Documento economico (2009)

1. Oggi le forze di sinistra sono chiamate a fronteggiare una crisi strutturale di dimensioni epocali, che si presenta principalmente sotto la duplice forma di crisi economico-finanziaria e di crisi ecologica.

Con il crollo del comunismo e la fine della socialdemocrazia tradizionale di matrice keynesiana, la sinistra cosiddetta riformista si è adattata passivamente al pensiero neoliberista, mutuandone le ricette economiche, sebbene in versione “temperata”. Negli ultimi mesi si è ricorsi all’intervento pubblico soltanto per salvare dal collasso il sistema bancario, confermando uno dei principi del capitalismo rapace:privatizzare i profitti e socializzare le perdite.

L’odierna crisi economica e le pesanti sconfitte elettorali subite dai socialdemocratici o dai riformisti dimostrano il fallimento delle “terze vie” (Blair), dei “nuovi centri” (Schröder) e delle passate illusioni sugli “Ulivi mondiali” (Prodi, ecc.). Non è bastato nemmeno puntare tutto sulla laicità e i diritti civili (il “socialismo dei cittadini” di Zapatero).

La sinistra cosiddetta radicale – pur proponendo anche analisi condivisibili – o ha sognato, malgrado le lezioni della storia, un ritorno impossibile al comunismo (sia pure in versione “rifondata”, dato l’ormai accertato fallimento del comunismo storico novecentesco) oppure di fatto si è limitata a rimpiangere con malintesa nostalgia il keynesismo di 30 anni fa.

In materia di politica economica e sociale, i governi di centrosinistra si sono dimostrati simili a quelli di centrodestra, facendo maturare nei lavoratori, nei ceti produttivi, la convinzione che con la sinistra al potere non è cambiata né cambierà la sostanza delle cose.

La sinistra europea non è stata in grado di governare la globalizzazione, di opporsi al neoliberismo; ed oggi paradossalmente le contraddizioni create dalla globalizzazione senza regole stanno favorendo la destra.

Riteniamo che quello che davvero manca alla sinistra sia un nuovo progetto di trasformazione sociale: tutte le ricette del passato sono andate in crisi, cosicché essa appare non aver più niente da dire né da proporre, almeno finché rinuncerà ad osare e abdicherà alla sua più autentica missione: quella di cambiare veramente l’esistente. Insomma, senza critica al capitalismo non esiste sinistra.

* * * * *

2. La cultura tradizionale della sinistra è stata produttivista, industrialista e statalista. Lo statalismo totalitario è stato un tratto distintivo della cultura della sinistra marxista ed ha prodotto i noti drammi del “socialismo reale”.

La ricetta socialdemocratica emersa nel 1959 dalla “svolta” di Bad Godesberg, cioè in sostanza il liberalismo sociale di Keynes, ha svolto una funzione importantissima durante l’era fordista. Ha contribuito a edificare lo Stato sociale, conquista di civiltà e progresso.

Ma non si può vivere di rendita sulle conquiste del passato. Un socialista libertario purtroppo quasi dimenticato, Francesco Saverio Merlino, riteneva che bisognasse distinguere l’essenza del socialismo dai possibili, concreti sistemi socialisti. Alcuni sistemi possono rivelarsi sbagliati o difettosi, ma l’essenza, che è un’aspirazione etica ad una sempre maggiore libertà e giustizia sociale, una tensione verso un mondo migliore, è imperitura!

E’ per questo che crediamo che la fine del comunismo e la crisi della socialdemocrazia non segnino affatto la fine del socialismo. La questione centrale oggi è proprio trovare gli strumenti culturali e soprattutto programmatici per farlo rivivere.

* * * * *

3Crisi economica e crisi ecologica sono strettamente intrecciate. In generale possiamo considerare l’economia capitalistica una economia del debito, in quanto, perché l’economia possa svilupparsi, occorrono sia investimenti che indebitamento.

Così finisce per rendersi necessaria una crescita continua proprio per ripagare i debiti e, soprattutto, gli interessi. La crescita infinita di questo modello di sviluppo è logica e inevitabile conseguenza di com’è progettato l’odierno sistema bancario. In questo senso la lotta all’economia del debito e per un modello di sviluppo eco-sostenibile sono due facce della stessa medaglia.

L’odierna crisi si è sviluppata dapprima come crisi finanziaria. Ma storicamente la sinistra non si è mai seriamente interrogata sul feticcio della finanza stessa, cioè il denaro, e sulle modalità con le quali il sistema bancario (banche centrali ma anche banche commerciali) emette il denaro.

Piani di investimenti pubblici, nelle energie rinnovabili, in tecnologie che consentano il risparmio energetico e in una nuova edilizia eco-compatibile sono importantissimi, ma solo intervenendo sulla moneta si potranno adottare misure realmente incisive per creare un’economia ecologicamente sostenibile e una società «diversamente ricca» (Riccardo Lombardi). L’obiettivo a cui tendere, almeno per i paesi più sviluppati, è quello che gli economisti classici definivano “stato stazionario”, ossia uno stato di non-crescita dell’economia in cui la produzione quantitativa (ed il consumo) di beni materiali sarà più o meno stabile e costante. Disponiamo delle risorse materiali per soddisfare i bisogni primari di tutti. La crescita riguarderà l’aspetto qualitativo (ad esempio il miglioramento delle tecnologie) e, soprattutto, la produzione di beni immateriali – caratteristica dell’attuale capitalismo “cognitivo” – che, in quanto tali, non sono soggetti al limite della scarsità delle risorse: soltanto la ricchezza immateriale (cultura, informazioni, know-how, software, servizi, ecc.) può crescere illimitatamente. Parallelamente, dovrà essere abbandonato il PIL come misura della ricchezza delle nazioni e dovrà essere stabilito democraticamente, in maniera normativa, quali siano i parametri da utilizzare per un nuovo indice di benessere (ad es. il livello di diffusione della cultura, di qualità della sanità, di protezione dell’ambiente, ecc.).

* * * * *

4. Se la sinistra vuole tornare a fare la sinistra, cioè a criticare costruttivamente il sistema capitalistico, la via maestra dovrà essere quella della lotta all’economia del debito.

La circolazione monetaria nel sistema economico è come la circolazione del sangue nell’organismo, mentre il sistema bancario è come il cuore che pompa questo sangue nelle vene. Allora, se davvero ci si vuole incamminare nella direzione del graduale superamento del capitalismo, è inutile limitarsi a piccole correzioni superficiali, che in realtà si riducono a poco più che la gestione dell’esistente, ma occorre mirare al “cuore” del sistema, sottraendo ai banchieri – per attribuirlo alla società – il controllo dello sviluppo economico: da un’economia al servizio della finanza occorre passare ad una finanza al servizio dell’economia, mentre purtroppo finora non ci si è mai mossi in tal senso.

* * * * *

5. Negli ultimi anni i trattati europei hanno delegato la politica monetaria alla BCE, organismo non democraticamente eletto: la BCE è una Banca centrale il cui capitale è suddiviso tra le banche centrali nazionali dei vari paesi membri; la Banca d’Italia possiede una quota del 14,57% della BCE.

La Banca d’Italia, pur essendo formalmente qualificata come organismo di “diritto pubblico”, è in realtà una s.p.a. privata partecipata dai principali gruppi bancari del paese. Si tratta di un clamoroso conflitto d’interessi, sottaciuto da tutti i mezzi di informazione, visto che uno dei principali compiti istituzionali di Banca d’Italia sarebbe quello di vigilare sul sistema bancario.

Tuttavia la questione centrale è il meccanismo di creazione della moneta: qualora, nella circolazione monetaria, la Banca centrale rilevi scarsità di circolante, quale ente tutore essa è tenuta a fornire al sistema la liquidità necessaria, e può far ciò solo in tre modi distinti:

a) stampare il denaro e metterlo in circolazione attraverso le sue “consorelle”, così – nel caso della cartamoneta o comunque di metallo non nobile – lucrando in proprio la differenza tra il valore facciale della banconota ed il suo costo di creazione (per la carta, dell’ordine di grandezza d’una decina di centesimi): il cosiddetto signoraggio (o anche signoraggio “primario”); ma ciò ormai è solo un triste ricordo storico;

b) stampare il denaro ed acquistare titoli del debito pubblico sul mercato finanziario. La Banca centrale otterrebbe titoli di Stato come contropartita del denaro di nuova creazione (messo a passivo nel bilancio), riuscendo a scambiare pezzi di carta infruttiferi, come le banconote, con altri fruttiferi, e così lucrando un nuovo tipo di signoraggio, certamente non sostanzioso come il precedente ma pur sempre non disprezzabile. Il moderno “reddito da signoraggio” può essere definito, quindi, come la differenza fra gli interessi percepiti sui titoli e l’irrisorio costo di produzione delle banconote.

La presunta appropriazione da parte della Banca centrale del reddito da signoraggio sarebbe da considerarsi indebita. Esso dovrebbe invece affluire integralmente alle casse dello Stato. Benché le banconote vengano definite nei bilanci come passività, non vi è nulla di cui la Banca centrale sia in debito, poiché la moneta oggi non ha più alcuna copertura aurea: nessun cittadino può presentarsi alla Banca centrale per richiedere la conversione della banconote di cui sia portatore in un dato quantitativo di oro.

Il gold-standard è stato abbandonato negli anni Trenta; il gold-exchange standard, instaurato a seguito degli accordi di Bretton Woods e che prevedeva l’aggancio di tutte le valute internazionali al dollaro (unica valuta convertibile in oro), è stato invece abbandonato nel 1971 su decisione unilaterale del presidente USA Nixon.

Oggi, dunque, il valore della moneta non è sostenuto da alcun bene fisico. Il denaro emesso dalle banche centrali è un denaro “fiduciario”: non ha alcun corrispettivo predeterminato in termini di beni fisici, ma il suo valore deriva dalla convinzione che esso si manterrà anche in futuro. Sono solo i cittadini, con il loro lavoro, a dare reale valore alla loro moneta. Lo Stato, allora, deve poter controllare l’emissione di moneta senza indebitarsi nei confronti della Banca centrale. Un governo eletto con voto popolare, infatti, deve essere libero di gestire, oltre alla politica fiscale, anche quella monetaria, la quale non può continuare ad essere affidata ad un organismo indipendente e politicamente irresponsabile.

c) Uno degli altri strumenti, attraverso i quali la Banca centrale regola l’offerta di moneta, è la fissazione del tasso di riserva obbligatoria: esso indica la percentuale su ciascun deposito che le banche da essa controllate son tenute obbligatoriamente a mettere a riserva, cioè a conservare liquido in cassa.

Ma un sistema a riserva frazionata (col conseguente credito frazionario, che beninteso circola sotto forma non di denaro materiale ma di denaro scritturale) consente alle banche private d’aumentare lo stockdi moneta presente nell’economia.

Supponiamo che un cittadino depositi nella propria banca 1.000 euro. Se il tasso di riserva obbligatoria è del 10%, la banca dovrà mettere a riserva 100 euro e potrà prestare i rimanenti 900.

Questi 900 euro prima o poi finiranno, sotto forma di deposito, in un’altra banca. Tale banca dovrà metterne a riserva 90 e potrà imprestarne 810, e così via. Nei manuali di economia si parla di moltiplicatore monetario: esso è pari a 1 fratto il tasso di riserva obbligatoria.

Ciò significa che se il tasso di riserva obbligatoria è del 10%, il sistema bancario può arrivare ad imprestare 10 volte di più (1/0,1) della somma inizialmente depositata, e che sul mercato ritroveremo i 1.000 euro iniziali trasformati in 10.000!

Inoltre non poche banche – magari dopo aver aderito, per meglio garantirsi, ad associazioni interbancarie di autotutela e protezionismo – eludono la (scarsa) sorveglianza sugli obblighi di riserva: la Lehman Brothers, ad esempio, era arrivata ad investire ben 30 volte i propri depositi.

Comunque, anche nel caso di una riserva frazionaria del 10%, in Italia il sistema bancario nazionale si sarebbe indebitamente assicurato un gettito da interessi non solo sul 90% del denaro reale (come sarebbe equo e salutare), e cioè su un capitale di poco più di 42 miliardi di euro, ma addirittura su oltre 420 miliardi! Tutto ciò è conosciuto anche come signoraggio “secondario”. Il premio Nobel per l’economiaMaurice Allais ha scritto: «L’attuale creazione di denaro operata ex nihilo dal sistema bancario è identica alla creazione di moneta da parte di falsari. In concreto, i risultati sono gli stessi. La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto».

Questo sistema ha effetti molto gravi sull’economia, in quanto l’aumento dell’offerta di moneta prodotto dalle banche commerciali provoca inflazione. L’inflazione è una “tassa occulta” che grava su ogni cittadino, il quale vede diminuito il proprio potere d’acquisto.

Inoltre, in un sistema a riserva frazionaria le banche commerciali sono costantemente esposte al rischio di insolvenza. Se infatti tutti i clienti di una banca, in preda al panico, si precipitassero – come spesso avviene duranti i periodi di crisi – a ritirare i propri depositi, la banca fallirebbe perché in cassa disporrebbe soltanto di una piccola parte del denaro imprestatole.

* * * * *

6. Oggi insomma, ad eccezione del Canada e della Svizzera, la sovranità monetaria degli Stati è completamente ceduta ad organismi politicamente irresponsabili e di natura privata come le banche centrali e commerciali, e questo di fatto comporta anche – essendo il meccanismo di creazione della moneta fondato sul debito – l’inestinguibilità quantomeno per la parte del debito pubblico corrispondente al denaro circolante, gravando così i cittadini di un peso fiscale inutile, in quanto utilizzato solo per foraggiare associazioni privatistiche.

E’ assolutamente fondamentale che ogni Stato democratico si riappropri della sovranità monetaria. Dalle attuali banche centrali si dovrebbe arrivare prima di tutto a banche nazionali, a proprietà e conduzione statale, e successivamente alzare in maniera graduale fino al 90% la riserva obbligatoria – che ogni banca privata dovrà versare alla nuova Banca nazionale – in modo che sia quest’ultima ad usufruirne, in parte per non pagare interessi sul debito pubblico (1) ed in parte per concedere nuovi prestiti i cui interessi non ingrossino le tasche dell’élite bancaria (2), ma contribuiscano a ridurre la pressione fiscale.

* * * * *

7Riteniamo che il funzionamento perverso del sistema bancario e la globalizzazione neoliberista siano le due più importanti cause della crisi d’inizio secolo.

La cosiddetta “finanziarizzazione dell’economia”, il peso crescente dell’economia finanziaria a discapito di quella reale e la pratica dello “shareholder value” (la massimizzazione da parte dei manager del profitto a breve termine per gli azionisti) sono proprio tratti salienti ed elementi costitutivi della globalizzazione capitalistica.

I fenomeni della flessibilità e delle delocalizzazioni hanno contribuito a creare un mondo di bassi salari, cui negli Stati Uniti – al fine di mantenere il consumismo – si è risposto attraverso il massiccio indebitamento privato che ha portato al crollo del castello di carta della finanza.

Nel lungo periodo un insufficiente livello dei redditi non consente di sostenere la domanda aggregata. Redistribuire il reddito verso gli strati sociali più deboli è una priorità imprescindibile. Altrettanto importante, almeno per l’Italia, è una riforma in senso universalistico degli ammortizzatori sociali in modo da garantire un sostegno al reddito a tutte le categorie di lavoratori indipendentemente dal tipo di contratto col quale essi sono stati assunti; tale riforma dovrebbe prevedere altresì un sussidio contro la povertà per i soggetti al di sotto di un certo livello di reddito annuo, previa certificazione dello stato di bisogno (means testing).

Misure incisive devono necessariamente essere prese a livello globale. La globalizzazione ha sottratto gran parte della sovranità agli Stati-nazione. In particolare in Europa le politiche economiche dei governi sono state condizionate e vincolate dagli assurdi parametri di Maastricht e dal Patto di stabilità di una UE neoliberista e monetarista.

In questo modo ci ha perso la democrazia, lasciando che decisioni cruciali siano prese da organismi a-democratici come la BCE, il FMI, la Banca mondiale, il WTO. Proponiamo l’applicazione di una sorta di Tobin Tax sulle transazioni internazionali, in modo da disincentivare la finanza selvaggia e le speculazioni.

Siamo anche favorevoli alla lotta ai paradisi fiscali stabilita recentemente agli incontri del G-20, ma questa dev’essere effettiva: non può trattarsi di una mera dichiarazione di principio; a tutto ciò deve affiancarsi una lotta senza quartiere ai crimini dei “colletti bianchi”: ri-penalizzazione del falso in bilancio, lotta all’evasione fiscale, fissazione di un rapporto massimo inderogabile (ad esempio 10 a 1 e non 400 a 1) fra lo stipendio dei manager e il salario medio di un operaio.

Inoltre, per combattere la piaga del precariato sono indispensabili accordi a livello internazionale fra paesi occidentali e paesi orientali per determinare elementari diritti sindacali che debbono valere per tutti, in modo da evitare quel dumping sociale corresponsabile dei processi di rimercificazione del lavoro.

* * * * *

8. In passato un economista “eretico”, Silvio Gesell, studiò la natura del denaro, proponendo – nel suo libro L’ordine economico naturale – un nuovo sistema economico basato sull’idea di un denaro “deperibile” (freigeld, moneta libera), gravato cioè da demurrage.

J. M. Keynes molto lo elogiò nella sua Teoria generale, dicendo che il futuro avrebbe imparato più dallo spirito di Gesell che da quello di Marx; e negli anni Trenta, durante la grande depressione, in alcune località fu adottata con successo proprio la ricetta di Gesell (invitato dall’anarchico Gustav Landauer ad assumere il ruolo di ministro della finanza nella repubblica sovietica bavarese del 1919) per risollevare le comunità colpite dalla crisi e dalla disoccupazione di massa.

L’esperimento più famoso fu quello di Wörgl (un paese dell’Austria) che, avendo ottenuto successo e una serie di imitatori, proprio per questo venne stroncato dalla Banca centrale austriaca. L’idea piacque anche all’economista americano Irving Fisher, che la propose invano a Roosevelt, e a cui dedicò un libro, Stamp script.

Prima della spartizione della torta tra profitti d’impresa e salari, secondo Gesell esiste un taglieggiamento a monte che deriva dall’usura, dagli interessi imposti dal sistema bancario, che grava tanto sugli imprenditori quanto sui lavoratori.

Un imprenditore investirà solo se il rendimento che si attende da un dato investimento sarà superiore al tasso d’interesse corrente applicato dalle banche; in pratica si tratta di quella che Keynes chiama “efficienza marginale del capitale”.

Gesell ritiene che l’interesse sia il chiavistello che sbarra la porta del mercato, una sentinella che impone il suo tributo all’ingresso. E’ per questo motivo che l’economia capitalistica ha sempre bisogno di crescere. Ha bisogno di una crescita infinita perché il suo sviluppo è basato sul debito e sugli interessi. Occorre crescere continuamente per ripianare i debiti e pagare gli interessi.

Gesell si oppone al potere dei detentori del denaro, in particolare dei banchieri, che hanno la possibilità di spolpare chi ne ha bisogno. L’offerta di merci è docile rispetto alla domanda, perché i venditori hanno l’impellenza di vendere i propri beni. Chi detiene denaro invece può soprassedere, può astenersi dal consumare o dall’acquistare perché la detenzione del denaro non comporta alcuna perdita, essendo esso indeperibile, al contrario di tutte le altre merci.

Ed è proprio questo che consente al denaro di conquistare l’interesse, inteso come “premio” a chi impresta denaro, per indurlo a rinunciare al molto più gratificante consumo immediato.

Gesell vuole portare il denaro allo stesso livello delle merci. Lo vuole “ammalare”. Lo vuole rendere deperibile proprio come tutte le altre cose. Ed è per questo che pensa al demurrage, ad un costo per la detenzione del denaro, da lui quantificato in un 5,2% annuo: per confermare il valore facciale del denaro – secondo la sua proposta – chi momentaneamente detiene cartamoneta dovrebbe, a scadenze e con valori prefissati, apporvi delle marche da bollo.

In questo modo Gesell ritiene che si possa anche risollevare un’economia in crisi, in quanto il demurrageincentiva chi detiene il denaro a spenderlo, sostenendo così la domanda e facendo “girare” l’economia.

L’unico modo per sottrarsi alla perdita di valore è depositare il denaro in banca. In questo caso saranno le banche ad accollarsi il costo. E saranno così incentivate ad imprestare i soldi, ad erogare credito ed a sostenere quindi gli investimenti: anche questo contribuisce enormemente a rivitalizzare la domanda.

Il demurrage ha dunque la funzione di rendere più regolare la circolazione del denaro impedendo l’accumulazione improduttiva di ricchezza. Col denaro “deperibile” (freigeld), alla lunga non sarà più possibile domandare un interesse, in quanto il momentaneo possessore del denaro è già gravato da un costo.

Attraverso questo sistema, caratterizzato da interessi tendenti a zero e da una regolare circolazione del denaro (perché consente di adeguarne in maniera precisa la quantità necessaria all’economia), Gesell è sicuro di risolvere il problema delle crisi cicliche dell’economia di mercato, di sottrarre potere alla finanza e di operare una vasta redistribuzione del reddito (dal sistema bancario alle imprese e ai lavoratori), privando la moneta sia della sua attuale natura di “feticcio” (cioè di entità cui viene attribuito più potere di quanto effettivamente ne abbia), sia del suo impiego come conservatore del valore, e definitivamente “mercificandola”.

La visione economica di Gesell è largamente condivisibile, e forse l’unica attualmente percorribile per uscire dall’economia del debito e dal doppio signoraggio.

* * * * *

9Ma oltre alla “de-feticizzazione” della moneta, auspichiamo anche un’ampia de-mercificazione del lavoro, attraverso una vasta redistribuzione del reddito, la fine delle più pesanti misure neoliberiste di precarizzazione del lavoro e delle condizioni di vita, e nuove forme di democrazia industriale. Tutto questo rappresenta la nuova “grande trasformazione”, per citare Karl Polanyi, che potrebbe porre fine alla “società di mercato” prodotta dal capitalismo neoliberista.

Il nuovo Socialismo non avversa l’imprenditoria individuale, l’artigianato o le piccole e medie imprese. La critica che esso svolge è rivolta alle grandi aziende multinazionali, in cui la proprietà ha abdicato al suo potere di controllo sui manager, trovandosi nelle mani di una miriade di azionisti, ai quali nella maggior parte dei casi non importa neppure di votare in assemblea, in quanto interessati praticamente solo ai dividendi.

Così oggi, per controllare queste grandi società, basta possedere una quota relativamente piccola di capitale ed è sempre una minoranza ad eleggere il consiglio di amministrazione, cioè l’organo digovernance.

Essendo venuto a mancare il controllo dei controllori, attualmente finisce che i manager guadagnino (anche grazie al dilagare del fenomeno dei paracadute d’oro delle sopramenzionate stock options) 400-500 volte più di quello che guadagna un operaio: negli anni Settanta questo rapporto era al massimo 40 a 1.

Inoltre questi manager perseguono prevalentemente il profitto di breve periodo. Senza minimamente preoccuparsi dei danni sociali ed ecologici prodotti da tale strategia gestionale, la loro missione è valorizzare a breve il capitale degli azionisti, e sono incentivati a farlo in modo particolare dalle stock options in loro possesso.

Le grandi imprese multinazionali sono colossi con tendenza monopolistica in quanto limitano la concorrenza e pongono barriere all’entrata del mercato per i nuovi, possibili competitors, mosse da un’ottica unicamente di profitto.

Norberto Bobbio diceva che una società non si può considerare effettivamente democratica se la democrazia non è applicata a tutti i settori di questa società, a cominciare dall’economia.

Riteniamo quindi di importanza fondamentale ritornare a discutere di democrazia economico-industrialee di partecipazione dei lavoratori, in quanto una struttura democratizzata e decentrata è certamente più libera e stabile di una struttura verticale e gerarchica.

L’autogestione dei produttori, teorizzata per la prima volta da Proudhon, deve pertanto rappresentare un altro degli obiettivi di lungo periodo del nuovo Socialismo. Non ci riferiamo a forme di assemblearismo para-sessantottino. Ci riferiamo al principio democratico proprio della cooperazione – una testa, un voto – che sostituisce quello “plutocratico” (una azione, un voto) delle società di capitali; e ad esperienze significative quali la rete di cooperative del distretto di Mondragon, nei Paesi Baschi, o il movimento di fabbriche recuperate ed autogestite sviluppatosi in Argentina all’indomani del default del 2001: veri esempi di economia sociale e solidale, alternativa al modello neoliberista.

Alcune decisioni devono necessariamente essere delegate a tecnici ed esperti, ma ciò che conta è il controllo democratico da parte dei soci-lavoratori. Sono i lavoratori, in un sistema autogestionario, ad eleggere e ad assumere i manager e/o la dirigenza, e non viceversa.

Una volta sradicata certa mentalità “parassitaria”, un lavoratore, conscio di attivarsi non nell’impresa del “padrone” (capitalismo) o dello Stato (comunismo), ma nella propria, non può che apportare un maximum di rendimento e produttività.

Inoltre, in un sistema autogestionario gli utili (ossia il profitto d’impresa) vengono distribuiti direttamente fra i soci-lavoratori, impedendo la “privatizzazione” della ricchezza tipica del capitalismo. Quest’ultimo aspetto è molto importante in quanto il sistema capitalistico è caratterizzato da una contraddizione di fondo: poiché salari e profitti sono in un rapporto inversamente proporzionale, è intrinseca a tale sistema una perpetua lotta per la distribuzione del reddito. Al contrario, in un sistema di imprese cooperative – essendo i lavoratori gli “imprenditori di sé stessi” – quella contraddizione scomparirebbe. Mentre il fine dell’impresa capitalistica è la massimizzazione del profitto degli imprenditori privati, il fine dell’impresa democratica è quello di massimizzare il reddito medio dei soci, dando luogo ad una equa distribuzione della ricchezza. Infine, l’autogestione avrebbe ancheripercussioni positive sul piano dell’occupazione: la disoccupazione per alto costo del lavoro non esisterebbe praticamente più, visto che in un’impresa democratica il lavoro non rappresenta più un costo di produzione; quanto alla disoccupazione “keynesiana”, causata cioè dalla carenza di domanda aggregata, potrebbe essere anch’essa notevolmente ridotta poiché i soci-lavoratori, piuttosto che procedere a licenziamenti (magari estraendo a sorte i nomi degli sfortunati…), preferirebbero autoridursi l’orario di lavoro pur di salvaguardare l’occupazione (analogamente a quanto accade oggi con i “contratti di solidarietà”).

* * * * *

10. Naturalmente anche la democrazia industriale ha i suoi costi e il suo tallone d’Achille, ma non si tratta di problemi insormontabili. L’autogestione non abolisce il mercato, né deve farlo perché ciò (come ha dimostrato l’attuazione fattane dal cosiddetto socialismo reale) significherebbe restringere insopportabilmente la libertà individuale.

Proudhon affermò che la proprietà «è un furto», ma aggiunse che la proprietà è anche libertà, cioè che essa rappresenta un contrappeso al potere dello Stato. La soluzione del problema della proprietà è la sua universalizzazione e non – come sostenuto dal leninismo – il suo trasferimento dai privati alla tecnoburocrazia statale.

Il mercato dev’essere visto come un mezzo per allocare le risorse, certamente più liberale ed efficiente della pianificazione centralizzata: noi critichiamo l’incapacità del mercato di autoregolarsi, non il mercato in sé!

Ma non per questo il nuovo Socialismo trascura la critica dei rapporti sociali di produzione, dei rapporti fra impresa e lavoratori, dei rapporti fra domanda e offerta di lavoro, dei rapporti gerarchici all’interno delle imprese.

Il liberale progressista John Stuart Mill già a metà Ottocento scriveva: «La forma di associazione che, se l’umanità continua a migliorare, ci si deve aspettare che alla fine prevalga, non è quella che può esistere tra un capitalista come capo e un lavoratore senza voce alcuna nella gestione, ma l’associazione degli stessi lavoratori su basi di eguaglianza, che possiedono collettivamente il capitale con cui svolgono le loro attività e che sono diretti da managers nominati e rimossi da loro stessi».

Lungi da noi l’idea, con questo Manifesto economico, d’aver affrontato e risolto tutti i problemi della società e delineato tutti i compiti del nuovo Socialismo; e tuttavia abbiamo la certezza d’aver fatto un primo, importante passo di un percorso arduo e difficile, ma nondimeno affascinante e necessario.

_____________________

1) Il denaro scritturale già nel 1994 era centinaia di volte maggiore del circolante (depositi); è impensabile quindi depositare banconote presso la nuova Banca nazionale d’Italia, perché ciò strangolerebbe l’economia; questa accetterà quindi i depositi in titoli di Stato e, poiché la loro cedola compete al detentore, lo Stato o potrà esimersi dal pagare interessi a se stesso oppure pagherà con una mano quei dividendi e con l’altra li incasserà. 

2) Si propone l’erogazione del credito nella forma dell’antico contractus trinus: a) la banca commerciale riporta alla Banca nazionale d’Italia il fabbisogno del suo cliente garantendone la solvibilità; b) la Banca nazionale eroga il credito percependo la totalità dei rimborsi di capitale e la maggior parte di quelli d’interesse; c) il residuo dei rimborsi d’interesse viene abbandonato alla banca commerciale, a copertura del rischio assicurativo e delle spese di procacciamento dell’affare.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...