Carlo Pisacane

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di Giancarlo Iacchini

«Forti nella giustizia della causa, ci dichiariamo iniziatori della rivoluzione italiana. Se il paese non risponderà al nostro appello, non senza maledirlo, sapremo morire da forti, seguendo le nobili falangi dei martiri italiani». A seguire, la data del 25 giugno 1857 e le 20 firme dei patrioti imbarcatisi sul piroscafo “Cagliari” e diretti a Sapri, per cominciare appunto la “rivoluzione italiana” all’insegna dell’unità nazionale e della giustizia sociale, pronti a “immolarsi per la libertà dell’Italia” – come scrivono nel documento siglato a bordo, durante la spedizione partita dal porto di Genova – nel caso in cui la loro impresa dovesse fallire. Il primo dei venti nomi è quello di Carlo Pisacane (1818-1857): questo nostro breve e solidale ricordo si colloca tra il 200° anniversario della nascita e il 150° del suo eroico sacrificio.

Pisacane era un napoletano di origini aristocratiche, avviato alla carriera militare nell’esercito borbonico dopo la morte del padre. L’amore (ricambiato) per Enrichetta Di Lorenzo, una ragazza legata ad un matrimonio combinato dalla famiglia, gli fa scoprire la causa dell’emancipazione della donna, e la necessità di rifiutare le convenzioni sociali in base alla spontaneità dei sentimenti e ai diritti di libertà dell’individuo. Nel 1846, dopo avere esternato la propria ammirazione per le gesta di Garibaldi in America Latina, subisce un’aggressione che gli procura serie ferite. Abbandonata Napoli insieme alla sua compagna, è tra i protagonisti dei moti del ’48-49: partecipa infatti all’insurrezione di Milano (le Cinque Giornate) durante la quale conosce Cattaneo e Ferrari – condividendo il federalismo democratico del primo e il radicalsocialismo del secondo – e alla Repubblica Romana, alla cui difesa collabora attivamente anche sul piano militare, sotto le direttive di Mazzini, del quale approva l’ideale repubblicano ma non lo spiritualismo a sfondo religioso, e da cui si distingue per la forte attenzione alla questione sociale.

«Io credo nel socialismo – scriverà Pisacane nel testamento politico scritto prima della spedizione di Sapri, affidato a Jessie White e pubblicato dopo la sua morte dal “Journal des débats” – E’ l’avvenire inevitabile e prossimo dell’Italia, e forse di tutta Europa. Ma il socialismo di cui io parlo può riassumersi con queste due parole: libertà e associazione». Un socialismo fondato sulla libertà, dunque, ma anche sulla verità, perché la causa di una rivoluzione che sia insieme nazionale e sociale non toglie in lui l’esigenza morale di «combattere l’ignoranza del volgo, sempre disposto ad applaudire i vincitori e a maledire i vinti».

La miscela di positivismo, socialismo utopistico e populismo ricavato dal filosofo russo Aleksander Herzen lo spinge a confidare in un determinismo storico falsamente “scientifico”, più vago ma non del tutto estraneo al materialismo storico marxiano. Secondo Pisacane il progresso capitalistico, «che aumenta i prodotti ma li accumula in poche mani», produce l’effetto di «render povere le masse, finché non si operi la ripartizione dei profitti per mezzo della concorrenza». E la miseria «spingerà il popolo infallibilmente a una terribile rivoluzione che, mutando l’ordine sociale, metterà a disposizione di tutti ciò che ora serve all’utile solo d’alcuni». Idee come queste, che oltrepassano l’alveo genericamente democratico per entrare a buon diritto nel “radicalsocialismo”, marcano la netta frattura tra i radicali e i moderati nell’ambito delle forze risorgimentali: «Io credo – scrive senza mezzi termini Pisacane scandalizzando i liberali piemontesi – che la dominazione della Casa d’Austria e quella di Casa Savoia siano la stessa cosa».

E il suo “testamento politico”, vergato a Genova il 24 giugno del 1857, contiene naturalmente la spiegazione dell’imminente tentativo di sbarco nel Sud, insieme al nitido presentimento del possibile martirio: «Non pretendo di essere il salvatore della patria, però sono convinto che nel Mezzogiorno d’Italia la rivoluzione morale esiste; che un impulso gagliardo può spingere le popolazioni a tentare un movimento decisivo; ed è appunto per questo che ho impiegato le mie forze per compiere una cospirazione che deve imprimere questo impulso. Se io giungo sul luogo dello sbarco, che sarà Sapri, credo che avrò con ciò ottenuto un grande successo personale, dovessi poi anche, dopo, morire sul patibolo».

Segue poi il cuore del messaggio ai posteri, la parte più toccante ed emotiva del testamento morale dell’eroe romantico: «Da semplice individuo qual sono, non posso fare che questo, e lo faccio. Il resto dipende dal paese, non da me. Io non ho che la mia vita da sacrificare per questo scopo, e non esito punto a farlo». Ed ancora: «Io annodo intorno al mio stendardo tutti gli affetti, tutte le speranze della rivoluzione italiana. Tutti i dolori e le miserie d’Italia combattono con me. Se non riesco, sprezzo altamente il volgo ignorante che mi condannerà; se riesco farò ben poco caso ai suoi applausi. Tutta la mia ricompensa la troverò nel fondo della mia coscienza, e nell’animo dei cari e generosi amici che mi hanno prestato il loro consenso, e che han diviso i miei palpiti e le mie speranze. Che se il nostro sacrificio non porterà alcun vantaggio all’Italia, sarà per esso almeno una gioia l’aver generato figli che volenterosi s’immolarono pel suo avvenire». Carlo Pisacane parte per la sua ultima avventura il giorno dopo aver scritto queste righe. E’ il 25 giugno. Il 26 i rivoltosi sbarcano a Ponza, dove liberano i detenuti della fortezza, che si uniscono a loro ( i “trecento giovani e forti” della retorica risorgimentale). Il 28 giugno l’arrivo a Sapri, al grido di “viva l’Italia, viva la repubblica!”, nel silenzio spettrale delle strade del paese ormai avvolte dalle tenebre; dei “mille o duemila uomini armati” che avrebbero dovuto accoglierli, nemmeno l’ombra. Pisacane non si scoraggia, e il primo luglio a Padula va coraggiosamente incontro alle milizie borboniche: è un primo massacro. I superstiti ripiegano a Sanza, dove il giorno dopo, quel fatale 2 luglio 1857, vengono assaliti dalla popolazione locale, aizzata da un arciprete che aveva dipinto i patrioti come “ladroni” e “indemoniati”. Carlo viene colpito; è ferito gravemente e, secondo la maggior parte delle testimonianze, si toglie la vita per non cadere nelle mani del nemico (anche se uno sbirro del paese si vanterà di essere stato lui a finirlo).

In precedenza, aveva raccomandato ai suoi uomini di fare il possibile per non rispondere con violenza alla furia della “plebe ignorante”. Sono circa 80 i patrioti che restano uccisi nella sfortunata impresa. Dei superstiti, 7 vengono condannati a morte dal tribunale borbonico (pene poi commutate nel carcere a vita), 30 condannati all’ergastolo, 2 a trent’anni “di ferri” e 52 a 25 anni, oltre a centinaia di pene minori. Tre anni dopo, i volontari garibaldini che risalivano la Calabria diretti verso la capitale del Regno delle due Sicilie decisero di passare dalle parti di Sapri, per “vendicare” Pisacane e i suoi compagni giustiziando alcuni protagonisti dell’imboscata di Sanza. Enrichetta, tornata a vivere nella Napoli liberata, muore nel 1871. La loro figlia Silvia, di simpatie anarchiche, morirà a soli 35 anni nel 1888. Il poeta Luigi Mercantini celebrerà l’impresa di Pisacane ne “La spigolatrice di Sapri”.

E’ passato più di un secolo e mezzo, ma i giovani d’oggi continuano a non sapere nulla o quasi della vita, della morte e tantomeno del pensiero di uno dei padri della democrazia socialista e radicale in questo paese dalla memoria sempre assai corta e “sbilenca”. Anche chi reca sulle magliette l’effigie del “Che” non immagina quanto meriterebbe altrettanto onore il… Guevara italiano, morto nello stesso generoso tentativo di liberare le popolazioni contadine dall’oppressione dei latifondisti, dei governanti dispotici e di quella secolare ignoranza che fa sempre molto comodo al potere.

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