Il cubo di Rubik della politica italiana

di GIANCARLO IACCHINI

La politica italiana si è completamente incartata. E’ un cubo di Rubik, un’equazione al momento irrisolvibile. Tutti i soggetti in campo sono su un binario morto o, se preferite, in un vicolo cieco, alla vigilia di elezioni tanto agognate quanto presumibilmente inutili.

Il PD è ostaggio di Renzi e delle sue contraddizioni. Il bullo di Firenze finora ha fatto tutto da solo, portando con sé al potere un gruppo di inconsistenti yes-men (e yes-women) il cui unico compito è quello di non fargli ombra e di suffragare la strombazzata teoria dell’«uomo nuovo» al comando che «rottama» la vecchia classe politica. La prima volta gli è andata bene, ma dopo 4 anni di governo fallimentare c’è un buon 60% di elettorato che sopporta sempre meno la sua arroganza ed un altro 20% (metà di quelli che inizialmente avevano creduto in lui) che gli ha voltato le spalle. Il clamoroso autogol del referendum è stata la sua pietra tombale, ma lui come uno zombie redivivo si è rialzato e vorrebbe riprendere a camminare come niente fosse. Solo che si trova di fronte a un bivio paralizzante: o continua a fare il “pierino” contro tutto e contro tutti, ancora più spavaldo e vendicativo, e allora va a schiantarsi un’altra volta; oppure prova a cambiare stile (ammesso e non concesso che sia capace di passare da quell’infantile egocentrismo a virtù squisitamente politiche come l’ascolto, la condivisione e la mediazione) e perde anche i voti dei superficiali “rottamatori” che lo credono ancora il salvatore della patria. Pertanto nella prossima campagna elettorale la sua forza persuasiva sarà pari a quella di un piazzista di pentole al mercato rionale; e alle elezioni rischia di arrivare terzo dietro i 5Stelle e la destra (se si unisce).

A sinistra, i fuoriusciti dal PD conservano di quel partito tanto la paralizzante “moderazione” quanto la totale mancanza di idee. L’unica (presunta) alternativa a Renzi è la nostalgia per quel centrosinistra il cui misero fallimento è proprio la principale causa del renzismo. Il bonaccione delle finte liberalizzazioni (Bersani) e il cattivone dell’ultima guerra balcanica (D’Alema) non possono rappresentare nessuna alternativa a Renzi, e di certo nessuna “sinistra”. Tra l’altro la loro inconsistenza politica si è subito palesata nell’affidare la guida del “progetto” al vanesio Pisapia, uomo del sì al referendum (sic) che alla festa del PD renziano, abbracciato alla Boschi, ha detto di sentirsi proprio “a casa sua” (sic), talmente incauto da bruciarsi politicamente nel giro di poche settimane e il cui sbandierato “campo progressista” esiste solo nella fantasia sua, di Gad Lerner e della stampa compiacente. Ma anche nell’improbabile ipotesi che una prospettiva “ulivista” attragga ancora qualcuno, il problema di “Articolo 1” è sempre Renzi: infatti senza il PD renziano il “centrosinistra” non ci sarebbe, ma insieme all’erede politico di Berlusconi non avrebbe alcun senso. Insomma, la nuova aggregazione della “sinistra governista” è sbagliata in partenza (“lasciate ogni…Speranza o voi ch’entrate!”), almeno finché alla guida del PD rimane Renzi. Il che vale di riflesso anche per quest’ultimo: mettersi con Bersani e D’Alema dopo averli rottamati gli farebbe perdere i voti “nuovi” senza fargli recuperare quelli “vecchi”.

L’unico progetto che avrebbe senso è una rifondazione civica e movimentista imperniata sui valori socialisti e libertari: “libertà eguale”, diritti civili e sociali, ecologia, democrazia dal basso, lotta ai privilegi della casta politica e della cricca economica che tiene in pugno il Paese, denuncia dei trattati-capestro con la UE (vedi l’assurdo “pareggio di bilancio”) e riconquista della sovranità economica e monetaria: una sorta di nuovo comitato di liberazione nazionale! Ciò implica una lotta decisa contro il PD e l’idea stessa del “centrosinistra”. Il movimento del Brancaccio, ispirato dalle facce pulite e credibili di Anna Falcone e Tomaso Montanari, si muove in quella direzione, sia pure con qualche incertezza ed esitazione (e nel totale silenzio dei media ufficiali), ma è forte e fondato il timore che sia troppo tardi, almeno per questo giro elettorale.

Il centrodestra è in risalita nei sondaggi ma condivide la stessa impasse: Lega e Forza Italia hanno progetti diversissimi (ad esempio sull’Europa) che forse nemmeno l’eterno Berlusconi (che a differenza di Renzi è un maestro nell’arte di mediare e di unire l’inconciliabile, vedi ai tempi la Lega secessionista di Bossi e il partito fascionazionalista di Fini) potrà riuscire a far incastrare. Se poi ci riuscisse, non è detto che la “lista unica” faccia il pieno dei voti, rischiando di perdere sia metà dei “moderati europeisti” che metà dei “sovranisti” alla Salvini e Meloni. E andando divisi, gli spezzoni destrorsi finirebbero dietro 5Stelle e PD, e magari con la Lega avanti su Forza Italia; al che allo scafato Berlusca non resterebbe che virare su Renzi per quell’inciucio centrista che la legge elettorale proporzionale da sempre favorisce.

Infine il Movimento 5 Stelle, che nonostante le sue ben note contraddizioni ha condotto in questi anni con grande decisione la lotta ai privilegi della “casta” politica e dei potentati economici, e che mette sul tavolo la riforma più radicale degli ultimi decenni: quel “reddito di cittadinanza” (in realtà un reddito minimo o “di base”) che porterebbe tutti gli italiani oltre la soglia di povertà, secondo l’antica proposta di Ernesto Rossi di «abolire la miseria e non la ricchezza». Ma al di là delle prove di governo più o meno valide fornite dai suoi sindaci (circostanza che vale ovviamente per ogni forza politica, con buona pace della maniacale attenzione mediatica – ormai grottesca nella sua palese strumentalità – alle vicende della giunta capitolina) quel che blocca le chances di governo del M5S è ovviamente la sua politica isolazionista, almeno con questa legge elettorale proporzionale. I “grillini” obietteranno (non a torto) che non esistono in parlamento forze politiche con cui allearsi, ma l’errore fondamentale (e… fondamentalista) è il sentirsi gli unici depositari di quei valori di onestà, giustizia, ambientalismo e democrazia diretta che da sempre sono stati portati avanti con impegno e sacrificio da comitati, associazioni e movimenti politici, anche ai tempi in cui Grillo faceva ancora la pubblicità dello yogurt in tv. Poi, bisogna dargliene atto, è stato lui a inaugurare le campagne contro i monopoli economici e finanziari (Fiat e Telecom, Cirio e Parmalat, banche e assicurazioni) mentre la sinistra aveva il Cavaliere come unico (e comodo) spauracchio, ma evidentemente l’opposizione sociale in Italia non è cominciata col Vaffa-day, quindi una salutare apertura verso il buono che c’è altrove sarebbe giusta ed anche utile.

Per finire, quel patetico imbroglio che è la legge elettorale. L’Italia è uno dei pochi paesi democratici (?) in cui si alternano allucinanti sistemi di voto che non permettono ai cittadini di scegliere niente e nessuno: né il capo dello Stato, né il presidente del Consiglio, né il partito o la coalizione che deve governare e nemmeno il proprio deputato in Parlamento! Una vergogna senza pari, di cui sono corresponsabili sia i fautori del “maggioritario” che le anime belle del “proporzionale”, le quali riducono le elezioni ad un “democraticissimo” sondaggio, senza porsi il problema basilare della democrazia, ossia la scelta dei governanti da parte del popolo “sovrano”. Una inutile hit parade politica ogni 5 anni, e poi lasciamo fare ai partiti (maggioranza, governo, premier, presidente della Repubblica e tutto il resto)! Il secondo turno, che poteva far quadrare il cerchio, è stato bocciato dalla Corte Costituzionale, che dell’Italicum ha incredibilmente eliminato l’unico lato positivo; e sistemi di “preferential vote” come quello australiano, indiano o londinese – che permetterebbero di fare l’eventuale ballottaggio già nel primo turno, assegnando all’elettore l’ulteriore diritto di indicare una seconda scelta – sono sconosciuti o troppo astrusi per la nostra classe politica. Per cui le prossime elezioni, se le cose restano così, produrranno solo caos e ingovernabilità, e l’ennesimo “inevitabile” pateracchio centrista senza carne né pesce, fino ad ulteriori nuove elezioni (ovviamente con una “nuova legge elettorale”) in un avvitamento verso il basso che sarebbe deleterio. Insomma un rebus di cui non si verrà a capo facilmente, visto che le attuali forze politiche, così deboli in fatto di idee da legittimarsi reciprocamente solo nella polemica spicciola quotidiana, hanno paura perfino di accordarsi sulle regole del gioco: che sarebbe adesso, a fine legislatura, l’unica cosa da fare.

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Via crucis burocratica (a 40 gradi), ovvero la selezione darwiniana degli anziani

di VALENTINA PENNACCHINI

Che l’Italia non sia un Paese per giovani – di figli se ne fanno sempre meno e quelli che ci sono se ne vanno – è ormai risaputo, ma il “Bel Paese” non è nemmeno un posto per vecchi. Pensioni a parte (meglio andarsene in Portogallo) la sanità è quello che è o meglio quello che una classe dirigente senza colore – in senso politico e non solo – vuole farla diventare; il cancro della burocrazia poi, alla faccia della semplificazione amministrativa sbandierata a destra e a sinistra e mai attuata, avvelena la vita di tutti e colpisce ancor di più gli anziani. I vecchi (non solo purtroppo) muoiono. E’ una legge di natura. E’ invece legge – e in questo la natura c’entra poco – tutto ciò che comporta morire soprattutto per chi resta, specie se c’è un immobile di mezzo. Andiamo a narrare per sommi capi l’epopea della pratica per la successione di una povera vedova residente nel comune di Urbino.

La prima tappa è il sindacato: la via più economica. Alla signora viene consegnato un prestampato indicante i documenti necessari per istruire la pratica. Una bella lista densa di cose da fare e di uffici da visitare. Non importa che sia la prima e unica casa e che sia in comunione dei beni: deve pagare. Carte alla mano, frutto di lunghe file in Comune, in banca, al catasto ecc., la povera settantenne torna al sindacato per la consegna e attende una chiamata. Dopo quindici giorni il sindacato le comunica gli importi da versare: 517 euro circa in banca (con agevolazione prima casa) e 437 per la pratica, questi ultimi da pagare dopo esser passata all’ufficio delle entrate del comune di residenza con 3 marche da bollo da 16 euro ed aver effettuato un versamento di euro 12.40 tramite F24 in triplice copia consegnato dall’ufficio delle entrate. Totale 1.014 euro circa (non male per una pensionata e per una casa – non una villa – in comunione dei beni).

Seconda tappa: banca. Il male minore: paghi e con la ricevuta ti spediscono all’ufficio delle entrate che però guarda caso è stato trasferito in una frazione ad alcuni chilometri (6 per la precisione) dalla città di residenza.

Terza tappa: Ufficio delle entrate. Un posto comodo… con i mezzi pubblici soprattutto perché dalla fermata dell’autobus c’è da fare un bel tratto di strada a piedi e per di più in salita; l’ideale con le temperature di questi giorni specie per un’anziana signora. Dopo aver consegnato la documentazione e compilato l’ennesima domanda la poveretta viene spedita a pagare l’F24 in posta.

Quarta tappa: ufficio postale. Dov’è la posta? “Vicino! Un Km”, ma coi mezzi pubblici neanche a parlarne perché non si sa quando passano e dove fermano. Meglio a piedi… tutto lungo la trafficata strada provinciale e sotto il sole cocente. Il ritorno è in salita tanto poi all’ufficio delle entrate c’è il condizionatore a -15. Tutta salute!

Quinta tappa: ufficio delle entrate. Dopo l’ennesima fila (ogni volta bisogna munirsi di numero e aspettare il proprio turno) la signora deve produrre un’altra domanda in marca da bollo e le viene restituito un documento da consegnare in banca per sbloccare i pochi spiccioli sul conto corrente cointestato e bloccato da mesi.

Sesta tappa: banca. Ultima fila. Missione compiuta.

No! C’è l’ultima tappa, la settima: sindacato. La povera donna paga il sindacato e consegna gli ultimi documenti felice di esser sopravvissuta alla “pratica darwiniana”.

Ogni commento è superfluo. L’Italia non è un paese per giovani, non è un paese per immigrati e nemmeno per vecchi. Ognuno può definirlo come meglio crede.

(Valentina Pennacchini)

Intervista ad Anna Falcone

Avvocata Anna Falcone, la vostra Coalizione civica, nome provvisorio, dà appuntamento nelle città per il week end del 30 settembre e primo ottobre. Per fare cosa?

Abbiamo convocato assemblee simultanee, non necessariamente cittadine ma anche regionali. Saranno le nostre 100 piazze per il programma. Si discuterà dei filoni usciti dall’assemblea del Brancaccio (18 giugno scorso, ndr): lavoro, diritto al reddito, pensioni, equità di genere e intergenerazionale, diritti e doveri – welfare, istruzione, sanità, giustizia, assistenza sociale – e il ruolo dello stato nell’economia. Ovvero art.3 della Costituzione, il cuore del nostro modello democratico: lo stato ha un ruolo attivo nella rimozione delle diseguaglianze ma anche nell’economia. Solo così si esce dalla crisi. Non siamo nostalgici statalisti, è la precondizione per far ripartire l’economia anche privata. E infine: Europa. Le spese per gli investimenti siano escluse dal fiscal compact.

Questo lo dice anche Renzi.

Renzi agita slogan. La politica è costruzione e alleanze.

Anche in Italia la politica è alleanze?

Sì, ma fra chi ha gli stessi obiettivi.

Alleanze ma non con il Pd.

Non con il Pd. Se il Pd cambiasse, il discorso sarebbe diverso. Oggi il Pd non è di sinistra: ha abbracciato il blairismo quando era già fallito. Si è allontanato dal suo statuto e dal suo Dna. Ha deluso le speranze.

Qualcuno di voi aveva sperato nel Pd, creduto in Renzi e nelle sue Leopolde?

Io no, ma altri sì. E non vanno criminalizzati.

Torniamo alle assemblee.

Così costruiremo il programma. Porteremo le proposte all’assemblea nazionale successiva. Verranno presentate e implementate tramite il sito. Quelle che avranno più consenso entreranno nel programma. Proporremo un metodo democratico e inclusivo agli iscritti. Il percorso è importante: a sinistra sui programmi siamo d’accordo, ma sui percorsi democratici no.

Parliamo del percorso allora. Dall’assemblea del Brancaccio che passi avanti ci sono?

C’è una grande partecipazione alle assemblee territoriali. Sono confronti aperti e sereni, basati sul reciproco riconoscimento di tutti. Molti giovani.

Non sempre sereni. A Milano si sono sentite di nuovo le distanze con Pisapia.

Ognuno è libero di fare il suo percorso. Pisapia dice che abbiamo obiettivi diversi. Noi non abbiamo capito il suo. Noi vogliamo costruire una lista unitaria di sinistra con un percorso partecipato. Io e Montanari non intendiamo entrare in beghe personali o partitiche, dentro e fuori dal Pd. La nostra è un’esigenza di responsabilità e serietà.

Non le chiedo di parlare delle beghe ma delle distanze politiche. Esclude la convergenza con Pisapia?

Il personalismo è un errore grave della politica. È un modo per degradarla, mortificarla e per allontanare le persone.

Intende gli scontri personali?

La politica ha smesso di aprire la discussione alle persone e concentrato i luoghi decisionali a pochi. Habermas ne ha scritto di recente. Anche Corbyn ci invita a “non far tornare la politica nelle scatole”. Il modo migliore per contrastare i populismi è tornare alla partecipazione. Contesto ai partiti della sinistra di non essere riusciti a costruire un fronte unitario. Oggi, verificato che sulle proposte siamo d’accordo, la divisione non è più tollerabile.

Ce l’ha con Mdp e Campo progressista?

Ribadisco, di Cp non ho chiari gli obiettivi. Se vogliono fare la stampella del Pd avrei difficoltà a immaginarli nel fronte unitario. L’unico modo per condizionare il Pd è costruire qualcosa di serio a sinistra. Le alleanze si cercheranno dopo aver preso il consenso. Oggi c’è una maggioranza invisibile di persone che chiedono l’attuazione della Costituzione. Non capisco perché si continuano a fare tatticismi.

Insomma l’errore della sinistra è non unirsi.

Sinistra italiana ha proposto a Mdp di lavorare insieme in parlamento. Io vado oltre: vadano verso gruppi comuni.

Puntate a riunirli?

Noi non siamo nelle condizioni di determinare la loro unità, vogliamo costruire un’area civica e promuovere una convergenza fra una sinistra coerente e la partecipazione civica. I battibecchi allontanano le persone. Io e Montanari non siamo leader di niente e non ci candidiamo a niente. Vorremmo contribuire alla discussione su quello che condiziona le vite di tutti i cittadini.

Al Brancaccio avete messo sotto accusa il vecchio centrosinistra. Non era una “bega”, era un’obiezione politica.

Sì, e non era una polemica sulle persone. Anzi facciamo un upgrade: smettiamola di fare l’analisi del sangue ai singoli. L’analisi del passato serve solo a evitare gli errori già fatti. Per questo sbaglia chi parte dalle architetture politiche, tipo il centrosinistra. Parliamo del paese che vogliamo costruire. Probabilmente non andremo subito al governo. Ma mai come in questo momento tutto può succedere al voto. Lo abbiamo visto il 4 dicembre.

E se nella legge elettorale rientrasse il premio di coalizione a sinistra cambia tutto?

La legge elettorale dovrebbe cambiare ed essere davvero costituzionale: deve avere una soglia di sbarramento uguale fra camera e senato, senza nominati. Ed essere proporzionale. Oggi serve il proporzionale perché le riforme vanno fatte trovando in parlamento la convergenza. Siamo in una fase rifondativa, il rilancio del costituzionalismo dei cittadini. Dobbiamo restituire centralità al parlamento. Se negli anni passati il pentapartito ha potuto fare riforme poi durate trent’anni, perché oggi si insiste con modelli che danno potere a una minoranza di fatto?

È l’elogio della Dc e del pentapartito?

No, è l’elogio della responsabilità istituzionale. Pensi alla riforma della sanità del ’78, votata da partiti anche molto diversi fra loro. Che avevano trovato una convergenza su una riforma fondamentale del paese. Per questo serve rappresentanza, non maggioritarismo.

Daniela Preziosi (il manifesto)

“Unità della sinistra”: l’inganno della lista unica

di LORIS CARUSO

Si può amare un film così tanto da non stancarsi mai di rivederlo. Ha meno senso riguardarlo a scadenza periodica dopo aver dichiarato di non sopportarlo. Ma la trama è nota, i personaggi familiari, alcuni passaggi accattivanti, e ancora una volta ci si siede a guardarlo: ciò che è noto rassicura.

La coazione a ripetere funziona è così: si rifà all’infinito la cosa che si giura di non voler fare. Si sa che non funziona, ma non si riesce a evitarlo.

Ogni volta che si avvicinano le elezioni succede la stessa cosa. Si apre un dibattito, di settimane o mesi, fatto di interviste, articoli, assemblee, incontri privati, messaggi incrociati, incentrato sulle forme in cui costruire una lista elettorale e sui rapporti tra partiti della sinistra. Si invoca l’unità. Si dice che si deve parlare di contenuti e non di tattica, ma non si avvia un confronto sui contenuti. Si accusa di minoritarismo chi non crede che parlare alle maggioranze sociali significhi unire diversi partiti in una lista elettorale.

Questa volta la situazione è anche più complessa che in passato.

I partiti e gruppi politici a cui viene chiesto di costruire una lista unitaria sono diventati sei: Campo progressista, Mdp, Possibile, Sinistra Italiana, Rifondazione, L’Altra Europa, per citare i principali. Tra questi c’è una parte rilevante del ceto politico responsabile delle principali scelte di governo degli ultimi vent’anni. Rispetto al passato, l’asse si è spostato in senso moderato.

I partiti alla sinistra del Pd si sono presentati insieme alle elezioni molte volte, dal 2008. Non è mai andata bene, a parte le europee del 2014. Perché, come se il passato non esistesse, si centra ancora una volta il dibattito sulla necessità di “unire la sinistra”?

Rimescolare l’esistente non fa guadagnare voti, non costruisce nuovi inizi, non apre orizzonti, non diffonde entusiasmi, non spiazza gli avversari, soprattutto quando tra i protagonisti ci sono volti che l’elettorato conosce da 20 anni. Siamo il paese in cui un partito che si è posto ‘da solo contro tutti’ e che non fa alleanze è arrivato al 25%. A sinistra si fanno ancora le somme sui risultati dei sondaggi.

Le nuove esperienze di sinistra cresciute in America Latina, Europa e Usa (da Chavez a Corbyn), sono nate come forze esterne, almeno nei loro leader, al circuito del ceto politico esistente.

Si pongono, soprattutto nella fase iniziale, come movimento di opposizione a tutto il sistema politico. Possono rivendicare di non aver mai gestito il potere, di non aver contribuito alle scelte di governo degli anni precedenti e di avere un nitido passato di opposizione a quelle scelte. Individuano una o più chiavi programmatiche e identitarie su cui impostare un discorso politico in grado di raccogliere e dare forma a domande fondamentali presenti nella società. Sono connesse a processi sociali reali. Si organizzano e comunicano in forme originali. Rappresentano visibilmente una rottura radicale rispetto alle politiche precedenti, a partire dalle biografie dei promotori.

Sono tutte caratteristiche che si sono dimostrate non sufficienti, ma necessarie, per costruire nuove forze dotate di consenso. E sono caratteristiche molto poco diffuse tra le formazioni alla sinistra del Pd.

L’iniziativa che più si avvicina a questi modelli è quella lanciata di Falcone e Montanari. Per sviluppare le sue potenzialità dovrà però smarcarsi con più forza possibile dal dibattito sull’”unità della sinistra” intesa come unità tra i partiti della sinistra, e soprattutto dagli attendismi e i politicismi che ne derivano.

Una lista unitaria da Pisapia a Rifondazione non è realistica. Prima di tutto perché non la vogliono gli interessati. Pisapia non vuole fare una lista con la sinistra radicale, ha già lanciato segnali molto chiari in questa direzione. Di suo, escluderebbe anche Sinistra Italiana. Per D’Alema il nucleo della lista (e futuro soggetto politico) è Campo Progressista-Mdp, chi vuole ci stia a queste condizioni.

Buona parte di chi ha partecipato all’assemblea del Brancaccio, dall’altra parte, non vuole stare nella stessa lista di chi ha fatto la guerra nei Balcani e di chi rivendica, come Bersani, la globalizzazione dal volto umano, l’economia di mercato come valore e il pareggio di bilancio come principio.

Queste distanze, e il rischio di avvitarsi ancora per settimane su un discussione che riguarda più i mezzi che i fini e che non sembra avere una chiara via d’uscita, sono emerse anche nel forum organizzato dal manifesto.

Prendere atto di questo significa guadagnare tempo, perché chi si avvicina di più ai modelli che si sono rivelati efficaci in Europa e nel mondo riesca a costruire un progetto all’altezza delle sue intenzioni.

(Il manifesto – 18/07/2017)

I disastri della “scuola-lavoro” e lo scaricabarile della… fedele ministra Ponzio Pilato

di VALENTINA PENNACCHINI

L’abuso sessuale su minori è un’atrocità. Se ad esserne vittima sono 4 studentesse impegnate in uno stage di alternanza scuola-lavoro – reso obbligatorio dalla Buona scuola e dal prossimo anno parte integrante dell’esame di Stato – una qualche riflessione critica da parte della Ministra Fedeli sarebbe stata quanto meno doverosa e invece, a parte la solita frase di rito («Inammissibile che le nostre ragazze e i nostri ragazzi possano esser oggetto di simili violenze mentre stanno svolgendo un pezzo della loro formazione») che "puzza" di caustico burocratese, scarica le responsabilità sulla Regione poiché le studentesse in oggetto sono iscritte ad un corso professionalizzante regionale.

In sintesi il Fedele-pensiero è il seguente: io sono estranea ai fatti, la Buona scuola è una "figata", gli unici responsabili sono le istituzioni scolastiche che, dotate di autonomia, stipulano convenzioni con aziende e professionisti e hanno pure la responsabilità dei controlli sulle attività di alternanza. Ponzio Pilato! E ci sarà certo qualcuno che coglierà la palla al balzo per denunciare l’incompetenza di docenti e dirigenti responsabili primi del degrado della scuola italiana, alimentando la ormai consolidata ondata di esterofilia…

E no cara Ministra! Non ci siamo proprio! Questa è solo la punta dell’iceberg (un caso limite) di una politica scolastica sbagliata. L’obbligatorietà dell’alternanza scuola-lavoro ha di fatto aperto la porta allo sfruttamento del lavoro minorile (lavoro a titolo gratuito spesso poco qualificante e qualificato, scarsamente o per nulla formativo) e a nuove forme di lavoro nero: invece di far 4 ore di alternanza ne fai 8 e racimoli pure una miseria in nero ma, mi raccomando, zitto, muto e pure contento! Il tutto a danno della formazione scolastica ritenuta ormai inutile e pure dannosa visto che le ore curricolari devono lasciar posto a quelle destinate all’alternanza, perché è di fatto impensabile che 400 ore per i tecnici e i professionali e 200 nei licei possano esser svolte tutte in orario extra curricolare. Messaggio: quello che si fa a scuola non serve… meglio coltivare i "talenti" (Gelmini docet).

Con tassi record di disoccupazione giovanile il governo che fa? Svende la dignità della scuola al privato (che ringrazia) contribuendo ad una ulteriore contrazione del mercato del lavoro. Alla faccia della buona scuola e della buona governance!

Lontano… lontano…

di GIANDIEGO MARIGO

Lontano dal PD è ormai una necessità anche morale ed etica. Anche se non basta a definire l’esigenza di questo momento storico. Per definire l’immagine d’un progressista, attento alle cose dello spirito ed all’evoluzione della morale condivisa.

Lontano da una logica interna fatta di competizione, di modelli verticistici, d’uno stalinismo in salsa clericale che tutto controlla e cristallizza, d’una meritocrazia malata endemicamente di un familismo clientelare, dove la corruzione – soprattutto morale – è ritenuta cronica ed irrecuperabile, quindi accettabile.

Non sto parlando solo di coloro che si definiscono comunisti, anche se oggi tale precisazione diventa dogmatismo inutile, ma di tutti coloro che sentono in sé l’esigenza d’una maturazione spirituale e morale, nonché civile dell’Umanità, quale sia la sigla e l’avverbio con cui definiscono sé stessi. Quale che sia la bandierina che hanno scelto di sventolare.

Si badi, questo è altro dal volare sopra ad un mondo descritto senza schieramenti. Profondamente diverso dal movimentismo strumentale in kit di montaggio proposto dai guru in voga in questo momento… è posizione che si schiera e chiaramente dalla parte della civiltà… del progresso spirituale.

Non già la dichiarazione confusa ed improbabile d’un pragmatismo super partes che tutto ricomporrebbe, né di una moralizzazione superficiale che non tocchi la sostanza reale del sistema.

Lontano dal PD quindi ma anche dalle fascinazioni parolaie d’una impolitica fatti di finzione formale ed opposizione vuotamente verbale e inconcludente. Lontani dal mascheramento d’un qualunquismo strisciante ed egoista, che non critica il sistema, proponendone una generica ed insulsa moralizzazione.

Tutti costoro, che oggi si pongono il quesito su cosa sia e come si connoti un movimento di progresso… oggi non possono e non devono rimanere indifferenti di fronte ad un regresso che è morale ed etico, filosofico, oltre che banalmente e tristemente pragmatico.

Porsi il problema di come sia il mondo che si vede al di là dell’orizzonte, di quale sia la visione che lo sorregge, di cosa si voglia rispondere a livello evolutivo ed interiore all’avanzare d’una tecnologia sempre più totalizzante.

Di quale sia la risposta alla crisi morale ed etica, sistemica ed irreparabile del modello occidentale, imperiale e capitalistico.

Tutte queste non sono banalità sulle quali si possa soprassedere o tematiche rinviabili ad una successiva fase. Ormai esse sono il tema all’ordine del giorno. Sono la domanda alla quale rispondere.

Anche se il tentativo di ricondurre a parametri novecenteschi, fondati sulla mera analisi del materiale e dell’immanente, è sempre presente. Una risposta solamente “sindacale” alle esigenze storiche di questo momento non è sufficiente , anzi finisce con l’essere perdente, purtroppo. Ed allora da questa prospettiva limitata e limitante, le proposte di una unità meramente elettorale, situazionista e d’opportunità, che sembrano essere l’unica strada praticabile in un mondo in cui la quadratura del cerchio diviene assoluta e concreta impossibilità.

Quello che appare necessario è, piuttosto, un salto quantistico… non irridete, con un eccesso di faciloneria, il termine. Neologismo, certo, ma utile per rendere l’idea.

Un salto verso una nuova definizione del campo che superi le ristrettezze delle definizioni dogmatiche per conquistare il territorio dello spirito, della visione del sogno, dell’immaginario, ma con la concretezza di comportamenti altri e diversi da quelli sistemici.

Una proposta per la quale le definizioni dell’abitudine ed i simbolismi classici risultino insufficienti, obsoleti, parziali. Che scomponga i modelli e si avventuri verso l’uomo nuovo ed un mondo altro. Accettando il rischio della definizione d’eresia e l’isolamento iniziale che sempre accompagna ciò che è realmente nuovo.

Sospettate sempre di quel che si afferma con troppa facilità, che critica i veicoli del potere ma li usa, che moralizza su qualche cosa che non è disposto a praticare. Diffidate dei guru troppo ricchi… di coloro che pontificano senza essere.

Il mondo nuovo è qui, che noi si voglia o meno, che noi lo si veda o meno, ma è diverso da quel che ci aspettiamo, altrimenti non sarebbe nuovo, ma la rifondazione di qualche cosa che s’è già visto, la riedizione di una cosa già fatta… e quindi vecchia, usata, stantia.

Come quasi tutto quello che la politica odierna ci propone.

Lontano dal PD, lontano da M5S… verso il nuovo… Prendiamoci questo rischio, ne saremo ripagati. La moralità di chi pratica si ottiene praticando, non parlandone.

Lettere a MRS: “La sinistra che vorrei”

di BARTOLAGIO (Fano) –

La sinistra che vorrei è prima di tutto una sinistra unita e generosa. L’unità era l’elemento originario forse più forte nella nostra tradizione politica ed è anche l’elemento che più mi preme a titolo personale: significherebbe che si cerca di ricominciare a convivere senza sospetti, scomuniche e presunzioni di Verità.

C’è poi un elemento concreto in questa esigenza. Quando ti confronti con le elezioni e con la conta del consenso, è bene cercare una massa critica. Da evitare le ammucchiate con tutto e il contrario di tutto tipo Forza Italia o Pd e, nonostante le mie speranze iniziali, da evitare anche le esperienze fallimentari come Sinistra Arcobaleno e simili. Non sono un esperto, ma l’esempio fanese di Sinistra Unita mi suggerisce che le federazioni funzionano quando si dà il tempo per farle maturare e consolidare, invece di impostarle sotto campagna elettorale.

In linea di principio il mio cuore batte forte anche per una sinistra che sia autonoma. Che abbia il coraggio di attraversare il deserto, rinnovandosi e ricominciando da una nuova generazione di dirigenti, con la prospettiva di mettere in discussione, se non rovesciare, i rapporti di forza con il Pd di turno. A scanso di equivoci: non voglio riproporre, spostandole a sinistra, le fisse di autosufficienza grillina o veltronian-renziana.

Vorrei un partito solido e popolare, che non sia familistico né a rimorchio dei potenti, con un consenso altrettanto solido (sono stufo della nicchia) e programmi coerenti rispetto al suo operare concreto, che non deve essere la rincorsa alle politiche della destra e all’elettorato berlusconiano.

Mi piace l’idea di federare la sinistra con modalità larghe e inclusive, anche attraverso passaggi intermedi, per gradi, e non mi scandalizzano le alleanze con forze politiche che condividano alcuni obiettivi prioritari. In un caso e nell’altro considero inappropriate le pregiudiziali. I paletti irrigidiscono, però più di tanto non mi si può chiedere: è indigeribile l’alleanza con il Pd di Matteo Renzi. O il Pd cambia timoniere e rotta oppure ognuno per la propria strada.

Il campo d’azione storico per la sinistra, lavoro e diritti dei lavoratori, è stato devastato. Quattro giovani su dieci sono disoccupati e credo che la precarietà del futuro sia il principale punto di rottura generazionale con la politica. Mi convince l’idea di dare più forza agli investimenti sulle opere pubbliche, creando nuova occupazione. Non nuove opere faraoniche che deturpino altre fette di paesaggio e di ambiente, ma rinnovare le reti idriche colabrodo (si stima che il 40% dell’acqua potabile vada perduta, un vero schiaffo a chi ha rubinetti asciutti a causa della siccità); rinnovare scuole e ospedali fatiscenti.

Confido soprattutto nella capacità di analisi e di elaborazione che attribuisco a compagni e compagne del sindacato. Credo che siano loro i soggetti più titolati per ispirare leggi capaci di ridurre, assorbire, il dilagare del lavoro precario e malpagato, riportando certezza di diritti e di reddito dove ora prospera la jungla dello sfruttamento. Lavoro e diritti dei lavoratori restano per me la battaglia fondamentale per chiunque non accetti l’ingiustizia delle diseguaglianze.

Altra battaglia civile di giustizia è la difesa dei beni comuni dalle politiche per privatizzarli e devastarli in nome del profitto. Le recinzioni, i cavalli di Frisia, i muri e i fili spinati non sorgono solo ai confini dei territori più ricchi, davanti alle rotte dei migranti. Ce ne sono anche all’interno dei Paesi più evoluti.

Sono recinzioni immateriali, però molto concrete, tangibili nei loro obiettivi e nei loro risultati di esclusione. Sempre più numerose, le nuove recinzioni del XXI secolo accompagnano il divaricarsi della forbice tra chi ha molto e chi ha poco, a volte niente. Tra chi può permettersi un presente e un futuro sereni, se non agiati, e chi non ha un lavoro, non riesce a pagare il mutuo o le bollette da poche decine di euro oppure ha davanti a sé una pensione da fame, se l’avrà.

Si stima che 13 milioni di italiani non abbiano abbastanza soldi per curarsi bene. Molto meglio tutelate, invece, la salute e la vita di chi i soldi ce li ha e nonostante il suo benessere paga zero euro l’imposta sulla prima casa come un operaio. La battaglia civile a favore della giustizia sociale, contro le esclusioni e in difesa dei beni comuni (servizi pubblici, energia, cultura, istruzione pubblica, sanità pubblica e welfare in generale, ambiente, paesaggio) non deve dunque conoscere soste o flessioni e la sinistra deve continuare a farsene carico in modo intransigente.

Chi ha di più, deve pagare di più e la ricchezza creata (sì, chiedo la patrimoniale) sarà da redistribuire attraverso il welfare, che altrimenti rischia di schiantarsi insieme con la sua rete di protezioni sociali. Pagare meno tasse ma pagarle tutti: di più il ricco.

Cito George Lakoff, docente di Scienze cognitive all’Università di Berkeley, su una modalità corretta di vedere le tasse: «Non esistono uomini che si sono fatti da soli. I ricchi sono diventati tali usando ciò che i contribuenti avevano già pagato». Per esempio porti, aeroporti, autostrade e altre infrastrutture che servono per spostare persone e merci. I ricchi «devono molto ai contribuenti e pertanto dovrebbero ripagarli».

E dalla sinistra vorrei intransigenza anche sulla questione morale. La nostra storia dice che questa parte politica è nata per dare voce a gente con la schiena dritta. Magari se la spezzava per fare i lavori più umili e faticosi, ma non la piegava per inchinarsi ai compromessi richiesti dall’arricchimento illecito.

Citando Mao, si potrebbe dire che ora come ora è grande la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente.

Lo sarebbe qualora si arrivasse puntuali e attrezzati agli appuntamenti con gli snodi storici, come credo che sia l’attuale fase. Spero in un cambio di passo perché, a dire tutta la verità, vedo che da anni la sinistra accumula ritardi su ritardi. A cominciare dal distacco con l’elettorato e, conseguenza di questo primo elemento, dalla marginalità elettorale. Abbiamo ancora un elettorato di riferimento? Ci sono analisi che possano orientarci? Lo chiedo da ignorante, sarei contento se le mie domande risultassero inutili e se me ne fosse spiegato il motivo.

Incide sulla situazione della sinistra una prolungata assenza di dirigenti carismatici che sappiano destare entusiasmo e interesse tra la gente. C’è a tutti i livelli una sostanziale incapacità di bucare il video, inteso in senso lato, e di proporsi come alternativa credibile. Lo dico anche a me stesso, io che per primo tendo a parlare di politica solo con vecchi compagni, come se cercassi comprensione e conforto. Ho difficoltà a confrontarmi con lo scetticismo o ancora peggio con il pregiudizio e il disinteresse dilaganti.

Una questione di strumenti, è vero. La tv berlusconiana ha provocato danni culturali enormi, non bisogna però farne la scusa che assolve da tutti gli errori. Per me la vera questione è soprattutto nei contenuti. Chi tace o chi non riesce a farsi ascoltare, ha problemi di idee, di analisi politica e di coraggio.

Il populismo si nutre di paure (l’immigrato che insidia tua moglie, il tuo lavoro, la tua casa e magari è pure un fiancheggiatore dei terroristi) e a queste stesse paure dà risposte funzionali di chiusura: la flotta militare in mare, i muri, l’esercito alle frontiere, le leggi restrittive.

Detto questo, mi sembra oggettivo che i flussi migratori siano un rompicapo difficile da risolvere. Difficile trovare un punto di equilibrio, l’intervento di giustezza che pure bisogna cercare con misure capaci di preservare la solidarietà e l’accoglienza, evitando al tempo stesso i disastrosi contraccolpi negativi di un fenomeno incontrollato o sottovalutato.

Un altro elemento di riflessione per la sinistra, ma lo accenno solo, potrebbe riguardare alcuni simboli e nomi, la loro attualità, la loro capacità comunicativa, evocativa.

Appartengo alla generazione che ci ha portato a questo stato di cose, confido che una nuova generazione di sinistra abbia fatto tesoro della nostra esperienza e ottenga risultati migliori. Nel mio piccolo, per quanto mi è possibile, mi adopererò al meglio per fare in modo che ciò avvenga.

Il primo buon risultato da conseguire è dunque una nuova casa per una bella famiglia numerosa. Ognuno con la propria storia, comunisti, socialisti, cattolici progressisti, ambientalisti, civismo e protagonisti delle lotte referendarie, ognuno che si senta a proprio agio, importante. Nessuna tentazione egemonica, ma rispetto e disponibilità a riconoscere un giusto ruolo a ogni parte componente. La nuova sinistra deve essere unita e generosa.

Bartolagio