Karl Marx

Karl Marx

di Giancarlo Iacchini 

E’ impossibile riassumere in uno dei nostri “saggi brevi” sui maestri del radicalsocialismo un pensiero vastissimo come quello di Karl Marx (1818-1883), le cui teorie filosofiche, politiche ed economiche hanno esercitato sul socialismo – in tutte le sue varianti – la gigantesca influenza che ben conosciamo. Questo non significa eludere la questione del marxismo e della necessità di fare i conti con un bagaglio teorico e pratico talvolta scomodo ed ingombrante, ma significa optare per un approccio specifico e settoriale, ed inoltre laico, critico, costruttivo; capace di evitare con cura i due errori uguali e contrari: prendere poco laicamente per oro colato ogni tesi e “virgola” del testo marxiano, giustificando dogmaticamente qualsiasi affermazione fino ad invalidarne involontariamente ogni valenza “scientifica” (come insegna la teoria popperiana della falsificabilità); oppure al contrario far leva sui molti aspetti che appaiono storicamente superati (dopo un secolo e mezzo!) per delegittimare un intero pensiero che oltre a mantenere intatto, senza tema di smentita, il suo valore storico e filosofico, conserva una grandiosa e perfino sorprendente  attualità nell’acutissima analisi della crisi del capitalismo (da “rafforzare” oggi, semmai, con i limiti non solo economici ma anche naturali allo “sviluppo delle forze produttive”) e nel coraggio titanico di immaginare un’organizzazione sociale davvero libera e giusta, più razionale e più umana.

E siccome è questa la chiave più genuina del socialismo di Marx, partiamo dalla libertà come liberazione integrale della persona, come emancipazione radicale, come libertà sostanziale  (sulla terra della vita reale) e non soltanto formale (nel cielo dei diritti politici e giuridici). Questo è il fondamentale passo avanti compiuto da Marx rispetto al liberalismo e alla democrazia: l’esigenza di agire praticamente per rimuovere i meccanismi economici che impediscono di fatto, anche se non di diritto, l’effettiva libertà degli individui. E per spezzare queste catene c’era (e c’è) tutto un mondo da rovesciare: il mondo dell’alienazione, della “reificazione” (riduzione a cosa), della mercificazione dell’uomo e del suo lavoro, che costituisce la vera essenza del suo essere sociale.

Partiamo da qui dando subito la parola a Karl Marx. Non è un caso che uno dei primi testi socialisti del giovane filosofo di Treviri (in precedenza giornalista “radicale”), dopo il famoso ripudio della “filosofia tedesca” (motivato dal fatto che «i filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi, ma quel che più conta è cambiarlo»), si sia concentrato proprio sul concetto di liberazione. In alcuni passi straordinari ed attualissimi (benché assai poco conosciuti) dei Manoscritti del 1844 (per nulla rinnegati ed anzi più volte ripresi nelle pagine mature del Capitale), Marx offre un suggestivo affresco della emancipazione offerta dal suo socialismo rivoluzionario. Una rivoluzione sociale ma anche intellettuale, insieme teorica e pratica, radicale perché non si tratta di sostituire un potere con un altro, un partito con un altro e neppure una classe con un’altra, ma di cambiare completamente la natura del potere stesso: bisogna raddrizzare un mondo rovesciato dalla logica del capitale, della produzione delle merci e del profitto, della progressiva mercificazione dell’uomo e della vita, per rimettere al centro l’autentica natura dell’essere umano, inteso come armonica unità di corpo e di spirito.

Da questo punto divista, il gretto materialismo borghese è altrettanto alienante dello spiritualismo religioso e filosofico, e il “comunismo” che per contrasto ne deriva rischia di ereditarne la stessa identica malattia, lo stesso vizio d’origine. In questo testo infatti, dopo avere tratteggiato a tinte fosche l’alienazione capitalistica, il fondatore del comunismo moderno mette (profeticamente) in guardia dai pericoli di un comunismo “rozzo” e primitivo, che si limiti a statalizzare la proprietà, e cioè lo stesso estraniante predominio dell’avere sull’essere. Ed allora la proprietà, diventata generale, non rappresenterebbe affatto una liberazione ma anzi estenderebbe “a tutti gli uomini”, in forma addirittura più alienante e servile, la condizione dell’operaio e del lavoro salariato, sopprimendo la “personalità” e il “talento” individuale.

 Qualcuno ancora oggi si sorprenderà di questo strano Marx “anticomunista”. «Ma io non sono mai stato…marxista!», aveva dichiarato in punto di morte, rivendicando la sua costante autonomia di giudizio ed un metodo di ricerca rigorosamente “scientifico”, cioè critico ed anti-ideologico (l’ideologia è per lui, non dimentichiamolo, una menzogna ed una «falsa coscienza»).

 Il suo comunismo è in primo luogo il “regno della libertà”, che combatte e soppianta quello “della necessità”; è «il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente»; è «un’associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è la condizione del libero sviluppo di tutti», in cui «ognuno dà secondo le sue capacità e riceve secondo i suoi bisogni» e nella quale la conquistata libertà dai vincoli (e dagli orari) del lavoro alienato «mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra; la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia, senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico».

«Nel capitalismo, l’esistenza del lavoratore è ridotta alla condizione di esistenza di ogni altra merce. Il lavoratore è diventato una merceIl lavoro salariato è completa rinuncia alla libertà, schiavitù rispetto al capitale, sacrificio dello spirito e del corpo del lavoratore. Il termine dell’economia è dunque l’infelicità della società. L’economia conosce il lavoratore solo in quanto bestia da soma, animale ridotto ai più stretti bisogni corporali; il quale, ben lungi dal poter comprare tutto, deve vendere se stesso e la sua umanità. Ma un uomo, affinché si formi libero, non può restare nella schiavitù dei suoi bisogni corporali, non può essere servo del corpo. Gli deve restare tempo per poter anche operare e godere spiritualmente.

Per gli economisti l’uomo è solo una macchina per consumare e produrre, la vita umana è un capitale, le leggi economiche regolano ciecamente il mondo; gli uomini non sono niente, il prodotto è tuttoE con la valorizzazione del mondo delle cose, cresce in rapporto diretto la svalutazione del mondo degli uomini. Quanto più l’uomo crea dei valori, tanto più egli è senza valore e senza dignità. Quanto più raffinato è il suo oggetto, tanto più è imbarbarito l’operaio; quanto più è spiritualmente ricco il lavoro tanto più l’operaio è divenuto senza spirito e schiavo della materia.

Nel lavoro l’operaio non si afferma, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale. Il risultato è che l’uomo si sente libero ormai soltanto nelle sue funzioni bestiali, nel mangiare, bere, generare ecc., e che nelle sue funzioni umane si sente una bestia. Il bestiale diventa umano e l’umano bestiale. Sia chiaro: il mangiare, il bere, il generare sono in effetti anche schiette funzioni umane, ma diventano bestiali nell’astrazione che le separa dal restante cerchio dell’attività umana e ne fa gli scopi ultimi e unici.

L’uomo è una parte della natura, ma il lavoro alienato aliena l’uomo dalla natura e aliena all’uomo se stesso, la sua attività vitale; abbassa la spontaneità, la libera attività ad un mezzo, disumanizza l’operaio sia spiritualmente che fisicamente. Il lavoro, l’attività vitale, la vita produttiva appare all’uomo solo come mezzo per la soddisfazione di un bisogno, del bisogno di conservazione dell’esistenza fisica. Ma è la libera attività consapevole il carattere specifico dell’uomo. E la vita stessa appare, nel lavoro alienato, soltanto come mezzo di vita.

L’economia è la scienza più morale! La volontaria rinuncia alla vita e a ogni umano bisogno è il suo assioma capitale. “Il tempo è denaro”: meno mangi, bevi, leggi libri, vai a teatro o a ballare o in birreria, pensi, ami, teorizzi, canti, dipingi, giochi, fai sport ecc., e più lavori e risparmi e fai grande il tuo tesoro, il tuo capitale. Meno tu sei, meno esprimi la tua vita, e più tu hai; più è espropriata la tua vita, più tesaurizzi la tua essenza alienata. Tutto quanto l’economia ti toglie di vita e umanità, te lo restituisce in denaro e ricchezza.

Anche il comunismo, nella sua prima forma, è soltanto la generalizzazione della proprietà privata. Il dominio della proprietà di cose gli si presenta così grande che esso intende annullare tutto ciò che non è suscettibile di essere posseduto da tutti, e vuole astrarre con la violenza ad esempio dal talento individuale. Il possesso fisico immediato vale come unico scopo della vita; la prestazione dell’operaio non è soppressa, bensì estesa a tutti gli uomini; il rapporto della comunità col mondo delle cose resta il rapporto della proprietà privata.

Si può dire che la “comunanza delle donne” – in cui la donna procederebbe dal matrimonio ad una prostituzione generale, così come la ricchezza procederebbe dal matrimonio esclusivo col proprietario privato ad una universale prostituzione con la comunità – è il segreto svelato di questo comunismo ancora tutto rozzo e irriflessivo. Ma è dal rapporto tra uomo e donna che si deve giudicare ogni grado di civiltà.

Questo comunismo, in quanto nega la personalità dell’uomo, è soltanto l’espressione conseguente della proprietà privata, che è tale negazione. Quanto poco questa soppressione della proprietà privata sia una reale appropriazione lo prova l’astratta negazione di tutto il mondo della cultura e della civiltà, il ritorno alla innaturale semplicità dell’uomo “povero” e senza bisogni, che non ha ancora sorpassato la proprietà privata, che anzi non è ancora pervenuto alla medesima. La comunità è soltanto comunità del lavoro ed eguaglianza del salario che paga il capitale comunitario, la comunità come capitalista generale.

Il comunismo rozzo, prima soppressione della proprietà privata, è così soltanto una manifestazione della bassezza della proprietà privata che intende porsi come comunità, e resta affetto dall’alienazione umana. Questa proprietà materiale, immediatamente sensibile, è l’espressione materiale, sensibile della vita umana estraniataLa  proprietà privata ci ha fatti talmente ottusi e unilaterali che un oggetto è nostro solo quando lo abbiamo; quando, dunque, esiste per noi come capitale o è immediatamente posseduto, mangiato, bevuto, portato sul nostro corpo, abitato ecc., in breve utilizzato.Tutti i sensi, fisici e spirituali, sono stati sostituiti dalla semplice alienazione di tutti loro, dal senso dell’avere.

Ma il senso costretto al rozzo bisogno pratico ha anche soltanto una sensibilità limitata. E la soppressione effettiva della proprietà privata, cioè l’appropriazione sensibile dell’esistenza e delle opere umane, non è da prendersi solamente nel senso del possedere, dell’averema dev’essere la completa emancipazione di tutti i sensi e qualità umane, la fine della natura egoistica del bisogno e del godimento. Solo allora l’utilesarà diventato un utile umano; e l’emancipazione sarà la riappropriazione dei sentimenti e dello spirito propri e degli altri uomini. Dal che si vede come solo nella socialità e nella energia pratica dell’uomo spiritualismo materialismo perdano la loro opposizione; si vede come la soluzione delle antitesi teoriche sia possibile solo in modo praticoIl comunismo come soppressione della proprietà privata è la negazione della negazione, e perciò il movimento reale necessario dell’umana emancipazione: ma esso non è affatto, come tale, il termine dell’evoluzione sociale, la forma ideale dell’umana società». (Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici)

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