ampia e approfondita. Qui basterà mettere in evidenza il pressoché totale abbandono – a sinistra – dei diritti sociali e l’uso strumentale di quelli civili, al punto che una delle figure emergenti di questa presunta alternativa rosée è arrivata – in una recente dichiarazione – ad invocare la “ricostruzione della sinistra” intorno a “5 punti fondamentali” tra i quali non figura nessun problema sociale (come lavoro, sanità, redditi, pensioni, sicurezza, ecc.) in favore di presunte priorità su cui “le persone” si starebbero “mobilitando” quali (testuale) “la parità di genere, le sardine, i Gay Pride, i Fridays For Future e l’accoglienza ai migranti”; in cui quello che colpisce non è il riferimento en passant anche a questioni senza dubbio cruciali come l’ecologia o le migrazioni dei popoli, ma il loro inserimento in un contesto metapolitico che le separa del tutto dalla critica a quella logica del profitto capitalistico che ne impedisce ogni effettiva soluzione. E questo vale anche per un innocuo antifascismo ostentato cantando ad esempio Bella Ciao («perché è una bella canzone», come si è pietosamente giustificato un leader delle “sardine”), quale unico richiamo ad una tradizione storica di cui si è persa ogni memoria di resistenza sociale e liberazione economica.

Come reagire a questa sconcertante deriva della “sinistra” ormai sradicata? Continuando a sollevare la questione “materiale”, certo, e dunque con il socialismo: perché altro nome ancora non c’è, come ci ricorda perfino la politica americana del terzo Millennio. Ma questa volta in modo molto pragmatico e concreto, e cioè riscoprendo quella tradizione socialdemocratica e riformatrice che nel nostro Paese è stata abiurata e dimenticata a parole ma poi portata avanti in modo surrettizio e poco consapevole da forze che politicamente la rinnegavano, come il Pci e la Dc, salvo appunto attingere ad essa a piene mani nel decennio a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, quando sono stati garantiti diritti e conquiste sociali all’avanguardia nel mondo occidentale.

Diritti e conquiste progressivamente smantellate dagli anni Ottanta in poi, specie durante la cosiddetta “seconda repubblica”, governata alternativamente dal centrodestra e dal centrosinistra con un’impressionante unità d’intenti nelle politiche economiche e sociali, in concerto con l’Europa delle banche, delle multinazionali, della finanza transnazionale e… transdemocratica. Così sono potuti andare avanti come treni, con bipolare consenso, il processo delle privatizzazioni, lo smantellamento dello stato sociale, la demolizione della spesa pubblica e della domanda aggregata, la riduzione di ogni intervento statale in economia, la soppressione della sovranità monetaria come leva e regolazione del ciclo congiunturale; il tutto culminato nell’obbligo stupefacente del “pareggio di bilancio” sancito in Costituzione, sconfessando “per legge” tutta la tradizione keynesiana da F.D.Roosevelt a Olof Palme: cosa che ha scandalizzato perfino l’America moderata che ruota intorno al partito democratico: l’omonimo partito italiano, in pratica, si ritrova alla sua destra, ed è lasciato letteralmente al palo dalla scelta “socialista democratica” del vecchio Bernie Sanders o della giovanissima Alexandria Ocasio-Cortez!

In conclusione, cari “progressisti” e “ulivisti” e “centrosinistri” che per decenni ci avete paternalisticamente rampognato per il nostro presunto estremismo, abbiamo deciso di seguire i vostri saggi consigli: mettiamo da parte l’utopia della RIVOLUZIONE e optiamo per le vostre care vecchie RIFORME, quelle vere, reali, concrete e strutturali che avete assurdamente abbandonato. Sicuri che dopo il reset resteremo per voi i “radicali” e “settari” di sempre, dato il vostro totale immobilismo centrista, ma con la forza di una storia politica che avete colpevolmente ripudiato e che oggi volentieri facciamo nostra perché rappresenta – dal New Deal statunitense allo stato sociale scandinavo ma anche italiano – la faccia migliore della civiltà democratica del Novecento.

“Perché guardo con interesse le Sardine”

di FABIO GREGGIO

Riguardo all’articolo pubblicato dall’ottimo Leonardo Marzorati nel sito radicalsocialismo.it: Interessante analisi anche se molti dati sono dedotti e non verificati. Interessante il concetto che socialisti e comunisti devono o dovrebbero fare quello che fanno le sardine, tornare al popolo, essere antagonisti fisicamente e non solo su facebook.

Guardo con interesse le Sardine perché è un movimento di piazza e non sarei di sinistra se arricciassi subito il naso prima ancora di capire chi sono e cosa vogliono al netto di qualche affermazione comica e imbarazzante comprensibile data l’esposizione mediatica improvvisa.

Il fatto che all’interno vi siano elementi dell’Ulivo, che ritengo il momento catartico del declino del pensiero berlingueriano che ha prodotto la metastasi Renzi e il concetto fascista di rottamazione da molti visto come una catarsi risolutiva, non è determinante per un’analisi definitiva: i movimenti di piazza inizialmente hanno sempre una certa eterogeneità, è la risultante finale dell’identità in costruzione che ci interessa non la genesi e il percorso iniziale espressione di identità casuali spesso non considerabili.

Non ritengo allo stato attuale la sinistra intesa come antagonista, capace di trascinare la popolazione in piazza, perché usa ancora metodi obsoleti, usa un linguaggio non comprensibile ai giovani e troppo ortodossa nel pensiero.

Guardo a molti movimenti nascenti, i seguaci di Greta, le Sardine, i fenomeni politici ispanici, tutti fortemente legati a dinamiche di web che producono piazze piene.

La nuova sinistra socialista dovrebbe ridefinirsi al netto delle esperienze craxiane che costituiscono ancora un muro di separazione. Più che i contenuti di questi movimenti mi interessano le dinamiche costitutive che potrebbero essere inserite in un nuovo processo costitutivo del socialismo. MRS in effetti è nata come la rifondazione del socialismo con un pantheon eterogeneo che va da Gandhi a Che Guevara, Gobetti e Marx, per prendere da ogni idea nobile il meglio e assimilarlo in una genesi obbligatoriamente catartica.

Non mi interessa quindi se le Sardine oggi dicono sciocchezze da parte di qualcuno o hanno all’interno forze riformiste che hanno distrutto il pensiero left italiano. Mi interessa cosa verrà fuori a marzo dal loro stato generale e solo allora si potrà fare un’analisi corretta seria e basata su elementi definitivi. Le Sardine potranno essere un fallimento come i girotondi o M5S, o una risorsa per il socialismo. Occorre attendere la loro autocollocazione nel quadro geopolitico.

Intanto quello che constato è che ci sono 100mila persone che cantano Bella Ciao, che sono gli unici a contrastare con efficacia fisica il nascente neofascismo salviniano, mentre la sinistra antagonista ridotta a percentuali da peso atomico elabora scenari incomprensibili, anche se validi, per il popolo che ha bisogno di risposte semplici ma efficaci.

Numeri impressionanti che dovrebbero far riflette. Un popolo eterogeneo che vuole mettere un punto alla degenerazione del progressismo italiano che non lascia orizzonti né punti di riferimento praticabili, e una destra sempre più aggressiva, televisiva, mediaticamente capace di penetrare e creare mondi impossibili per il mero obiettivo di ottenere potere e mettere a tacere tramite la diffamazione.

Saremo capaci noi di fare cose concrete oltre che analisi probabilistiche? Questo è il quesito che dovremmo porci.

(Fabio Greggio)

Piero Gobetti su Gramsci e la fondazione del Pci

di PIERO GOBETTI –

Il movimento comunista torinese si presenta con un’organicità di pensiero e una serietà di intenzioni che suscitano meraviglia e interesse anche in un avversario. Vi è una rigidezza che, per l’intransigenza, è diventata quasi un mito nel pensiero di chi l’ha considerata da lontano. In realtà dall’esperienza politica torinese è nato il Partito Comunista e se ne possono rintracciare i documenti di tre anni almeno antecedenti alla costituzione ufficiale. Ragioni storiche complesse hanno fissato al movimento operaio torinese caratteristiche originalissime con conseguenze di importanza storica eccezionale.

La teoria di questa nuova realtà economica e ideale fu tentata da un gruppo di giovani oscuri che l’Italia ufficiale non ha conosciuto e non conosce. Essi elaborarono dall’esperienza politica a cui assistevano l’idea di un organismo che sistemasse tutti gli sforzi produttivi legittimi, che aderisse plasticamente alla realtà delle forze storiche ordinandole liberamente in una gerarchia di funzioni, di valori, di necessità. Il consiglio di fabbrica, nel quale le esigenze del risparmio, dell’intrapresa, dell’opera esecutrice, si organizzano secondo le attività che ciascuna riesce a risvegliare, fu la loro idea nuova ed operosa, intorno a cui cercarono di raccogliere il movimento operaio e di dargli una personalità.

La mancanza di idealità corrispondeva alla mancanza di un nucleo di dirigenti colti e operosi. In mezzo a quest’inerzia di pensiero fu notato un giovane solitario, Antonio Gramsci, il quale già mentre compiva i suoi studi letterari all’Università si era iscritto al Partito Socialista, forse più per ragioni umanitarie, maturate nella sua pessimistica solitudine di sardo emigrato, che per una netta concezione rivoluzionaria. Gramsci non tardò tuttavia a formarsi una cultura politica e, nonostante la sua riluttanza e timidezza, Serrati, con notevole perspicacia, lo volle collaboratore e corrispondente politico dell’Avanti! da Torino. La sua nuova attività di teorico della rivoluzione comincia con la sua opera nel Grido del Popolo. Il modesto giornaletto di propaganda di partito diventò per lui una rivista di cultura e di pensiero. Vi pubblicò le prime traduzioni degli scritti rivoluzionari russi. Si propose l’esegesi politica dell’azione dei bolscevichi. A capo di quest’opera, benché direttore apparente fosse altri, si sente il cervello di Gramsci. La figura di Lenin gli appariva come una volontà eroica di liberazione: i motivi ideali che formavano il mito bolscevico, nascostamente fervidi nella psicologia popolare, dovevano costituire non il modello di una rivoluzione italiana, ma l’incitamento a una libera iniziativa operante dal basso. Le esigenze antiburocratiche della rivoluzione italiana erano già state avvertite da Gramsci sin dal 1917 quando il suo pensiero autonomista si concretò in un numero unico La Città futura, pubblicato come modello e annuncio di un futuro giornale di cultura politica operaia. La Città futura diventò, nel 1919, L’Ordine Nuovo, il solo documento di giornalismo rivoluzionario e marxista che sia apparso (con qualche serietà ideale) in Italia.

Dopo i primi mesi durante i quali L’Ordine Nuovo visse una vita esteriore e sterile, Gramsci impose la sua originalità di teorico richiamando l’attenzione dei compagni al problema dei Consigli di fabbrica, i quali dovevano essere nel suo pensiero i quadri del nuovo Stato operaio, e nel periodo di lotta i quadri dell’esercito rivoluzionario: alle astratte propagande si trattava di sostituire un’azione concreta: gli operai dovevano abituarsi a una reale disciplina e a un cosciente esercizio d’autorità, dovevano acquistare, a contatto coi loro organismi di lavoro, una mentalità di produttori e di classe dirigente. Se nella fabbrica si svolge la vita operaia, nella fabbrica si devono organizzare gli operai per resistere di fronte agli industriali. Il nuovo Stato, che non sorge più in nome degli astratti diritti e doveri del cittadino ma secondo l’operosità dei lavoratori, deve aderire plasticamente agli organismi in cui la loro attività si svolge e di qui attingere la conoscenza dei loro bisogni, l’esame dei loro problemi.

Comunque si giudichi la validità pratica di tali formule, questa era finalmente una concezione rivoluzionaria, di fronte a cui tutto il bagaglio di astrattismo e di riformismo doveva cadere. La rivista diventò il centro a cui affluirono i nuclei più coscienti dei proletari, che ne attesero la parola d’ordine nelle lotte più gravi, nei momenti più incerti. L’occupazione delle fabbriche e la campagna elettorale per la conquista del comune furono gli episodi culminanti: ma contro l’azione della nuova aristocrazia stava il peso morto dell’eredità socialista, l’incapacità dei dirigenti confederali, gli ideali utilitaristi delle masse, lo spirito reazionario (riformista) dei contadini venuti al partito, la vigliaccheria degli arrivisti: e in questo dissidio, che è assai degno di essere studiato più profondamente, il movimento si confuse sino a perdere la sua capacità risolutrice.

Per tutto l’anno 1920 il Consiglio di Fabbrica fu il centro dell’attività rivoluzionaria, il problema intorno a cui si distinsero le varie sfumature del movimento operaio, l’organo della lotta contro le organizzazioni industriali. Mentre queste, seguendo esigenze locali, si mostravano fortemente battagliere e si sentivano moralmente e intellettualmente alla testa del movimento industriale della nazione, gli scrittori dell’Ordine Nuovo capivano di non poter resistere coi vecchi principi di comuni discussioni sindacali, di non poter aderire alla tattica meramente economica della Confederazione generale del Lavoro quando il movimento impegnava la personalità degli interessati integralmente: la lotta generale doveva avvenire su un fronte unico di azione.

L’Ordine Nuovo si assunse coraggiosamente la direzione e la preparazione dell’opera economica e politica: dimostrò l’originalità del movimento dei Consigli e la necessità di tenerli ben distinti dall’azione sindacale. Il sindacato è organo di resistenza; non di iniziativa, tende a dare all’operaio la sua coscienza di salariato, non di produttore: lo accetta nella sua condizione di schiavo e lavora per elevarlo senza rinnovarlo, in un campo puramente riformistico di utilitarismo. Nel Consiglio l’operaio sente la sua dignità e indispensabilità di elemento della vita moderna, si mette in comunicazione coi tecnici, cogli intellettuali, con gli imprenditori, colloca al centro delle sue aspirazioni non il pensiero del proprio utile, ma un ideale di progresso tecnico, che gli permetta di realizzare sempre meglio le sue capacità, e l’esigenza di un’organizzazione pratica che gli dia il potere.

Lo schema di azione non era più grossolanamente democratico: la nuova società da instaurare non sarebbe stata l’indistinta società del proletariato come massa. Si trattava di preparare la nuova gerarchia corrispondente al valore di ognuno: e il governo doveva essere un’aristocrazia venuta dal basso, capace di affermare la sua coscienza politica e di ricevere l’eredità della classe dirigente esausta.

Il Consiglio si presentava da un lato come la cellula della futura organizzazione economica e politica, dall’altro come l’esercito del fronte unico di lotta nel periodo preparatorio. Accanto all’Ordine Nuovo sorse un nucleo di operai che si dimostrarono capaci di comprendere la nuova situazione. E poiché le masse non potevano intendere e partecipare volontariamente alle nuove idee, essi si assunsero il compito di guidarle, dove quelle non sapevano vedere, di farle trovare di fronte ad avvenimenti che le determinassero, coscienti o no, ad una azione precisa. Così riuscirono ad organizzare e ad imporre per dieci giorni a Torino nell’aprile del 1920 uno sciopero generale che non si proponeva le solite rivendicazioni di salario, ma uno scopo nettamente ideale: il mantenimento dei Consigli. Lo sciopero fallì perché il movimento si circoscrisse a Torino (così volle il Consiglio Nazionale del Partito Socialista) e gli industriali guidati intelligentemente dall’Olivetti (che aveva studiato con cura il pensiero dei nuovi rivoluzionari e ne aveva penetrato lo spirito) si opposero con tutte le forze. Ma la sconfitta recò i suoi ammaestramenti. Non infranse la disciplina operaia e provò una specifica capacità di sacrificio. Dimostrò l’incapacità del Partito Socialista ad ogni azione diretta: pose l’esigenza di dare al movimento una nuova organizzazione politica nazionale, capace di lanciare a tutti gli operai la parola d’ordine necessaria per la difesa dei gruppi più progrediti, che si trovano all’avanguardia del movimento rivoluzionario.

Il dissidio tra l’Ordine Nuovo e Serrati era questo sostanzialmente: il fronte unico dell’azione proletaria doveva essere per i primi nelle trincee più avanzate; per il secondo alla retroguardia. Serrati pensava l’occupazione del potere come coronamento dell’elevazione generale delle masse (quando?), Gramsci pensava l’elevamento delle masse attraverso l’occupazione del potere. Serrati era democratico, Gramsci marxista. Risale propriamente all’aprile del 1920 la separazione decisiva dei torinesi dal Partito Socialista e la costituzione virtuale di un Partito Comunista. Il battesimo del nuovo partito fu l’occupazione delle fabbriche del settembre: la rivincita dell’aprile, la prova del fuoco della maturità degli operai torinesi. Ma la vittoria segnò insieme la conclusione e la decadenza perché dimostrò l′impossibilità di estendere il movimento all’Italia, sia per gli ostacoli economici, sia per l’inesistenza, fuori di Torino, di una classe dirigente operaia matura.

Di fronte al grandioso movimento dei Consigli, un liberale non può assumere la posizione meramente negatrice di un Luigi Einaudi. Il liberale ha dinanzi uno dei più caratteristici fenomeni schiettamente autonomisti che siano sorti nell’Italia moderna. Chi, fuori di ogni pregiudizio di partito, pensoso della crisi presente che è crisi di volontà, di coerenza, di libertà, spera in una ripresa del movimento rivoluzionario del Risorgimento, che entri alfine nello spirito delle masse popolari e le faccia aderire creativamente a uno Stato, a buon diritto ha potuto credere per un momento che la nuova forza politica di cui l’Italia ha bisogno sarebbe sorta da queste aspirazioni e da questi sentimenti. I comunisti torinesi avevano superato la fraseologia demagogica e si proponevano problemi concreti. Contro la burocrazia sindacale affermavano le libere iniziative locali. Movendo dalla fabbrica si assumevano l’eredità specifica della tradizione borghese e si proponevano non già di creare dal nulla una nuova economia, ma di continuare i progressi della tecnica della produzione raggiunta dagli industriali. Contro le astrattezze dei programmi di socializzazione sapevano quale importanza dovesse attribuirsi al problema del risparmio nella industria, quale parte spettasse nella produzione agli imprenditori. Il Consiglio di Fabbrica doveva soddisfare anche alle esigenze degli impiegati, non in quanto piccoli borghesi, ma in quanto impiegati ossia elementi di produzione. Le esperienze concrete dell’azione politica, insomma, avevano liberato quasi completamente i giovani comunisti torinesi dal bagaglio dei luoghi comuni del socialismo e dell’internazionalismo. Essi sentivano il movimento operaio nel suo valore nazionale e libertario. Il loro eroico esperimento fallito è uno dei più nobili sforzi che si siano fatti per dare un fondamento ideale alla vita della nazione.

Gli esperimenti torinesi furono gli elementi concreti che prepararono la fondazione del nuovo Partito Comunista. I veri rivoluzionari italiani non potevano più aver fede nel Partito Socialista, diventato partito di maggioranza, incapace d’azione per l’elefantiasi burocratica del suo ordinamento, per il pregiudizio dell’unità, per le iniziali responsabilità di governo: era evidente che il Partito doveva a poco a poco adeguarsi empiricamente al vecchio Stato, diventare conservatore, senza introdurre nella vita sociale né un’idea né una forza nuova, continuando il riformismo giolittiano. Se Serrati fosse stato un grande uomo politico la battaglia per l’unità avrebbe potuto assumere un carattere più educativo: e sarebbe stato più fecondo lo sforzo di dare all’unico movimento una direzione operosa e indipendente che stimolasse le forze popolari invece di attenderle, e che al partito imponesse il pensiero della minoranza più attiva, più coerente, più rivoluzionaria. L’unità di Serrati invece, come già abbiamo notato, era democraticamente intesa. Nel partito di Serrati, per la generica propaganda messianica, erano entrati a poco a poco elementi piccolo borghesi e contadini, desiderosi di miglioramenti soltanto individuali, privi di preparazione politica, limitati ad una generica negazione anarchica dello Stato per ragioni di utilitarismo, ostacolo insuperabile ad una netta differenziazione politica. Sistemi democratici erano destinati a portare alla direzione del movimento proprio queste masse impreparate che, incapaci di controllo e di iniziativa, avrebbero poi seguito condottieri demagogici. Così la separazione divenne inevitabile.

Si tratta di proporre il problema della conquista del potere e di prepararvi le masse: il Partito Socialista è fallito perché all’ora dell’azione non aveva organismi che aderissero agli strati della produzione e potessero costituire l’impalcatura del nuovo Stato. Il nuovo Partito Comunista deve organizzare l’avanguardia del movimento con una rigida disciplina interiore: deve essere una minoranza direttrice, intorno alla quale la massa amorfa popolare si ordina e ne sente la superiorità e ne accetta l’influenza. Solo questa concezione unitaria e aristocratica può dare un’anima e un carattere ideale agli operai.

Per tutto un anno di fronte al fascismo L’Ordine Nuovo quotidiano è riuscito a dare la parola d’ordine della coraggiosa resistenza e controffensiva alle classi operaie che dal titolo stesso, come da simbolo, incominciavano ad apprendere la disciplina e l’autorità. Di fronte a queste lotte fratricide il criterio di giudizio nostro non può essere né quello della lotta di classe, né quello della pace sociale: siamo in una crisi inevitabile attraverso la quale il nostro popolo tempra la sua volontà e si educa a un esercizio di libertà.

Le declamazioni contro lo Stato sono sempre state intese dagli scrittori dell’Ordine Nuovo come declamazioni contro lo Stato burocratico: essi manifestano il proposito concreto di creare uno Stato che sappia risolvere la crisi borghese ed ereditare i problemi del Risorgimento non risolti: ammettono che la rivoluzione sia la conclusione del liberalismo rivoluzionario dell’800; la lotta contro i capitalisti tende a sostituire un’autorità e una disciplina che i capitalisti non sanno più esercitare e che è necessaria alla società. Tutti questi propositi, per chi abbia saputo indagarli, sono schiettamente liberali e autonomisti. Nel suo primo anno di vita, L’Ordine Nuovo è stato decisamente un giornale di pensiero, singolarissimo in Italia, conscio dell’importanza dei problemi nazionali, preoccupato di fondare una coscienza politica nuova e di ascoltare le esigenze culturali del mondo moderno. Il movimento insomma ebbe una sua serietà ideale, non si prestò ad arrivismi né ad atteggiamenti demagogici, perseguì con coerenza un proposito organico di rinnovamento.

PIERO GOBETTI

(Storia dei comunisti torinesi scritta da un liberale, La Rivoluzione Liberale, A. 1, n. 7, 2-4-1922)

Le Sardine e noi socialisti

di Leonardo Marzorati –

I socialisti e comunisti possono anche scendere in piazza con le “Sardine” o con altri movimenti democratici, ma mantenendo saldo il proprio ideale e cercando di convincere sempre più cittadini, meglio se provenienti dai ceti popolari, ad abbracciare la lotta contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

In tutta Italia il movimento delle Sardine riempie le piazze. I cittadini che scendono in piazza spontaneamente vanno rispettati, ma il messaggio lanciato da chi queste manifestazioni le ha organizzate va analizzato. La richiesta principale, a cui poi sono state aggiunte la lotta al razzismo e al fascismo, è un NO secco ai linguaggi politici aggressivi. Le Sardine nascono in occasione del comizio di Matteo Salvini al Paladozza di Bologna per lanciare la candidatura di Lucia Borgonzoni a governatrice dell’Emilia Romagna. La loro contromanifestazione fu un successo e da lì in tutta Italia i piccoli pesci marini si sono moltiplicati, riempiendo piazze da Nord a Sud, con una concentrazione maggiore proprio in Emilia Romagna, con un messaggio implicito di sostegno al candidato governatore del PD Stefano Bonaccini. Se il popolo delle Sardine è complessivamente eterogeneo, seppur dominato da una maggioranza di area PD e cespugli limitrofi, i leader sono quasi tutti riconducibili al partito di Nicola Zingaretti. Non servivano le schedature messe in atto dal periodico neofascista “Primato Nazionale” per far chiarezza su Mattia Santori e soci.

La spontaneità di molti cittadini scesi in piazza non ci deve nascondere un’organizzazione a stretto contatto con gli ambienti eredi del vecchio Ulivo. Molti degli organizzatori delle manifestazioni hanno difatti avuto ruoli politici attivi nel centrosinistra. Alcuni intervistati presenti in piazza si sono dichiarati liberali di destra o moderati, accumunati agli altri dall’avversità verso i toni demagogici di Salvini e degli esponenti delle destre nazionaliste. Tra le sardine non mancano socialisti e comunisti, questi però sono osservati con grande diffidenza dai leader del movimento, preoccupati che le loro manifestazioni possano essere etichettate come “troppo a sinistra”. A Firenze i leader cittadini delle Sardine hanno persino allontanato un manifestante dalla piazza, reo di aver portato con sé una bandiera rossa con la falce e martello. Ai diversi manifestanti con le bandiere della Ue ovviamente non è stato detto nulla. A quanto pare, lo stendardo rosso con il simbolo dei lavoratori alle Sardine piace molto meno delle 12 stelle, che oramai identificano più i tecnocrati di Bruxelles che non i popoli europei.

Tra le Sardine sono presenti i ceti popolari? Sì, anche se una buona fetta di piazza è borghese. Lo stesso messaggio principale (antirazzismo e antifascismo dovrebbero essere nel DNA di ogni cittadino italiano) fatica ad attecchire tra gli sfruttati. A chi vive in condizioni di povertà e di frustrazione personale è difficile chiedere un linguaggio pacato. Tanto è vero che il linguaggio aggressivo di Lega e Fratelli d’Italia ha attecchito tra i ceti popolari delle periferie e della provincia. L’odio è stato nella storia linfa per i movimenti socialisti e comunisti. I partiti anticapitalisti hanno saputo incanalare un odio generalizzato e tramutarlo in odio di classe. Chi è sottomesso odia, è fisiologico. Facile dire “no all’odio” a chi vive in un relativo benessere. Molto più complesso dirlo a chi fatica a pagare un mutuo o vive in una condizione di lunga precarietà. Si può odiare, l’importante è odiare i veri oppressori. Le destre nazionaliste hanno orientato l’odio dei ceti meno abbienti verso altri poveri, gli immigrati (irregolari e regolari). Per darsi un’aurea populista e quindi contigua alle classi subalterne, hanno aggiunto un affronto, più verbale che altro, contro i “poteri forti”, dalla Ue alle banche, passando per i miliardari che finanziano le Ong. Se una fetta di popolo odia, spetta a socialisti e comunisti convogliare questo rancore verso i veri nemici: capitalisti, tecnocrati italiani ed europei, élite culturali asservite ai due pensieri dominanti (liberal e neo-nazionalista).

Chi è socialista o comunista è per forza di cose antifascista. Molti fascisti del regime mussoliniano, Duce compreso, provenivano da esperienze socialiste, ma la loro trasformazione in braccio armato della grande industria del Nord e dei ricchi latifondisti del Sud li ha resi incompatibili e ostili al socialismo. Noi socialisti e comunisti possiamo cantare “Bella Ciao” quando ci pare. La possiamo cantare noi come le sardine, in quanto siamo entrambi sinceri democratici e antifascisti. I leader delle Sardine invece non possono cantare nostre canzoni come Bandiera Rossa o L’Internazionale, trovandosi su posizioni filo-liberiste e filo-capitaliste.

Se da un lato non ci si deve confondere con le Sardine, dall’altro non si devono sposare tesi settarie. Come scriveva Lenin, «l’estremismo è una malattia infantile del comunismo». Bisogna osservare con diffidenza gli estremisti di oggi, specie nella galassia socialista e comunista. Marco Rizzo ha intrapreso una legittima strada estremista, lui che da parlamentare di Rifondazione Comunista prima e dei Comunisti Italiani poi diede l’appoggio ai governi Prodi, D’Alema, Amato e ancora Prodi. Sui social Rizzo sembra più interessato ad acchiappare like, spesso provenienti da persone visceralmente anticomuniste e non propense a votare PC, che non consensi elettorali. Capita di leggere spesso frasi tipo «Grande Rizzo, non ti voterò mai perché sono di destra, ma condivido quello che dici». Quello che dice il segretario del Partito Comunista sono il più delle volte attacchi alle forze bollate come “sinistrate”: Pd, quel che rimane di LeU, M5S e perfino partiti sinceramente marxisti ma che fanno concorrenza al suo. Il partito di Rizzo in origine si chiamava Partito Comunista – Sinistra Popolare. Il termine Sinistra è stato poi curiosamente rimosso. Si può apprezzare il tentativo donchisciottesco di Rizzo di ricreare all’alba degli anni 20 del XXI secolo un partito staliniano ispirato al PCI degli anni 40 del XX secolo. Il PC non ha né Berlinguer né Togliatti, ma Pietro Secchia come modello. Isolarsi come l’Albania di Enver Hoxha oggi può piacere a un nugolo di nostalgici, ma non può essere un modello di lotta politica efficace. Rizzo si pone così fuori dal sincero tentativo di varie forze politiche, più o meno grandi, di creare un’alleanza elettorale in nome del socialismo, con primo fine quello di ottenere seggi parlamentari. La lotta per il socialismo, in una repubblica parlamentare come la nostra, deve passare dagli scranni di Camera e Senato.

Le forze politiche estremiste non sono poche. Tutte quante però, eccetto il già citato Partito Comunista, raggruppano poche decine di militanti. Come nel celebre sketch in cui Corrado Guzzanti imitava Fausto Bertinotti, la deriva di molti partiti comunisti e socialisti radicali è di scindersi in tanti microorganismi. I socialisti e i comunisti dovrebbero invece presentarsi sotto una sola bandiera e un solo simbolo, nonostante i diversi percorsi che hanno vissuto dirigenti e militanti. Una sola bandiera e un solo simbolo, per poter sfidare le destre che oggi spadroneggiano: sia le destre nazionaliste, sempre più forti e più pericolose che mai, sia le destre liberaldemocratiche, ringalluzzite dal movimento delle Sardine e dalla possibile vittoria del loro candidato Stefano Bonaccini in Emilia Romagna. Serve una solida alleanza socialista. Alle prossime elezioni regionali non ci sarà nulla di tutto ciò. In Calabria le forze socialiste e comuniste non parteciperanno nemmeno alla competizione elettorale. In Emilia Romagna la contesa sarà tutta tra i candidati delle due destre (nazionalista con Borgonzoni e liberaldemocratica con Bonaccini). I 5 Stelle sono molto deboli, ma peggio di loro sono messe le forze della sinistra popolare, presenti con tre liste rivali, tutte destinate a raccogliere le briciole lasciate dai candidati principali. Partito Comunista, Potere al Popolo e L’Altra Emilia Romagna (ennesimo pavido tentativo di Rifondazione Comunista di nascondere nome e falce e martello, quasi se ne vergognasse) sono destinati a magri risultati. Dopo le regionali in Umbria Rizzo esultò per aver preso l’1%, contro lo 0,9% preso dal candidato di PaP e Pci.

I socialisti e i comunisti devono tornare a ragionare come Nenni e Togliatti, non come Bordiga, e cercare di ottenere maggiori consensi tra i lavoratori. I maestri socialisti divergevano su strategie e obiettivi da raggiungere, ma sia i riformisti come Filippo Turati sia i massimalisti come Giacinto Menotti Serrati lavoravano per ottenere il maggior consenso possibile tra i ceti popolari. È un lavoro arduo, ma va affrontato, passo dopo passo. Questo penso sia un passaggio obbligato per gli eredi di una storia che nacque nel XIX secolo e che oggi ha ancora molto da dire.

Gli anni Sessanta fino a Piazza Fontana (nella ricostruzione dei comunisti anarchici)

28-29-30 giugno 1960: Genova manifestazioni di protesta per impedire il congresso del Movimento Sociale Italiano, partito erede del partito nazionale fascista. Il 28 giugno 1960 venne indetta una manifestazione di protesta, nel corso della quale Sandro Pertini, affermando la sua opposizione al congresso, disse: «La polizia sta cercando i sobillatori di queste manifestazioni, non abbiamo nessuna difficoltà ad indicarglieli. Sono i fucilati del Turchino, di Cravasco, della Benedicta, i torturati della Casa dello Studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori».

7 luglio 1962: Torino Piazza Statuto. Sotto la sede della UIL (maggioritaria allora alla FIAT), responsabile di aver firmato un accordo capestro con l’azienda torinese, gruppi di operai contestano. Si verificano scontri ed incidenti tra lavoratori e polizia; la situazione si aggrava verso sera quando i dimostranti sono affiancati da gruppi di giovanissimi. Nei primi giorni di agosto la Fiat licenzia 88 operai coinvolti nelle proteste. L’Unità del 9 luglio definirà la rivolta “tentativi teppistici e provocatori“, ed i manifestanti “elementi incontrollati ed esasperati”, “piccoli gruppi di irresponsabili”, “giovani scalmanati”, “anarchici, internazionalisti”. I Quaderni Rossi (Panzieri, Tronti, Negri), dal canto loro, giudicano gli scontri di piazza una “squallida degenerazione”.

9 ottobre 1963: A Roma una manifestazione degli edili, in lotta per il rinnovo del contratto di lavoro, improvvisamente degenera in scontri a Piazza Venezia: 168 feriti tra i dimostranti e le forze dell’ordine. Da una testimonianza fatta nel 1990 da un ex generale del Sid emergere il ruolo di agenti provocatori della struttura segreta “Gladio” nell’organizzazione degli incidenti.

16 ottobre 1963: Padre Ernesto Balducci è condannato a 7 mesi per aver scritto un articolo in difesa dell’obiezione di coscienza.

15 febbraio 1966: Don Lorenzo Milani viene assolto dall’accusa di apologia di reato: aveva criticato su Rinascita un ordine del giorno dei cappellani militari contro l’obiezione di coscienza tacciata come “espressione di viltà”.

16 marzo 1966: Esplode il caso della “Zanzara”, una rivista degli studenti del liceo Parini di Milano, sulla quale era pubblicata un’inchiesta sui comportamenti sessuali degli studenti: i responsabili sono denunciati per pubblicazione oscena.

marzo-aprile 1966: Denuncia da parte del Tribunale internazionale Bertrand Russell delle atrocità americane in Vietnam.

27 Aprile 1966: All’Università di Roma Paolo Rossi, militante socialista, viene ucciso dai neofascisti che tentano di invalidare i risultati dell’elezioni dell’Ateneo. Occupazioni delle facoltà e sciopero di studenti e professori ottengono le dimissioni del Rettore Papi.

11 ottobre 1966: Il Senato approva il piano Gui. Una riforma dell’Università che struttura la formazione superiore in tre distinti livelli, abolisce le facoltà e istituisce i dipartimenti, istituzionalizza il rapporto tra impresa e ricerca. Inizia la mobilitazione studentesca.

11 febbraio 1967: A Pisa studenti di tutta Italia occupano la Sapienza, dove è prevista la Conferenza Nazionale dei Rettori; elaborano un documento di Tesi contro la riforma Gui, e lanciano la proposta di un sindacato nazionale studentesco. La Polizia sgombra l’Ateneo. È la prima volta che viene violata la extraterritorialità universitaria.

12 aprile 1967: Corteo a Roma contro i bombardamenti in Vietnam.

21 Aprile 1967: Colpo di Stato militare in Grecia. Ha inizio la “dittatura dei colonnelli”.

25 aprile 1967: Manifestazione nazionale di giovani comunisti contro la guerra in Vietnam e il colpo di stato in Grecia.

8 luglio 1967: A Spoleto viene arrestato il poeta americano Allen Ginsberg, uno dei massimi esponenti della “beat generation”. Invitato a partecipare al Festival dei due mondi, aveva recitato alcuni suoi versi ritenuti osceni.

8 ottobre 1967: In Bolivia è catturato e ucciso Ernesto Guevara, il “Che”.

17 novembre 1967: Viene occupata l’Università Cattolica di Milano e la sede delle facoltà umanistiche di Torino, per protestare contro l’aumento delle tasse universitarie. Per tutto il mese la facoltà di Sociologia di Trento sarà bloccata da uno “sciopero attivo”, con assemblee, dibattiti e contro corsi autogestiti.

10 gennaio 1968: La nuova occupazione a Torino di Palazzo Campana dà il via a un’ondata nazionale di lotte studentesche.

2 febbraio 1968: A Roma vengono occupate molte facoltà. Le occupazioni studentesche si estendono a Napoli, Messina, Bologna, Modena, Palermo, Catania. A Pisa viene occupata la Scuola Normale.

1 marzo 1968: A Roma, alla Facoltà di Architettura a Valle Giulia, gli studenti si scontrano con la Polizia. Per la prima volta gli studenti rispondono all’attacco della Polizia: centinaia i feriti, soprattutto fra le forze dell’ordine. Quattro gli arrestati. In quasi tutte le città italiane, gli studenti ritenuti leader delle lotte vengono denunciati per interruzione di pubblico servizio e, in molte Facoltà, esclusi dalle sessioni d’esame.

5 marzo 1968: Occupati il Politecnico di Milano, il Rettorato di Genova, varie facoltà a Bari, Cagliari, Torino, Ancona. A Milano viene occupato il liceo Parini. Il Preside Mattalia, che si è rifiutato di chiamare la polizia, viene destituito dal suo incarico. Scioperi e cortei in molte scuole medie superiori, tra le quali il Mamiani di Roma.

16 marzo 1968: Un gruppo d fascisti guidati da Giorgio Almirante e Giulio Caradonna assalta l’Università di Roma e si barrica nella sede di Giurisprudenza. Pesanti oggetti e mobili vengono gettati addosso agli studenti sottostanti. Viene ferito Oreste Scalzone.

22 marzo 1968: Inizio del movimento studentesco in Francia, all’Università di Nanterre.

25 marzo 1968: Violenti scontro a Milano davanti all’Università Cattolica.

4 aprile 1968: Assassinio di Martin Luther King. Sommossa dei neri e “marcia dei poveri” su Washington: si delinea la “nuova sinistra” americana.

19 aprile 1968: A Valdagno gli operai della Marzotto, in sciopero contro il piano di ristrutturazione, abbattono la statua del fondatore dell’impresa tessile, il conte Gaetano Marzotto. Negli scontri di piazza vengono arrestati 42 lavoratori.

10-11 maggio 1968: Ha inizio con la “notte delle barricate”, al quartiere Latino di Parigi, il “Maggio Francese”.

6 giugno 1968: Su Rinascita Giorgio Amendola attacca il movimento studentesco dove “emerge un rigurgito di infantilismo e di vecchie posizioni anarchiche”. Il segretario Luigi Longo aveva invece avuto un incontro con i dirigenti del movimento romano e aveva espresso un giudizio positivo.

7 giugno 1968: Gruppi di giovani dimostranti a Milano innalzano barricate vicino alla sede del Corriere della Sera in via Solferino.

14 settembre 1968: A Parma i cattolici del dissenso occupano il Duomo, che sarà sgomberato dalla Polizia su richiesta del Vescovo.

3 ottobre 1968: Massacro a Città del Messico. Repressione dei movimenti di sinistra e della protesta studentesca, in coincidenza con le Olimpiadi (200 morti). Rivolte nello Yucatan, Michoacan, Chihuahua.

15 ottobre 1968: Gli operai della Saint Gobain di Pisa bloccano per tutto il giorno la via Aurelia. Il movimento studentesco si mobilita a sostegno della lotta operaia contro i 300 licenziamenti annunciati.

14 novembre 1968: Sciopero generale CGIL CISL UIL per la riforma delle pensioni.

2 dicembre 1968: Ad Avola la polizia spara durante lo sciopero dei braccianti. Giuseppe Scribilia e Antonio Sigona, vengono uccisi. Sciopero generale in Sicilia e manifestazioni di protesta in tutta Italia.

6 dicembre 1968: A Firenze grande manifestazione cattolica in sostegno di Don Mazzi, parroco dell’Isolotto destituito dal Vescovo. È il punto culminante di una mobilitazione che ha coinvolto moltissime comunità cristiane di base.

7 dicembre 1968: Gli studenti contestano la prima della Scala di Milano tirando ortaggi e uova contro l’elegante pubblico milanese.

12 dicembre 1968: La FIOM CGIL vince le elezioni per il rinnovo delle commissioni interne alla FIAT, e arriva al 30% dei consensi. Sconfitta la UIL.

31 dicembre 1968: Davanti alla Bussola di Viareggio, il movimento studentesco, organizza una protesta contro i lussi del capodanno. La polizia carica e spara. Lo studente sedicenne Soriano Ceccanti di Pisa viene ferito alla schiena e costretto in seguito alla sedia a rotelle.

12 Aprile 1969: A Battipaglia durante uno sciopero di braccianti la polizia spara sui dimostranti.

25 aprile 1969: La reazione padronale inizia a farsi sentire. Esplodono 2 bombe a Milano alla stazione e alla Fiera Campionaria. Vengono accusati giovani anarchici.

12 dicembre 1969: Alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, in Piazza Fontana, scoppia una bomba. È strage: 14 morti. Scoppiano contemporaneamente altre 2 bombe a Roma. Vengono immediatamente incolpati gli anarchici.

15 -16 dicembre 1969: Il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli viene “suicidato” dal quarto piano della questura di Milano durante un interrogatorio.

21 dicembre 1969: Le bombe (la strategia della tensione) sortiscono l’effetto. Viene firmato il contratto dei metalmeccanici, categoria all’avanguardia nelle lotte sindacali e sociali. Per la strage di Piazza Fontana è accusato l’anarchico Pietro Valpreda.

Il trasformismo della “sinistra” e il sovranismo

di DAVIDE SPONTON

Una spaccatura forse irreversibile sembra essersi prodotta in quel che rimane della sinistra italiana. Una spaccatura che ha origine nella scelta neoliberale e pro Unione europea della classe dirigente post Pci (ma anche di spezzoni di altre forze politiche della prima repubblica che ad essa si sono unite, ex democristiani soprattutto, ma anche ex socialisti, come pure molti della generazione delle rivolte studentesche degli anni 60/70). Per un certo periodo questa scelta fu occultata dal cosiddetto pericolo fascista di una nuova destra rappresentata dal partito fondato dall’imprenditore televisivo Silvio Berlusconi (e non solo, data la popolarità internazionale datagli dalla proprietà del club calcistico A.C. Milan), Forza Italia, da una nuova forza radicatasi soprattutto in Lombardia e Veneto, pericolosamente secessionista, la Lega Nord, e da una forza post-fascista, Alleanza nazionale, che si preparava a raccogliere l’elettorato conservatore in libera uscita dalla Dc, ormai in via di smobilitazione, soprattutto nel sud Italia.

I militanti critici, molto pochi negli anni 90, notarono fin da subito che le mobilitazioni contro il pericolo delle destre sembravano molto strumentali, che su temi sistemici i due poli spesso convergevano (guerre Nato, privatizzazioni, adesione ai trattati istitutivi dell’Ue e dell’euro di forte ispirazione liberista), e che il cosiddetto antifascismo (sacrosanto nei suoi principi fondanti la repubblica) era usato come copertura ideologica per processi di trasformazione profonde dentro la sinistra. Cioè il passaggio dalla rappresentanza del mondo del lavoro per diventare il riferimento italiano del capitale finanziario internazionale che si stava saldando alle forze dominanti che stavano dando vita alla moneta unica, in particolare alle classi dirigenti tedesche in quello che stava diventando il partito internazionale della deflazione, cioè politiche tese alla massima compressione delle spinte inflazionistiche anche a costo di provocare stagnazione e recessione nelle economie dei vari Paesi, al fine di aumentare il valore dei cespiti finanziari.

Chi scrive era militante di Rifondazione comunista negli anni 90, e fintantoché vi aveva militato si era unito alle varie correnti di minoranza di quel partito tese a dargli una progettualità indipendente e in opposizione ad un centrosinistra a trazione pidiessina-diessina-piddina, che ormai sempre più apertamente rompeva con la sua tradizione storica per assumere una identità politica di partito delle élite economiche, soprattutto di quelle operanti nel settore della finanza e del sistema bancario, ma anche di settori della grande industria (Fiat soprattutto). Ma proporre di essere un terzo polo indipendente dal centrosinistra e dal centrodestra non trovava orecchie disposte ad ascoltare tra i militanti ed i simpatizzanti anche della sinistra radicale, troppo assuefatte al teatro della retorica dello scontro fascisti-antifascisti, berlusconiani-antiberlusconiani.

Poi arrivò la grande recessione del 2007-2008, la crisi dei debiti sovrani, le imposizioni austeritarie dell’Unione europea, fortemente pressata dal governo e dalla banca federale tedesca. E si iniziò a capire che l’ingresso nell’euro, fortemente voluto dal governo di centrosinistra guidato dall’ex presidente dell’Iri Romano Prodi, aveva condotto il Paese in una trappola mortale. L’ingresso nella moneta unica era stato presentato come l’inizio di un futuro di benessere per il Paese; i bassi tassi di interessi avrebbero dovuto essere un incentivo agli investimenti e allo sviluppo, oltre al fatto che il pagamento degli interessi sul debito a tassi bassi o bassissimi avrebbe consentito una riduzione del deficit e di conseguenza del debito. Questo scenario si era rivelato fallace e le politiche imposte dall’Ue dopo la crisi dei debiti sovrani si incaricavano di mostrare il re nudo.

Ci si rese conto che il governo italiano poteva reagire agli shock esterni non più con la svalutazione della moneta – sulla quale non aveva più controllo – ma solo comprimendo il costo del lavoro, in particolare i salari. Che l’impossibilità di fare politiche anticicliche in deficit, ma anzi l’imposizione di politiche di austerità – con aumenti di tasse e tagli alla spesa sociale (ma mai alle spese militari, cosa che avrebbe potuto indurre qualcuno a riflettere sul generale funzionamento del blocco Ue-Nato) – non facevano altro che impoverire larghi settori di lavoro salariato e di piccola imprenditoria. Ma mentre molti a sinistra continuavano a profondersi in atti di fede verso l’Ue come orizzonte irreversibile, gran parte della destra, furbescamente, riusciva a capire gli umori sociali e iniziava a cavalcare la campagna euroscettica al fine di raccogliere consensi.

Perché nel frattempo era nata anche un nuova forza populista, il Movimento 5Stelle, che riusciva ad unire tematiche molto varie, dalla lotta ad un ceto politico ormai autoreferenziale e chiuso nei propri privilegi (la casta) alla protezione delle nuove figure del lavoro precario attraverso la proposta del reddito di cittadinanza fino ad un referendum consultivo per la fuoriuscita dall’euro, ormai percepito da una parte della popolazione come strumento di dominio esercitato da poteri forti stranieri sul nostro Paese. Il fatto che sia la destra leghista che il nuovo movimento populista agitassero questi temi portava non solo il centrosinistra (cosa ovvia), ma anche la sinistra radicale a chiudersi a riccio. Sorprendentemente anche quest’ultima, nonostante fosse stata contraria all’ingresso nella moneta unica nei primi anni 90, si professava eurista, vagheggiando “un’altra Europa” di cui non si riusciva a comprendere con quali modalità e in che lasso di tempo dei cambiamenti potessero essere ottenuti.

Nel 2015 in Grecia falliva il tentativo del nuovo governo di sinistra populista, guidato da Syriza, di rinegoziare il pagamento del debito, di allentare l’austerità e di avere margini di spesa sia per la sicurezza sociale che per un minimo di investimenti pubblici. L’Ue si dimostrava inflessibile. L’idea di cambiare l’Europa da dentro andava definitivamente in crisi, ma dentro la sinistra solo sparute minoranze di intellettuali e militanti aderivano alla prospettiva sovranista, cioè del recupero del controllo sull’emissione di moneta e sulla rimozione dei vincoli sovranazionali alle politiche di spesa pubblica. La destra leghista impugnava la parola d’ordine sovranista, ma la univa a politiche xenofobe e contro gli immigrati. Questo bastava ai mezzi di informazione dei dominanti per imbastire equazioni come sovranismo uguale a razzismo uguale a fascismo. Eppure uno stato che abbia il controllo degli strumenti per attuare una politica economica indipendente ed orientata ad uno sviluppo economico equilibrato, alla giustizia sociale, ad una programmazione finalizzata al riequilibrio tra le aree territoriali era parte integrante del patrimonio politico dei partiti di sinistra di un tempo.

Tuttavia il crollo del comunismo storico novecentesco ha disorientato il popolo di sinistra e lasciato in eredità un ceto politico ormai slegato da tutti i valori storici di riferimento, la cui sola ambizione era l’acquisizione di posizioni di potere e cariche pubbliche. Questo ceto politico ha rinnegato tutto, ma constatando il profondo radicamento antifascista della sua base, ha tentato di indirizzare, con successo, tale diffusa cultura verso la costruzione di un identitarismo che molto somiglia alla tifoseria sportiva, in particolare quella calcistica, dove i contenuti politici vengono sostituiti dall’appartenenza identitaria. Così quello che una volta era il popolo di sinistra crede di appartenere alla parte più istruita, più civile e più tollerante della popolazione. E mentre il vecchio popolo di sinistra, la vecchia classe operaia che aveva acquisito il benessere con le lotte sindacali di una precedente fase storica faceva blocco col ceto medio dell’impiego pubblico e delle consulenze e con la borghesia urbana passata al centrosinistra, le nuove generazioni operaie e del lavoro precario tendevano ad unirsi a quei settori del lavoro autonomo e della piccola imprenditoria che soffrono la compressione della domanda interna e l’alto livello di tassazione imposto dal regime della moneta unica.

Quindi questo antifascismo rimodellato andava a saldarsi con i ceti medio-alti della popolazione. Allora sovranismo ed eurismo perdono il loro reale significato per confondersi in questa nuova contrapposizione sociale e politica. La destra leghista, come pure il populismo pentastellato, hanno usato la carta sovranista per raccogliere voti, ma non hanno gruppi dirigenti realmente determinati e capaci di un confronto duro con i poteri forti euristi e finanziari. Allora mentre il M5S ha abbandonato da un pezzo la carta sovranista, la Lega l’ha piegata in una declinazione xenofoba. Che però fa pienamente il gioco di quel centrosinistra eurista e legato ai poteri finanziari, che così ritiene di dimostrare che non vi è alternativa all’euro e alle politiche liberiste da esso indotto.

Chi ritiene che invece il sovranismo sia una visione volta al recupero degli strumenti di politiche economiche e monetarie autonome di uno Stato democratico e che tale recupero sia pure uno strumento essenziale per perseguire politiche di tipo socialista, dovrà mantenere la barra ferma, resistere agli attacchi e prepararsi ad una lunga traversata del deserto.

Davide Sponton (direttivo MRS)

Riflessioni sull’ipocrisia del nostro mondo (e dei giornali)…

di Isabella Senatore

Sulla copertina di un famoso rotocalco femminile c’è un bel volto di donna, un’attrice, con titolo: Tizio è sopravvissuto al cancro. Dunque tizio, anzi tizia, è un personaggio famoso ed è sopravvissuta ad un cancro. Benissimo, e dunque? Mi viene da immaginare titoli del tipo: Caia è sopravvissuta alle emorroidi, o Sempronia è sopravvissuta alla morte del figlio. Certo le emorroidi non sono paragonabili ad un cancro ma la perdita di un figlio non è paragonabile a nient’altro dunque? Se una donna è sopravvissuta ad un cancro sono felicissima per lei ma questo non significa che se mi verrà un cancro anch’io sopravviverò, dunque qual è la morale della favola? Cosa ci vuol dire o suggerire quest’articolo? Mettere in bella vista i propri mali mi sembra un’altra malattia dell’epoca. Una volta ad una festa a casa di amici – quella che gli americani del nord definirebbero un party – una ragazza giovane e carina dopo pochi minuti dalla presentazione ci tenne a informare me e gli altri due astanti di sesso maschile che aveva appena avuto un intervento di isterectomia totale dovuta ad un cancro. Pensavo che certe conversazioni si svolgessero solo nei libri inglesi tipo alla Woodehouse o E.J. Howard e invece no, eccoci qui nella Milano degli anni 2000 alle prese con una poveretta così disperata da voler condividere con dei perfetti estranei la sua disgrazia.

Ora mi chiedo: cosa spinge queste persone a voler comunicare al mondo i propri malanni? E i giornali a divulgare tali strabilianti notizie? D’altronde tutti sappiamo che in una certa percentuale si sopravvive al cancro, anche se dipende dal tipo. È vero: io non ho avuto un tumore e spero di non averlo mai, ma mi chiedo se nel caso farei lo stesso. Non credo, ma posso sbagliarmi, il punto però non è questo. Il fatto è che la morte e la malattia ci fanno così tanta paura da non poterle sopportare sotto nessuna forma e tutto è lecito per esorcizzarle. Dunque ecco gente eroica sopravvissuta al cancro… Di solito però queste persone guarda caso sono famosi scrittori, attori o scienziati o semplicemente ricchi sfondati e famosi solo per quello, quindi che loro siano sopravvissuti al cancro ci fa molto piacere ma se lo stesso cancro venisse a me probabilmente morirei perché non ho a disposizione stuoli di medici e riserve inesauribili di denaro per pagare cure costosissime in cliniche esclusive.

Allora mi chiedo perché invece i giornalisti non scrivano cose del tipo: “Fatima è sopravvissuta ad anni di stenti, soprusi e violenze, ha rischiato di affogare insieme al suo figlioletto al largo della Sicilia ma grazie ad una straordinaria forza d’animo ce l’ha fatta, è riuscita ad arrivare in Italia dove finalmente può mantenere dignitosamente la sua famiglia, benché raccolga pomodori per 12 ore al giorno spaccandosi la schiena sotto il sole e la paghino 3 euro al giorno, e ogni tanto la frustino e la violentino, ma cosa volete che sia in confronto a quello che pativa prima. Questa sì a mio parere è una storia a lieto fine, ma se state pensando che non è poi tanto lieto questo finale, perché la donna non può vivere una vita dignitosa essendo sfruttata ogni giorno e seviziata di frequente, vi risponderò che tutto è relativo perché se la signora X ricchissima bellissima e destinata sicuramente all’immortalità è felice di essere sopravvissuta ad un cancro e dunque si sente di nuovo pronta ad aspettarsi il meglio dalla vita, dobbiamo ben pensare che per una povera vittima della tratta degli esseri umani, una donna che ha subito qualsiasi orrore pur di salvare suo figlio, avere una vita di merda di sfruttamento quotidiano sia praticamente come la vita di lusso della signora che ha sconfitto il cancro. Dunque la morale della favola è, in questo mondo ipocrita, che queste due donne sono delle vincitrici; peccato che la seconda meriterebbe molto di più di stare sulla copertina di un giornale perché lei ha sconfitto un male ben più orribile del cancro: la miseria assoluta, a cui noi occidentali, malati di cancro o sani, non sopravviveremmo neanche un giorno, e l’ha fatto senza neanche un dollaro in tasca.