I miei figli, io li vaccino!

di VALENTINA PENNACCHINI

Io vaccino i miei figli… L’obbligo vaccinale non rappresenta alcuna violazione della libertà individuale. La libertà soggettiva finisce laddove comincia quella altrui. Le vaccinazioni servono a preservare la salute della comunità.

Io son stata vaccinata per il vaiolo. La malattia è scomparsa e i miei figli non si vaccinano. Se "io" non mi fossi vaccinata, i miei figli…

L’antipolio ha salvato milioni di bambini. I miei genitori convivevano con coetanei che portavano le pesanti conseguenze della malattia. Ma torniamo ai confini della libertà. Un immunodepresso ha diritto a vivere? Non credo nessuno abbia dubbi. Immunodepressi prima o poi, ahimè, lo diventeremo quasi tutti…. Immunodepressi sono i malati oncologici sottoposti a chemioterapia, i trapiantati, i diabetici, alcuni cardiopatici ed altre categorie con patologie polmonari, oltre ai soggetti sottoposti a terapia cortisonica. Queste persone, se dovessero contrarre una di quelle malattie per cui ci si vaccina, rischierebbero la pelle.

Il problema oltrepassa le aule scolastiche. La Ministra pensa di risolvere il problema istituendo "classi speciali" di vaccinati, però purtroppo nessuno può impedire negli spazi comuni i contatti tra bambini immunodepressi e gli altri. Il provvedimento ovviamente fa acqua da tutte le parti nel tentativo di conciliare le istanze no-Vax e pro-Vax. Tuttavia ad esser immunodepressi non son solo i bambini e per tutelarli bisogna vaccinare i bimbi. Gli adulti sani hanno peraltro una percentuale più bassa di contrarre le malattie per cui è prevista la vaccinazione.

Ci si può interrogare sul numero e sui tempi dell’obbligo ma certe cose è meglio lasciarle alla scienza e non al fai da te. L’immunità di gregge – sebbene non ci piacciano le pecore – non è roba da pecoroni ed ha un suo perché. Se poi nell’era dell’informazione ci si sente scienziati per aver letto qualcosa in rete… meglio una doccia fredda.

Per i "gomblottisti" è bene chiarire: per le case farmaceutiche un malato è "un affare migliore" di mille vaccinati. Che poi la presa di coscienza sia di fatto preferibile all’imposizione… è ovvio. Che sia meglio premiare chi assolve l’obbligo piuttosto che sanzionare chi non lo assolve… pure. Intanto, e a prescindere, per senso civico, io i miei figli li vaccino.

(Valentina Pennacchini – insegnante)

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Ma questi l’hanno capita o no la lezione???

di MARCO TRAVAGLIO

Chi riesce a seguire le cronache sulle mosse di quel che resta del centrosinistra, e a rimanere sveglio, non può non domandarsi: ma questi signori l’hanno capito perché hanno perso le elezioni? A cinque mesi dalla disfatta del 4 marzo, la risposta è no. Anzi, l’impressione è che non si siano neppure posti la domanda. Continuano a comportarsi come dinanzi non a una catastrofe epocale, ma a un incidente di percorso, a un’afflizioncella passeggera: aspettano fischiettando che passi la nuttata, o il cadavere del nemico giallo-verde, che peraltro non fanno nulla per capire chi sia e perché continui a guadagnare consensi. Un premier semisconosciuto come Conte, stando ai sondaggi, gode del 69% di popolarità, di poco superiore a quella del suo governo e dei dioscuri Di Maio e Salvini. Eppure la maggioranza Frankenstein nata due mesi fa passa gran parte del suo tempo a litigare, a commettere errori puerili e gaffe plateali, ad annunciare cose che non potrà mai fare, a smentire le voci dal sen fuggite a questo o quel ministro, in una cacofonia incoerente e pasticciona che dovrebbe gonfiare le vele delle opposizioni. E invece porta altro fieno in cascina ai governativi. Possibile che a sinistra, fra una maglietta rossa e un appello antifascista, nessuno capisca quel che sta accadendo?

Eppure è tutto molto chiaro: il ricordo dei disastrosi governi precedenti è talmente vicino, vivido, incombente che nessun errore dei nuovi arrivati può suscitare un rimpianto per i partiti sconfitti alle elezioni. Ci si accontenta che i nuovi arrivati facciano ogni tanto il contrario dei vecchi: qualche freno al precariato, qualche nomina per merito e non per tessera (dall’ad Rai ai nuovi vertici Fs), lo stop all’ultima svuotacarceri e al bavaglio sulle intercettazioni, la rimessa in discussione di grandi opere assurde come il Tav Torino-Lione. Anche perché né il Pd, né Leu (o come diavolo si chiama ora) né tantomeno FI fanno assolutamente nulla per distaccarsi da quel passato e poter dire agli italiani: “Ora siamo un’altra cosa, voltiamo pagina e ripartiamo da zero”. FI non può per una dannazione genetica: è nata con B. e morirà con B. Ma il Pd e la sinistra non dovrebbero avere problemi a trovare nuovi leader: oltretutto ci sono abituati, avendone cambiati una trentina in vent’anni. Però un conto sono i nuovi leader, un altro sono i leader nuovi. Gente, cioè, capace di parlare un linguaggio diverso, portare contenuti diversi e raggiungere elettori diversi: perduti e mai avuti. Finora, invece, lo scouting pidino si è concentrato su leader nuovi, o seminuovi, o di seconda mano, o di seconda fila.

Dirigenti che stavano al governo e vorrebbero dirigere il partito, come se il partito non avesse perso proprio per i disastri fatti al governo. Martina e Gentiloni sono brave persone, ma chi li ha mai sentiti prendere le distanze da Renzi su questioni sostanziali come lavoro, povertà, precariato, nomine, casta, corruzione, tasse? Le ultime cartine al tornasole sono due casi all’apparenza minori, almeno per l’impatto sui conti pubblici (non sull’immaginario collettivo): i vitalizi e l’Air Force Renzi (gemello dei Rolex d’Arabia). Per farla finita con i privilegi pensionistici dei parlamentari bastava – come scrisse il Fatto due anni fa in un appello con centinaia di migliaia di firme – una delibera degli uffici di presidenza di Camera e Senato. I 5Stelle, appena Fico s’è seduto a Palazzo Madama, hanno subito provveduto, trascinandosi dietro una Lega riottosa. La casta confidava nella rivincita al Senato grazie alla santa patrona Maria Elisabetta Casellati Alberti Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare. Che ha chiesto pareri a tutti nella speranza che qualcuno le rispondesse che no, tagliare i vitalizi non si può. Invece persino il Consiglio di Stato ha detto che sì, si può. Così ora anche il Senato sarà costretto a imitare la Camera. E chi se ne gioverà? Il M5S.

Sarebbe bastato che un anno fa il Pd facesse altrettanto, anziché presentare la legge Richetti e poi bocciarla, per poter vantare almeno quel successo. Ora, per cancellare quel pessimo ricordo, non basta piazzare Martina, o Gentiloni, o Calenda al posto di Renzi: ci vuole qualcuno che negli ultimi anni facesse altro. L’Air Force Renzi, monumento supremo al superego provincialotto del capo, fu svelato dal Fatto due anni fa: si sapeva fin da subito che era una boiata pazzesca. Ora che il nuovo governo disdice il contratto-capestro Alitalia-Etihad da 150 milioni (e per il leasing, mica per l’acquisto, che sarebbe costato meno; e per fortuna ci siamo risparmiati i 15 o 16 che sarebbe costato il nuovo arredamento sognato dal megalomane di Rignano), nessun pretendente al trono del Nazareno può dire alcunché. Erano tutti lì attorno a Renzi a fischiettare e a parlar d’altro, oppure a salire a bordo (da Gentiloni a Scalfarotto). Casi come questo ne verranno fuori molti altri, ora che i vincoli di solidarietà-omertà si allentano dopo l’uscita del Pd dalle stanze dei bottoni. Qualcuno lo svelerà la nuova maggioranza, aprendo i cassetti e gli armadi. Qualcuno altro magari lo scopriranno le procure. È così difficile capire che il Pd può avere un futuro solo facendo subito tabula rasa del passato e affidandosi a qualcuno che non c’era? Alla festa della Versiliana (30 agosto-2 settembre), abbiamo invitato alcuni esponenti della sinistra che rispondono all’identikit: amministratori di lungo corso, ma estranei alla stagione renziana, come Zingaretti; e giovani molto meno noti che meriterebbero la ribalta nazionale per essere messi alla prova. Se fossero già stati in pista dopo il 4 marzo, avrebbero evitato il capolavoro di un partito che si dice di sinistra e prima spinge i 5Stelle tra le braccia di Salvini, poi comincia a strillare al governo fascista. […]

“IN FONDO A SINISTRA”, di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano – 5 agosto 2018

Perché continuiamo a vivere come schiavi volontari?

di PIERLUIGI RAINONE

Vorrei condividere con voi alcune riflessioni che esulano dalla politica, o almeno da quello che è diventata la politica negli ultimi decenni cioè un mero strumento per conquistare voti, consensi, potere e, tramite questi affari.

La situazione politica attuale conferma molte delle teorie di studiosi che hanno concentrato la loro attenzione su quello che potremmo definire la servitù volontaria (espressione coniata dal filosofo De la Boetiè, amico di Montaigne); questo modo di pensiero è la base fondamentale per la nascita, l’accettazione e la continuazione di ogni forma di potere che, come sosteneva giustamente M.Foucault, attraversa i corpi e le menti plasmandole al servizio del capitale e del sistema di dominio.

La maggioranza delle persone, superata l’infanzia, vivono seguendo la volontà di uno o più "pastori" comportandosi come se fossero all’interno di un gregge, più o meno grande a seconda delle dimensioni del gruppo (politico, religioso) al quale fanno riferimento.

La concezione del potere classica, sia essa di matrice giuridica, sia essa marxista risulta totalmente fallace nell’analisi e nella comprensione di molti comportamenti umani che, di fatto, sono inspiegabili razionalmente; l’autoritarismo politico, che si sta diffondendo sempre di più in Europa (e non è un caso) è il risultato e la fonte di questa servitù volontaria.

Ho pubblicato nel 2016 un saggio intitolato Riflessioni critiche sulla contemporaneità dedicando il primo capitolo al tema del rapporto tra la nonviolenza e la rivoluzione (da intendere come trasformazione radicale e totale della società in tutti i suoi aspetti); ho sottolineato, in questo testo, l’importanza di rinnovare profondamente la teoria socialista innestando in essa l’approccio nonviolento (con la teoria del potere che si basa principalmente sul consenso volontario e non sulla repressione) e la teoria verde e pacifista (cito solo per fare un esempio la straordinaria figura di Alex Langer).

Il sistema capitalistico è un sistema totalitario visto che è riuscito ad entrare in ogni settore ed in ogni aspetto della nostra vita, nulla riesce a sottrarsi ad esso finanche le relazioni umane e interpersonali mai così misere come in questo periodo storico.

I rapporti e le relazioni umane sono oggi quasi tutte all’insegna di quella che i principali esponenti della c.d. teoria critica (Adorno e Horkheimer) definirono la razionalità strumentale, che è l’unica razionalità presente nel continente europeo); di ragion critica kantiana neanche a parlarne!!

La mia esperienza di vita mi ha convinto sempre di più che la miseria affettiva e sessale è alla base di gran parte dei problemi che attanagliano la nostra società malata, tutto ciò non fa che confermare molte delle analisi di W. Reich, pensatore mai preso sul serio a sinistra dato che, si era allontanato dal marxismo denunciandone tutti i limiti.

Pochi giorni fa è morto Sergio Marchionne, persona che, al di là dell’umana pietas per la sua morte, non può essere rimpianta considerando come ha vissuto la sua vita; la mia attenzione, però, si sofferma sulle modalità che hanno portato poche persone (la famiglia Agnelli) a dettare i tempi di vita di migliaia di uomini, se non di milioni (dato che il folle sistema di trasporti in Italia è stato imposto dalla FIAT).

Come è possibile che si sia accettato un modo di produzione (come quello fondato sulla catena di montaggio) che schiavizza i lavoratori e li rende delle semplici appendici delle macchine con tutte le malattie del caso?

Come è possibile non aver capito che il capitalismo, una volta entrato a fare parte delle nostre vite, non se ne sarebbe più andato?

Come è possibile che continuiamo a vivere come animali in gabbia senza il desiderio di uscirne?

Come è possibile che la specie umana è l’unica tra quelle viventi che si sta suicidando con le proprie mani accettando di vivere in un modo sempre più alienante ed autodistruttivo?

Come è possibile che la Terra sia sempre più saccheggiata e depredata?

Le risposte le lascio ai lettori, ai simpatizzanti ed agli iscritti del vostro movimento che, con tutti i limiti del caso (l’adesione a Potere al Popolo è stato un grave errore politico) sta cercando di ricostruire una valida opzione socialista in questo disgraziato e dannato paese.

Ringraziandovi per l’attenzione,

spero che questo mio contributo al dibattito possa essere pubblicato nel vostro sito al fine di dare il là ad un confronto aperto.

Un saluto cordiale

Pierluigi Rainone

(Terni)

Chi è stato Marchionne? Un’analisi marxista

di GIORGIO CREMASCHI

Sergio Marchionne è stato un funzionario del capitale ed in particolare della famiglia Agnelli, in assoluta continuità con la storia dell’azienda e della sua proprietà. Così vanno giudicati la sua opera e gli effetti di essa, oltre il rispetto che sempre si deve di fronte alla morte dolorosa e prematura di una persona.
Nel dopoguerra il gruppo Fiat e la famiglia Agnelli hanno usufruito di tre manager che hanno fatto la storia dell’azienda e segnato quella del paese. Il primo fu Vittorio Valletta, che assunse il potere assoluto in Fiat nel 1945, dopo che il proprietario dell’azienda e capostipite della famiglia, il senatore del regno Giovanni Agnelli, fu epurato per la sua smaccata identificazione e collaborazione col regime fascista.
Valletta fu il primo dei manager che salvarono la Fiat e soprattutto la famiglia proprietaria. La salvò dall’esproprio per collaborazionismo coi nazisti, esproprio che invece toccò alla Renault in Francia, e poi la rilanciò facendo dell’azienda uno dei grandi motori dello sviluppo industriale del paese. Per realizzare questo obiettivo Valletta perseguì la sottomissione totale degli operai ai ritmi più feroci dello sfruttamento, usò le risorse del paese e in particolare l’immigrazione di massa al nord, ed infine fece della persecuzione contro la Fiom e i suoi militanti la propria bandiera. Con le discriminazioni, i reparti confino, i licenziamenti ed anche con strumenti eversivi, come le schedature e lo spionaggio delle persone, usando persino apparati dello stato deviati che poi sarebbero stati coinvolti nella strategia della tensione degli anni 70. Per questa sua scelta ferocemente antisindacale e autoritaria Valletta divenne un emblema della politica e dei governi degli anni 50.
Nel 1966 Valletta fu destituito da Gianni Agnelli, il nipote di Giovanni che voleva riprendere le redini dell’azienda dopo una lunga esperienza di playboy internazionale, e solo un anno dopo morì. Le celebrazioni sui grandi giornali di allora furono uguali a quelle attuali per Marchionne.
Alla fine degli anni 70 la Fiat era di nuovo in crisi, perché di fronte alla sfida delle grandi lotte operaie e alla conquista da parte del lavoro di diritti e dignità, non era stata in grado né di rispondere con adeguata innovazione ed investimenti, né con un vero cambiamento nella gestione aziendale e nelle relazioni con i dipendenti. I fratelli Agnelli, Gianni ed Umberto, si fecero da parte nella gestione diretta del gruppo che fu affidata a Cesare Romiti. In una intervista a La Repubblica nell’estate del 1980 Umberto Agnelli preannunciò licenziamenti di massa per rendere l’azienda competitiva e ricevette il sostegno del ministro del tesoro Andreatta. Romiti condusse l’attacco frontale al sindacato e alla fine di trentacinque giorni di lotta vinse, mettendo decine di migliaia di dipendenti in cassa integrazione. E così negli anni 80 l’impresa assunse nella società italiana quella centralità che prima aveva conquistato il lavoro. La sconfitta operaia di fronte alla Fiat di Romiti aveva indicato la direzione di marcia a tutto il potere politico, la svolta liberista che avrebbe conquistato tutto il paese cominciava in fabbrica. Craxi colpì il salario con il taglio e l’avvio della distruzione della scala mobile e poco dopo Prodi, da presidente IRI, donò l’Alfa Romeo alla Fiat, che così divenne il solo produttore italiano di automobili.
Ma la cura Romiti, se aveva risanato i profitti della famiglia Agnelli, non aveva fatto crescere adeguatamente la forza industriale del gruppo, che già all’inizio degli anni 90 era di nuovo in crisi. Nel 1994 la Fiat colpiva con la cassa integrazione la massa di quegli impiegati e capi che nel 1980 avevano organizzato una decisiva manifestazione contro gli operai in lotta. La gratitudine non è mai stata una caratteristica aziendale.
La Fiat aveva ancora una volta bisogno di investimenti e ricerca e ancora una volta la proprietà si mostrava assolutamente sorda a questo richiamo. Anche perché in quegli anni la famiglia Agnelli aveva tentato di creare una seconda corporation , entrando nella Telecom, in Banca Intesa e in tante altre imprese che con la produzione di auto nulla avevano a che fare. Fu un’operazione fallimentare, la seconda conglomerata Fiat crollò e la famiglia Agnelli dovette abbandonare tutte le aziende che credeva conquistate, mentre nel frattempo la prima Fiat, quella industriale, perdeva posizioni per mancanza di adeguati prodotti.
Nel 1998 Cesare Romiti lasciò l’azienda, e anche per lui, per sua fortuna vivente, ci furono pubblici elogi come salvatore dell’azienda e come manager che aveva saputo indirizzare non solo la Fiat, ma tutto il paese verso la via della competitività, distruggendo i vincoli e lacciuoli dei contratti e dei diritti del lavoro.
La gestione Fiat tornò alla famiglia Agnelli e a vari manager avvicendati e l’azienda precipitò verso il fallimento. Nel 2004 la Fiat era di proprietà delle banche, che si erano svenate per un piano di salvataggio senza precedenti nel paese, e al suo capezzale venne chiamato il vice presidente dell’Unione Banche Svizzere, Sergio Marchionne.
Marchionne ha salvato la Fiat come azienda industriale italiana? Sicuramente no. Seguendo la traccia dei suoi predecessori, Valletta e Romiti, Marchionne ha lavorato prima di tutto per gli interessi della famiglia Agnelli, oramai assai numerosa e fermamente interessata in tutte le sue componenti ad una quota certa di profitti. Se nel passato era stato ancora possibile far parzialmente coincidere gli interessi della proprietà familiare con quelli dello sviluppo industriale dell’azienda, ora questo non si poteva più fare. La proprietà, che addirittura aveva cercato di sbarazzarsi della produzione di automobili rifilandola a General Motors, non aveva certo intenzione di svenarsi per recuperare l’enorme gap tecnologico e di prodotti accumulato dal gruppo. Ci sarebbero voluti almeno 20 miliardi di investimenti, quelli che Sergio Marchionne avrebbe promesso successivamente, quando decise di abolire il contratto nazionale. Di quei 20 miliardi, che avrebbero dovuto rilanciare quella che Marchionne chiamò la Fabbrica Italia, si sono perse tutte le tracce in azienda e anche sui giornali di questi giorni.
La Fiat è stata salvata in un altro modo, con l’intervento dello stato non di quello italiano ma di quello statunitense. Fu il salvataggio pubblico della Chrysler voluto da Obama a permettere alla Fiat di evitare il fallimento e di questo va dato merito alla intelligenza politico finanziaria di Marchionne, che seppe vedere l’affare là dove la Mercedes era fuggita. La Fiat salvò la Chrysler e fu salvata, naturalmente al prezzo di essere assorbita nella multinazionale americana, di cui ora è la succursale povera. Non esiste più una industria automobilistica italiana e non solo perché la sede fiscale del gruppo FCA, nel quale la Fiat è assorbita, sta a Londra e quella legale in Olanda. Dove si è localizzata anche la finanziaria della famiglia Agnelli, la Exor. Anche la famiglia Agnelli, ora guidata da John Elkann, non è più una famiglia imprenditorialmente italiana. Essa è diventata una famiglia del capitalismo globale proprio durante la gestione Marchionne, anche se il progetto probabilmente veniva da lontano. Perché tra i soci fondatori del gruppo Bildenberg, la famigerata lobby finanziaria internazionale, figurava proprio Vittorio Valletta.
Oggi la produzione di auto in Italia è ridotta al lumicino, con l’occupazione dimezzata da quando Marchionne divenne amministratore delegato della Fiat. Progettazione e ricerca sono state smantellate e non vi sono nuovi modelli in arrivo, tanto è vero che in tutti gli stabilimenti residui dilaga la cassa integrazione. Certo resta la gallina delle uova d’oro Ferrari, che non a caso è stata scorporata dalla Fiat e val più di essa. Ma anche essa oramai è stata finanziarizzata all’estero e in ogni caso non potrà mai avere una produzione industriale di massa.
Il lascito industriale di Marchionne è quello della trasformazione della Fiat in una multinazionale americana con l’Italia come sede marginale, quello finanziario è l’esternalizzazione delle proprietà della famiglia Agnelli, e quello sociale e politico?
Qui c’è il tratto più comune tra i tre manager che hanno fatto la storia della Fiat dal 1945 ad oggi: il rifiuto del sindacato solidale e di classe e la lotta feroce per eliminarlo dagli stabilimenti Fiat. Tutti e tre gli amministratori delegati si sono ispirati a modelli esteri in questa loro opera. Valletta alla violenza antisindacale di Henry Ford e alla costruzione di sindacati di comodo in azienda con cui stipulare contratti al ribasso. In realtà Valletta realizzò tutti i suoi obiettivi, la messa al confino della Fiom, la costituzione di un sindacato aziendale giallo da una scissione della Cisl con il Sida oggi Fismic, la soppressione di ogni libertà dei lavoratori; tutti tranne uno: la realizzazione di un contratto solo per i lavoratori Fiat. Obiettivo che fu invece raggiunto da Marchionne, quando con il ricatto della chiusura degli stabilimenti, con la complicità di Cisl Uil e di tutta la politica ufficiale, impose ai lavoratori la rinuncia al contratto nazionale, mentre la Fiat abbandonava la Confindustria.
Romiti avrebbe invece voluto che nelle sue fabbriche si applicasse il modello giapponese di collaborazione e valorizzazione di un lavoro capace di essere fedele all’azienda. Dopo la dura repressione antisindacale degli anni 80, di cui elemento fondamentale fu l’uso discriminatorio della cassa integrazione, Romiti tentò di introdurre il modello di lavoro giapponese in particolare nello stabilimento di Rivalta a Torino e nella nuova fabbrica insediata a Melfi negli anni 90. Ora però Rivalta è chiusa, ciò che resta di essa non è più Fiat, mentre a Melfi, sotto la gestione Marchionne è stato introdotto il sistema di tempi chiamato Ergo Uas, cioè il più brutale e faticoso metodo taylorista di lavoro.
In un certo senso dunque Marchionne ha portato a compimento il modello di Valletta, con una differenza fondamentale. Nel secolo scorso quel modello autoritario e discriminatorio si realizzava in un gruppo ed in un paese in grande espansione, tanto é vero che allora i salari Fiat erano più alti rispetto alla media del paese. Oggi invece il salario di un operaio Fiat è tra i più bassi, ed il gruppo riduce progressivamente occupazione e produzioni in Italia.
Sia con Valletta, che con Romiti che con Marchionne la persecuzione dei lavoratori ribelli o scomodi ha prodotto drammi e tragedie. I licenziati per discriminazione politica e sindacale degli anni 50 subirono sofferenze enormi. I cassaintegrati degli anni 80 pure e decine di essi si suicidarono, così come accadde di nuovo recentemente. Maria Baratto si uccise pochi anni fa a Pomigliano dopo anni di cassa integrazione discriminatoria. E cinque operai che protestavano contro quel suicidio furono licenziati per offese a Marchionne.
Non è una questione di essere buoni o cattivi, è che non si governa la Fiat innocentemente.
Oggi Sergio Marchionne viene presentato come un innovatore a cui il paese avrebbe dovuto dare maggiore ascolto. Ma in realtà lo ha fatto: il Jobsact, come ha affermato lo stesso Renzi, è stato ispirato dalle posizioni sindacali e contrattuali di Marchionne. Come nel passato, le vittorie contro i diritti dei lavoratori dei manager Fiat sono diventate l’esempio da seguire per tutta la società. Un esempio regressivo.
Marchionne, come tutti i suoi predecessori, non ha difeso gli interessi del lavoro o del paese, ma quelli della proprietà. Una proprietà, quella della famiglia Agnelli, sempre più gaudente ed avara, della quale tutto si può dire tranne che faccia gli interessi di tutti.
È questa proprietà che periodicamente i grandi manager Fiat hanno salvato, ultimo Marchionne. Era la loro missione e questa hanno realizzato.

La ferrovia-fantasma che da 31 anni (più a lungo del… Muro di Berlino) divide la vallata marchigiana

di VALENTINA PENNACCHINI –
E si torna a parlar di ferrovia… La Fano-Urbino. Son solo più di 30 anni che se ne parla (soltanto quello). La tratta, 49 km di strada ferrata, è stata chiusa il 31 gennaio del 1987 perché non la prendeva nessuno e chi la prendeva ci passava la giornata. Trent’anni in cui periodicamente si è tornati a parlare del destino dei binari (qualora dovessero esser smantellati, le traversine in legno dovrebbero esser gestite come rifiuto speciale perché impregnate di una sostanza inquinante) e della ferrovia declassata a ramo secco mentre di secco intorno c’era ben poco: la vegetazione aggrappata al muro di cemento e ferro arrugginito prospiciente la linea dismessa prosperava rigogliosa ed incontaminata dividendo in due – est e ovest – i paesi (uno su tutti: Calcinelli) come il Muro di Berlino. È vero, nessuno… sparava; in compenso incuria e degrado regnavano e regnano ovunque sovrani.
È però di pochi giorni fa la notizia: 4 milioni e mezzo di fondi europei gestiti dalla Regione Marche per la ciclovia del Metauro. Si riapre così la disputa tra chi vuole il ripristino della linea ferroviaria e chi invece si "accontenta". La legge 128/2017 prevede infatti interventi su 18 tratte ferroviarie dismesse (ferrovie turistiche), tra cui la Fano-Urbino, per complessivi 235 milioni di euro ma resta ancora un mistero la cifra destinata alla Fano-Urbino. Soldi, ma troppo pochi. Per riattivare la linea, infatti, sarebbero necessari tutti, o quasi tutti, i 235 milioni di euro che devono invece esser ripartiti tra 18 tratte. Gli ingordi chiedono "la botte piena e la moglie ubriaca": il ripristino della ferrovia e la costruzione della ciclovia a lato della stessa. Purtroppo 4,5 milioni di euro non bastano per costruire la ciclabile sui vecchi binari ma son del tutto insufficienti per il progetto alternativo che rischia di diventare l’ennesima incompiuta.
Al di là dei pareri discordi (il nostro si evince chiaramente) invitiamo i soggetti coinvolti nel processo decisionale e progettuale ad abbattere i muri dell’incuria. Ricordiamo che il muro di Berlino è caduto nell’89, dopo 28 lunghi anni; la Ferrovia Fano-Urbino è stata dismessa nell’87 ma il muro del degrado urbano – dopo ben 31 anni – resta ancora in piedi.

Erich Fromm (1966): la mia idea di reddito “di cittadinanza”

Molti dei mali della società capitalistica scomparirebbero garantendo a tutti un reddito di base o di cittadinanza (basic guaranteed income). Il nocciolo di quest’idea è che tutti i cittadini, che lavorino o meno, devono godere dell’incondizionato diritto a non morire di fame e ad avere un ricovero. Non dovranno ricevere più di quanto sia indispensabile per mantenersi, ma neppure ricevere di meno. E’ un diritto che risponde a una concezione nuova oggi, benché si tratti di un’antichissima norma, quella secondo cui gli esseri umani hanno un incondizionato diritto a vivere, indipendentemente dal fatto che compiano o meno il loro dovere verso la società.

Una misura del genere avrà l’effetto di dilatare enormemente l’ambito della libertà personale; nessuno che sia economicamente dipendente da altri (da un genitore, da un marito, da un capo) sarebbe più sottoposto al ricatto di venir lasciato morire di fame; individui dotati, che vogliono cominciare una nuova vita, potrebbero farlo a patto che siano disposti a sobbarcarsi al sacrificio di vivere, per un certo periodo, in relativa povertà. I moderni stati assistenziali hanno quasi accettato questo principio: dove quel “quasi” significa “non effettivamente”: infatti, una burocrazia continua ad amministrare la popolazione, controllandola e umiliandola. Invece, per avere il reddito di cittadinanza non occorrerebbe fornire “prove” di trovarsi in condizioni di indigenza; dunque non è necessaria alcuna burocrazia che amministri un programma assistenziale, con gli sprechi e le violazioni della dignità umana che la contraddistinguono. Il reddito di base garantito assicurerebbe reale libertà e indipendenza; per tale motivo, esso risulta inaccettabile per ogni sistema basato sullo sfruttamento e sul controllo.

Si tratta di un’idea che apparirà senza dubbio inattuabile o pericolosa a coloro i quali ritengono che «gli uomini sono sostanzialmente pigri per natura». Ma è questo un cliché che non si basa sui fatti: è un semplice slogan che funge da razionalizzazione della riluttanza a rinunciare al sentimento di potere nei confronti di coloro che non ne hanno affatto.

Finora, nel corso della storia, la libertà dell’uomo e stata limitata da due fattori: l’uso della forza da parte dei governanti (essenzialmente, la loro capacità di sopprimere i dissenzienti) e, più importante ancora, la minaccia dell’inedia che ha pesato su coloro i quali fossero riluttanti ad accettare le condizioni di lavoro e di esistenza sociale loro imposte. Chiunque non fosse propenso a inchinarsi ad esse, anche qualora nessun altro tipo di coercizione venisse usata nei suoi riguardi, era posto di fronte al pericolo di morir di fame. Il principio che ha avuto prevalentemente corso durante gran parte della storia umana, oggi come nel passato, nel sistema capitalistico come nell’Unione Sovietica, è stato ed è: «Chi non lavora non mangia!». Minaccia che ha obbligato l’uomo, non soltanto ad agire in conformità a quanto gli veniva richiesto, ma anche a pensare e a sentire in maniera tale da non essere tentato di agire diversamente.

Che la storia passata si sia basata sul principio della minaccia di morte per inedia, in ultima analisi ha radici nel fatto che, eccezion fatta per certe tribù primitive, l’uomo è vissuto finora a un livello di penuria economica e psicologica. Non ci sono mai stati beni materiali sufficienti a soddisfare i bisogni di tutti, e di solito è accaduto che un sparuto gruppo di dirigenti si sia impossessato di tutto ciò che il loro cuore desiderava, e i molti che non potevano sedersi a tavola si sentivano dire che era legge di Dio della Natura che così dovesse essere. Va tuttavia sottolineato che il fattore principale di tale situazione non va visto nella brama dei dirigenti, bensì nel basso livello della produttività materiale. Un reddito garantito, che diviene possibile nell’era dell’abbondanza economica, permetterebbe finalmente di liberare l’uomo dalla minaccia della morte per fame, rendendolo così davvero libero e indipendente dal ricatto economico. Nessuno si troverebbe costretto ad accettare condizioni di lavoro soltanto perché altrimenti correrebbe il rischio di essere ridotto alla fame, e un uomo o una donna di talento o ambiziosi potrebbero imparare nuove discipline, preparandosi a una professione di tipo nuovo. Una donna potrebbe lasciare il marito, un adolescente la famiglia. La gente potrebbe imparare a non avere più paura, dal momento che non deve più temere la fame.

Il reddito minimo garantito non soltanto farebbe della libertà una realtà anziché un mero slogan, ma costituirebbe l’attuazione di un principio profondamente radicato nella tradizione religiosa e umanistica dell’Occidente, che suona: l’uomo ha comunque il diritto di vivere! Tale diritto di vivere, di disporre di cibo, ricovero, assistenza sanitaria, istruzione, eccetera, è intrinseco all’essere umano e non può venire limitato per nessun motivo, neppure la pretesa che l’uomo debba essere socialmente “utile”.

La transizione da una psicologia della scarsità a quella dell’abbondanza rappresenta uno dei passi di maggior rilievo nello sviluppo dell’uomo, ma molti non riescono neppure a capire nuove idee come quelle implicite nel concetto del reddito di base, e ciò perché le idee tradizionali sono di norma promosse da bisogni e sentimenti originati da precedenti forme di esistenza sociale. Un’altra conseguenza del reddito minimo garantito, unito a una drastica diminuzione degli orari di lavoro, sarebbe che i problemi spirituali e religiosi dell’esistenza acquisterebbero molta importanza.

Finora l’uomo è stato troppo preso dal lavoro (oppure si è trovato a essere troppo stanco al temine del lavoro) per potersi seriamente occupare di problemi come il senso della vita, le cose in cui credere, i valori o l’esistenza personale. Se l’essere umano non fosse così preso soprattutto dal lavoro, sarebbe libero di affrontare seriamente tali problemi, oppure si troverebbe ridotto sull’orlo della follia dalla noia, compensata o meno. Da questo dovrebbe conseguire che l’abbondanza economica e la liberazione dalla paura di essere ridotti alla fame segnerebbero il trapasso da una società pre-umana a una davvero umana.

A controbilanciare il quadro, è indispensabile esaminare le possibili obiezioni, ovvero sollevare qualche interrogativo circa il concetto di reddito minimo. Il più ovvio di essi è se il reddito in questione non ridurrebbe gli incentivi al lavoro. A parte il fatto che già oggi non c’è lavoro per una parte sempre crescente della popolazione, e che dunque il problema degli incentivi per questa parte dei cittadini è irrilevante, resta però che l’obiezione è seria. D’altro canto, io ritengo che si possa comprovare che l’incentivo materiale non è affatto l’unico al lavoro e allo sforzo. In primo luogo, di incentivi ce ne sono anche altri: orgoglio, riconoscimento sociale, piacere del lavoro in sé e via dicendo, né mancano certo gli esempi che lo dimostrano. Il più ovvio é costituito dall’opera di scienziati, artisti e simili, le cui più alte realizzazioni non sono mai state promosse dall’incentivo del profitto economico, bensì da una mescolanza di diversi fattori: in primo luogo, l’interesse per il lavoro che stavano compiendo, nonché l’orgoglio per i risultati oppure il desiderio di gloria. Ma, per ovvio che possa sembrare quest’esempio, esso non appare del tutto convincente dal momento che si può affermare che si tratta di persone fuori dal comune le quali hanno potuto realizzare cose straordinarie proprio perché straordinariamente dotate, e dunque non costituiscono la riprova delle reazioni dell’individuo medio.

L’obiezione però perde validità se prendiamo in considerazione gli incentivi alle attività di persone che non partecipano delle qualità eccezionali dei grandi creatori. Quali sforzi infatti vengono compiuti in campo sportivo o in tutta una serie di hobby, dove non si hanno incentivi materiali di nessun genere! Ed è stato dimostrato da molte esperienze fino a che punto l’interesse per il processo lavorativo in sé e per sé possa costituire un incentivo a compierlo. La risposta diviene ancora più inequivocabile se prendiamo in considerazione forme più antiche di società. Erano celebri l’efficienza e l’incorruttibilità dell’amministrazione civile prussiana tradizionale, nonostante che i compensi finanziari fossero assai limitati; nel caso specifico, le motivazioni determinanti la capacità lavorativa erano costituite da concetti come onore, lealtà, dovere. E se prendiamo in considerazione le società preindustriali, come quella europea medioevale o quelle semifeudali dell’America Latina agli inizi del Novecento, acquista evidenza un altro fattore ancora: in esse un falegname, per fare un esempio, aspirava a guadagnare quanto gli bastava per soddisfare i bisogni del suo tradizionale livello di vita, rifiutandosi di lavorare di più per guadagnare più di quanto gli occorresse.

In secondo luogo, è innegabile che l’uomo per sua natura, lungi dall’essere pigro, soffre anzi delle conseguenze dell’inattività. Può darsi che si preferisca non lavorare per uno o due mesi, ma la stragrande maggioranza implorerebbe di lavorare anche senza essere pagata. È una situazione che é ampiamente comprovata dai dati relativi alle malattie mentali; occorrerebbe un’indagine sistematica che permetta di ordinare e analizzare i dati in questione sotto il profilo dell’«ozio come malattia», mentre altri dati dovrebbero essere raccolti nel corso di nuove e puntuali ricerche.

Tuttavia, perché il denaro non costituisca l’incentivo principale, il lavoro nei suoi aspetti tecnici e sociali dovrebbe essere abbastanza attraente e interessante da superare gli aspetti negativi dell’inattività. L’uomo moderno, alienato, è profondamente annoiato (per lo più a livello inconscio), e ne consegue un’aspirazione all’ozio anziché all’attività, aspirazione che però di per sé costituisce un sintomo della nostra «patologia della normalità». È presumibile che gli abusi del reddito minimo garantito scomparirebbero in breve tempo, esattamente come dopo poche settimane, ammettendo che non si debba pagarli, la gente smetterebbe di fare indigestione di dolci.

Dobbiamo prendere in esame lo spirito che caratterizza l’attuale società industriale. L’uomo si è trasformato in homo consumens. È vorace, passivo, tenta di compensare il proprio vuoto interiore appunto con consumi continui e sempre crescenti, e molti sono gli esempi clinici di questo meccanismo, costituiti da casi di bulimia, coazione all’acquisto, alcolismo, come reazione alla depressione e all’ansia. L’homo consumens consuma sigarette, liquori, sesso, pellicole cinematografiche, viaggi, e lo stesso fa con istruzione, libri, conferenze, arte. L’uomo appare attivo, “eccitato”, ma nel profondo è ansioso, solitario, depresso, annoiato (la noia può venire definita come quella forma di depressione cronica che può essere validamente compensata dal consumo). L’industrialismo del XX secolo ha dato vita al nuovo tipo psicologico dell’homo consumens soprattutto per ragioni economiche, cioè la necessità di consumi di massa stimolati e manipolati dalla pubblicità. Ma il tipo caratteriale, una volta creato, a sua volta influenza l’economia e fa sì che i principi della sempre crescente soddisfazione appaiano razionali e realistici.

L’uomo contemporaneo ha un appetito illimitato per consumi sempre maggiori, e ne deriva tutta una serie di conseguenze: se non c’è limite alla brama di consumo, e dal momento che nel prevedibile futuro nessuna economia é in grado di produrre abbastanza per assicurare a chiunque consumi illimitati, non potrà mai esserci vera “abbondanza” (in senso psicologico) finché la struttura caratteriale dell’homo consumens permanga dominante. Per l’individuo avido esiste sempre scarsità, dal momento che egli non ha mai abbastanza, quali che siano i beni di cui dispone, e oltretutto è invidioso e competitivo nei confronti di chiunque altro, e pertanto è sostanzialmente isolato e spaventato. Non è in grado di godere davvero dell’arte o di altri stimoli culturali, perché resta mentalmente vorace, e ciò significa che coloro vivessero al livello del reddito minimo si sentirebbero frustrati e privi di valore, mentre coloro che guadagnassero di più resterebbero prigionieri delle circostanze perché sarebbero preda del timore di perdere la possibilità di un massimo consumo. Per tali motivi ritengo che il reddito di base, qualora non si accompagni a un distacco dal principio del massimo consumo, potrebbe costituire la risposta solo a certi problemi economici e sociali, senza però avere l’effetto radicale che si dovrebbe aspettarsene.

Cosa dunque andrebbe fatto per introdurre il reddito minimo garantito? In via generale, si dovrebbe mutare il nostro sistema, passando da un consumo massimo a un consumo ottimale. Questo comporterebbe una trasformazione ad ampio raggio della produzione industriale, che dovrebbe passare dalla fornitura di beni di uso individuale alla fornitura di beni di uso pubblico, come scuole, teatri, biblioteche, parchi, ospedali, trasporti pubblici, edifici d’abitazione; in altre parole, l’accento dovrebbe spostarsi sulla produzione di quelle cose che costituiscono la base per il pieno sviluppo della produttività e attività interiore del singolo.

È dimostrabile che la voracità dell’homo consumens riguarda soprattutto il consumo individuale di cose che egli “mangia” (incorpora), mentre l’uso di servizi pubblici gratuiti, che permettano all’individuo di godere la vita, non determina né brama né voracità. Un simile passaggio dal consumo massimo a quello ottimale richiederebbe drastici mutamenti dei modelli produttivi, nonché una drastica riduzione delle tecniche pubblicitarie che aguzzano l’appetito, lavano il cervello, eccetera. E tutto ciò dovrebbe anche accompagnarsi a un drastico mutamento culturale: una rinascita del valore umanistico della vita, della produttività, dell’individualismo e via dicendo, contrapposto al materialismo dell’uomo dell’organizzazione e dei suoi manipolati formicai.

Sono considerazioni, queste, che comportano altri problemi da prendere a loro volta in esame: esistono criteri obiettivamente validi per distinguere tra bisogni razionali e irrazionali, tra bisogni buoni e cattivi, oppure qualsiasi bisogno soggettivamente avvertito ha identico valore? Nel caso specifico, definiamo buoni quei bisogni che promuovono la vitalità, la prontezza, la produttività, la sensibilità umana, e cattivi quelli che indeboliscono o paralizzano tali potenzialità.

Si potrebbe prendere in considerazione l’applicazione di imposte progressive su consumi che eccedano una certa soglia. Mi sembra comunque indispensabile che si tolgano di mezzo le condizioni di vita proprie delle periferie degradate, e tutto questo comporterebbe la combinazione dei principi di un reddito minimo garantito e della trasformazione della nostra società, nel senso di una transizione dal consumo individuale massimo al consumo individuale ottimale, e quindi un netto passaggio dalla produzione volta alla soddisfazione di bisogni individuali a quella volta alla soddisfazione di bisogni collettivi.

Ritengo inoltre necessario legare all’idea di reddito di cittadinanza un’altra che dovrebbe essere anch’essa oggetto di studio: quella del libero consumo di certi prodotti. Un esempio potrebbe essere costituito dal pane, oppure dal latte e dalle verdure. Supponiamo, per il momento, che chiunque possa entrare in una panetteria e prendere tutto il pane che vuole (lo Stato pagherebbe al fornaio tutto il pane prodotto). Come s’è già detto, i voraci dapprima metterebbero le mani su quantitativi maggiori di quelli che possono consumare, ma in breve tempo questo consumo avido si attenuerebbe e la gente prenderebbe soltanto ciò di cui ha realmente bisogno. A mio giudizio, un libero consumo di questo tipo introdurrebbe una nuova dimensione nell’esistenza umana: l’uomo sarebbe liberato dal principio del «chi non lavora non mangia». Persino quest’inizio di libero consumo potrebbe costituire un’esperienza originalissima di libertà. È evidente anche al non economista che lo Stato potrebbe agevolmente provvedere il pane gratuito per tutti, coprendo l’esborso relativo con un’imposta di pari entità; ma possiamo spingerci un passo più in là, supponendo che non soltanto i bisogni minimi di natura alimentare siano soddisfabili gratuitamente ma che lo siano anche i bisogni minimi di vestiario e che siano gratuiti anche i trasporti pubblici. E questo mi conduce a formulare l’ipotesi che un altro modo per risolvere il problema del reddito di base garantito potrebbe consistere nel permettere il consumo minimo gratuito di tutti i generi di prima necessità, che quindi non dovrebbero più venir pagati.

Infine, va preso in considerazione un altro problema filosofico, politico e psicologico: quello della libertà. La concezione che ne ha l’Occidente si è basata e si basa in larga misura sul principio della disponibilità di accesso alla proprietà e al suo sfruttamento; un principio che in effetti è stato minato in vari modi, nelle società industriali, dall’imposizione di tasse e dagli interventi statali in campo economico. Allo stesso tempo, la proprietà privata dei mezzi di produzione viene sempre più largamente sostituita dalla proprietà semipubblica tipica delle aziende di proporzioni gigantesche. Se è vero che l’introduzione del reddito di base implicherebbe ulteriori regolamentazioni statali, va anche tenuto presente che oggi la libertà dell’individuo non consiste tanto nella possibilità di avere e sfruttare proprietà (capitali), quanto in quella di consumare ciò che gli piace. Oggi sono molti coloro i quali nelle restrizioni del consumo illimitato vedono un’interferenza con la loro libertà, benché soltanto gli appartenenti alle classi elevate siano effettivamente liberi di scegliere ciò che vogliono. La concorrenza tra diverse marche degli stessi prodotti e tra diversi tipi di merci dà l’illusione di una libertà personale, laddove in effetti l’individuo aspira a ciò che è condizionato a volere.

È necessario un nuovo approccio al problema della libertà, e soltanto con la trasformazione dell’homo consumens in persona produttiva, attiva, l’essere umano potrà sperimentare la libertà in condizioni di vera indipendenza, e non soltanto sotto la forma di un’illimitata scelta di merci. Il principio del reddito di cittadinanza può rivelare tutta la propria efficacia soltanto in unione con: 1) un mutamento delle abitudini consumistiche, vale a dire la trasformazione dell’homo consumens in uomo produttivo, attivo (nel senso di Spinoza); 2) la creazione di un nuovo atteggiamento spirituale, quello dell’umanesimo; 3) una rinascita di veri metodi democratici (ad esempio forme di democrazia diretta e partecipata). Il pericolo che uno Stato che nutre tutti possa diventare una dea madre dotata di caratteristiche dittatoriali, può essere superato soltanto mediante un incremento simultaneo e cospicuo di procedure democratiche in ogni sfera delle attività sociali.

Per riassumere: insieme alle ricerche economiche nel campo del reddito minimo garantito, ne vanno intraprese altre di carattere psicologico, filosofico, pedagogico. Il grande passo avanti costituito dal reddito di base potrebbe diventare realtà, a mio giudizio, solo se fosse accompagnato da mutamenti radicali in altri campi, riducendo gli sprechi, le spese militari, la violenza, le disuguaglianze tra paesi ricchi e paesi poveri, l’esplosione demografica su scala planetaria. In mancanza di questi mutamenti, nessun programma per il futuro potrà avere successo, perché non ci sarà nessun futuro.

ERICH FROMM

The Psychological Aspects of the Guaranteed Income (1966) – To Have Or To Be? (1976)

M5S, non si tratta con la Lega fascista!

di TOMASO MONTANARI

Caro direttore, se davvero finirà con il Movimento 5 Stelle che porta al governo un partito lepenista, allora sarà finita nel peggiore dei modi. Anche ammesso che la Lega si pieghi ad accettare alcuni punti sacrosanti del contratto di governo proposti dal Movimento (chiusura del folle Tav in Val di Susa; attuazione del referendum sull’acqua pubblica; accoglimento di una significativa parte dei 10 punti fissati dal Fatto Quotidiano), questo non cancellerebbe la sua identità. Che è quella di un partito guidato da un leader che, parlando di migranti, ha dichiarato (febbraio 2017): “Ci vuole una pulizia di massa anche in Italia… via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve”. Che pensa che “il fascismo ha fatto tante cose buone” (gennaio 2018). Che vuole “un cittadino su due armato” (febbraio 2018). Che si è fatto fotografare mentre dà la mano a un candidato della Lega con una croce celtica tatuata sul braccio: un candidato che poi tutta Italia conoscerà come il terrorista fascista di Macerata.

D’accordo. Se finisce così è anche colpa di Matteo Renzi, che tiene in ostaggio il suo partito e il Paese, e che ha scommesso tutto proprio su questo esito, sperando nel suicidio morale e politico del Movimento. Ed è anche colpa di Sergio Mattarella, che avrebbe dovuto mettere il Pd di fronte all’alternativa secca tra governo con i 5Stelle ed elezioni, invece di prospettare la garanzia di un improbabile governo neutrale. E, più profondamente, è colpa di una classe dirigente che, a partire dai primi anni Novanta fino all’abisso renziano, ha scientificamente distrutto la Sinistra, fino a ridurla allo stato attuale: macerie senza speranza. Ed è colpa anche mia, e di tutti coloro che, da sinistra, abbiamo dialogato con il Movimento senza riuscire a far capire che il sistema si poteva ribaltare solo garantendo più democrazia, e non già inseguendo sogni autoritari e abbracciando i nuovi fascisti.

È vero, il mondo si è rovesciato. La Lega e il Movimento 5 Stelle hanno in comune la rappresentanza dei più poveri, dei precari e degli sfruttati: mentre Forza Italia e Pd rappresentano chi ha interesse a non cambiare nulla. Ed è per questo che Lega e Movimento provano a mettere in discussione ciò che va messo in discussione, da questa Europa alla Nato (ammesso che il sistema lo permetta). Ed è vero: il Pd di Minniti sta trattando la più grande questione del nostro tempo, quella delle migrazioni, con metodi e orientamenti che sono già fascisti. Si potrebbe continuare a lungo: per questo milioni di italiani di sinistra hanno votato 5 Stelle, avendo come unica reale alternativa l’astensione (a cui ricorreranno al prossimo giro elettorale).

Tutto questo è drammaticamente vero. Ma la Lega non è la soluzione.

Non lo è perché dove governa non è affatto antisistema, e anzi costruisce un sistema di potere indistinguibile da quello del Pd (si legga, per esempio, il bellissimo Il disobbediente di Andrea Franzoso). Non lo è perché è al guinzaglio di quello che Beppe Grillo chiama lo Psiconano: che sarà il padrino, il socio occulto e il massimo beneficiario di un eventuale governo Salvini-Di Maio. Non lo è perché è un partito che non offre la speranza, come invece fa tra mille contraddizioni il Movimento, ma alimenta invece la paura. Non lo è perché è un partito in cui i militanti di Casa Pound dichiarano di riconoscersi.

Di fronte a questo futuro nero io chiedo: nessuno nel Movimento 5 Stelle ha il coraggio di dire pubblicamente che non è d’accordo? È evidente che la questione della democrazia interna del Movimento non può più essere rinviata: sta succedendo che un gruppo ristretto lo sta portando alla rovina con una scelta che è suicida per le ragioni evidenti che Marco Travaglio si sgola a spiegare da settimane.

Si dice che non c’è alternativa. È un errore: in democrazia c’è sempre un’alternativa, e il moto There Is No Alternative di Margaret Thatcher è stato e resta la pietra tombale su ogni possibile cambiamento in Occidente. Si può rivotare. Si può aspettare ancora e si possono costruire le condizioni per un’evoluzione del Pd. Perché tra il Pd e la Lega c’è una differenza fondamentale: il Pd è diventato quello che è, e fa quello che fa, ribaltando radicalmente la propria stessa ragione di essere. Mentre la Lega è serenamente fedele a se stessa. E dunque mentre si può sperare in una palingenesi di un Pd che accetti di governare con i 5 Stelle, non si può certo aspettarsi nulla del genere dalla Lega.

È una porta stretta: ma nulla, davvero nulla, sarebbe peggio di mettere l’energia pulita del Movimento al servizio di un’idea di Italia che è il contrario esatto della Costituzione.

Norberto Bobbio diceva che dobbiamo essere “democratici sempre in allarme”. E davvero è il momento di suonare l’allarme. Davvero persone come Roberto Fico, Nicola Morra, Michela Montevecchi, Gianluca Perilli, Margherita Corrado (per non fare che qualche nome) sono disposti a rendersi corresponsabili di una scelta che farà perdere al Movimento milioni di voti, consegnandolo alla Destra estrema, e resuscitando dall’altra parte la destra finanzcapitalista di Renzi? Davvero tutte queste persone oneste e serie, che non sognano certo un’Italia nera con la pistola, tradiranno i loro principi e perderanno la faccia fino a legare per sempre il loro nome a una svolta alla Orban?

La Costituzione dice che, come tutti gli altri parlamentari, anche quelli a 5 Stelle non rappresentano il loro movimento, ma la nazione. E la stragrande maggioranza della nazione non vuole al governo l’estremismo nero della Lega.


(IL FATTO QUOTIDIANO DEL 16-05-2018)