Felice Cavallotti

Felice Cavallotti

di Giancarlo Iacchini 

Il suo nome non è popolare e circonfuso di leggenda come quelli di Garibaldi e Mazzini, eppure alla fine dell’Ottocento era unanimemente considerato il più degno erede dei due eroi risorgimentali. Parliamo diFelice Cavallotti, capo riconosciuto della “Estrema Sinistra” nel parlamento dell’Italia liberale pregiolittiana e fondatore (insieme ad Agostino Bertani) del Partito Radicale. Poeta, giornalista e poi deputato combattivo e integerrimo attraverso dieci legislature, Cavallotti fu uno strenuo oppositore della politica autoritaria e conservatrice della Destra Storica, ma in seguito anche del trasformismo e del moderatismo della Sinistra Storica di Depretis. Negli ultimi anni della sua vita si distinse nella lotta al leaderismo di Crispi nonché al malcostume e alla corruzione in cui stava scivolando la politica italiana; ed avrebbe senza dubbio contrastato duramente la stretta reazionaria e poliziesca di fine secolo se un deputato di destra, il direttore della “Gazzetta di Venezia” Ferruccio Macola, non l’avesse sfidato e ucciso con un colpo di sciabola nell’ultimo dei tanti duelli (a quanto pare addirittura 33) che l’incauto Cavallotti aveva affrontato a temeraria difesa della propria reputazione e dirittura morale.

Il capo della “democrazia radicale” italiana era nato a Milano il 6 ottobre 1842. A 18 anni decide di fuggire di casa per partecipare all’impresa dei Mille (la seconda spedizione “Medici”) unendosi in Sicilia a Garibaldi, che da quel momento lo considera come un figlio. Commenta l’epopea garibaldina per il giornale milanese “L’Unione” ed anche per il foglio napoletano “L’indipendente”, diretto da Alexandre Dumas padre. Nel ’66 partecipa alla terza guerra d’Indipendenza in Veneto e l’anno dopo lo troviamo ancora con Garibaldi all’assalto della Roma papalina, quando i patrioti italiani furono sconfitti dalle truppe francesi accorse in aiuto di Pio IX. Nel 1873, all’età di 31 anni, viene eletto per la prima volta in Parlamento: «Abbiamo una sola parola d’ordine: onestà; una religione: giustizia ed eguaglianza, libertà e progresso; un’arma: il coraggio delle nostre opinioni».

Molto battagliero nei confronti degli ultimi governi di Destra, non si fa troppe illusioni quando nel ’76 è la Sinistra a salire al potere: ed infatti il primo voto “di sfiducia” dell’Estrema nei confronti del nuovo governo, il 26 maggio del 1877, segna di fatto la nascita del Partito Radicale (di cui il primo “Patto di Roma” aveva gettato le basi fin dal 1872, poi costituitosi formalmente nel 1880 e di nuovo, col secondo “Patto di Roma”, nel 1890). Cavallotti resta quindi fieramente all’opposizione e denuncia con fervore il nascente trasformismo dei progressisti moderati: «Quando il popolo sente le stesse parole pronunciate da uomini di opposte convinzioni, finisce col non credere più in nulla e in nessuno; e s’infiltra in lui lo scetticismo, questa malaria dei popoli liberi, questa peste dei popoli giovani».

Continua a definirsi un “garibaldino”, mentre diffida del dogmatismo dottrinario del “repubblicano puro” Mazzini, di cui pure apprezza il grande contributo alla causa democratica. E non manca mai di riaffermare la sua laica intransigenza nei confronti del clericalismo e delle intromissioni della Chiesa negli affari dello stato italiano. Si deve alla sua iniziativa se nel 1889 è possibile erigere a Roma, nella piazza di Campo dei Fiori, il famoso monumento a Giordano Bruno, opera dello scultore radicale Ettore Ferrari.

Quanto ai rapporti col nascente movimento socialista, Cavallotti nutriva rispetto e attenzione verso le nuove idee marxiste, pur non ritenendo utile un approccio rigidamente classista a quella “questione sociale” che anche lui denunciava con veemenza nei suoi discorsi alla Camera. «Senza tanto monopolizzare la parola – ebbe a dire una volta – credo che con me siano in fondo socialisti tutti gli uomini di mente e di cuore che studiano e intendono le miserie, le ingiustizie, i dolori onde sorge il problema sociale, e ne cercano e ne invocano le giustizie e i rimedi». Ma da parte dei primi capi del “Partito operaio” non ci fu, nei confronti della sinistra radicale di matrice “borghese”, una corrispondente benevolenza: Cavallotti (lui che già nel ’71 aveva salutato entusiasticamente la Comune di Parigi, primo esempio di “governo proletario” secondo Marx) fu mescolato, nella tonante propaganda socialista, a “quei farabutti della democrazia vile”, e fu questa ingiusta accusa di viltà a mandarlo su tutte le furie.

Ma se nelle parole erano divisi, radicali e socialisti si ritrovavano insieme nei fatti: ad esempio, nelle lotte quotidiane per la libertà, la giustizia, l’emancipazione delle classi subalterne; o nell’opposizione all’incipiente colonialismo italiano: «Spedizioni sterili – sentenziò Cavallotti – come le sabbie che vanno a conquistare!». Del resto, con buona pace delle ingiurie socialiste alla “sinistra borghese”, il primo operaio ad entrare in parlamento come deputato, nel 1882, fu il radicale Antonio Maffi. Ed è significativo della comune vicinanza al popolo ed ai suoi problemi ritrovare fianco a fianco, nella Napoli colpita dal colera, il socialista Costa, l’anarchico Malatesta e il radicale Cavallotti, tutti e tre al servizio delle vittime dell’epidemia del ’94 e delle genti del Sud oppresse da un’endemica, secolare miseria.

Anche nella sfera privata lo stile di vita del leader radicale era coerente con i suoi ideali. Fu ben felice di riconoscere i due figli (Maria e Giuseppe), nati al di fuori del matrimonio da altrettante “libere unioni”. Nonostante il carattere focoso e testardo – che lo portava tra l’altro ad accettare i famigerati duelli senza peraltro mai ferire gravemente lo sfidante – fu sempre rispettoso della dignità di tutti in quanto persone e dedicò odi e poesie (la sua passione) perfino agli avversari politici. «Anche quando mi attaccava violentemente – ricordava Giolitti riferendosi al suo primo governo del 1892 – si capiva che non lo faceva mai in maniera sleale e che si accalorava perché aveva molto a cuore i problemi del paese ed era animato da autentica passione politica».

Nel 1890 chiamò a congresso quasi 500 associazioni radicali e democratiche provenienti da ogni parte della penisola: ne nacque il secondo “Patto di Roma”, base della (ri)fondazione – nello stesso anno – del Partito Radicale, primo vero partito politico dell’Italia moderna (il Partito Socialista fu costituito nel ’92). Ed ecco in sintesi il programma dei radicali di “estrema sinistra”, scritto in gran parte dallo stesso Cavallotti: nessuna ingerenza della Chiesa nello Stato e nessun concordato; abbattimento della burocrazia centralistica e decentramento amministrativo su base comunale, in una visione federalistica ripresa da Cattaneo che aveva come meta ideale gli “Stati Uniti d’Europa”; suffragio universale maschile e femminile; istruzione laica, obbligatoria e gratuita per tutti; abolizione della pena di morte; indipendenza della magistratura dal potere politico; un piano di lavori pubblici a beneficio della manodopera disoccupata; garanzie sociali per i lavoratori (pensioni, indennità, sussidi); riduzione dell’orario di lavoro; abbreviazione del servizio di leva; tassazione fortemente progressiva; emancipazione della donna in ambito lavorativo e sociale; opposizione al nazionalismo, all’imperialismo e al colonialismo – senza con ciò minimamente rinnegare quell’amor di patria che animò l’intera azione politica del “garibaldino” Cavallotti, ma senza neppure condividere il patriottismo mistico e religioso di Mazzini. E con una continua, inflessibile attenzione alla questione morale, tanto da definire il Partito Radicale come “il partito delle mani pulite”. Celebri le invettive contro la classe dirigente crispina: «Qui tutto puzza di porco!». E il suo sfogo nella “Lettera agli onesti di tutti i partiti” (1894): «Come si dimentica presto in Italia! Quest’oblio è il grande aiutatore dei disonesti scoperti». Un’amara considerazione che potrebbe benissimo applicarsi al malaffare della politica italiana di un secolo dopo…

Sulla scia di questa fiera campagna moralizzatrice, e naturalmente della strenua battaglia per allargare i diritti civili e sociali, l’Estrema Sinistra arrivò a contare ben 80 deputati nel 1897, non tutti però disposti a seguire fino in fondo gli ideali del capo radicale, ormai leader riconosciuto dell’intera opposizione democratica: «Ci parlaste abbastanza di un’Italia una; ora parliamo un poco di un’Italia libera!», scandiva con piglio energico rivolto agli ex compagni risorgimentali ormai ripiegati verso un moderatismo pantofolaio. E contro l’ex garibaldino Crispi, ora emulo del cancelliere Bismarck e spietato repressore delle rivolte sociali: «I contadini meridionali chiedevano il pane, e voi gli avete dato il piombo!».

Secondo lo storico Galante Garrone, la forza di Cavallotti era data «dalla coerenza, dalla fedeltà agli ideali, dal senso del limite, dall’impegno per riforme concrete senza sterili intransigenze e senza nessun cedimento alle lusinghe del potere». Nel momento della sua morte improvvisa ed “assurda”, il 6 marzo 1898, tutti poterono toccare con mano la stima e l’affetto popolare che giorno dopo giorno – e battaglia dopo battaglia – si era conquistato: grandi furono l’emozione e il cordoglio, innumerevoli le testimonianze di lutto e dolore (il fedele amico Giosuè Carducci pronunciò un appassionato discorso commemorativo all’Università di Bologna). Il suo “onorevole” assassino, che invocava a sua discolpa la regolarità del duello, fu circondato dal disprezzo dei deputati di sinistra e dal gelo dei colleghi conservatori, e la sua carriera giornalistica ne fu distrutta. Ma ciò che forse avrebbe fatto più piacere a Cavallotti furono le parole sincere e commosse pronunciate da Filippo Turati ai suoi funerali, quasi a cancellare anni di velenosi giudizi da parte dei “cugini” socialisti: «Caro Felice, recliniamo oggi sulla tua bara la nostra rossa bandiera, del colore che pure tu amavi, sapendo che la sua ombra non ti sarà molesta». Il feretro fu seguito da un corteo lungo tre chilometri. Felice Cavallotti è sepolto al cimitero di Dagnente, sul lago Maggiore. La statua che Milano ancora oggi gli dedica fu scolpita in pubblico e regalata dall’artista alla folla di militanti radicali che con emozione avevano seguito il lavoro. Altri tempi… Nonostante le tante, ripetute conferme che le sue idee politiche hanno ricevuto nel corso del Novecento, ed invece la caduta ingloriosa di altri “miti” e meteore, il centenario della sua morte nel 1998 è passato quasi inosservato. Speriamo che la memoria storica del ventunesimo secolo sappia essere più saggia e generosa.

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