Vittorio Foa

Vittorio Foa

di Giancarlo Iacchini 

Coscienza critica (e inquieta) del Novecento e della sinistra in particolare; sicuro prototipo di socialista radicale ma a volte anomalo, sfuggente, incoerente; uno che non ha mai cercato facili consensi e col quale era proprio impossibile andar d’accordo su tutto, anche perché su tutto ha sempre detto “scomodamente” la sua, scavando dall’interno, come un irriverente torrente carsico, lo stesso caposaldo politico e teorico sul quale era sembrato di volta in volta assestarsi per placare la sua inesauribile ansia di ricerca e recondite verità, col piglio indomito (e socratico) di chi ama più le domande che le risposte. Classe di ferro 1910,Vittorio Foa (1910-2008) ha attraversato tutto il secolo scorso ed è approdato di slancio al XXI mantenendo fino alla morte lo spirito indomito del ragazzo ribelle. Nell’ultimo periodo della sua vita s’era perfino sposato, alla verde età di 95 anni.

Di famiglia ebrea, laureato in legge nella sua Torino, entra in “Giustizia e Libertà” a 23 anni e a 25 è già nelle carceri fasciste, condannato a 15 anni dal Tribunale Speciale. Lo sbattono in cella con Ernesto Rossi, il suo mito, ed allora la prigionia diventa “il periodo più bello” della sua vita: «Lui e Riccardo Bauer erano i nostri martiri, il nostro punto di riferimento ideale. Io ora mi trovavo lì e capivo che dovevo stare insieme con loro. L’ho vissuta come una fortuna immensa, immeritata. Pensai: “Chi è che mi dà il dono di stare con queste due persone, di studiare con loro, di lavorare con loro, di pensare con loro?”. Ho passato quattro anni con loro in quel carcere. Quattro anni trascorsi così sono anni di felicità. Lo dico sempre che lo studio ci ha salvati. Il sistema politico voleva cancellarci, il carcere e la condanna volevano dire: “Non ci sei”. Noi invece c’eravamo. Certo, le inferriate del carcere, le muraglie, la censura, l’autocensura ci impedivano di parlare, di scrivere, questo sì, ma comunque comunicavamo col mondo, noi continuavamo a esserci perché avevamo cercato insieme questo percorso. Mai, in quegli anni, non un solo minuto c’è stato uno scontro fra noi; molti dissensi, ma tutti con un grande rispetto reciproco e interni a una ricerca comune. Vorrei ricordare un episodio. Quando i Rosselli furono assassinati, io ero con Rossi e Bauer, eravamo solo noi tre e, quando l’abbiamo saputo, abbiamo preso una decisione. Siamo riusciti a mandare fuori un messaggio in modo molto complicato. Questo messaggio era destinato al movimento di Giustizia e Libertà a Parigi. Non lo ricordavo più nei suoi termini, ma l’ho ritrovato stampato. Esso diceva: “Vogliamo che quello che vi scriviamo sia pubblicato con i nostri nomi e cognomi. Chiediamo agli italiani di continuare la lotta per la libertà nel nome dei Rosselli”. La nostra era una volontà di testimonianza pubblica dal fondo di un carcere, rilanciata da Parigi con nome e cognome. Salvemini la ricevette e decise opportunamente di non pubblicarla, perché capì quale tempesta sarebbe caduta sulla nostra testa. Fece bene a non pubblicarla però devo dire che quell’atto rimane nella mia memoria come una prova della solidarietà con Rossi e Bauer, come uno dei punti della mia vita di cui sono maggiormente contento».

Nel ’43 Foa esce dal carcere per entrare direttamente nella Resistenza, e su questa base viene eletto deputato (azionista) alla Costituente; quindi il passaggio al PSI, l’attività sindacale in Fiom e Cgil, la teorizzazione dell’autonomia operaia, la scissione nel Partito Socialista e la nascita del Psiup, che lo vide protagonista; e con il ’68 il tragitto attraverso la sinistra “extraparlamentare”, dal Manifesto al Pdup a Democrazia Proletaria; l’elezione a senatore (indipendente) nelle liste del PCI e dopo la svolta occhettiana della Bolognina, mentre la “sua” creatura DP confluiva in Rifondazione comunista, la scelta alquanto sorprendente di aderire al PDS, lui che era un “rivoluzionario” pur non essendo mai stato un “comunista”.

«Ma i partiti non mi attirano. Bada, io non sono contro i partiti, li considero strumenti indispensabili per orientare il consenso e per organizzare il sistema democratico. Ma servono a realizzare programmi specifici, concreti. Non possono aver la pretesa di guidarti in tutto. Quindi va bene un partito leggero, non burocratico, volontaristico». Viva i “cani sciolti”, allora? «No, non apprezzo molto nemmeno i solitari e gli anarchici. Penso che socializzare idee, comportamenti e sentimenti faccia tutt’uno con la condizione umana. Ma le folle, le masse, le parole d’ordine mi spaventano. I partiti servono anche a  educare ma non a irreggimentare. Ho sempre pensato così e rivendico il diritto all’incoerenza. Ti pare un’eresia per un uomo di sinistra? O forse, chissà, cambiare idea è la condizione per essere coerenti… Tutto sta nel come la si cambia: se io dico di avere avuto sempre ragione sono un poveretto, se spiego che con il mutare del mondo è cambiata anche la mia testa comincio a ragionare. Ho torto?».

Vittorio Foa era prima di tutto antifascista: «Noi sapevamo benissimo che il nostro lavoro di antifascisti non aveva cambiato nulla della politica del fascismo, il quale era andato avanti per conto suo. Il fascismo è stato distrutto dalla guerra e non da noi, ma sono sicuro che noi abbiamo preparato il domani. Noi pensavamo al domani in ogni campo: alla vergogna dello sfruttamento del lavoro umano, al bisogno di rinnovare la democrazia, di cambiarla, di dare un senso nuovo anche al contenuto della libertà».

Assertore del “panta rei”, del mutamento continuo: «Io ho vissuto molto, il passato è lungo. E non c’è un solo passato, ce ne sono molti e alcuni cambiano nel tempo, basta assumere una dimensione temporale di medio o lungo periodo e la visione della propria vita diventa diversa. Ma vi sono dei punti fermi. Al di là degli episodi più o meno piacevoli da ricordare, vi sono dei momenti nei quali si avverte un senso nuovo della propria vita. Sono i momenti di cambiamento. E’ allora possibile trovare anche nella politica, come in tutte le attività creative, la felicità, la gioia. Sono i momenti in cui si sente di cambiare in primo luogo noi stessi, rinnovando le categorie della nostra mente, sia quelle logiche dell’apprendimento sia quelle etiche del dover essere. Due mi sembrano gli elementi costitutivi di quella gioia: la libertà della scelta e il nuovo spazio di comprensione della convivenza sociale, delle sue necessità, del suo sentire. La libertà vissuta come responsabilità, come premessa a quel bene così prezioso e fragile che è la solidarietà».

La ricerca della felicità…: «Avevo ventidue anni, ero un antifascista che cercava in qualche modo di confermare i suoi ideali. A un certo momento scelsi una via rischiosa per dare un senso alla mia azione, per non lasciarmi vivere come capitava. Eravamo un gruppo di compagni di “Giustizia e libertà”; eravamo pochi, ma si poteva essere felici anche sentendosi soli in mezzo a un mondo indifferente. Così sarebbe stato possibile dopo pochi anni essere felici in mezzo a folle di cittadini che la pensavano come noi, in un momento di liberazione collettiva. Certo vi sono stati altri momenti felici, per esempio quando i giovanissimi ventenni del 1960 riscoprirono l’antifascismo e gli diedero un senso nuovo, oppure nei decenni che seguirono, quando i lavoratori videro nella loro resistenza un problema che non era solo loro, ma di tutti. E ancora adesso, negli anni 2000, mi vengono delle tentazioni. E subito viene la domanda: e poi? Ho più volte sofferto l’esperienza della politica che si fa rito e diventa incomprensibile. Il ricordo di lunghi periodi grigi e amari non cancella, però, il ricordo della gioia e dà alla politica il senso della possibilità».

Radicale? «Sì, ci sono situazioni in cui occorre il radicalismo, perché bisogna far presto e andare fino in fondo; ma anche altre in cui è necessario il gradualismo, perché vuol dire avere consensi più vasti». Cos’è e cosa non è la sinistra? «La sinistra è ciò che include, che allarga le possibilità delle persone di guardare il mondo e di muoversi nel mondo. E io non vorrei escludere nessuno dall’inclusione, però l’esclusione la vediamo continuamente attorno a noi e quello di sicuro è ciò che la sinistra non è, quello contro cui dobbiamo combattere; sono le scelte fini a se stesse, quelle fatte senza pensare agli altri».

L’insostenibile leggerezza (e volatilità) delle parole della politica: «Noto una crescente irrilevanza del linguaggio, chi governa può dire tutto e il suo opposto. Quando le parole diventano irrilevanti cade l’impegno etico di rispettare la parola data». Ma restano le ragioni dell’ottimismo…: «Penso sempre che nell’agire umano vi sono possibilità anche quando le difficoltà sembrano insuperabili». Tra le cose che “sgomentano” il vecchio radicalsocialista, il “silenzio” dei vecchi comunisti: «Tendono a scomparire i testimoni di un’esperienza, quella dei comunisti italiani, che fu indubbiamente originale. E insieme si oscura un pezzo della nostra storia. Ma c’è qualcosa di ancor più importante del loro silenzio. Il comunismo è finito e l’anticomunismo continua a imperversare non come tentativo di ragione ma come insulto, non come ricerca ma come aggressione. Perché tutto questo? L’anticomunismo a vuoto non è forse paura? Perché si ha paura? Di che cosa?».

Critico e scettico, come il suo concittadino Norberto Bobbio, al punto da essere fin troppo ingeneroso verso i suoi maestri: «Ci ho pensato molto nel corso della vita: io ho sempre cercato negli altri e preso da loro, ma non ho mai avuto un Maestro». E Gobetti? «L’influenza di Gobetti a Torino è stata molto forte. La cultura del primo ’900 aveva rifiutato il determinismo. L’attivismo, il volontarismo suggerivano che le cose si potessero fare anche subito, senza rispettare rigide gradualità, saltando, se necessario, le tappe intermedie. Queste cose noi, giellisti e azionisti, le abbiamo apprese anche attraverso Gobetti. E avevamo simpatia per i comunisti, nonostante il loro autoritarismo, proprio perché anche noi eravamo contro il determinismo storico. Bisogna fare delle cose? La rivoluzione? Il socialismo? Be’, si fanno! Però i comunisti, per esempio, guardavano al movimento dei consigli non come a un moto di autonomia, ma come occasione di rottura con la tradizione socialista, e in particolare con il determinismo storico proprio di quella tradizione, che ipotizzava nella storia tante fasi successive, dove il passaggio alla fase più avanzata era possibile solo quando la precedente fosse sufficientemente matura». E siccome anche Gobetti, collaborando da liberale radicale (molto coraggiosamente) con l’amico Gramsci, “tifava” per i consigli di fabbrica contro la “vecchia” democrazia parlamentare, Foa diventa lapidario e spiazzante: «L’ultimo Gobetti era comunista e basta».

Pur sempre maestro, si spera… «Noi abbiamo preso da Gobetti alcune cose. Tra queste c’è l’intransigenza, quella che lui ha sempre praticato nella sua vita di scrittore, di giornalista e di editore. Gobetti è stato un grande editore e anche nel suo modo di fare l’editore invitava a parlare e a esprimersi in un continuo richiamo alla libertà e ai doveri che la libertà pone. Noi sentivamo fortemente il suo disprezzo per l’opportunismo e la piccineria, e penso, ad esempio, che questo abbia avuto una grossa influenza su di me personalmente. Noi questo disprezzo lo avevamo interiorizzato ed è diventato l’imperativo di salvaguardare la “dignità del ruolo”. Il nostro ruolo di oppositori era la testimonianza, che richiedeva una certa dignità, l’impossibilità di dire e fare cose meschine o volgari. Nelle mie lettere dal carcere c’è una vicenda, per la quale mi arrabbiai moltissimo: una ragazza aveva fatto per me una domanda di grazia al Duce. Io ignoravo del tutto la cosa. La domanda mi venne portata dall’Ovra in cella: quando lessi quel foglio, ci scrissi sopra un bel no, sottolineandolo tre volte. Nei documenti dell’Ovra è detto che il condannato ha rifiutato di aderire alla domanda. Ecco: questo rifiuto deve molto all’esempio gobettiano».

Oltre all’esempio etico c’è naturalmente quello politico, col gusto tuttavia agrodolce della sconfitta storica degli azionisti nel dopoguerra: «Eravamo alla ricerca di un socialismo autonomo e libertario, intimamente rivoluzionario, e siamo stati sconfitti dal riemergere del socialismo tradizionale come fattore di rassicurazione. L’altro elemento su cui siamo stati gobettiani sino in fondo, e abbiamo perduto, è stato il disgusto per la democrazia classica. Disgusto è forse una parola sbagliata. Però… Ho riletto recentemente il Manifesto di Ventotene, quello dei federalisti europei, scritto da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi. E’ tutta una polemica contro la democrazia rappresentativa. L’azionismo è venuto fuori a dire basta con questa roba, bisogna fare qualcosa che venga direttamente dal popolo e che attivi la volontà popolare. Che ci volesse anche la democrazia rappresentativa l’abbiamo capito, ma in fondo la consideravamo un elemento non dico marginale, ma quanto meno da integrare con la democrazia diretta, con l’autonomia operaia, con l’iniziativa dal basso, che sola avrebbe dato alla democrazia un contenuto di liberazione vera, perché la democrazia rappresentativa di per sé non ha contenuti, fornisce, tutt’al più, delle garanzie formali. Questa convinzione dell’insufficienza della democrazia rappresentativa l’abbiamo ereditata da Gobetti».

Come direbbe Ingrao, la bacchettata al Maestro non ci… persuade, ma i tanti “no” dell’incontentabile vecchio Foa ci sono altrettanto cari, così come sentiamo appartenerci lo stesso spirito critico e ribelle: «E’ meglio disubbidire, dicendo con chiarezza quello che si pensa, piuttosto che essere conformisti e pensare con la testa degli altri». E Vittorio non ha mai chinato la testa, neppure di fronte all’inevitabile passare del tempo e all’incombere della fine. Panta rei, tutto scorre; ma la perenne ricerca della libertà, della giustizia, della solidarietà ed anche della felicità – sempre nel dubbio e in quel “relativismo” che solo i fanatici, i dogmatici e gli integralisti possono contestare – rende chi abbia la pazienza di coltivarla discretamente immortale.

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