Lelio Basso

Lelio Basso

di Giancarlo Iacchini 

La vita, il pensiero e le lotte di Lelio Basso esprimono nel modo più esemplare non soltanto l’essenza del Radicalsocialismo, ma più in generale quel comune denominatore libertario che si può enucleare da tutti i filoni della sinistra italiana ed europea (socialista, radicale, comunista, anarchico, ecologista, pacifista) in una straordinaria sintesi dialettica che ha animato per quasi sei decenni sia la teoria che la prassi politica del rivoluzionario ligure. Rivoluzionario, abbiamo detto, perché Lelio Basso – sia nella lotta clandestina antifascista che sugli scranni parlamentari – non ha mai dimenticato il suo stesso inequivocabile monito: «Se si oscura nell’azione di ogni giorno la presenza dell’ideale rivoluzionario, il movimento rischia di essere facile preda di un empirismo che lo rende subalterno ai meccanismi della società capitalistica e che è alla radice dei processi di integrazione». E l’ideale rivoluzionario, sulla scia dell’intuizione libertaria di Karl Marx, è «una società socialista che segni definitivamente la fine dello sfruttamento, dell’oppressione e dell’alienazione e dia a ciascuno le più alte possibilità di sviluppo come condizione del massimo sviluppo di tutti», il che «richiede l’ascesa al potere di una classe lavoratrice ricca di esperienza democratica, di maturità politica e di senso di responsabilità, e al tempo stesso il più alto livello di forze produttive che faccia del tempo libero, e non del tempo di lavoro necessario, l’aspetto principale della vita dell’uomo».

Pertanto la maniera migliore di illustrare la figura ideale del grande combattente per la libertà degli individui e dei popoli è ripercorrere l’impegno intenso e infaticabile di un’intera vita. Basso nasce a Varazze (Savona) nel 1903. A 18 anni si iscrive al Partito Socialista, proprio mentre se ne va la frazione comunista guidata da Gramsci e Bordiga: «Era proprio il Pcd’I il partito che soddisfaceva meglio il mio temperamento, ma non potevo accettare l’idea di una rivoluzione fatta sul modello sovietico». Ed in proposito Fausto Bertinotti osserva: «Basso ha trasmesso a noi l’idea della rivoluzione come processo storico, non semplicemente come assalto al Palazzo d’Inverno, non come presa del potere dalla quale poi sarebbe discesa, più o meno meccanicamente, la trasformazione della società civile e persino la creazione dell’uomo nuovo». Comincia a collaborare con riviste come Critica sociale, La libertà e in seguito Il quarto Stato di Carlo Rosselli. Nel 1925, mentre il governo Mussolini instaura la dittatura vera e propria, si laurea in legge con una tesi significativamente intitolata La concezione della libertà in Marx, e viene aggredito da un squadraccia fascista subito dopo la discussione della tesi. Entra nel comitato direttivo della Rivoluzione liberale e diventa amico di Piero Gobetti, suo quasi coetaneo. Arrestato nel ’28, insieme a tanti altri antifascisti, viene confinato per cinque anni a Ponza. Tornato in libertà cerca di svolgere la sua professione di avvocato, ma avendo rifiutato l’iscrizione al Pnf e al sindacato fascista di categoria viene ostacolato e perseguitato in tutti i modi, con gli sgherri della polizia politica praticamente dentro casa. Nonostante ciò, non smette di lavorare per l’ormai disciolto (e disperso) partito socialista, che cerca di riorganizzare clandestinamente. Basso immagina un nuovo Psi aperto alla collaborazione (ed eventuale fusione) sia col Pci che col nuovo movimento Giustizia e Libertà. Poco prima dell’entrata in guerra dell’Italia viene nuovamente arrestato, rinchiuso nel campo di concentramento di Colfiorito (Perugia) e poi inviato al confino a Piobbico (Pesaro). Senza mai perdersi d’animo, continua a teorizzare un partito della classe operaia forte, unito, radicale, intransigente. E nel ’43 fonda il Movimento di Unità Proletaria, che poi si fonde col Psi per formare il Psiup, dando vita anche al giornale clandestino “Bandiera rossa”. E’ finalmente l’ora della Resistenza, che lo vede protagonista a Milano a stretto contatto con Sandro Pertini. E’ tra gli organizzatori dell’insurrezione generale del 25 aprile, e contribuisce a negare a Mussolini ogni spiraglio di compromesso con le ali più moderate del CLN.

Nel dopoguerra le sue capacità vengono subito valorizzate, con l’elezione all’Assemblea Costituente e la nomina nella Commissione dei 75 incaricata di scrivere la Costituzione Repubblicana. Si batte accanitamente, ma senza fortuna, contro l’articolo 7 che recepisce il “concordato” con la Chiesa cattolica. Scrive l’articolo 49 sul “diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere a determinare democraticamente la politica nazionale”, e soprattutto il mitico articolo 3, che sancisce la “pari dignità sociale” e l’eguaglianza dei cittadini “senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali” e che contiene il comma più avanzato di tutta la Carta costituzionale, quello che avrebbe dovuto segnare il passaggio dalla democrazia formale a quella sostanziale: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Articolo che potrebbe essere definito a buon diritto il manifesto del radicalsocialismo; e che più tardi lo stesso Basso, deluso dalla grigia fase politica seguita a quella esaltante della Costituente (trionfo elettorale della Dc e pesante involuzione conservatrice), commenterà piuttosto amaramente: «Questa norma in un certo senso smentisce la Costituzione, dice che tutto è una menzogna nella Costituzione fino a che questo capoverso dell’articolo 3 non sarà attuato. Non solo non c’è l’eguaglianza del primo comma, ma non è vero neanche l’articolo 1, non è vero che l’Italia sia una repubblica democratica, non è vero che ci sia la sovranità popolare finché non è realizzato il capoverso dell’articolo 3 che deve mettere tutti in grado di parteciparvi». In piena polemica con la deriva reazionaria e autoritaria imposta dalla guerra fredda, dall’adesione dell’Italia alla Nato e al Piano Marshall, scrive nel ’51 un libro che dice tutto già nel titolo: Due totalitarismi, fascismo e democrazia cristiana. Osserva Stefano Rodotà: «E’ bene sottolineare come il nostro articolo 3 non parli della rimozione degli ostacoli di fatto solo nella direzione dell’eguaglianza: lo fa pure per la libertà, modificando radicalmente la logica secondo la quale dev’essere letto lo stesso catalogo dei diritti tradizionali. Affiora così una versione dell’eguaglianza che si tinge inequivocabilmente di colori libertari, e che è particolarmente visibile nella lunga battaglia anticoncordataria di Lelio Basso, nella sua opposizione intransigente ad ogni limitazione dei diritti di libertà».

Dal ’46 al ’68 è deputato, dal ’72 al ’76 senatore. Segretario del Psi quando rompe col partito la minoranza socialdemocratica (e filoamericana) di Saragat (’47). L’alleanza con i comunisti nel Fronte Popolare non è premiata alle elezioni del ’48, ma Basso continua a sognare il “partito unico della classe operaia”, anche se la sua ferma condanna dello stalinismo lo isola persino nel Psi. Nel ’58 fonda la gloriosa rivista Problemi del socialismo, più attiva di qualsiasi partito di sinistra nei rapporti internazionalisti col socialismo europeo e i movimenti di liberazione del Terzo Mondo, la cui lotta anticolonialista appassionerà da questo momento Lelio Basso, il quale scrive in quello stesso anno una delle sue opere più importanti, Il principe senza scettro, libro-denuncia sulla restaurazione politica e sociale imposta dal regime democristiano e sulla mancata applicazione dei più importanti articoli della Costituzione: per tutti gli anni Cinquanta, durante i governi della repressione scelbiana, agisce nel suo ruolo di intrepido avvocato difendendo sindacalisti, operai, braccianti ed ex partigiani presi di mira dalla politica antipopolare dei governi centristi. Eppure quando nel ’63 nasce il centrosinistra, con l’aggregazione del suo partito nella maggioranza, Basso a nome di un gruppo di deputati socialisti e radicali vota coraggiosamente contro la fiducia al nuovo governo, pagando il gesto con l’espulsione dal Psi. Così nel ’64 rifonda il Psiup, insieme a Vittorio Foa, mentre Riccardo Lombardi resta solo alla guida della corrente di sinistra del Psi, in posizione fortemente critica. Da questo momento Basso si dedica anima e corpo ai diritti dei popoli, oltre a quelli degli individui. E’ tra le grandi personalità mondiali chiamate a far parte del Tribunale Russell che condanna i crimini americani in Vietnam, e ne è il relatore finale. Gira il mondo per incontrare i capi dei vari movimenti di liberazione, e conosce personalmente il leader vietnamita Ho-Chi-Minh, mito della lotta antimperialista e della contestazione studentesca che si stava avvicinando.

Nel ’68 infatti troviamo Basso dalla parte degli studenti, per “svegliare” la sinistra tradizionale dal suo torpore e “imborghesimento”, ma ciò non gli impedisce di criticare gli esiti politici della contestazione. Si oppone con sdegno all’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Realizza la “Fondazione Lelio e Lisli Basso” e comincia a lavorare alla creazione del Tribunale Permanente dei Popoli. Incontra Salvador Allende, mobilitandosi contro il golpe militare durante il quale il presidente socialista cileno viene barbaramente assassinato. Fonda allora e presiede il secondo Tribunale Russell “per l’America Latina”, segnalando tutte le violazioni della democrazia da parte dei regimi filo-Usa. Nel maggio del ’76, promuove a Ginevra una riunione di giuristi chiamati a redigere la “Dichiarazione universale dei diritti dei popoli”, sottoscritta il 4 luglio (simbolicamente, due secoli dopo la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America) ad Algeri dai delegati dei movimenti di liberazione di tutto il mondo: in essa si enunciano i diritti fondamentali dei popoli all’autodeterminazione, al controllo delle proprie risorse, al progresso culturale, alla tutela dell’ambiente naturale. Nello stesso anno, Basso dà vita alla Lega internazionale dei Diritti dei Popoli, e nel ’78 – anno della morte (che lo coglie il 16 dicembre) – riesce pur malato a presiedere sia la Conferenza di San Paolo per l’amnistia che la Conferenza di Tokio per la riunificazione delle due Coree. Dal ’72 aveva accettato di rientrare in Parlamento come senatore indipendente, eletto nelle liste del PCI. Nell’80 esce postumo il suo capolavoro teorico: Socialismo e rivoluzione.

Basso resterà sempre marxista, anzi marxiano, perché considerava il marxismo, in buona parte, una degenerazione delle idee del suo fondatore. Scrisse di lui Norberto Bobbio: «Era quindi d’accordo con le mie critiche al socialismo reale, solo che lui quello non lo considerava marxismo. E la crisi del marxismo non lo preoccupava più di tanto, perché non scalfiva minimamente il pensiero originale di Marx. Concludeva con questa frase che meglio di un lungo discorso dà la misura della serietà del suo impegno e della fermezza dei suoi ideali: “Riprendere il genuino pensiero di Marx è stato lo scopo della mia vita di militante anche se, in questa come in tante altre cose, sono andato incontro a sconfitte, che non mi hanno disanimato, sicché intendo ancora continuare questa battaglia”». Era la sua “passione” per Rosa Luxemburg, la grande rivoluzionaria tedesca, a ravvivare in lui la concezione di un marxismo critico e libertario: «La dialettica storica – aveva scritto Rosa – si compiace per l’appunto di contraddizioni e pone nel mondo per ogni necessità anche il suo contrario. Il dominio di classe borghese è senza dubbio una necessità storica, ma anche la sollevazione della classe lavoratrice contro di esso; il capitale è una necessità storica, ma anche la sua caduta, per opera dell’internazionale proletaria. Ad ogni passo si incontrano due necessità storiche, che sono in contraddizione l’una con l’altra». Commenta Basso: «Nessuno studioso di Marx, ma neppure lo stesso Marx, ci aveva descritto prima di allora il processo storico globale come l’arena dove si svolge ogni giorno questo conflitto, e dove perciò ogni aspetto della società, ogni istituzione, ogni avvenimento risente della presenza contemporanea, al proprio interno, delle due tendenze opposte che dilacerano la società, delle due necessità storiche che si contendono il sopravvento». E questo lascia spazio alla volontà, alla soggettività, alla coscienza rivoluzionaria, ad un concetto di liberazione come “possibilità” e non come determinismo storico o paralizzante fatalità, secondo lo schema falsamente “ortodosso” della seconda Internazionale. Perché due sono i pericoli da evitare, secondo Basso: la passiva rassegnazione di fronte all’esistente, certo, ma anche l’ingenua fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive” di una umanità in marcia verso il “sol dell’avvenire”, positivismo ottocentesco spazzato letteralmente via dalle tragedie del ventesimo secolo. «In una fase in cui imperavano i catechismi – chiosa Bertinotti – aver avuto non dico il coraggio ma la forza intellettuale di mettere in luce la straordinaria esperienza, la straordinaria forza di comunicazione, la straordinaria modernità del pensiero di Rosa Luxemburg, ha costituito un potente fattore di svecchiamento delle culture del movimento operaio e marxista italiani». E Luciana Castellina conferma: «Per noi è stato un marxismo svelato, rivelato, nuovo, diverso da come l’avevamo conosciuto e da come l’avevamo imparato; ha rimesso in contatto molti di noi con le sorgenti vive del marxismo spezzando le catene del dogmatismo».

Come per il suo vecchio amico Gobetti, la democrazia nasce e vive nel conflitto, scevra da insani trasformismi e torbidi compromessi. L’intransigenza e il rigore morale accomunano Basso ai suoi amici azionisti, con i quali però non sempre andava d’accordo. Anche con lo stesso Lombardi, che aveva portato nel Psi di Basso la maggior parte di loro dopo lo scioglimento del Partito d’Azione, i rapporti furono assai difficili: più concreto e pragmatico Lombardi, più radicale e idealista Basso, che però rifiutava la falsa contrapposizione tra “riformisti” e “massimalisti”: «Anche la mia via è fatta di riforme, ma – e questo mi pare il punto essenziale di differenziazione dal “riformismo” – di riforme che siano sempre nella linea di un accrescimento di potere delle masse lavoratrici e quindi di una modifica strutturale del sistema, e non, come accade per il riformismo, nella linea di un appoggio al rafforzamento del sistema». Parole più che mai attuali, alla vigilia della nascita del “partito democratico” nel segno di un riformismo assai ambiguo. Lo stesso Bobbio ricorda, in modo anche simpatico, le continue frecciate che gli riservava l’amico: «Diceva che di Marx non dovevo aver letto neppure una riga, e mi è accaduto spesso di sentir iniziare un suo intervento con queste parole: “Mi dispiace di non essere mai d’accordo con l’amico Norberto”. Ma io sono sempre stato un moderato. Ritenevo che i modelli di socialismo per il nostro paese dovessero essere il laburismo inglese e la socialdemocrazia svedese, e che il marxismo avesse fatto il suo tempo. Basso invece era un marxista convinto, seppure alieno, da quello spirito libero che era, da ogni forma di bigottismo».

Nessuno più di lui si è battuto per la causa dei diritti umani, estesi in seguito (come si è visto) ai diritti dei popoli su scala planetaria. «Potremmo citare ad esempio – scrive Salvatore Senese – la questione del debito estero, che egli con grande lungimiranza additò come una delle cause dello squilibrio mondiale; e ancora la visione lucida dell’interdipendenza, che in qualche modo anticipava l’attuale scenario della globalizzazione». E al pacifismo affiancava la causa ambientalista: fu infatti tra i primi a denunciare, oltre 30 anni fa, il saccheggio iniziato ai danni della foresta amazzonica. Non c’era causa libertaria, sociale, ecologista e internazionalista che non faceva propria, incrociando spesso la sua voce con quella, altrettanto autorevole, del filosofo francese Jean-Paul Sartre. Due uomini accomunati da un’unica suggestione: l’idea di una democrazia radicale e globale; di una liberazione integrale dell’umanità. E’ ancora Bertinotti a cercare di interpretarne la lezione politica: «Una delle cose più importanti che dovremmo aver imparato (e non è detto che ci siamo riusciti) da Lelio Basso è la capacità di coniugare un pensiero radicale, una prospettiva che aspira al superamento radicale dell’organizzazione sociale esistente e alla liberazione delle donne e degli uomini, con l’azione quotidiana volta a individuare ogni possibilità di condizionamento in senso migliorativo della realtà. Lui ci ha proposto una critica molto severa della democrazia rappresentativa e dei suoi limiti, ha indicato la possibilità di alimentare forme di democrazia diretta e una nuova idea di organizzazione dei rapporti statuali ma, al tempo stesso, ci ha proposto di valorizzare ogni elemento contenuto proprio in quella democrazia rappresentativa, in uno stato di diritto in grado di costruire le garanzie per il cittadino o per una minoranza, qualunque essa sia. Dunque questa radicalità, coniugata alla capacità di pensare la politica come intervento nel reale, credo sia stata l’esperienza e la lezione più significativa di Lelio Basso». Che sul ruolo dello stato così si pronunciava: «Noi pensiamo che la libertà e la democrazia si difendano non diminuendo i poteri pubblici, non cercando di impedire o di ostacolare l’attività dello stato, ma al contrario facendo partecipare tutti i cittadini alla vita dello stato. Solo se otterremo che tutti siano effettivamente messi in condizione di partecipare alla gestione economica e sociale della vita collettiva, noi realizzeremo veramente una democrazia». Con l’avvertenza tuttavia di non consegnare troppo potere ai partiti, il cui ruolo peraltro aveva energicamente voluto inserire nella Costituzione: «Basso aveva in mente – spiega Stefano Rodotà – partiti forti, veri motori della vita politica, ma rigorosamente limitati nell’ambito della loro azione, lontanissimi da una gestione economica e sociale che, conformemente alle sue premesse, vedeva affidata alla più larga partecipazione dei. cittadini. Dei partiti, dunque, che non dovevano occupare né la società, né lo Stato; che, lungo la via delle istituzioni, dovevano essere fattori costituenti della società politica, senza mortificare in nulla la società civile». Al che lo stesso Basso poteva amaramente concludere che «mezzo secolo di vita partitica è stata per me quasi sempre una vita di minoritario o addirittura di solitario».

La democrazia, nella sua visione politica e ideale, non può che esprimersi in un capillare sistema di autogestione, cogestione e autonomie, da quella dei sindacati rispetto alla politica a quella dei comuni rispetto all’amministrazione centrale. Fino alla piena autonomia dello stato dalle interferenze ecclesiastiche: in tema di laicità, Spadolini definiva Basso «il più appassionato sostenitore dell’abrogazione delle norme concordatarie, l’uomo che per vent’anni ha richiamato nelle aule parlamentari l’esigenza di rivedere radicalmente ed anzi di stracciare i Patti lateranensi». E Salvatore Senese afferma: «Basso fu fin nel profondo “uomo di sinistra”. Poche personalità politiche ebbero così forte il senso della laicità, una laicità anche nei confronti degli schemi consolidati, delle vulgate di scuola o di partito, delle dottrine politiche; egli fu portatore di una inquietudine intellettuale di fondo che gli impedì sempre di rimanere intrappolato entro gabbie concettuali». Il tutto in una lungimirante visione del socialismo come umanesimo integrale, cosa che il “moderato” Norberto Bobbio fu ben disposto a riconoscere con generosità all’amico “radicale” che tanto spesso lo bacchettava: «Il socialismo gli si è presentato come un grande moto di redenzione umana; a questo moto diede per tutta la vita un contributo di lucida intelligenza e di irrefrenabile azione, con un’energia vitale e con una passione che gli anni e le delusioni politiche non diminuirono. Lelio Basso non si faceva illusioni, ma non si abbandonava mai allo sconforto, aveva ferma la convinzione che questo grande moto di redenzione umana che è il socialismo era più vivo che mai nei paesi del Terzo Mondo che combattevano per la propria indipendenza. Aveva capito che in una prospettiva mondiale la storia del socialismo, contrariamente a quello che pensano coloro cui la paura di perdere il potere ha reso la vista corta, era appena cominciata».

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