Bertrand Russell

di Giancarlo Iacchini 

Bertrand_Russel«Mio caro Russell, ho il privilegio di comunicarle la nomina a professore di filosofia al City College di New York. La sua collaborazione apporterà lustro alla nostra scuola e approfondirà l’interesse per le basi filosofiche del vivere umano». Così il preside del college statunitense, Ordway Tead, scrisse nel 1941 al filosofo inglese Bertrand Russell (1872-1970) ufficializzando una decisione presa all’unanimità dal Consiglio dell’Università. All’epoca Russell era già anziano, ed universalmente famoso per i suoi studi di logica della matematica e della conoscenza, nonché per il suo pacifismo radicale, che gli era costato la perdita della cattedra a Cambridge durante la prima guerra mondiale, e sei mesi di galera per attività antimilitariste e propaganda in favore della nonviolenza e dell’obiezione di coscienza. Strenuo difensore della libertà e della“felicità” individuali, si era sempre battuto contro le più svariate forme di oppressione presenti nella civiltà occidentale, provenienti dalle politiche conservatrici degli stati, dalle onnipotenti (e prepotenti) organizzazioni dell’economia privata e dalle chiese, in particolare quella cattolica per i secolari privilegi di cui gode e l’enorme potere sulle coscienze che è in grado di esercitare. E benché auspicasse una “rifondata” etica laica al posto dei precetti falsi e ipocriti della religione, non mancava di manifestare tutta la sua diffidenza nei confronti della morale corrente, con argomenti che ricordano le sfuriate di Friedrich Nietzsche contro la “millenaria e certosina vivisezione” che da secoli la “coscienza” (e cioè “l’istinto del gregge”) esercita sul singolo individuo, che vorrebbe essere libero di pensare ed agire – dice Russell – “in base all’amore e dalla felicità”, le due forze che secondo lui possono guidare l’uomo verso una vita degna di essere vissuta, liberando la sua creatività e i suoi “desideri”, condannando le ignominie del potere politico ed economico, della religione e delle chiese, della guerra e dell’egoismo più innaturale, indotto dagli interessi di chi domina sul “gregge”.

Ma torniamo alla prestigiosa cattedra offerta a Russell, amico di Albert Einstein e compagno di studi di John Maynard Keynes. Contro la nomina al City College si scatena tutta la New York bigotta e benpensante. Con questo fior fiore di “argomentazioni”: «Che cosa si deve dire delle università che affidano l’istruzione filosofica della gioventù ad un uomo noto come propagandista antireligioso e antimorale e che, in particolar modo, difende il “libero amore” e l’adulterio? Possono coloro cui sta a cuore il benessere del nostro paese essere disposti a vedere tali insegnamenti diffusi con l’appoggio dei nostri colleges? C’è gente tanto disorientata moralmente e intellettualmente da non vedere nulla di male nella nomina di una persona che nelle sue pubblicazioni tra l’altro scrive: “Al di fuori dei desideri umani non c’è alcuna regola morale”» (vescovo Manning). «La nomina di questo professore di paganesimo, il filosofo anarchico e nichilista della Gran Bretagna, suona come un brutale insulto ai newyorkesi e a tutti gli americani» (The Tablet, quotidiano). «Il signor Russell è un arido e decadente difensore della promiscuità sessuale, che ora sta addottrinando gli studenti dell’Università della California sui libertari principi di dissolutezza sessuale, di amore libero e di matrimonio temporaneo. Questo corruttore, questo insegnante dell’immoralità e dell’irreligiosità, è stato condannato all’ostracismo dagli inglesi per bene» (America, settimanale gesuita). «Il difensore di una morale lassista è persona inadatta a rivestire una carica importante nell’apparato educativo del nostro Stato a spese del contribuente» (senatore Phelps). «La filosofia di Russell sovverte religione, Stato e famiglia e porterebbe nell’organizzazione scolastica di New York idee empie e materialistiche» (senatore Duningan). «Se la nomina a Russell non verrà revocata, propongo di cancellare la somma di 7 milioni di dollari destinati ai colleges cittadini: infatti o le scuole si mantengono morali e veramente americane, oppure verranno chiuse» (G. Harvey, presidente del quartiere Queens).

Appelli di analogo tenore vennero sottoscritti dal presidente del quartiere Bronx, J.Lyons, da innumerevoli uomini politici di destra e da un’interminabile sequela di associazioni religiose e “patriottiche”: i Figli di Saverio, l’Unione centrale cattolica d’America, l’Antico Ordine degli Irlandesi, i Cavalieri di Colombo, l’Associazione degli avvocati cattolici, la Società del Santo Nome di Santa Giovanna d’Arco, la Conferenza dei pastori battisti metropolitani, la Conferenza della Società Femminile del New England, i Figli della Rivoluzione Americana ed altre fantomatiche sigle. Ad esse si aggiunse la puntuale denuncia presentata alla Corte Suprema di New York da parte di alcuni genitori; come la perspicace signora Kay, la quale fece notare che in fondo «il professor Russell è uno straniero», e soprattutto un uomo «che propugna l’ateismo e l’immoralità sessuale». L’avvocato dei genitori cattolici, J. Goldstein, definì le opere di Russell, di cui peraltro si vantava di non aver letto neppure mezza pagina, «lascive, libidinose, sensuali, erotiche, afrodisiache (?), irriverenti, grette, false, prive di contenuto morale», rivelando con sdegno i presunti usi e costumi dello scandaloso professore: «Ha diretto una colonia nudista in Inghilterra! Lui, la moglie e i figli si mostravano nudi in pubblico!». E ancora: «Quest’uomo, che ora ha circa settant’anni, si dedica alla poesia salace e tollera perfino l’omosessualità; anzi oserei dire che l’approva». Concludendo così la sua arringa: «Questo filosofo non è un filosofo nel vero senso della parola; non ama la saggezza e neanche la ricerca; non è un indagatore di quella scienza universale che mira alla spiegazione dei fenomeni dell’universo per mezzo delle cause ultime; egli è un sofista che imbastisce sofismi; con abili artifici e stratagemmi e con semplici cavilli egli dimostra fallaci argomenti probanti e presenta argomenti non sostenibili come frutto di sano ragionamento; trae conclusioni da premesse sbagliate; tutte le sue dottrine, che egli chiama filosofia, non sono che dei feticci di cattivo gusto, logori, rappezzati e inventati allo scopo di fuorviare la gente».

In difesa di Russell intervennero alcune grandi personalità della cultura e della scienza, tra cui John Dewey e Albert Einstein, che rilasciò questo amaro commento: «I grandi spiriti hanno sempre trovato la violenta opposizione dei mediocri, i quali non sanno capire l’uomo che non accetta stupidamente i pregiudizi ereditari, ma con onestà e coraggio usa la propria intelligenza». Una ventina di intellettuali statunitensi inviarono una lettera al sindaco di New York La Guardia, per protestare contro la campagna diffamatoria: «Se questo attacco avesse successo, le università americane non potrebbero salvarsi dall’inquisitorio controllo dei nemici del libero pensiero. Essere istruiti da un uomo della levatura di Bertrand Russell è un raro privilegio per studenti di qualunque paese. Sarebbe bene che i suoi censori lo affrontassero sul campo libero e aperto della discussione intellettuale e dell’analisi scientifica. Essi non hanno il diritto di imporgli il silenzio, impedendogli l’insegnamento. La questione è di così fondamentale importanza che potrebbe pregiudicare l’intera struttura della libertà intellettuale, sulla quale si fonda la vita universitaria americana».

Come andò a finire, lo si può facilmente immaginare: il giudice McGeehan, basandosi su «prove inoppugnabili» e su «norme e criteri che sono leggi di natura», definì la nomina di Russell «un insulto alla città di New York» e la revocò seduta stante, respingendo anche il successivo ricorso da parte del filosofo. Il sindaco dichiarò pubblicamente di “appoggiare” la decisione, e il legale del college fece buon viso a cattivo gioco, «viste le controversie religiose e morali che la nomina ha suscitato». Bertrand Russell tuttavia non restò né disoccupato né tantomeno… disonorato: dalla California passò ad insegnare ad Harvard, e quindi in Pennsylvania. Al suo ritorno in Gran Bretagna, nel 1944, fu insignito da re Giorgio VI dell’Ordine al Merito e nel 1950, con grande scorno dei suoi detrattori, ricevette il premio Nobel per la letteratura, «quale riconoscimento ai suoi vari e significativi scritti nei quali egli si erge a campione degli ideali umanitari e della libertà di pensiero».

Dovendo ovviamente tralasciare in questa sede i suoi grandi meriti nell’ambito della logica e della linguistica, nonché il fondamentale contributo al neopositivismo ed alla filosofia analitica (con lo studio del meccanismo gnoseologico della corrispondenza tra “proposizioni” e fatti” ed il rifiuto di ogni forma di metafisica annidata anche nel linguaggio), ci limiteremo ad evidenziare l’impegno civile di Russell, il cui pacifismo intransigente fu messo in crisi soltanto dall’avvento del nazismo e dalla necessità di fermare anche con la forza il folle e criminale espansionismo hitleriano. Dopo la seconda guerra mondiale continuò l’impegno pacifista condannando la guerra fredda, l’imperialismo americano, la guerra del Vietnam ma anche le invasioni sovietiche dell’Ungheria e della Cecoslovacchia. E contemporaneamente fu l’instancabile difensore delle libertà individuali sia di fronte alle repressioni poliziesche nei paesi del blocco orientale (criticò il regime comunista fin dalle sue basi: «Il sogno del partito filosofo è tanto sbagliato quanto quello del re filosofo»; e fu tra i pochi ad accusare i dirigenti dell’Urss di praticare anche una politica antisemita), sia contro il fenomeno del maccartismo, ovvero l’irrazionale fobia anticomunista che si era scatenata negli Usa ai danni di intellettuali ed attori («Voi oggi condannereste come comunista perfino George Washington!», scrisse sul New York Times). Nel 1955 pubblicò insieme ad Einstein il manifesto contro la proliferazione delle armi nucleari: una campagna che lo espose ad un nuovo linciaggio mediatico da parte dei circoli militaristi e lo condusse ad un secondo arresto nel 1961. Sulla scia del suo maestro John Dewey si occupò anche di pedagogia e volle fondare una scuola sperimentale dai contenuti estremamente libertari ed antiautoritari, all’insegna del dialogo e della totale creatività («L’educazione dovrebbe inculcare l’idea che l’umanità è una sola, con interessi comuni; e che di conseguenza la collaborazione è più importante della competizione»).

“Amore e conoscenza” furono le sue parole d’ordine («La vita retta è ispirata dall’amore e guidata dalla conoscenza»), insieme alla “felicità” e al “desiderio” che anima la vita degli individui, e che va realizzato liberamente, potremmo dire (alla Nietzsche) in modo “dionisiaco”, purché non leda i “desideri” e l’analogo diritto alla felicità degli altri. «Ogni umana attività è indotta dal desiderio». «L’amore è qualcosa di più del desiderio del rapporto sessuale; è il mezzo principale per sfuggire alla solitudine che affligge la maggior parte degli uomini e delle donne durante gran parte della loro vita. C’è una paura radicata della freddezza del mondo e della possibile crudeltà del gruppo; esiste un desiderio di affetto che viene spesso nascosto da maniere dure e rozze e da continui rimproveri e lamentele». Pace e nonviolenza i postulati dell’umanismo cosmopolitico di Russell, liberale radicale e socialista “umanitario”: «I vantaggi della guerra,se ce n’è qualcuno, sono solo per i potenti della nazione vincente; gli svantaggi ricadono sulla povera gente». «La guerra non stabilisce chi ha ragione, ma solo chi sopravvive». «I patrioti parlano spesso di morire per il proprio paese, e mai di ammazzare per la loro patria».

Personaggio anticonformista, stravagante nella vita privata e pieno di umorismo nelle dichiarazioni pubbliche, spesso a mo’ di imperdibili aforismi: «L’unica differenza che io conosca fra un uomo e una donna è una di quelle cose che non si possono stampare», ebbe a dire per perorare la causa della parità fra i sessi. La polemica contro il moralismo bigotto fu per lui una costante, sulla base del suo “relativismo” di fondo secondo cui chiamiamo “bene” ciò che desideriamo, e “male” ciò che ostacola la realizzazione dei nostri desideri. Una morale “assoluta” non esiste, però la diffusa e secolare credenza in questa illusione crea l’immenso potere degli alti interpreti del Bene e del Santo, intenti a combattere la prosaica imperfezione degli uomini in carne ed ossa: «Infliggere crudeltà con la coscienza a posto è, per i moralisti, una delizia; è per questo che hanno inventato l’inferno». «I moralisti sono persone che rinunciano ad ogni piacere eccetto quello di immischiarsi nei piaceri altrui». «Abbiamo in effetti due tipi di morale fianco a fianco: una che predichiamo, ma non pratichiamo, e un’altra che pratichiamo, ma di rado predichiamo». «La psicologia dell’adulterio è stata falsata dalla morale convenzionale, che esclude che l’attrazione per una persona possa coesistere con il serio affetto per un’altra: ma tutti sanno che questo è falso».

Ed egli fu durissimo nei confronti della chiesa cattolica, anzi del cristianesimo in generale: «Così com’è organizzato, esso è stato ed è tuttora il più grande nemico del progresso morale nel mondo». «La fede in una missione divina è una delle tante forme di certezza che hanno afflitto la razza umana». «Il cristiano moderno è divenuto certamente più tollerante, ma non per merito del cristianesimo bensì grazie a generazioni di liberi pensatori che dal Rinascimento ad oggi hanno provocato nei cristiani un senso di sana vergogna per i loro tradizionali pregiudizi». «Possiamo constatare che, in ogni epoca, l’intensità della fede religiosa è andata di pari passo con inaudita crudeltà e scarso benessere». «Io sono fermamente convinto che tutte le religioni siano false e dannose». «È palese che alla base della religione c’è la paura poiché, ogni qualvolta accade una disgrazia, si rivolge il pensiero a Dio: guerre, pestilenze e cataclismi promuovono la religione; ma essa solletica anche la vanità, l’orgoglio, la presunzione». «La paura porta alla crudeltà, ed è per questo che crudeltà e religione stanno così bene insieme». «Non credo ci sia un solo santo, in tutto il calendario, la cui santità sia dovuta ad opere di vera utilità pubblica». «La fede in una vita futura non nasce da argomenti razionali, bensì da emozioni. Fra queste la più importante è la paura della morte, istintiva e biologicamente utile. Se davvero credessimo nella vita futura, il pensiero della morte non ci spaventerebbe affatto». «Si potrebbe dire che ai protestanti piace essere buoni, ed hanno inventato la teologia per mantenersi tali, mentre ai cattolici piace essere cattivi, ma hanno inventatola teologia per mantenere buono il prossimo».

E tuttavia, se della religione si può fare a meno, non altrettanto si può dire dell’etica, che non va confusa col moralismo: «Senza una morale civica le comunità periscono; senza una morale personale, la loro sopravvivenza non ha alcun valore». «La morale non è strettamente legata alla religione come pretende la chiesa. Direi, anzi, che certe fondamentali virtù si riscontrano più facilmente fra coloro che rifiutano i dogmi religiosi che fra coloro che li accettano». L’unico… dogma ammissibile è quello che rifiuta ogni dogmatismo: «Il mondo necessita di menti e cuori aperti, non di rigidi sistemi, vecchi o nuovi che siano; non ha bisogno di dogmi; ha bisogno di libera ricerca». «In ogni cosa è salutare, di tanto in tanto, mettere un punto interrogativo a ciò che a lungo si era dato per scontato». «Non serve tanto il desiderio di credere quanto quello di scoprire, che è esattamente il suo opposto». E via satireggiando: «Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi»; fino alla nota, gustosissima battuta piena di fine umorismo “inglese”: «Non morirei mai per le mie idee: potrei aver torto».

Un sano epicureismo pervadeva la sua filosofia di vita; la rivendicazione del piacere come felicità, attraverso la liberazione dalle paure e dalle cause del dolore e della sofferenza che angustiano gli esseri umani, nel rapporto dialettico (e mai univoco) tra ragione e volontà umane da un lato, e condizioni ambientali dall’altro: «La prima necessità è rendersi conto dei mali del mondo». «La paura è la fonte principale di superstizione e di crudeltà. Vincere la paura è l’inizio della saggezza». «Le condizioni di vita degli uomini influiscono molto sulla loro filosofia, ma d’altra parte la loro filosofia influisce altrettanto sulle loro condizioni». «Tutto quel che sapete far bene contribuisce alla vostra felicità». Con il realistico riconoscimento dei limiti dell’esperienza umana ma anche, sulla scia di Pascal, della sua relativa grandezza: «L’universo è immenso e gli uomini non sono altro che piccoli granelli di polvere su un insignificante pianeta. Ma quanto più prendiamo coscienza della nostra piccolezza e della nostra impotenza dinanzi alle forze cosmiche, tanto più risulta sorprendente ciò che gli esseri umani hanno realizzato». «La cosa più nobile, e più difficile, è riuscire ad essere felici senza odiare qualche altra persona, nazione o credo. Se ci fosse nel mondo un numero più cospicuo di persone che desiderano la propria felicità più di quanto desiderino l’infelicità altrui, potremmo avere il paradiso in terra nel giro di poco tempo».

Se i desideri individuali sono il motore delle azioni umane, con buona pace di qualsiasi metafisica moralistica, è però possibile attraverso l’esempio e l’educazione dirigere, orientare i desideri verso una felicità più stabile e duratura, quella cioè che unisce il benessere proprio a quello di chi ci circonda, e della società nel suo complesso: a questo proposito, riecheggiando il “saggio e prudente calcolo dei piaceri” teorizzato da Epicuro (ma anche secoli dopo dal grande Spinoza) per arrivare alla serenità dell’anima ed alla pace interiore, Russell auspica una progressiva autodisciplina etica, fondata su una libera autoregolamentazione dei propri desideri che parta dalla comprensione e rispetto di quelli altrui, e dal vantaggio comune della loro reciproca armonizzazione. Ma ammette anche che questa saggezza razionale non è affatto incoraggiata dalle concrete condizioni economiche e sociali della realtà capitalistica: «Uno dei mali della nostra epoca consiste nel fatto che l’evoluzione del pensiero non riesce a stare al passo con la tecnica, con la conseguenza che le capacità aumentano, ma la saggezza svanisce».

«A me sembra che tutti, con pochissime eccezioni, facciano un cattivo uso del potere, e di conseguenza la cosa più importante è distribuire il potere quanto più si può, senza dare un immenso potere a una piccola cricca». E questo ci porta alla concezione ultrademocratica di Russell, secondo cui lo scopo principale dei governi dovrebbe essere quello di mantenere la pace, assicurare a tutti condizioni di giustizia ed equità, garantire la collaborazione sociale fra i cittadini e, fondamentalmente, predisporre le condizioni politiche ed economiche affinché ogni uomo possa dirsi libero e realizzato nella vita sociale, salvaguardando e valorizzando la sua unicità: «La maggiore condizione di progresso è la diversità degli esseri umani». Una democrazia sostanziale – estesa alla sfera economica (fin dentro le imprese private, dove «il lavoro non può essere ridotto a semplice mezzo per ottenere un salario») e decentrata al massimo grado verso organismi il più possibile vicini alle rispettive comunità – è in grado di “domare” il potere: non tanto per «garantire un buon governo» quanto per prevenire i mali causati dal potere, appunto «distribuendolo quanto più si può» ed abbattendo tutte le élites anzi le “cricche” dominanti, come più sarcasticamente Russell definiva i potentati politici ed economici. Senza contare che anche “il popolo” o “la maggioranza” possono opprimere e discriminare: «Il fatto che un’opinione sia ampiamente condivisa, non è affatto una prova che non sia completamente assurda».

Libertà individuale, equità sociale, pacifismo, non-violenza, laicità: questi i valori essenziali che hanno guidato, nel pensiero e nella vita, il radicalsocialismo libertario e umanistico di Bertrand Russell.

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