Sandro Pertini

Sandro_Pertini

di Giancarlo Iacchini 

Sandro Pertini (1896-1990): il partigiano, il socialista, il Presidente. Il più amato Presidente della Repubblica italiana (1978-1985). Il vecchio patriota dall’inflessibile moralità, l’uomo che più di ogni altro riuscì ad avvicinare il popolo alle istituzioni, e le istituzioni al popolo, proprio nel momento di maggiore scollatura e di più grave pericolo per la democrazia repubblicana (gli “anni di piombo”).

A quanti hanno l’età per ricordare il settennato di Pertini, balzano in mente episodi e parole indimenticabili: «Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte; si colmino i granai, fonte di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame!» (dal discorso d’insediamento). «Costi quello che costi alla nostra persona!». «Fate presto!» (davanti alla macerie dell’Irpinia terremotata nel 1980). L’impotenza davanti alla tragedia di Vermicino dell’81 (l’incredibile impossibilità per i soccorritori, davanti a tutta l’Italia incollata alla tivù, di tirare fuori il piccolo Alfredino caduto in un pozzo). L’esultanza davanti agli azzurri campioni del mondo di calcio nell’82. L’inseparabile pipa. I discorsi di San Silvestro agli italiani («Mi rincresce portare nelle vostre case la mia tristezza e la mia angoscia, ma quest’anno 18 milioni di bambini nel mondo sono morti per denutrizione e il mio animo è colmo di dolore»). I 400.000 studenti ricevuti al Quirinale («Salve, ragazzi, io mi chiamo Pertini, non fatemi solo domande pertinenti ma anche impertinenti»). La commozione ai funerali delle vittime del terrorismo; e a quelli di Enrico Berlinguer. Il discorso agli operai genovesi dopo l’assassinio di Guido Rossa: «Non è il presidente che vi parla, ma il compagno Sandro: io le vere “brigate rosse” le ho conosciute durante la guerra partigiana; questi invece sono degli impostori e dei codardi!». La sua insistenza sulla questione morale: «I disonesti e i corrotti debbono essere colpiti senza pietà». La decisione, presa di comune accordo con la moglie Carla Voltolina, di non abitare al Quirinale ,ma di tornare a casa sua al termine di ogni giornata di lavoro. Quel non dimenticare mai, nei suoi discorsi di fine anno agli italiani, «i nostri connazionali costretti ad emigrare per trovare lavoro, come capitò anche a me che in gioventù, per vivere onestamente, dovetti andare all’estero, in Francia, e fare il muratore».

Aveva fatto la prima guerra mondiale («Io ero pacifista, ma andai volontario in guerra perché se a combattere dovevano andare i figli degli operai e dei contadini, allora dovevo andarci anch’io»); era diventato socialista 60 anni prima di diventare Presidente (nel 1918); era stato fin dall’inizio inflessibile nel suo antifascismo, ricevendo più volte le “attenzioni” delle squadracce in camicia nera, essendo costretto all’esilio, e poi arrestato dopo il rimpatrio clandestino e condannato a 14 anni tra carcere e confino (conobbe Gramsci, Salvemini, Ernesto Rossi, i fratelli Rosselli, ecc.). E come Gramsci reagì sdegnato alla notizia che la madre aveva chiesto per lui la grazia («Perché mamma, perché? Qui nella mia cella ho pianto lacrime di amarezza e di vergogna – quale smarrimento ti ha sorpresa, perché tu abbia potuto compiere un simile atto di debolezza? Mi sento umiliato al pensiero che tu, sia pure per un solo istante, abbia potuto supporre che io potessi abiurare la mia fede politica pur di riacquistare la libertà. Tu che mi hai sempre compreso e che tanto andavi orgogliosa di me, hai potuto pensare questo? Ma, dunque, ti sei improvvisamente così allontanata da me, da non intendere più l’amore che io sento per la mia idea?»).

Fu tra i protagonisti della Resistenza e dell’insurrezione milanese del 25 aprile 1945 (fu lui a leggere alla radio lo storico proclama: «Lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire»), decidendo insieme a Longo e Valiani la condanna a morte di Mussolini. E incrociò il duce per un attimo all’arcivescovado di Milano, dove si tenne quell’ultimo tentativo di mediazione al quale Pertini si oppose fieramente («Lui scendeva le scale, io le salivo. Era torvo, emaciato, la faccia livida, distrutto»).

Dopo la guerra, fu il socialista che mai volle rompere con i comunisti («Nessuno dovrà infrangere l’unità dei partiti dell’estrema sinistra!»), e per questo fu contrario alla scissione di Saragat e al centrosinistra voluto da Nenni; come più tardi si oppose al craxismo, pur dovendo assegnare lui a Bettino Craxi, nel 1983, l’incarico di formare il secondo governo non a guida democristiana nella storia della Repubblica (lo stravagante capo del Psi si presentò al Colle indossando i jeans, e Pertini lo mandò via intimandogli di ritornare con un abbigliamento più consono al momento solenne…). Qualche anno prima, in polemica proprio con Craxi, aveva guidato la “linea della fermezza” durante il sequestro di Aldo Moro, rappresentando in modo emblematico la resistenza del popolo e della parte sana dello Stato al furioso attacco del terrorismo, ma senza mai dimenticare i difetti della società e delle istituzioni e la necessità di lottare contro le ingiustizie, vincendo l’indifferenza e l’apatia («E’ con questo animo quindi, giovani che mi rivolgo a voi: ascoltatemi vi prego: non armate la vostra mano. Non ricorrete alla violenza, perché la violenza fa risorgere dal fondo dell’animo dell’uomo gli istinti primordiali, fa prevalere la bestia sull’uomo ed anche quando si usa come legittima difesa essa lascia sempre l’amaro in bocca. No, giovani, armate invece il vostro animo di una fede vigorosa: sceglietela voi liberamente purché la vostra scelta presupponga il principio di libertà; se non lo presuppone voi dovete respingerla, altrimenti vi mettereste su una strada senza ritorno, una strada al cui termine starebbe la vostra servitù morale: sareste dei servitori in ginocchio, mentre io vi esorto ad essere sempre degli uomini in piedi, padroni dei vostri sentimenti e dei vostri pensieri. Se non volete che la vostra vita scorra monotona, grigia e vuota, fate che essa sia illuminata dalla luce di una grande e nobile idea»).

Da pacifista, ma anche da patriota, si era battuto contro l’adesione al Patto Atlantico: «Oggi abbiamo sentito gridare “Viva l’Italia”, ma non so quanti di coloro che hanno alzato questo grido sarebbero pronti domani veramente ad impugnare le armi per difendere la Patria. Molti di costoro non le hanno sapute impugnare contro i nazisti. Le hanno impugnate invece contadini e operai, i quali si sono fatti ammazzare per l’indipendenza della Patria»). E non perdeva occasione per tuonare contro le guerre e l’insensata corsa agli armamenti: «L’Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali e si colmino i granai! Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello di tutti i popoli della terra. Questa è la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire». Con una clamorosa maggioranza di 832 voti su 995, fu eletto Presidente dalle due Camere in seduta comune l’8 luglio del 1978, due mesi dopo la tragica conclusione del rapimento di Moro. Volle nominare cinque senatori a vita: Leo Valiani, Camilla Ravera, Eduardo De Filippo. Norberto Bobbio e Carlo Bo.

Libertà e giustizia, questi i fondamentali ingredienti del socialismo pertiniano: «Per me libertà e giustizia sociale, che sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà». E ancora, in uno di quei discorsi televisivi di fine anno, spesso inevitabilmente ripetitivi (la pace, la fame nel mondo, gli emigrati, i giovani, la disoccupazione…) ma sempre all’altezza della drammaticità dei tempi e dei problemi: «Noi abbiamo sempre considerato la libertà un bene prezioso, inalienabile. Tutta la nostra giovinezza abbiamo gettato nella lotta, senza badare a rinunce,per riconquistare la libertà perduta. Ma se a me, socialista da sempre, offrissero la più radicale delle riforme sociali a prezzo della libertà, io la rifiuterei, perché la libertà non può mai essere barattata. Tuttavia essa diviene fragile conquista, ed è pienamente goduta solo da una minoranza, se non riceverà il suo contenuto naturale che è la giustizia sociale. Ripeto quello che ho già detto molte volte: libertà e giustizia sociale costituiscono un’inscindibile unità, l’un termine presuppone l’altro». Ed anche il concetto di “patria”, come nel suo maestro Garibaldi, ha un senso solo se legato a quello di libertà e privo di qualunque connotato nazionalistico: «Io sono orgoglioso di essere italiano, ma mi sento anche cittadino del mondo, sicché quando un uomo in un angolo della terra lotta per la sua libertà ed è perseguitato perché vuole restare un uomo libero, io sono al suo fianco con tutta la mia solidarietà di cittadino del mondo».

Da Presidente  aveva un po’ attenuato, ma non smorzato del tutto, quella dura critica ai limiti e alle “promesse non mantenute” della Repubblica che aveva mosso coraggiosamente negli anni dell’involuzione clericale e conservatrice e del tradimento almeno parziale degli ideali non solo partigiani, ma anche risorgimentali: «Mazzini voleva una repubblica laica e questa non è che una repubblica confessionale; voleva una repubblica a carattere profondamente sociale, in cui scomparisse il privilegio e su di esso trionfassero le forze del lavoro, e in questa repubblica, invece, domina ancora e più prepotente che mai il privilegio: i ricchi sono sempre ricchi, più ricchi di prima; i poveri sono sempre poveri, più poveri di prima. Egli voleva una repubblica sostanzialmente democratica e questa è democratica solo nella forma, perché in essa le libertà politiche, non sorrette da alcuna giustizi asociale, vanno risolvendosi in un beneficio per una minoranza e in una beffa per milioni di lavoratori. Sono precisamente questi lavoratori che tenacemente si battono per dare alla repubblica il contenuto economico e sociale che Mazzini pensò. Essi sono i soli oggi a lottare perché la repubblica sia liberata dalla servitù clericale e sia fondata finalmente, come prescrive la Costituzione, non sul privilegio, bensì sul lavoro».

I lavoratori e l’antifascismo, altro indissolubile binomio nel pensiero di Pertini: «Non dimentichiamo, onorevoli colleghi, che su 5.619 processi svoltisi davanti al tribunale speciale 4.644 furono celebrati contro operai e contadini. E saranno sempre i figli del popolo a dar vita alle gloriose formazioni partigiane. Senza questa tenace lotta della classe lavoratrice non sarebbe stata possibile la Resistenza, senza la Resistenza la nostra patria sarebbe stata maggiormente umiliata dai vincitori e non avremmo avuto la Carta costituzionale e la Repubblica. Protagonista è la classe lavoratrice che con la sua generosa partecipazione dà un contenuto popolare alla guerra di Liberazione. Ed essa diviene così, non per concessione altrui ma per sua virtù, soggetto della storia del nostro paese. Questo posto se l’è duramente conquistato e non intende esserne spodestata». La libertà va sempre difesa, a qualunque prezzo, ed è inseparabile dalla coscienza antifascista: «Questa coscienza si è formata e temprata nella lotta contro il fascismo e nella Resistenza, è una nostra conquista, ed essa vive nell’animo degli italiani, anche se talvolta sembra affievolirsi. Ma essa è simile a certi fiumi il cui corso improvvisamente scompare per poi ricomparire più ampio e più impetuoso. Così è la “coscienza antifascista”, che sa risorgere nelle ore difficili in tutta la sua primitiva forza. Con questa coscienza dovranno sempre fare i conti quanti pensassero di attentare alle libertà democratiche nel nostro paese».

Sperando che i giovani sappiano raccogliere il testimone dei vecchi partigiani e portare avanti, nelle mutate circostanze, la stessa lotta e gli stessi ideali. Ma Pertini di questo era convinto: «Ecco perché noi anziani guardiamo fiduciosi ai giovani e quindi al domani del popolo italiano. Ad essi vogliamo consegnare intatto il patrimonio politico e morale della Resistenza, perché lo custodiscano e non vada disperso: alle loro valide mani affidiamo la bandiera della libertà e della giustizia sociale perché la portino sempre più avanti e sempre più in alto. Viva la Resistenza!». «Io credo quindi in questa nostra gioventù. I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo».

Una Resistenza, dicevamo, parzialmente tradita: «I partigiani, cessata la lotta, furono considerati elementi pericolosi, spesso anche degli avventurieri, come d’altra parte avventurieri furono considerati i volontari di Garibaldi appena realizzata l’indipendenza d’Italia. Forse in questo oltraggioso giudizio giocava il sentimento che prova di fronte a chi il proprio dovere ha sempre compiuto, colui che non ha saputo o voluto compierlo per viltà o per quieto vivere. Il primo costituisce un rimprovero continuo per il secondo. I partigiani se non proprio al bando furono posti nella umiliante condizione di non poter partecipare in modo efficiente alla ricostruzione politica e materiale della Nazione». Ma il tradimento della Resistenza non poteva minimamente giustificare il terrorismo “rosso” degli anni Settanta e Ottanta: «Contro questa barbara violenza nessun cedimento. Dobbiamo difendere la Repubblica con fermezza, costi quel che costi alla nostra persona. Siamo decisi avversari della violenza, perché siamo strenui difensori della democrazia e della vita di ogni cittadino».

La Costituzione è la bussola da seguire, politica e soprattutto morale: «Dietro ogni articolo della Carta Costituzionale stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza, quindi la Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla, costi quel che costi. Ma dobbiamo difenderla anche dalla corruzione. La corruzione è una nemica della Repubblica. I corrotti devono essere colpiti senza nessuna attenuante, senza nessuna pietà. E dare loro solidarietà, per ragioni di amicizia o di partito, significa diventare complici di questi corrotti. Bisogna essere degni del popolo italiano. Non è degno di questo popolo colui che compie atti di disonestà e deve essere colpito senza alcuna considerazione. Guai se qualcuno, per amicizia o solidarietà di partito, dovesse sostenere questi corrotti e difenderli. In questo caso l’amicizia di partito diventa complicità ed omertà. Deve essere dato il bando a questi disonesti e a questi corrotti che offendono il popolo italiano. Offendono i milioni e milioni di italiani che pur di vivere onestamente impongono gravi sacrifici a se stessi e alle loro famiglie. Quindi la legge sia implacabile, inflessibile contro i protagonisti di questi scandali, che danno un esempio veramente degradante al popolo italiano».

La causa della pace: «Oggi si spendono per le armi nucleari quattrocentomila miliardi all’anno; le due superpotenze posseggono dodicimila testate nucleari che corrispondono a circa un milione e cinquecentomila bombe uguali a quelle che hanno distrutto Hiroshima. La tragedia che ha conosciuto Hiroshima potrebbe conoscerla domani l’umanità intera: eppure vi sono seicento milioni di creature umane che mentre io parlo stanno lottando contro la fame». E poi un tasto toccato più volte nei suoi discorsi: «Sì, sembra un sogno il mio, quando dico che bisognerebbe arrivare al disarmo totale e controllato. Con le guerre nulla si risolve. Ed il denaro che oggi si spende e si sperpera per costruire ordigni di morte che se domani, per dannata ipotesi, fossero usati farebbero scomparire l’umanità dal nostro pianeta, si usi invece per sollevare dalla fame tanti esseri umani, per combattere la fame nel mondo. Ecco, si esalti la vita e si cerchi di condannare invece tutto ciò che può causare la morte dell’umanità». Ma la pace nella giustizia: ed ecco un significativo elogio della resistenza afghana, a quei tempi contro l’invasione sovietica: «Siamo preoccupati per quello che accade in Afghanistan. Ma come, noi che siamo stati partigiani, che abbiamo lottato contro i nazisti e contro i fascisti per la libertà, dovremmo rimanere indifferenti di fronte alla lotta che stanno sostenendo i partigiani afghani contro il dominatore straniero? La nostra solidarietà, quindi, ai partigiani afghani».

L’ultimo appello – il più ripetitivo forse, ma certamente il più sentito dal vecchio partigiano socialista – alla fine del settennato presidenziale: «Italiane ed italiani, l’ultimo mio appello è rivolto ai giovani. E’ un appello fraterno che io faccio con la mia esperienza, che è un’esperienza molto amara, costellata di rinunce, di molti avvenimenti dolorosi. A questi giovani io dico: preparate il vostro animo a scuola, cercate di corredare la vostra mente di una cultura che vi sarà utile, sarà strumento per voi necessario per farvi camminare domani nella vita come uomini liberi. Combattete discutendo liberamente, lottando civilmente. Andate verso la meta alla quale io ho sempre aspirato da quando avevo la vostra età. La meta suprema che è quella della libertà, della giustizia sociale per tutti gli uomini, della scomparsa della fame nel mondo. La meta della pace fra tutte le nazioni, della fratellanza fra tutti i popoli. Io ai giovani questo dico: battetevi sempre per la libertà, per la pace e per la giustizia sociale. La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile che si risolve per molti nella libertà di morire di fame. Bisogna che alla libertà sia unita la giustizia sociale. Sono un binomio inscindibile».

La chiusa (bipartisan) la lasciamo a Indro Montanelli: «Non è necessario essere socialisti per amare Pertini. Qualunque cosa egli dica o faccia odora di pulizia, di lealtà e di sincerità».

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