Carlo Rosselli

Carlo Rosselli

di Giancarlo Iacchini 

Martire antifascista come il fratello Nello, insieme a lui massacrato dai sicari di Mussolini 70 anni fa, il 9 giugno del ’37 in Normandia durante l’esilio francese (all’età di appena 38 anni), Carlo Rosselli  è uno dei maestri indiscussi del radicalsocialismo italiano. C’è chi subito ammonirebbe a non confondere il “liberalsocialismo” filosofico di Guido Calogero, o il liberalismo radicale e sociale di Piero Gobetti, col “socialismo liberale” a carattere essenzialmente pratico illustrato da Rosselli nell’omonimo libro che fu pubblicato nel 1930 a Parigi (in lingua francese) ed uscì solo… 44 anni dopo in Italia, al termine di un lunghissimo e inspiegabile “parcheggio” presso la Einaudi (che assomiglia ad una quarantena ideologica dettata dal rozzo bipolarismo da guerra fredda imperante nell’Italia postbellica). Ma in questa sede i formalismi nominalistici non ci riguardano; né ci interessa distinguere tra un Rosselli “nostro”, socialista in versione radicale, ed il Rosselli diventato negli ultimi trent’anni uno dei punti di riferimento del riformismo italiano più moderato. Del resto l’opera rosselliana può essere anche vista come semplice riformulazione nostrana delle classiche tesi socialdemocratiche e “revisioniste” espresse da Eduard Bernstein proprio nell’anno di nascita (1899) del socialista italiano, che dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti si iscrisse d’impulso al suo Partito Socialista Unitario e poi finì al confino per aver organizzato, insieme a quell’altro grande socialista che risponde al nome di Sandro Pertini, l’espatrio clandestino di Filippo Turati (fu proprio a Lipari che Rosselli ebbe il tempo e il modo di elaborare le idee espresse in Socialismo liberale).

Che ognuno, in sostanza, legga pure come crede il Maestro e tragga più o meno profitto dalle sue tesi, ancorché interpretate in maniera angusta e parziale. La nostra, di tesi, è innanzitutto che il fondatore del celebre e ormai mitico movimento “Giustizia e Libertà” non fosse un dottrinario, ma un uomo d’azione capace di rimettere in gioco e rettificare i suoi principi teorici nel fuoco (è proprio il caso di dirlo) delle battaglie quotidiane, come accadde durante la guerra civile spagnola alla quale prese parte con indomito coraggio (suo il motto “Oggi in Spagna, domani in Italia!”). L’uomo che, ad esempio, aveva voluto rifondare il socialismo in chiave liberale per distinguerlo (e distinguersi) dall’ortodossia comunista, non ebbe esitazione alcuna a lottare a fianco dei comunisti contro il golpista Franco e le truppe nazifasciste che lo spalleggiavano, e nel famoso messaggio radiofonico lanciato dalla Catalogna all’Italia, che probabilmente gli costò la vita, arrivò ad esaltare il “comunismo libertario” frutto della collaborazione pratica tra «anarchici, comunisti, socialisti e repubblicani»: «Un ordine nuovo è nato, basato sulla libertà e la giustizia sociale – scandiva Rosselli rivolto agli ascoltatori italiani, non senza una certa retorica ingenuità – Nelle officine non comanda più il padrone ma la collettività, attraverso consigli di fabbrica e sindacati. Sui campi non trovate più il salariato costretto ad un estenuante lavoro nell’interesse altrui. Il contadino è padrone della terra che lavora, sotto il controllo dei municipi. Negli uffici gli impiegati, i tecnici, non obbediscono più a una gerarchia di figli di papà, ma ad una nuova gerarchia fondata sulla capacità e la libera scelta. Obbediscono, o meglio collaborano, perché nella Spagna rivoluzionaria, e soprattutto nella Catalogna libertaria, le più audaci conquiste sociali si fanno rispettando la personalità dell’uomo e l’autonomia dei gruppi umani. Comunismo, sì, ma libertario. Socializzazione delle grandi industrie e del grande commercio, ma non statolatria: la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio è concepita come mezzo per liberare l’uomo da tutte le schiavitù».

Questo testo, che è di almeno sette anni successivo alle sue classiche idee liberalsocialiste, potrebbe essere a buon diritto usato per smentire le più moderate tra le interpretazioni rosselliane, tuttavia ci limitiamo ad osservare che esso testimonia essenzialmente la sua encomiabile e pragmatica apertura mentale, dimostrando che il “socialismo liberale” non era e non intendeva diventare l’ennesima gabbia ideologica destinata a creare nuove capziose divisioni a sinistra. Tutt’altro: era forse l’intuizione di un minimo comun denominatore più o meno radicalizzabile a seconda delle tante sfumature politiche del fronte progressista.

Ma prima di approfondire questo nucleo basilare di una sinistra nuova e plurale, questo abc, o dna, di una sinistra autenticamente libertaria, lasciamo che sia lo stesso Rosselli a presentarsi con la massima semplicità, e con parole dettate anche dalla contingenza del momento, senza quell’ansia di definirsi “scientificamente” e una volta per tutte tipica dei dottrinari e dei dogmatici: «Intanto, chi sono. Sono un socialista. Un socialista che, malgrado sia stato dichiarato morto da un pezzo, sente ancora il sangue circolare nelle arterie e affluire al cervello. Un socialista giovane, di una marca nuova e pericolosa, che ha studiato, sofferto, meditato e qualcosa capito della storia italiana lontana e vicina. E precisamente ha capito: 1) che il socialismo è in primo luogo rivoluzione morale, e in secondo luogo trasformazione materiale; 2) che, come tale, si attua sin da oggi nelle coscienze dei migliori, senza bisogno di aspettare il sole dell’avvenire; 3) che tra socialismo e marxismo non vi è parentela necessaria; 4) che anzi, ai giorni nostri, la filosofia marxista minaccia di compromettere la marcia socialista; 5) che socialismo senza democrazia è come volere la botte piena (uomini, non servi; coscienze, non numeri; produttori, non prodotti) e la moglie ubriaca (dittatura); 6) che il socialismo, in quanto alfiere dinamico della classe più numerosa, misera, oppressa, è l’erede del liberalismo; 7) che la libertà, presupposto della vita morale così del singolo come delle collettività, è il più efficace mezzo e l’ultimo fine del socialismo; 8) che la socializzazione è un mezzo, sia pure importantissimo; 9) che lo spauracchio della rivoluzione sociale violenta spaventa ormai solo i passerotti e gli esercenti, e mena acqua al mulino reazionario; 10) che il socialismo non si decreta dall’alto, ma si costruisce tutti i giorni dal basso, nelle coscienze, nei sindacati, nella cultura; 11) che ha bisogno di idee poche e chiare, di gente nuova, di amore ai problemi concreti; 12) che il nuovo movimento socialista italiano non dovrà esser frutto di appiccicature di partiti e partitelli ormai sepolti, ma organismo nuovo dai piedi al capo, sintesi federativa di tutte le forze che si battono per la causa della libertà e del lavoro; 13) che è assurdo imporre a così gigantesco moto di masse un’unica filosofia, un unico schema, una sola divisa intellettuale. (Le tesi sono tredici. Il tredici porta fortuna. Chi vivrà vedrà)».

Si tratta forse, come è stato ventilato, di «una minestra buona per ogni mensa»? Beh, ma questo può essere insinuato anche per l’ideale federalista ripetutamente espresso da Rosselli, specie in relazione all’unità politica dell’Europa; nonché per il suo antistatalismo di fondo, interpretabile sia in chiave “liberal” che anarchica (Proudhon era infatti fra le sue letture preferite); oppure per la forte polemica contro la “massificazione” dilagante, sia nei regimi fascisti che in quelli del “socialismo reale” stalinista, ai quali Rosselli contrapponeva – in una prospettiva coerentemente antitotalitaria – l’esigenza di uno stato in cui l’uomo riacquistasse importanza come singolo e non come “popolo” o “collettività”: «I fascismi sono i più perfetti regimi di massa della storia. Combattere i regimi di massa fascisti a forza di massa è tempo perso. I regimi di massa, i fascismi, si combattono ridando all’uomo, alla ragione, alla libertà il loro valore».

Ma eccoci arrivati al nocciolo della libertà individuale, elemento chimico catalizzante che genera in Rosselli la fusione “calda” (nel senso di pratica prima ancora che teorica) tra liberalismo e socialismo. E’ un falso problema, abbiamo detto, stabilire se il presunto ossimoro presente nell’espressione “socialismo liberale” sia interpretabile in senso socialdemocratico e riformista oppure in senso radicale, anzi per meglio dire “radicalsocialista”. Il vero problema è se ciò che dice Rosselli debba essere preso sul serio. Sì, perché abbiamo il forte sospetto che né il socialismo “nuovo” né il liberalismo progressista da lui mescolati siano stati presi effettivamente per quel che sono e per come lui li intende. Secondo i “riformisti” di ieri e di oggi, si tratta essenzialmente di “moderare” il socialismo con robuste dosi di liberalismo classico, facendo sì che gli ex socialisti diventino i nuovi liberali, né più né meno. In questa visione degna dell’aristotelico principio di identità e non contraddizione, e attenta soprattutto al metodo della lotta politica (parlamentarismo, gradualità delle riforme, difesa delle libertà “borghesi”), si dimentica la dialettica e soprattutto la sostanza, ovvero i contenuti del liberalsocialismo rosselliano, che comprende sicuramente la critica al marxismo dogmatico ma anche, e con estrema nettezza, la critica del liberalismo tradizionale e dei suoi pesantissimi limiti. Tanto da far diventare il famoso “ossimoro”, al contrario, una vera e propria tautologia, e rovesciare la contraddizione, come spiega benissimo Vittorio Valenza, tutta dentro il campo liberale: «Nello stato liberale gli individui sono uguali davanti alla legge, ma sensibile e stridente rimane l’ineguaglianza economica e sociale. Anzi, quest’ultima rischia di vanificare la prima». Ed allora (lo aveva già intuito De Ruggiero analizzando i postulati e gli assiomi del pensiero liberale: «Se la proprietà è essenziale allo spiegamento della libertà naturale dell’uomo, ciò vuol dire che non alcuni uomini soltanto debbono goderne come di un odioso privilegio, ma che tutti gli uomini debbono essere proprietari»), «la contraddizione è più che evidente: da un lato, la libertà dei liberali presuppone la proprietà, dall’altro, la pratica del liberalismo economico tende a negare la proprietà (e, quindi, la libertà) alla maggior parte degli individui. Infatti, benché i fondatori della teoria liberale sostenessero che il motore della natura umana, l’amor di sé, può essere indirizzato in modo tale da promuovere, mediante quegli stessi sforzi che compie nel proprio interesse, l’interesse pubblico, si è dimostrato che gli effetti pratici del liberalismo, lasciato a sé stesso, contraddicono i principi del liberalismo stesso. La disuguaglianza, pur non essendo connaturata in senso stretto all’uomo, si sviluppa però inesorabilmente quando gli individui e le forze sociali entrano in concorrenza tra di loro. Come sintetizza Nicola Tranfaglia, il liberalismo “favorisce la permanenza e l’accrescersi delle situazioni di privilegio e di disuguaglianza presenti nell’ordine capitalistico”. Dunque, per far sì che la libertà diventi patrimonio di tutti, il “dogma” a cui il liberalismo deve rinunciare è il liberismo economico con la sua mitica parola d’ordine: “laissez faire, laissez passer”».

E le parole dello stesso Rosselli non sono certo equivoche su questo tema cruciale: «L’astratto riconoscimento della libertà di coscienza e delle libertà politiche a tutti gli uomini, se rappresenta un momento essenziale nello sviluppo della teoria politica, ha un valore ben relativo quando la maggioranza degli uomini, per condizioni intrinseche e ambientali, per miseria morale e materiale, non sia posta in grado di apprezzarne il significato e di valersene concretamente. La libertà non accompagnata e sorretta da un minimo di autonomia economica, dalla emancipazione dal morso dei bisogni essenziali, non esiste per l’individuo, è un mero fantasma. L’individuo in tal caso è schiavo della sua miseria, umiliato dalla sua soggezione. Libero di diritto, è servo di fatto». Dal che consegue la necessità storica (in senso non deterministico ma etico e morale) del socialismo come “libertà eguale”, ovvero come libertà tout court, poiché nessun Kant o Mill o Voltaire del liberalismo potrebbe mai ammettere, quantomeno in sede teorica, “diritti universali dell’uomo” riservati soltanto ad alcuni uomini, “più” liberi e “più” uguali degli altri. In fondo non è indispensabile arrivare al radicalsocialismo per riconoscere, come fa Norberto Bobbio, che «il socialismo fu concepito come un naturale sviluppo storico del liberalismo nel processo di emancipazione dell’umanità», e Carlo Rosselli non fa che evidenziare quel nesso storico e ideale con esemplare chiarezza e semplicità: «Il socialismo non è che lo sviluppo logico, sino alle sue estreme conseguenze, del principio di libertà». Con la rinuncia, come si è detto, alla fiducia rivelatasi fallace e irrealistica nella provvidenziale “mano invisibile” di smithiana memoria, che è in realtà la longa manus dei ben poco provvidenziali “padroni del vapore”. Perché, come scrive ancora Rosselli, «quel dogmatico attaccamento ai princìpi del liberismo economico finisce per imprigionare lo spirito dinamico del liberalismo entro lo schema di un sistema sociale transeunte» (ed anche profondamente ingiusto).

Fuori dagli schemi dogmatici, invece, il “socialismo liberale” del grande antifascista è radicalmente democratico, solidale, cooperativo, autogestito, plurale sia nelle sfumature politiche che nelle molteplici varianti delle forme di proprietà: «Ormai la tendenza è in favore di forme di conduzione per quanto possibile autonome, sciolte, correlative ai vari tipi di imprese, che ne rispettino le tanto varie esigenze: forme municipali, cooperative, sindacali, gildiste, trustiste, forme miste, con innesto dell’interesse generale sul particolare, forme individuali e familiari, a seconda delle tradizioni, della tecnica, dell’ambiente, ecc. Dello stato industriale, agricoltore, commerciante, tutti hanno uno scarso concetto». Ed a proposito dell’eterno e schizofrenico dibattito tra “statalisti” e “liberisti”, dove molto spesso i ruoli potrebbero essere tranquillamente invertiti (avendo bisogno, i liberisti “onesti”, dell’intervento antimonopolisico dello stato; ed i liberisti “ipocriti” del sostegno statale ai colossi privati dominanti), attualizza bene la questione Giorgio Spini:  «C’è chi pensa che la partita sia tra liberismo e statalismo, stato o mercato. Ma c’è chi sostiene che la partita è tra chi vuole il massimo affrancamento del maggior numero possibile di cittadini dalle catene dell’ignoranza, dalla miseria, dalla sofferenza fisica e chi invece si rassegna all’inevitabile predominio di oligarchie di potenti e di astuti, se non addirittura di cosche mafiose (anche la mafia a modo suo è un’esaltazione del privato rispetto allo stato). Questi ultimi, di norma, fanno appello a ferree leggi economiche e sono rassegnati a soggiacere a Entità Superumane che oggi si chiamano Competizione e Mercato, come ieri si chiamavano Dialettica Materialistica della Storia. Per altri invece la volontà e l’intelligenza umana restano comunque i protagonisti della storia e l’instaurazione di rapporti sempre meno selvaggi e crudeli fra gli uomini resta sempre un obiettivo proponibile».

Questa sorta di pluralistico federalismo nell’economia si concilia in Rosselli col federalismo politico mirante a stemperare il ruolo regolativo dello stato attraverso la compresenza di organismi elettivi locali, municipali e regionali, più vicini al cittadino ed alle sue effettive esigenze, per allargarsi di nuovo fino alla prospettiva dei futuri “Stati Uniti d’Europa”; suggestione che finì per isolare Rosselli anche all’interno di Giustizia e Libertà e poi tra i futuri azionisti, alcuni dei quali fortemente nazionalisti sia pure in senso garibaldino e mazziniano. «Per un’Europa socialista e liberale, unita moralmente e politicamente prima ancora di esserlo economicamente». Il tutto, va da sé, come difficile conquista che presuppone in primo luogo una lotta risoluta e intransigente al fascismo, il quale rappresenta l’esatto opposto di tutti questi ideali libertari, socialisti, umanisti, democratici, pluralisti, federalisti. Un antifascismo “viscerale” che non nasce da un ragionamento astratto, ma prima di tutto da un impeto immediato e spontaneo della volontà: «Nel momento in cui si toccano libertà definite, concrete, ciascuno di noi sa che tali libertà sono essenziali, che esse sono il sale della vita, il bisogno più profondo degli uomini».

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