Finalmente sconfitto il Pd (quello di Renzi e quello… di prima)

Il voto del 4 marzo ha dato una mazzata decisiva al Pd in tutte le sue versioni: quella attuale (Renzi e la sua insopportabile claque, arrogante e presuntuosa); quella “futuribile” (Gentiloni, Minniti, Calenda), trascinata nel burrone dalle nefandezze del “giglio magico” da cui avrebbe voluto smarcarsi; e quella vecchia (Bersani e D’Alema), che ha pagato l’impotenza e le scellerate politiche neoliberistiche del “centrosinistra” prerenziano. Non è apparso credibile, infatti, il pallido tentativo dei “rottamati” di recuperare fuori tempo massimo generiche posizioni di “sinistra”, per poi magari riappropriarsi della “ditta” e riprendere come niente fosse le formidabili “riforme” uliviste che, ben prima dell’opera devastatrice del bullo di Firenze, avevano pesantemente intaccato lo stato sociale e i diritti dei lavoratori. Con la semicomica benedizione cardinalizia di un improbabile “capo politico” uscito in extremis dallo stesso Pd – che sembrava stesse apprendendo lì per lì, come uno scolaro imbranato, cosa fosse “la sinistra” – un pugno di generali senza esercito (Mdp) ha cercato di salvare le proprie carriere arruolando come carne da macello qualche fante (Sinistra Italiana) per muovere guerra al giovane e cinico rottamatore, ma in questo gioco degli specchi è stato inesorabilmente travolto dal crollo della casa comune, insieme all’altra sponda uguale e contraria di cui si avvaleva il Pd: il partito “moderato” (sic) di un sempre più rintronato Berlusconi. Espulso dal popolo italiano, che gli ha sventolato in faccia il cartellino rosso dopo averlo già ammonito al referendum, Renzi (sbruffone come al solito) esce dal campo portandosi via il pallone, per impedire che al suo partito venga in mente di giocare con altri schemi nelle prossime delicatissime settimane.

Restano in campo, entrambi vincitori, i prodotti della paura (Salvini) e della speranza (M5S), tra le quali si è diviso l’elettorato, scindendosi tra una rabbiosa quanto illusoria difesa delle “protezioni” nazionalistiche, dettata dal timore dei migranti e di chi sta peggio, ed una voglia di cambiamento da interpretare come un enorme, corale “vaffanculo” urlato al vecchio ceto politico. Né le prime incerte esperienze amministrative dei 5Stelle, né il surreale bombardamento mediatico scatenato contro di loro dal giornalismo di regime, né la svolta governista e “rassicurante” impersonata dal candidato premier Di Maio, né tantomeno il dilettantismo di furbetti e disonesti che danneggiavano innanzitutto il Movimento, e che sono stati subito messi alla porta, ha potuto frenare quest’ansia di cambiare radicalmente il quadro politico. Ed è ben difficile negare che una buona parte del popolo di sinistra abbia visto nel M5S lo strumento più potente e più immediato per colpire la “casta” di governo e di potere.

In queste condizioni, i margini di manovra di una nuova sinistra alternativa erano oggettivamente assai ridotti. Nonostante il miracolo organizzativo e le entusiasmanti esperienze vissute in questa intensa campagna elettorale, dalla raccolta firme alle centinaia di affollate assemblee, Potere al Popolo ottiene un risultato che se supera la barriera anche psicologica dell’irrilevanza (l’uno per cento), rappresenta una cocente delusione per i tanti militanti che avevano sperato in un crescendo rossiniano e perfino nel superamento della soglia di sbarramento fissata al 3%, a smentita dei sondaggi-fantasma che tardavano a “rilevare” la nuova lista. Che tutta la partecipazione anche da noi sperimentata con passione ed entusiasmo negli ultimi due mesi si sia tradotta in un risultato così modesto può risultare demoralizzante, ma appunto non si può ignorare il fatto che – in questo frangente storico e politico – il bisogno di cambiamenti immediati anche sul piano sociale si è riversato sul Movimento 5Stelle, in termini cioè di governo e non di opposizione, piaccia o non piaccia ai teorici “ortodossi” della sinistra radicale.

Adesso, una legge elettorale congegnata apposta per non far vincere nessuno, e favorire gli inciuci centristi, impedisce sia alla “paura” che alla “speranza” di trasformarsi in governo del Paese. Non è un bene, perché è delittuoso prendere in giro 40 milioni di italiani, mandandoli a votare per i “simbolini” su schede-lenzuolo senza poter decidere direttamente né i parlamentari né i governanti. Andremo incontro a settimane di convulsioni febbrili della politica italiana, con la seria possibilità di tornare alle urne nel giro di poco tempo, visto che lo stesso epilogo “inciucista” e moderato è stato spazzato via dalla polarizzazione del voto popolare.

Quanto alla sinistra, è chiamata a continuare il processo di ricostruzione appena avviato, con la massima apertura possibile ma anche tenendo fermi i punti di non ritorno che si sono determinati, dopo la fine ingloriosa del Brancaccio e la nascita di Potere al Popolo. L’impasse istituzionale della politica di Palazzo potrebbe offrire ad una sinistra nuova e popolare ravvicinate occasioni di crescita e consolidamento. Ma le grandi idee, valori e ideali a cui ci richiamiamo non si possono certo confinare nel recinto di un uno-per-cento, e nemmeno del 3 o del 5. Essi camminano nella società su molte gambe, e dentro molte teste e molti cuori. La totale debacle della classe politica che finora aveva egemonizzato (e screditato) la sinistra italiana deve diventare l’occasione per ripartire dal basso, con rinnovato coraggio e determinazione. Indietro ormai non si torna.

Annunci

Il bilancio di MRS: con Potere al Popolo una campagna entusiasmante

Nella campagna elettorale «più brutta di sempre» – come in molti l’hanno definita – noi di MRS abbiamo vissuto l’esperienza elettorale più bella di sempre, grazie a POTERE AL POPOLO. Ripartire dal basso, dalle lotte sociali e ambientaliste, dalle pratiche concrete di mutualismo e solidarietà, dalla radicalità dell’impegno sul territorio, ci ha permesso di rivitalizzare quei valori e ideali per i quali siamo nati 11 anni fa. Volevamo rilanciare il socialismo libertario, ma non come nobile storia “antiquaria” di preziose reliquie (per dirla con Nietzsche) – e in questo ci siamo sempre differenziati da certi nostalgici dei vecchi partiti socialista e d’azione – bensì uscendo dalle logiche di parte o peggio di “setta” per contaminare con queste idee “radicali” (nel senso delle radici storico-ideali ma anche della radicalità e intransigenza “gobettiana” delle posizioni politiche), l’intera sinistra italiana. Una parte della quale, purtroppo, ha fatto altre scelte, accodandosi al ceto dirigente del vecchio Pd – responsabile delle nefandezze e del fallimento del centrosinistra – che aveva ed ha come unico obbiettivo la vendetta ai danni del “rottamatore”, quando è stata la storia, più che Renzi, ad averli rottamati. Un errore drammatico per mezza sinistra, dunque, cadere nella trappola di “Liberi e Uguali” e farsi risucchiare dal moderatismo bersaniano e dalemiano, che nulla ha più a che fare con i valori del socialismo.

E mentre il Movimento 5 Stelle , con la svolta moderata e governista impersonata da Di Maio, rinnegava molti dei fermenti “alternativi” delle origini (sul piano dell’ambientalismo e dei diritti) per rassicurare e farsi “accreditare” dagli squali della finanza italiana ed europea, dalle ceneri del Brancaccio è nato miracolosamente Potere al Popolo, che è riuscito a unificare quella parte della sinistra che non voleva commettere nessuno dei due errori contrapposti: aggregarsi ai paladini del centrosinistra pur di mantenere qualche scranno in Parlamento, oppure ripiegare (come i vari Rizzo e Ferrando) su un dogmatismo ideologico di pura testimonianza. No, noi radicalsocialisti non vogliamo fare i “testimoni di Geova” del sol dell’avvenire: vogliamo – come dichiarato nei documenti fondativi e nei nostri congressi – unire teoria e prassi, vogliamo mescolarci a chiunque lotti DAVVERO per le cause della giustizia e della liberazione, qualunque sia la sua “sigla” di riferimento o il “simbolo” che ha nel cuore; vogliamo che il socialismo, per dirla con Marx, non sia un “perfetto” pacchetto ideologico escogitato da qualche geniale riformatore del mondo o sagace capo-partito, al quale la realtà debba conformarsi tra 20 o 200 anni, ma «il movimento reale che abolisce l’attuale stato di cose». E nelle tante componenti che hanno dato vita a Potere al Popolo abbiamo trovato la stessa sensibilità e necessità, lo stesso bisogno di impegnarsi per quelle “classi popolari” che oggi non si identificano più con il vecchio proletariato, ma che rappresentano il “99%” del nostro popolo, a fronte di quell’1% che detiene la maggior parte delle ricchezze, in Italia e nel mondo. Un mondo rovesciato e da rimettere sui piedi, come diceva Marx a proposito di Hegel e dell’ideologia tedesca, restituendo appunto al POPOLO tutto il potere decisionale.

Potere al Popolo non è perfetto, è solo l’inizio di un processo, ma è stato un buon inizio. Nel mezzo di un assordante silenzio mediatico, con i sondaggi che lo davano allo “zero virgola” (quando avevano la bontà di citarlo), noi di MRS abbiamo assistito al piccolo miracolo di vedere schierarsi spontaneamente con PaP tutti i fondatori del nostro movimento, e la stragrande maggioranza degli iscritti. Apprezzando e ringraziando proprio per questo quei compagni che, pur facendo scelte elettorali diverse (e ci mancherebbe altro, in un’associazione plurale come la nostra, che mobilita circa seimila persone!) hanno lasciato senza polemiche che il Movimento vivesse questa bella e utile esperienza, in cui siamo cresciuti e ci siamo fatti conoscere: per le nostre elaborazioni politiche e culturali, non certo per la nostra organizzazione che abbiamo voluto tenere in secondo piano (anche nelle candidature) e che per noi è solamente uno strumento di riflessione e di analisi. Ma l’aver trovato un’espressione pratica delle nostre idee, con Potere al Popolo, ed esserci riorganizzati in modo più visibile e operativo grazie alla nostra portavoce Katia Bellillo e a tanti compagni che hanno attivamente partecipato alla campagna elettorale, è stato entusiasmante.

A conclusione della campagna elettorale, vorremmo ringraziare tante persone ma ci limitiamo a poche “citazioni” (per non escludere i tanti altri che abbiamo sentito molto vicini): Katia Bellillo, che per noi e per PaP è finalmente tornata alla politica attiva; la “capa tosta” Viola Carofalo, in rappresentanza del meraviglioso gruppo di Je so’ pazzo che ha lanciato la “folle” sfida elettorale; Giorgio Cremaschi per il suo trascinante impegno di “bambino” entusiasta per la prima volta nella sua vita di un simbolo da barrare sulla scheda; la 94enne Lidia Menapace, partigiana e pacifista, per la tenacia dimostrata anche nel lungo viaggio da Trento a Macerata in occasione della grande manifestazione antifascista; Maurizio Acerbo, il “radicalsocialista” honoris causa che ha guidato Rifondazione in questo approdo, ed infine – last but not least – le compagne ed i compagni del gruppo facebook Sinistra L’Alternativa, per aver creduto con forza e determinazione che tutto questo sarebbe stato possibile.

Comunque vada il 4 marzo, sarà – anzi E’ GIA’ STATO – un successo. Avanti!

Quel fantasma che ancora spaventa il capitale…

Care e cari,

uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo. Non era che l’inizio, l’inizio del Manifesto del Partito comunista pubblicato esattamente il 21 febbraio di 170 anni fa. Oggi sentiamo il peso della nostra debolezza, della nostra inadeguatezza e capita spesso di sentirsi l’ombra di quello spettro, nani piccoli piccoli sulle spalle di giganti. Eppure quello spettro non ha smesso di far paura al capitale, alla violenta restaurazione neoliberista in atto.

Forse perché, come Marx aveva già spiegato in un altro celebre scritto, “il comunismo non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”.

Ecco, Potere al Popolo in fondo è questo: un piccolo passo collettivo in movimento reale, che sta unendo lotte, mutualismo, sindacalismo conflittuale, partiti; che sta unendo molecolarmente tante resistenze finora disgregate in un progetto che vuole abolire lo stato di cose presente.

Proletari di tutto il mondo unitevi!, diceva in conclusione il manifesto. Oggi che il capitale sfrutta l’intera vita e mette in campo una potentissima capacità di disgregazione quell’appello è sempre più urgente. E non smette di animare la nostra sfida.

Buona lettura e soprattutto buon voto a tutte e a tutti!

Eleonora Forenza

Le classi… classiste della Buona Scuola (ovvero gli incredibili spot contenuti nei RAV voluti dal Ministero)

di VALENTINA PENNACCHINI

La Buona scuola è quella senza stranieri, senza disabili e senza poveri: parola di RAV. A scriverlo a chiare lettere, nel “Rapporto di Autovalutazione”, sono alcuni tra i licei di "eccellenza" del nostro Paese. Tutto pubblicato sul portale "Scuola in chiaro", perché deve esser chiaro che la scuola è tornata classista come 50 anni fa (forse lo è sempre stata) ed anche un po’ razzista ma è cosa buona e giusta che le famiglie ne siano adeguatamente informate al momento delle iscrizioni.

Dal RAV del Liceo Visconti di Roma: «Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio-alto borghese, per lo più residenti in centro. Tutti tranne un paio sono di cittadinanza italiana e nessuno è diversamente abile. Tutto ciò favorisce il processo di apprendimento». Di fronte alla poggia di critiche la dirigente si difende sostenendo che il RAV non contiene alcun giudizio di merito o di valore ma una serie di dati oggettivi. Le deve esser sfuggita l’ultima frase… (l’apprendimento è favorito dall’assenza di poveri, stranieri e disabili).

Ma c’è chi ha saputo far meglio. Liceo D’Oria (Genova): «Il contesto socio-economico e culturale complessivamente medio-alto e l’assenza di gruppi di studenti con caratteristiche particolari (come ad esempio nomadi o studenti di zone particolarmente disagiate) costituiscono un background favorevole alla collaborazione e al dialogo tra scuola e famiglia». Tradotto: meglio parlare tra simili.

Il “Giuliana Falconieri” (Roma, Parioli) – scuola parificata, che però di soldi pubblici ne prende comunque – supera tutti. Dopo aver celebrato l’omogeneità sociale medio-alta della sua utenza ed aver ribadito che ciò facilita l’interazione aggiunge: «Negli anni sono stati iscritti figli di portieri e/o custodi di edifici del quartiere. Data la prevalenza quasi esclusiva di studenti provenienti da famiglie benestanti, la presenza seppur minima di alunni provenienti da famiglie di portieri e/o custodi comporta difficoltà di convivenza dati gli stili di vita molto diversi». Chiaro no? Come si permettono di voler far il medico i figli dei portieri! (sic).

La Fedeli chiede un monitoraggio all’Invalsi e promette provvedimenti. La Ministra non ammetterà mai che queste non son altro che le tragiche conseguenze di un progetto di scuola portato avanti – da lei e da altri prima di lei – con tenacia e cieca convinzione in barba a tutto e tutti. E’ la deriva dell’idea di scuola democratica ed inclusiva, per la quale una generazione si è battuta, verso la scuola-azienda in cui certi presidi manager (e pure una parte del corpo docente visto che il RAV non è opera del singolo dirigente), alla spasmodica ricerca di clienti e dopo attente analisi di mercato, cercano di vendere il prodotto scolastico tornando con orgoglio al passato, cioè ad una scuola classista e razzista.

Cinquant’anni dopo don Milani poco è cambiato. In un Paese in cui l’egemonia culturale è da tempo immemore in mano alle destre, il rigurgito razzista e classista non risparmia nessuno, nemmeno la scuola che più di qualunque altra istituzione dovrebbe contribuire ad attuare quell’art. 3 della Costituzione italiana che dopo 70 anni resta lettera morta.

Cara Ministra, la scuola è per tutti: non per molti e tanto meno per pochi.

Potere al Popolo, l’unico voto davvero utile

Il voto a Potere al Popolo è l’unico voto utile, perché Potere al Popolo è l’unica lista che nasce fuori dal teatrino della politica, quindi dal basso, dai bisogni sociali del popolo, dalle lotte concrete di comitati e associazioni sul territorio. Un’idea per ricostruire la sinistra in Italia non partendo dalle sigle dei partiti ma dalle lotte, dal lavoro, dai diritti, dai bisogni del popolo.

Potere al Popolo è l’unica lista di sinistra, cioè autonoma dal Pd di adesso e di prima; alternativa non solo a Renzi ma anche a Bersani e D’Alema, che hanno portato avanti con il “centrosinistra” politiche sbagliate e fallimentari. Noi non siamo di centrosinistra ma di sinistra! Siamo l’unica lista davvero “anti-sistema”, perché antiliberista e anticapitalista!

Non siamo la lista dei NO a tutto, ma di tanti SI’: vogliamo infatti difendere e ricostruire quello che tutti gli altri (dal centrodestra al centrosinistra) hanno smantellato in questi anni: i diritti del lavoro, con il lavoro stabile invece di quello precario e con il ripristino dell’articolo 18 che impedisce i licenziamenti ingiusti; il diritto fondamentale alla salute e all’assistenza ospedaliera per tutti; la scuola pubblica; i servizi pubblici; i beni comuni; i lavori pubblici stroncati dall’assurdo vincolo del pareggio di bilancio; le pensioni e i redditi taglieggiati dall’austerità; il patrimonio ambientale e quello culturale dell’Italia; la sicurezza del territorio; la pulizia dell’aria e dell’acqua contro l’inquinamento industriale… In una parola la democrazia che ormai è solo sulla carta ma di fatto ci è stata tolta in questi vent’anni di neoliberismo!

Viviamo in un’Italia dove un pugno ristrettissimo di squali delle banche e speculatori della finanza tiene in mano tutto l’apparato produttivo e possiede la ricchezza dell’intero paese. In cui la stessa politica non conta più niente di fronte ai nuovi padroni del vapore, e fa quello che loro chiedono. Chi vuole governare va dagli investitori col cappello in mano, a mendicare approvazione e a fornire rassicuranti garanzie che il sistema verrà conservato: insomma cambiare tutto per non cambiare niente, perché a muovere i fili saranno sempre gli stessi. Invece una forza che vuole cambiare sul serio, a vantaggio del popolo, deve fare paura all’élite che ha in mano il potere, non chiedere il permesso. Vogliamo togliere il potere all’1% e darlo al 99%; toglierlo all’aristocrazia finanziaria per darlo al popolo!

In ogni parte d’Italia siamo sempre stati in prima linea nelle lotte per una vita migliore, per combattere l’inquinamento, per migliorare l’aria che respiriamo, per mettere in sicurezza il territorio, per aiutare gli anziani e le fasce più deboli della popolazione, e trovare le risorse per fare tutto questo, compresi i tanti lavori utili – sul piano ambientale, sociale, assistenziale – che i nostri comuni potrebbero assegnare ai giovani disoccupati, in cambio di un reddito minimo garantito dallo Stato. Si può fare, se si spostano le risorse dai settori in cui non servono (come le spese militari, gli interessi sul debito e gli enormi sprechi di denaro pubblico) alle cose davvero utili per la popolazione. E siamo contro la chiusura dei piccoli ospedali cittadini, vicini alla popolazione più debole, agli anziani e alle loro famiglie. Siamo per aiutare i cittadini nel momento in cui sono più fragili e hanno più bisogno: potenziamento dei pronto soccorso, riduzione delle liste d’attesa per le visite specialistiche, assistenza agli anziani non autosufficienti e ai disabili, gratuità dei medicinali salvavita.

Per fare tutto questo serve il contrario della “flat tax” che abbassa le tasse ai ricchi e toglie i servizi ai poveri. Lo dice la Costituzione (che noi vogliamo difendere e applicare): chi ha molto deve pagare molto: chi ha poco, deve pagare poco e nulla. La ricchezza va redistribuita e le distanze sociali vanno accorciate, non allungate come succede da vent’anni anche in Italia!

Noi combattiamo tutti i giorni il razzismo; siamo contro la violenza e vogliamo applicare la Costituzione anche in questo: ad esempio mettendo fuori legge tutte le organizzazioni neofasciste, neonaziste, razziste e xenofobe.

Potere al Popolo è una rivoluzione che parte dal basso: la sua presenza in parlamento dipende solo dall’impegno della gente comune, perché giornali e televisioni fanno a gara per censurare l’unica lista che sfugge al controllo della politica tradizionale, con la sua corruzione e i suoi scandalosi privilegi.

Il 4 marzo votiamo finalmente “PER NOI”: votiamo Potere al Popolo!

“Potere al Popolo” (parte terza) – La nostra rivoluzione

di Geraldina Colotti –

Voi dite che Potere al popolo è l’inizio di un percorso che non si farà demotivare da una eventuale mancanza di voti sufficienti ad entrare in parlamento. Questo delinea un orizzonte e una attitudine “confederativi” che, nella sinistra anticapitalistica italiana, non ha mai riscosso particolare fortuna pratica. Perché la sinistra italiana (quella vera) è così incapace di unire le proprie forze? C’è bisogno di una rottura generazionale? C’è bisogno di una rottura linguistica? Perché tutte le soggettività che, in anni precedenti, hanno cavalcato la tigre della discontinuità sono finite nell’insignificanza politica?

Le cause di un’incapacità della sinistra ad unirsi sono molteplici e meriterebbero ben altro spazio. Certamente, l’assenza di ampie mobilitazioni politiche e sociali produce mostri anche da questo punto di vista, dando spazio ad una litigiosità di gruppi sempre più piccoli e sempre meno legati a quei soggetti che pure – a parole – tutti dicono di voler rappresentare. I progetti che la sinistra ha messo in campo negli ultimi anni sono stati sempre percepiti come progetti elettorali e basta. Non il tentativo di costruzione di un nuovo progetto, ma la sommatoria di organizzazioni preesistenti che avevano come obiettivo arrivare in parlamento. In questo è ovvio che c’è responsabilità anche da parte di chi queste “confederazioni” le ha promosse. Noi abbiamo provato a ripartire da cose banali, ma paradossalmente scomparse dall’orizzonte di una certa sinistra. Siamo tornati alle masse, per ricostruire quella connessione sentimentale che si era rotta ormai da un bel po’. Proviamo giorno per giorno a metterci in ascolto. A capire. Non siamo testimoni di Geova con un verbo da portare a masse di infedeli. “Camminare domandando”, come dicono gli zapatisti. E così facendo abbiamo imparato tantissimo; abbiamo fatto autocritica e provato a mettere quello che ci sembrava di aver imparato dalle masse a disposizione di tutti. Lo facciamo mettendo di lato la nostra identità, che non serviva a nulla se non a rassicurare noi stessi. Non la dimentichiamo, né tanto meno la rinneghiamo. Ma non la agitiamo come un’arma capace di convincere per il solo suono di parole evocative (tra l’altro sempre meno, soprattutto tra le giovani generazioni). Al disoccupato, allo studente che non ha una minima prospettiva di futuro, alla lavoratrice che è appena stata licenziata, all’abitante del quartiere che lotta contro la devastazione ambientale, non interessa che ci si proclami di “sinistra”. Anche perché è viva nella memoria di tutti ciò che coloro che si proclamavano di sinistra hanno prodotto nel paese: impoverimento, precarizzazione, emigrazione. A noi che siamo in difficoltà importa poter trovare delle soluzioni ai problemi impellenti. Interessa migliorare le condizioni materiali di esistenza, ritrovare una speranza e un orizzonte futuro. Se oggi ci limitassimo a riunire quelli che si riconoscono in una certa tradizione e che si riconoscono in una determinata etichetta, ci limiteremmo a costruire uno spazio assolutamente residuale, marginale e destinato alla scomparsa, più o meno rapida. Invece stiamo provando a costruire un progetto nuovo, fondato sulla condivisione di un orizzonte e delle pratiche più che dei simboli. Il che comporta una serie di rotture rispetto al nostro stesso passato. Se infatti vogliamo ricostruire una connessione sentimentale con le masse popolari, bisogna allora essere capaci di parlare una lingua che sia comprensibile. Che ci piaccia o meno i linguaggi cambiano, gli strumenti altrettanto e se vogliamo incidere nella realtà e non limitarci ad essere testimoniali non possiamo non prenderne atto. “Non siamo nati per resistere; siamo nati per vincere”, ripetiamo insieme ai compagni baschi.

In una delle vostre ultime assemblee è stato ascoltato e applaudito con particolare entusiasmo e rispetto il discorso di un militante palestinese. Nel vostro programma si parla di pace e disarmo e si esige la rottura dei vincoli di subalternità alla NATO. Sappiamo che pacifismo significa tante cose, e sappiamo anche che, proprio in nome di un certo pacifismo occidentale da salotto, la lotta del popolo palestinese è stata lasciata sempre più sola. Vi chiedo: che cos’è per voi l’internazionalismo? E, pensando alla Palestina, ma anche al Venezuela o alla Catalogna, vi domando: come si fa a scrollarsi di dosso un approccio al mondo contemporaneo che vede spesso i militanti europei diffidare della lotta di classe reale e dei punti di contraddizione effettiva in cui si scarica lo scontro con l’imperialismo?

Per noi un movimento popolare che voglia trasformare l’esistente e che stiamo provando a costruire con “Potere al Popolo” o è internazionalista o non è. Chi pensa che possiamo risolvere i nostri problemi stando attenti solo a ciò che si muove intorno a noi, non comprende come ciò che si muove a migliaia di km di distanza possa incidere sulla vita materiale di milioni di persone qui da noi. Non è un fatto ideologico. Quando qui volevano chiudere due fabbriche della multinazionale Indesit per delocalizzare in Turchia, si sono fermati solo davanti alle lotte in Turchia all’epoca del Gezi Park (che erano anche lotte per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori e non la mera difesa di un alberello, come qualcuno l’ha voluta dipingere). E così la tutela del posto di lavoro degli operai in Italia è dipesa direttamente dal livello dello scontro che sono riusciti a mettere in campo gli operai in Turchia. Quando arrivano investitori giapponesi in Repubblica Ceca vogliono sapere dai funzionari governativi non tanto gli indici salariali – quelli li trovano senza problemi senza dover fare migliaia di km per arrivare a Praga – ma il livello di conflittualità, i mezzi di lotta implementati dai sindacati locali, il livello di “decomposizione” delle solidarietà tra lavoratori. Proviamo a capire e imparare dai processi in corso in giro per il mondo. Esperienze geografiche vicine e lontane, senza avere l’attitudine del giudice che deve decidere se dare o meno il pollice verso. E senza la ricerca spasmodica di qualche modello da poter traslare direttamente qui. Crediamo con Mariàtegui che la nostra strada non sarà “ni calco ni copia”, ma “creaciòn heroica”. Dovremmo riuscire a scrollarci di dosso una doppia attitudine. Da una parte, infatti, abbiamo chi si esalta non appena sembra che in qualche luogo del pianeta si presenti un’alternativa all’ordine esistente, tranne poi rimanere profondamente deluso, preda della più pesante depressione, non appena ci sono dei rallentamenti o, peggio, dei passi indietro; dall’altra chi guarda a ciò che accade nel mondo sempre con un’aura di superiorità: i processi in corso non sono mai sufficienti, non sono mai abbastanza “comunisti”. È con questa duplice attitudine da tifosi che dobbiamo farla finita. Nel nostro piccolo proviamo a farlo cercando di studiare, capire, sperimentare ciò che vediamo all’opera altrove. Costruendo la nostra prospettiva dalla nostra stessa storia e dalla storia dei movimenti di emancipazione in tutto il mondo. Nessuno ha cambiato il corso della storia ricalcando quello che trovava nei testi sacri. I bolscevichi, a detta di Gramsci, hanno fatto una “rivoluzione contro il Capitale” di Marx; Fidel ha messo fine alla dittatura di Batista, battendo sentieri diversi da quello leninista; Unidad Popular ha provato a costruire il socialismo in Cile su basi ben diverse rispetto a quelle del “fuochismo” guevarista; la resistenza palestinese, malgrado il “de profundis” di tanti esperti nostrani, dimostra ogni volta di poter risorgere dalla proprie ceneri; infine, il socialismo bolivariano in Venezuela non collima per nulla con una serie di “precetti” che certa sinistra veniva declamando. Se riusciamo a far comprendere la ricaduta materiale e concreta di quanto accade in un “altrove” più o meno lontano, allora forse non ci sentiremo più dire che “abbiamo così tanti problemi qui, che non abbiamo tempo e testa per pensare a quelli che assillano gli altri popoli del mondo”. Noi pensiamo ad un internazionalismo che non sia il solo gridare slogan, ma un lavoro quotidiano e certosino di costruzione di legami, di mutuo apprendimento. Senza dimenticare la lezione guevariana: riuscire a sentire sulla propria pelle la sofferenza di qualsiasi essere umano in qualsiasi parte del mondo per noi rimane la qualità più bella di un rivoluzionario.

In Italia e in Europa il capitalismo si ristruttura (come sempre) nella crisi. Ma la crisi esplosa nel 2008 ha impoverito larghissimi strati popolari. Sono venuti meno gli aspetti di supplenza sociale assunti dallo stato borghese europeo nel secondo dopoguerra. Il capitalismo abbandona le masse al destino dei mercati, amplificando la pressione oligarchica delle istituzioni sovra-nazionali, e ricattando i popoli con lo spettro del crollo della vita civile. Ecco il punto. Cosa vuol dire oggi avere un’altra idea dello sviluppo civile? Potere al popolo significa questo? E, se significa questo, come è possibile riavvalorare la dimensione della rottura in un contesto in cui gli elementi materiali dell’esistenza associata vengono presentati, e appaiono effettivamente, come indissolubilmente legati al funzionamento dell’economia basata sulla proprietà privata?

Non c’è dubbio che le condizioni materiali di esistenza siano decisamente peggiorate. In Italia, il paese con la più grande riserva di risparmio privato, forse si è manifestata inizialmente con meno irruenza, considerato che per alcuni strati della popolazione c’erano dei piccoli salvadanai cui attingere. Ma poi, mese dopo mese, chiude l’ospedale, la scuola funziona sempre peggio, il bus che ti portava a lavoro viene cancellato, le tariffe di acqua luce e gas aumentano… Insomma, i morsi della crisi si fanno sentire. E non c’è più il welfare state di prima: la rete statale è stata pian piano smantellata, pur resistendo grazie alla determinazione di lavoratori e utenti. Avanza il mercato, il privato prende spazio e guadagna lauti profitti. L’abisso viene presentato come prospettiva probabile se non si seguono i dettami delle istituzioni sovra-nazionali e dei governi. La Grecia, il paese messo peggio in Europa, viene continuamente additato come il nostro futuro se non si procederà al taglio del debito – che significa taglio di servizi, salari e pensioni – all’adozione di regole finanziarie rigide, a privatizzazioni e a un “ammodernamento” del mercato del lavoro e del mondo dell’istruzione. Per sfuggire al baratro molti accettano, si fidano. Elettoralmente si tenta la fortuna con le ultime formazioni partitiche, ma presto o tardi si capisce che non costituiscono parte della soluzione, bensì del problema. Noi crediamo che anche in Italia potremmo assistere ad una rottura, ad una “liquefazione delle tolleranze morali verso i governanti”. Un momento che in altri paesi ha avuto luogo a partire dalla propria stessa difficoltà; è stato allora che la gente ha cominciato a preoccuparsi del resto e degli altri. E, in piccolo, col lavoro mutualistico che portiamo avanti quotidianamente osserviamo questo fenomeno. La sfida è portarlo ad un livello di massa, organizzarlo, dargli una direzione e dei metodi di lotta. Non possiamo prevedere il momento della “rottura” di queste tolleranze, ma possiamo lavorare per non farci trovare impreparati. In questi sommovimenti cambia il “senso comune” delle persone. Ciò che prima era considerato come la normalità non viene più accettato. Ciò che prima nemmeno si presentava alla mente, diviene realtà. Quelli che sono pilastri delle vecchie società crollano. La proprietà privata, in quanto prodotto della storia, a meno di ritenerla un prodotto naturale, non fa eccezione. Però, ammesso che ci sia una chiave di volta, ancora non l’abbiamo. Dobbiamo – come diceva Meszaros – cercare pazientemente delle alternative, costruirle e rinforzarle. Esistono già oggi delle sperimentazioni, delle direzioni di lavoro. Lo Stato comunale di cui parla Chàvez è una di queste. Tra attacchi e difficoltà interne in Venezuela si prosegue nella sua costruzione. Vincerà nel momento in cui riuscirà a dimostrare che la logica socialista di funzionamento della società nel suo complesso, una nuova dialettica tra produzione e consumo, tra pianificazione e spontaneità, è superiore alla logica del capitale, di per sé distruttiva del genere umano. E sempre al Venezuela guardiamo – anche se di esempi altri non mancherebbero – per smentire qualsiasi visione “determinista” della storia e del nostro futuro. A Caracas la “fine della storia”, proclamata da più parti, ha in realtà significato l’inizio di un’ondata rivoluzionaria che per fortuna ancora non si arresta. C’era stata una ribellione popolare schiacciata nel sangue – “el Caracazo”, un tentativo di colpo di stato sventato, avanzavano privatizzazioni ed immiserimento. Lo stesso schema di dominazione e spartizione del potere andava avanti da decenni. Nessuno pronosticava una “rottura” rivoluzionaria. Come non era in grado di pronosticarla Lenin a pochi mesi dalla rivoluzione di febbraio e come nessuno la pronosticherebbe oggi in Italia. Nessun osservatore è stato infatti in grado di prevedere l’irruzione sulla scena di una logica diversa, quella promossa dal Comandante Chàvez e portata avanti da masse di diseredati e “invisibili”, che hanno conquistato un posto da protagonisti in quella storia da cui erano stati fino ad allora esclusi, di cui erano stati al massimo oggetto. In che modo quell’esperienza ci parla di una “rottura”? Crediamo che, così come sostiene anche Alvaro Garcìa Linera, dobbiamo innanzitutto imparare a pensare alla rivoluzione come ad un processo e non un atto. Non esiste il giorno della resa dei conti, ma costruzione di egemonia, che non è solo pratica discorsiva, come pretenderebbe qualcuno, ma capacità di costruire le proprie forze, certi che il nemico non starà a guardare e che, a seconda del contesto in cui si muove, porterà l’attacco, senza farsi scrupoli di alcun tipo, arrivando letteralmente a bruciare gli avversari politici o a portare popoli interi alla fame, a minacciare con ogni mezzo e ogni linguaggio. I momenti dello scontro si susseguono, diventano punti di biforcazione e l’esito è dovuto anche a quanto si è riusciti a costruire fino a quel momento. E poi di nuovo a lavorare per costruzione di nuova egemonia. Se dunque pensiamo alla “rottura” non come a un momento preciso, come a un atto, ma come al risultato di un processo di transizione, la cui durata non possiamo predeterminare, riteniamo che la nostra possa dirsi già oggi “politica della rottura”. [fine]

“Potere al Popolo” (parte seconda) – Mutualismo, femminismo, sicurezza

di Geraldina Colotti –

Le discussioni sulla partecipazione ai parlamenti hanno sempre diviso i rivoluzionari, e sono state oggetto di accese controversie. I parlamenti sono stati contestati, sono stati usati efficacemente come tribune, ma sono anche spesso diventati il perimetro che ha fagocitato in direzione esclusivamente istituzionale la presunta ricerca di vie nuove al socialismo. Noi siamo talmente al di là, o all’indietro, di queste esperienze da rendere tali problemi un non senso storico, oppure il passato può e deve insegnarci qualcosa?

Noi crediamo che questi problemi si presentino oggi come ieri. Ma non esistono piante buone ad ogni clima e a ogni tempo. Soluzioni utilizzate nei processi rivoluzionari del passato o di altre latitudini non è detto si confacciano alle necessità nell’Italia del qui ed ora. L’idea di lanciare la sfida di questa lista popolare nasce dalla volontà di non lasciare alcuno spazio al nemico senza provare a dare battaglia. Per cui, anche chi come noi non ha mai partecipato all’agone elettorale, chi come noi ha spesso e volentieri disertato le urne, ha deciso di incunearsi in questo spazio. Ci attendono infatti mesi in cui l’attenzione sarà tutta concentrata sullo scenario elettorale. Di qui la necessità di squarciare il velo di ipocrisia e di far irrompere i bisogni e la voce delle masse, costruendo una campagna elettorale che permetta di trovare espressione a tutte le istanze e le lotte esistenti nel paese. Vogliamo utilizzare la campagna elettorale, prima ancora di eventuali tribune parlamentari, come un megafono di ciò che già esiste, di ciò che è in gestazione e che difficilmente riesce ad uscire da una dimensione locale e vertenziale. Ma non vogliamo fermarci qui. Pensiamo che, in caso di elezione, gli eletti di Potere al Popolo dovranno dare vita ad un “parlamentarismo de calle”: essere presente sui territori, costruendo meccanismi di democrazia diretta e partecipativa ovunque sia possibile. Discutere sui territori e non solo tra addetti ai lavori, né solo con i gruppi “corporativi” le misure che arrivano in parlamento; proporne altre che siano frutto dell’elaborazione collettiva, che vengano “dal basso”. Rendere conto del proprio operato, avvicinando il proprio più ad un mandato “imperativo” che a quello “libero” previsto dalla Costituzione italiana. Da questo punto di vista le esperienze di questi ultimi vent’anni in America Latina, in Venezuela in primis, offrono molti spunti utili. Nelle aule, invece, gli eletti dovranno essere una spina nel fianco del governo e dei gruppi di potere, portando il “controllo popolare” in parlamento. Per far questo, ovviamente, non è sufficiente uno sparuto gruppo di deputati, nemmeno se fossero i “migliori”; serve, invece, il popolo organizzato che dia sostegno e articoli il lavoro. Siamo coscienti dei rischi di una possibile cooptazione. Ma siamo convinti che il miglior antidoto non risieda tanto in proclami e parole, quanto nella prosecuzione di quel lavoro politico e sociale che tutti i giorni portiamo avanti. Come dicono spesso i compagni catalani, “un piede nelle istituzioni e mille nelle strade”. La dialettica tra “campo popular” e “campo institucional” non la decidiamo a tavolino; si tratta di andare a costruire un equilibrio mai definito una volta per tutte. Al contrario negheremmo la dialettica. Ma abbiamo come obiettivo la costruzione di un movimento popolare e non elettorale. Per questo, fino a quando pensiamo che una campagna elettorale o un seggio possano essere utili per favorire questo processo, ben venga l’impegno su questo fronte. Nel momento in cui dovessero cambiare le condizioni, bisognerà cambiare anche tattica. Flessibilità tattica, accompagnata però da una permanenza strategica e alla chiarezza degli obiettivi sono assi su cui proviamo ad impostare il nostro lavoro. Ci viene in mente la dedica del Che quando regalò una copia del suo “Guerra di guerriglia” al presidente Allende: “A Salvador Allende, che con altri mezzi persegue gli stessi obiettivi”. Senza dimenticare che, per come sono costruite le istituzioni, comportano limiti e margini di manovra ristrettissimi. Non è un caso che anche laddove non si sia proceduto alla via leninista, si sia posta, prima o dopo, la necessità di trasformarle profondamente.

Nei vostri manifesti colpisce la rilevanza data alla dimensione del mutualismo. Perché gli conferite una così grande importanza? Come si incrocia il discorso sul mutualismo con quello della politica? Vi ispirate a esperienze precise, anche in campo internazionale, oppure ricercate una sintesi tutta italiana tra il ciclo comunista storico, quello della nuova sinistra degli anni Settanta, e l’esperienza ancora recente dei centri sociali?

Viviamo in anni in cui dall’alto vengono continuamente promossi meccanismi di frammentazione e di distruzione di quei vincoli di solidarietà che tutt’ora sono vivi nelle classi popolari. L’obiettivo è costruire individui isolati, possibilmente ostili gli uni agli altri. Far leva sui bisogni, sempre più impellenti, per scatenare competizione e guerra tra poveri. Noi proviamo invece a dare una risposta diversa. A palesare – e non solo a dire – che la via d’uscita, il soddisfacimento dei bisogni o è collettiva o non è. A dimostrarlo coi fatti, col grigio lavoro quotidiano, con la costruzione di strutture fisiche e politiche di mutuo soccorso. Perché siamo stanchi delle parole quando sono sganciate dall’agire quotidiano. Ecco quindi che il mutuo aiuto diventa immediatamente politico nel senso che, se lo scopo che si riesce a raggiungere nell’immediato è il miglioramento concreto delle condizioni di vita, il soddisfacimento di un bisogno, è altrettanto vero che nel medio periodo si costruiscono rispecchiamento nell’altro, mutuo riconoscimento, legami di solidarietà: si costruisce, insomma, una comunità, il cui collante non è solo il posizionamento nella società, ma anche un metodo di lavoro e un orizzonte da costruire insieme. Inoltre, riuscire a mettere in piedi strutture di mutuo soccorso, dagli ambulatori popolari alle camere popolari del lavoro, passando per le scuole di italiano per immigrati, permette di costruire fiducia nelle proprie capacità collettive. Laddove l’individuo non può arrivare da solo, la collettività può. Il mutualismo diventa una palestra per le masse popolari, grazie alle quali impariamo a esercitare il controllo su quelle istituzioni che nominalmente sarebbero preposte a garantire i nostri diritti, a costruire pezzi di autogoverno, a organizzare pezzi di società. Ed è – non ultimo – uno strumento di “attivazione” delle energie popolari: in anni contraddistinti dall’apatia, dalla rassegnazione e dal disinteresse, si comincia insieme un processo in cui chi è coinvolto sviluppa un desiderio di partecipazione, di comprensione e di trasformazione dell’esistente. È, in piccolo, una forma di democratizzare, di democrazia assoluta. In questi anni abbiamo avuto punti di riferimento importanti, abbiamo cercato di imparare dalle esperienze in corso in altri luoghi, dalla Grecia delle cliniche popolari alle reti di solidarietà dello stato spagnolo, passando per le esperienze comunitarie in corso in diversi paesi latinoamericani. Senza dimenticare però che anche la storia del nostro paese è ricca, fonte di ispirazione e riflessione. Proprio a Napoli, ad esempio, è tutt’ora viva la memoria della “Mensa dei bambini proletari”, attiva per tutti gli anni Settanta. E poi c’è un mondo, tradizionalmente anche distante dal nostro, che abbiamo incontrato e imparato a conoscere. Parliamo di cristiani di base, associazioni laiche, impegnate quotidianamente nel non lasciare soli gli ultimi, che siano i senza tetto o gli immigrati. Con loro andiamo al di là dell’intervento assistenziale, abbiamo costruito una “rete di solidarietà popolare” e dato vita a momenti di lotta contro gli interventi securitari dello Stato.

Nel vostro movimento la presenza delle donne è evidente. In Italia, il femminismo è stato una componente determinante del ciclo di lotte degli anni Settanta. Poi si è trasformato in una sorta di cultura universitaria che non ha saputo contrastare la rivincita del patriarcato consumata nelle coscienze e nella vita quotidiana durante gli anni Ottanta e Novanta. Qual è la vostra visione del femminismo? Come si incrocia nella lotta il pensiero di genere con il pensiero di classe?

Il pensiero di genere, pur non esaurendosi in esso, è già pensiero di classe! Questo perché se il meccanismo del lavoro e dello sfruttamento attuale non ha “inventato” la subordinazione della donna all’uomo, ha però saputo ben sfruttare l’eredità delle società che l’hanno preceduto, pretendendo dalla componente femminile lavoro a buon mercato o addirittura estorcendo lavoro gratuito. Ci riferiamo al fatto che le donne giocano un ruolo di primo piano nel cosiddetto esercito industriale di riserva, vengono assorbite ed espulse dal mercato senza soluzione di continuità e, per giunta, sono gravate dal lavoro domestico, che ancora viene largamente considerato come un onere che deve ricadere praticamente solo sulle spalle della “donna di casa”, madre, moglie, figlia o sorella che sia. Per queste ragioni pensiamo che nessuna emancipazione sia possibile senza rimuovere in prima istanza gli impedimenti materiali che la determinano, senza cioè che sia garantito alla donna un degno salario, servizi sociali che consentano effettivamente di liberarsi del lavoro di cura (ospedali, asili nido, ecc.), soluzioni abitative alternative e gratuite, necessarie a sottrarsi a eventuali violenze e abusi che spesso si perpetuano tra le mura domestiche, consultori e sportelli medico-legali in grado di sostenerne le scelte nel campo della riproduzione, dell’interruzione e della prevenzione delle gravidanze, ecc. Ovviamente lo sfruttamento e la subordinazione non si esauriscono nel piano materiale (alle donne viene ancora oggi negata la piena libertà sul loro corpo e sulla loro sessualità, sono oggetto di rappresentazioni inferiorizzanti e di violenza psicologica) per questa ragione alla battaglia su questo fronte, sui diritti, sul salario, sull’accesso ai servizi sociali, va associata una battaglia sul piano culturale, che alimenti la consapevolezza della propria condizione e faccia sì che si possano progettare collettivamente i percorsi efficaci per superarla. Nell’ambito di questa battaglia uno degli strumenti possibili da impiegare è quello dell’equa rappresentanza, nello spirito e seguendo l’esempio delle compagne curde, necessaria a rendere visibile all’esterno, nel discorso pubblico, la nostra realtà per quella che è: fatta di uomini e di donne che lottano assieme, senza gerarchie né primati, senza bisogno di essere “relegati” in settori d’appartenenza. Se è vero che troppo spesso, purtroppo, negli ultimi decenni, le “questioni di genere” sono state relegate all’ambito della pura speculazione, dell’analisi del fenomeno in ambiti ristretti, affrontate con un linguaggio spesso inutilmente complesso e che parlava a pochi, è anche vero che, negli ultimi anni sembra essersi diffusa (non solo tra élite intellettuali, ma tra le “persone comuni”) la consapevolezza del fatto che la disuguaglianza tra i sessi non è e non può essere soltanto oggetto di un’analisi astratta e che, soprattutto, non è un capitolo chiuso, storia passata, ma una faccenda che ci riguarda e che ci riguarderà ancora se non ci si rimboccherà le maniche per far sì che le cose cambino.

In questi ultimi anni la sinistra ha scelto di affidarsi ai magistrati, sancendo così la subalternità del politico al giuridico e l’assunzione delle logiche securitarie che hanno preso corpo nella repressione degli anni Settanta. Ne siete consapevoli? E come vedete la questione? Proprio nel vostro Sud mancano i diritti elementari, ma abbondano divise, tribunali e “pompieri” del conflitto sociale che decantano la legalità borghese. È possibile sbarazzarsi di questa zavorra che impedisce ogni reale contatto con la massa degli esclusi?

Soprattutto qui al Sud un giorno sì e l’altro pure si sente parlare di “emergenza sicurezza”: camorra, mafia, ’ndrangheta sono una realtà pervasiva e il loro controllo del territorio è sicuramente un ostacolo bello grosso a chi come noi è impegnato nella trasformazione dell’esistente. La soluzione proposta dai governi che si succedono è una militarizzazione della società. Già da qualche anno abbiamo i militari che pattugliano le città; negli ultimi provvedimenti legislativi sono state inserite misure di sicurezza sempre più oppressive nei luoghi pubblici (ad esempio tornelli e controlli alle stazioni ferroviarie o anche negli stadi). Le misure “antiterrorismo” sono state la precipitazione ultima di questo tipo di meccanismi. Si susseguono le notizie dell’espulsione dei senza tetto o degli immigrati dai centri storici. È stata elaborata una specifica misura repressiva, il DASPO urbano (che viene dalla sperimentazione della repressione nelle curve degli stadi), che si è diretta già più volte contro venditori ambulanti. Tuttavia, ogni volta la reazione popolare che si sviluppa va in direzione opposta: laddove c’è la criminalizzazione da parte dello stato, si risponde con una solidarietà nei confronti di chi è considerato dalla stessa parte della barricata. Non che la logica securitaria non faccia comunque breccia. Ma al momento qui per fortuna non sfonda. Anche da questo punto di vista la criminalizzazione non riesce a sfilacciare i legami di solidarietà che sono fortunatamente più radicati di quanto qualcuno possa pensare. Quando diciamo che “potere al popolo” significa poter decidere del proprio presente e futuro non intendiamo escludere la sicurezza. Non si tratta di materia da delegare al governo, centrale o locale che sia. Anche su queste questioni, per quanto sia complicato, bisogna esercitare il controllo popolare. Non è un caso che, storicamente, laddove i movimenti sociali e politici sono stati più forti meno spazio trovava la criminalità organizzata. Si tratta di processi e non di eventi: i tempi non saranno né immediati né brevi, ma pratiche come quelle del controllo popolare esercitato nel corso delle ultime elezioni comunali a Napoli, per contrastare palmo a palmo la presenza di camorristi, per provare a rompere il muro della paura che blocca tanti e dar loro fiducia che oltre a Stato e criminalità organizzata esiste altro, sono un buon viatico per mettersi in cammino. [segue]