La “dalemanìa” che ha rovinato Liberi e Uguali

di MAURIZIO ACERBO

Avevamo ragione: le biografie contano. Lo scopre Civati su il manifesto: «Ho passato la campagna elettorale a rispondere a domande su D’Alema (…) non eravamo considerati abbastanza alternativi (…) il sospetto era che quelli che ci avevano messo tanto a uscire dal Pd fossero già pronti a rientrarci».

Per mesi abbiamo ripetuto inascoltati che per fare una sinistra nuova e radicale bisognava darsi 1) un profilo di netta rottura col Pd e quindi l’impegno a nessuna alleanza; 2) un programma radicale di alternativa alle politiche del centrosinistra degli ultimi 25 anni a partire dal no a legge Fornero, tav ecc.; e 3) liste senza D’Alema, Bersani e gli altri esponenti dei governi di centrosinistra. Abbiamo ripetuto che non era credibile contrapporre il “centrosinistra autentico” (quello del governo Monti, della legge Fornero o della guerra in Jugoslavia) al Pd renziano.

Ci rispondevano in coro che “le biografie non contano”, come se si potessero rivendere per dei Corbyn gli imitatori italiani di Tony Blair!!! E senza nemmeno un programma alla Corbyn! Tranne Tomaso Montanari, il ceto politico e intellettuale dei professionisti della “sinistra” ci ha trattato come matti, settari e estremisti che si autoescludevano dalla possibilità di ricostruire un grande soggetto politico sotto la guida di D’Alema.

Quando andai al forum del manifesto rimasi impressionato da come Nicola Fratoianni e Norma Rangeri pendevano dalle labbra di D’Alema (spero non si offendano). Ho girato per non so quanti dibattiti e assemblee ripetendo queste elementari esigenze di discontinuità ma scontrandomi con un muro di presunto realismo o di autentica avversione alle mie tesi (non tra il pubblico devo dire).

Tra le poche eccezioni Francesca Fornario e Marta Fana, che in un articolo su Il Fatto mettevano in fila considerazioni analoghe alle mie (non ci conoscevamo ancora).

I più consapevoli dicevano che certo c’era qualche problema ma che non si poteva dire no alle candidature dei “big”. Nei mesi scorsi era esplosa una vera e propria dalemanìa, una fascinazione tra i professionisti della “sinistra” davvero incredibile. Ovviamente in molti sapevano che l’accozzaglia era poco credibile ma hanno preferito da ignavi assicurarsi un seggio sicuro (poi per molti non si è rivelato tale).

Tutto il resto – compresa la candidatura di Grasso – è stata conseguenza della rassegnata, entusiastica o opportunista convinzione che la classe dirigente piddina meritatamente rottamata da Renzi (l’unica cosa buona che ha fatto) fosse il quartier generale di una nuova grande formazione della sinistra. Solo gente fuori dal mondo e che scambia il proprio giro per il mondo poteva pensare che si potessero togliere voti ai grillini o recuperare voti degli astenuti con una tale compagine. Persino gli elettori in fuga dal Pd si sono direttamente indirizzati verso M5S.

Qualcuno mi dirà: e voi che avete messo insieme i “duri e puri” (o amenità simili) quanto avete preso? Non farei questo paragone. Noi eravamo invisibili e inesistenti per milioni di persone. Da 10 anni fuori dal parlamento e dai talk show. A noi proprio non ci conoscevano. LeU ha goduto di una visibilità enorme, non è stata votata proprio perché la conoscevano.

Avevamo scritto “come unire la sinistra senza farsi male” (http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=31564). Non ci hanno dato retta.

Maurizio Acerbo (segretario di Rifondazione Comunista)

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“La sinistra scenda dal Palazzo per tornare tra la gente!”

di VALENTINA PENNACCHINI

Il 4 marzo ha decretato la fine di un progetto politico morto da tempo e mai sepolto.

Non ha perso Renzi, ha perso una narrazione di cui il giovane-vecchio di Rignano è solo l’ultimo tassello. Ad essersi macchiati indelebilmente la "fedina penale" sono stati in molti: quelli che dopo aver subito il sonno della ragione – sempre che la ragione sia stata una loro prerogativa – si son svegliati tardi, quando il punto di non ritorno era stato ampiamente superato, e quelli che hanno svenduto una linea politica alternativa in vista di una poltrona che a posteriori non è arrivata.

Il 3,3% di Liberi e Uguali è impietoso e parla chiaro quanto il 19% del Pd. Stupirsi dell’ultimo atto (forse) di Renzi è una ingenuità. Renzianamente parlando, "muoia Sansone con tutti i filistei".

Peccato muoia la sinistra che, nell’immaginario collettivo di un popolo forse distratto ma di certo stanco se non stremato, è ancora formata dal Pd e dal Pd2 (la vendetta mai consumata).

I carnefici della sinistra non possono trincerarsi dietro l’1,1 di Potere al Popolo, una lista nata tre mesi fa dopo l’ennesimo suicidio-omicidio di un’ipotesi unitaria della sinistra a posteriori velleitaria e contraddittoria.

Prendiamo atto di esser quattro gatti, un microcosmo litigioso che si contende il 5% dei voti. Bisogna essere realisti… La sinistra ha perso ogni attrattiva. A poco è valso l’impegno di tanti in termini elettorali. L’1,1 per certi versi può essere disarmante eppure è da lì che bisogna costruire perché altro a sinistra non c’è. Il Paese ha chiesto radicalità. Non è una bestemmia, è una priorità. Se la sinistra vuol dire qualcosa, e ha tanto da dire, deve scendere dal Palazzo e tornare tra la gente perché è lì che deve stare.

Finalmente sconfitto il Pd (quello di Renzi e quello… di prima)

Il voto del 4 marzo ha dato una mazzata decisiva al Pd in tutte le sue versioni: quella attuale (Renzi e la sua insopportabile claque, arrogante e presuntuosa); quella “futuribile” (Gentiloni, Minniti, Calenda), trascinata nel burrone dalle nefandezze del “giglio magico” da cui avrebbe voluto smarcarsi; e quella vecchia (Bersani e D’Alema), che ha pagato l’impotenza e le scellerate politiche neoliberistiche del “centrosinistra” prerenziano. Non è apparso credibile, infatti, il pallido tentativo dei “rottamati” di recuperare fuori tempo massimo generiche posizioni di “sinistra”, per poi magari riappropriarsi della “ditta” e riprendere come niente fosse le formidabili “riforme” uliviste che, ben prima dell’opera devastatrice del bullo di Firenze, avevano pesantemente intaccato lo stato sociale e i diritti dei lavoratori. Con la semicomica benedizione cardinalizia di un improbabile “capo politico” uscito in extremis dallo stesso Pd – che sembrava stesse apprendendo lì per lì, come uno scolaro imbranato, cosa fosse “la sinistra” – un pugno di generali senza esercito (Mdp) ha cercato di salvare le proprie carriere arruolando come carne da macello qualche fante (Sinistra Italiana) per muovere guerra al giovane e cinico rottamatore, ma in questo gioco degli specchi è stato inesorabilmente travolto dal crollo della casa comune, insieme all’altra sponda uguale e contraria di cui si avvaleva il Pd: il partito “moderato” (sic) di un sempre più rintronato Berlusconi. Espulso dal popolo italiano, che gli ha sventolato in faccia il cartellino rosso dopo averlo già ammonito al referendum, Renzi (sbruffone come al solito) esce dal campo portandosi via il pallone, per impedire che al suo partito venga in mente di giocare con altri schemi nelle prossime delicatissime settimane.

Restano in campo, entrambi vincitori, i prodotti della paura (Salvini) e della speranza (M5S), tra le quali si è diviso l’elettorato, scindendosi tra una rabbiosa quanto illusoria difesa delle “protezioni” nazionalistiche, dettata dal timore dei migranti e di chi sta peggio, ed una voglia di cambiamento da interpretare come un enorme, corale “vaffanculo” urlato al vecchio ceto politico. Né le prime incerte esperienze amministrative dei 5Stelle, né il surreale bombardamento mediatico scatenato contro di loro dal giornalismo di regime, né la svolta governista e “rassicurante” impersonata dal candidato premier Di Maio, né tantomeno il dilettantismo di furbetti e disonesti che danneggiavano innanzitutto il Movimento, e che sono stati subito messi alla porta, ha potuto frenare quest’ansia di cambiare radicalmente il quadro politico. Ed è ben difficile negare che una buona parte del popolo di sinistra abbia visto nel M5S lo strumento più potente e più immediato per colpire la “casta” di governo e di potere.

In queste condizioni, i margini di manovra di una nuova sinistra alternativa erano oggettivamente assai ridotti. Nonostante il miracolo organizzativo e le entusiasmanti esperienze vissute in questa intensa campagna elettorale, dalla raccolta firme alle centinaia di affollate assemblee, Potere al Popolo ottiene un risultato che se supera la barriera anche psicologica dell’irrilevanza (l’uno per cento), rappresenta una cocente delusione per i tanti militanti che avevano sperato in un crescendo rossiniano e perfino nel superamento della soglia di sbarramento fissata al 3%, a smentita dei sondaggi-fantasma che tardavano a “rilevare” la nuova lista. Che tutta la partecipazione anche da noi sperimentata con passione ed entusiasmo negli ultimi due mesi si sia tradotta in un risultato così modesto può risultare demoralizzante, ma appunto non si può ignorare il fatto che – in questo frangente storico e politico – il bisogno di cambiamenti immediati anche sul piano sociale si è riversato sul Movimento 5Stelle, in termini cioè di governo e non di opposizione, piaccia o non piaccia ai teorici “ortodossi” della sinistra radicale.

Adesso, una legge elettorale congegnata apposta per non far vincere nessuno, e favorire gli inciuci centristi, impedisce sia alla “paura” che alla “speranza” di trasformarsi in governo del Paese. Non è un bene, perché è delittuoso prendere in giro 40 milioni di italiani, mandandoli a votare per i “simbolini” su schede-lenzuolo senza poter decidere direttamente né i parlamentari né i governanti. Andremo incontro a settimane di convulsioni febbrili della politica italiana, con la seria possibilità di tornare alle urne nel giro di poco tempo, visto che lo stesso epilogo “inciucista” e moderato è stato spazzato via dalla polarizzazione del voto popolare.

Quanto alla sinistra, è chiamata a continuare il processo di ricostruzione appena avviato, con la massima apertura possibile ma anche tenendo fermi i punti di non ritorno che si sono determinati, dopo la fine ingloriosa del Brancaccio e la nascita di Potere al Popolo. L’impasse istituzionale della politica di Palazzo potrebbe offrire ad una sinistra nuova e popolare ravvicinate occasioni di crescita e consolidamento. Ma le grandi idee, valori e ideali a cui ci richiamiamo non si possono certo confinare nel recinto di un uno-per-cento, e nemmeno del 3 o del 5. Essi camminano nella società su molte gambe, e dentro molte teste e molti cuori. La totale debacle della classe politica che finora aveva egemonizzato (e screditato) la sinistra italiana deve diventare l’occasione per ripartire dal basso, con rinnovato coraggio e determinazione. Indietro ormai non si torna.

Il bilancio di MRS: con Potere al Popolo una campagna entusiasmante

Nella campagna elettorale «più brutta di sempre» – come in molti l’hanno definita – noi di MRS abbiamo vissuto l’esperienza elettorale più bella di sempre, grazie a POTERE AL POPOLO. Ripartire dal basso, dalle lotte sociali e ambientaliste, dalle pratiche concrete di mutualismo e solidarietà, dalla radicalità dell’impegno sul territorio, ci ha permesso di rivitalizzare quei valori e ideali per i quali siamo nati 11 anni fa. Volevamo rilanciare il socialismo libertario, ma non come nobile storia “antiquaria” di preziose reliquie (per dirla con Nietzsche) – e in questo ci siamo sempre differenziati da certi nostalgici dei vecchi partiti socialista e d’azione – bensì uscendo dalle logiche di parte o peggio di “setta” per contaminare con queste idee “radicali” (nel senso delle radici storico-ideali ma anche della radicalità e intransigenza “gobettiana” delle posizioni politiche), l’intera sinistra italiana. Una parte della quale, purtroppo, ha fatto altre scelte, accodandosi al ceto dirigente del vecchio Pd – responsabile delle nefandezze e del fallimento del centrosinistra – che aveva ed ha come unico obbiettivo la vendetta ai danni del “rottamatore”, quando è stata la storia, più che Renzi, ad averli rottamati. Un errore drammatico per mezza sinistra, dunque, cadere nella trappola di “Liberi e Uguali” e farsi risucchiare dal moderatismo bersaniano e dalemiano, che nulla ha più a che fare con i valori del socialismo.

E mentre il Movimento 5 Stelle , con la svolta moderata e governista impersonata da Di Maio, rinnegava molti dei fermenti “alternativi” delle origini (sul piano dell’ambientalismo e dei diritti) per rassicurare e farsi “accreditare” dagli squali della finanza italiana ed europea, dalle ceneri del Brancaccio è nato miracolosamente Potere al Popolo, che è riuscito a unificare quella parte della sinistra che non voleva commettere nessuno dei due errori contrapposti: aggregarsi ai paladini del centrosinistra pur di mantenere qualche scranno in Parlamento, oppure ripiegare (come i vari Rizzo e Ferrando) su un dogmatismo ideologico di pura testimonianza. No, noi radicalsocialisti non vogliamo fare i “testimoni di Geova” del sol dell’avvenire: vogliamo – come dichiarato nei documenti fondativi e nei nostri congressi – unire teoria e prassi, vogliamo mescolarci a chiunque lotti DAVVERO per le cause della giustizia e della liberazione, qualunque sia la sua “sigla” di riferimento o il “simbolo” che ha nel cuore; vogliamo che il socialismo, per dirla con Marx, non sia un “perfetto” pacchetto ideologico escogitato da qualche geniale riformatore del mondo o sagace capo-partito, al quale la realtà debba conformarsi tra 20 o 200 anni, ma «il movimento reale che abolisce l’attuale stato di cose». E nelle tante componenti che hanno dato vita a Potere al Popolo abbiamo trovato la stessa sensibilità e necessità, lo stesso bisogno di impegnarsi per quelle “classi popolari” che oggi non si identificano più con il vecchio proletariato, ma che rappresentano il “99%” del nostro popolo, a fronte di quell’1% che detiene la maggior parte delle ricchezze, in Italia e nel mondo. Un mondo rovesciato e da rimettere sui piedi, come diceva Marx a proposito di Hegel e dell’ideologia tedesca, restituendo appunto al POPOLO tutto il potere decisionale.

Potere al Popolo non è perfetto, è solo l’inizio di un processo, ma è stato un buon inizio. Nel mezzo di un assordante silenzio mediatico, con i sondaggi che lo davano allo “zero virgola” (quando avevano la bontà di citarlo), noi di MRS abbiamo assistito al piccolo miracolo di vedere schierarsi spontaneamente con PaP tutti i fondatori del nostro movimento, e la stragrande maggioranza degli iscritti. Apprezzando e ringraziando proprio per questo quei compagni che, pur facendo scelte elettorali diverse (e ci mancherebbe altro, in un’associazione plurale come la nostra, che mobilita circa seimila persone!) hanno lasciato senza polemiche che il Movimento vivesse questa bella e utile esperienza, in cui siamo cresciuti e ci siamo fatti conoscere: per le nostre elaborazioni politiche e culturali, non certo per la nostra organizzazione che abbiamo voluto tenere in secondo piano (anche nelle candidature) e che per noi è solamente uno strumento di riflessione e di analisi. Ma l’aver trovato un’espressione pratica delle nostre idee, con Potere al Popolo, ed esserci riorganizzati in modo più visibile e operativo grazie alla nostra portavoce Katia Bellillo e a tanti compagni che hanno attivamente partecipato alla campagna elettorale, è stato entusiasmante.

A conclusione della campagna elettorale, vorremmo ringraziare tante persone ma ci limitiamo a poche “citazioni” (per non escludere i tanti altri che abbiamo sentito molto vicini): Katia Bellillo, che per noi e per PaP è finalmente tornata alla politica attiva; la “capa tosta” Viola Carofalo, in rappresentanza del meraviglioso gruppo di Je so’ pazzo che ha lanciato la “folle” sfida elettorale; Giorgio Cremaschi per il suo trascinante impegno di “bambino” entusiasta per la prima volta nella sua vita di un simbolo da barrare sulla scheda; la 94enne Lidia Menapace, partigiana e pacifista, per la tenacia dimostrata anche nel lungo viaggio da Trento a Macerata in occasione della grande manifestazione antifascista; Maurizio Acerbo, il “radicalsocialista” honoris causa che ha guidato Rifondazione in questo approdo, ed infine – last but not least – le compagne ed i compagni del gruppo facebook Sinistra L’Alternativa, per aver creduto con forza e determinazione che tutto questo sarebbe stato possibile.

Comunque vada il 4 marzo, sarà – anzi E’ GIA’ STATO – un successo. Avanti!

Quel fantasma che ancora spaventa il capitale…

Care e cari,

uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo. Non era che l’inizio, l’inizio del Manifesto del Partito comunista pubblicato esattamente il 21 febbraio di 170 anni fa. Oggi sentiamo il peso della nostra debolezza, della nostra inadeguatezza e capita spesso di sentirsi l’ombra di quello spettro, nani piccoli piccoli sulle spalle di giganti. Eppure quello spettro non ha smesso di far paura al capitale, alla violenta restaurazione neoliberista in atto.

Forse perché, come Marx aveva già spiegato in un altro celebre scritto, “il comunismo non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”.

Ecco, Potere al Popolo in fondo è questo: un piccolo passo collettivo in movimento reale, che sta unendo lotte, mutualismo, sindacalismo conflittuale, partiti; che sta unendo molecolarmente tante resistenze finora disgregate in un progetto che vuole abolire lo stato di cose presente.

Proletari di tutto il mondo unitevi!, diceva in conclusione il manifesto. Oggi che il capitale sfrutta l’intera vita e mette in campo una potentissima capacità di disgregazione quell’appello è sempre più urgente. E non smette di animare la nostra sfida.

Buona lettura e soprattutto buon voto a tutte e a tutti!

Eleonora Forenza

Le classi… classiste della Buona Scuola (ovvero gli incredibili spot contenuti nei RAV voluti dal Ministero)

di VALENTINA PENNACCHINI

La Buona scuola è quella senza stranieri, senza disabili e senza poveri: parola di RAV. A scriverlo a chiare lettere, nel “Rapporto di Autovalutazione”, sono alcuni tra i licei di "eccellenza" del nostro Paese. Tutto pubblicato sul portale "Scuola in chiaro", perché deve esser chiaro che la scuola è tornata classista come 50 anni fa (forse lo è sempre stata) ed anche un po’ razzista ma è cosa buona e giusta che le famiglie ne siano adeguatamente informate al momento delle iscrizioni.

Dal RAV del Liceo Visconti di Roma: «Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio-alto borghese, per lo più residenti in centro. Tutti tranne un paio sono di cittadinanza italiana e nessuno è diversamente abile. Tutto ciò favorisce il processo di apprendimento». Di fronte alla poggia di critiche la dirigente si difende sostenendo che il RAV non contiene alcun giudizio di merito o di valore ma una serie di dati oggettivi. Le deve esser sfuggita l’ultima frase… (l’apprendimento è favorito dall’assenza di poveri, stranieri e disabili).

Ma c’è chi ha saputo far meglio. Liceo D’Oria (Genova): «Il contesto socio-economico e culturale complessivamente medio-alto e l’assenza di gruppi di studenti con caratteristiche particolari (come ad esempio nomadi o studenti di zone particolarmente disagiate) costituiscono un background favorevole alla collaborazione e al dialogo tra scuola e famiglia». Tradotto: meglio parlare tra simili.

Il “Giuliana Falconieri” (Roma, Parioli) – scuola parificata, che però di soldi pubblici ne prende comunque – supera tutti. Dopo aver celebrato l’omogeneità sociale medio-alta della sua utenza ed aver ribadito che ciò facilita l’interazione aggiunge: «Negli anni sono stati iscritti figli di portieri e/o custodi di edifici del quartiere. Data la prevalenza quasi esclusiva di studenti provenienti da famiglie benestanti, la presenza seppur minima di alunni provenienti da famiglie di portieri e/o custodi comporta difficoltà di convivenza dati gli stili di vita molto diversi». Chiaro no? Come si permettono di voler far il medico i figli dei portieri! (sic).

La Fedeli chiede un monitoraggio all’Invalsi e promette provvedimenti. La Ministra non ammetterà mai che queste non son altro che le tragiche conseguenze di un progetto di scuola portato avanti – da lei e da altri prima di lei – con tenacia e cieca convinzione in barba a tutto e tutti. E’ la deriva dell’idea di scuola democratica ed inclusiva, per la quale una generazione si è battuta, verso la scuola-azienda in cui certi presidi manager (e pure una parte del corpo docente visto che il RAV non è opera del singolo dirigente), alla spasmodica ricerca di clienti e dopo attente analisi di mercato, cercano di vendere il prodotto scolastico tornando con orgoglio al passato, cioè ad una scuola classista e razzista.

Cinquant’anni dopo don Milani poco è cambiato. In un Paese in cui l’egemonia culturale è da tempo immemore in mano alle destre, il rigurgito razzista e classista non risparmia nessuno, nemmeno la scuola che più di qualunque altra istituzione dovrebbe contribuire ad attuare quell’art. 3 della Costituzione italiana che dopo 70 anni resta lettera morta.

Cara Ministra, la scuola è per tutti: non per molti e tanto meno per pochi.

Potere al Popolo, l’unico voto davvero utile

Il voto a Potere al Popolo è l’unico voto utile, perché Potere al Popolo è l’unica lista che nasce fuori dal teatrino della politica, quindi dal basso, dai bisogni sociali del popolo, dalle lotte concrete di comitati e associazioni sul territorio. Un’idea per ricostruire la sinistra in Italia non partendo dalle sigle dei partiti ma dalle lotte, dal lavoro, dai diritti, dai bisogni del popolo.

Potere al Popolo è l’unica lista di sinistra, cioè autonoma dal Pd di adesso e di prima; alternativa non solo a Renzi ma anche a Bersani e D’Alema, che hanno portato avanti con il “centrosinistra” politiche sbagliate e fallimentari. Noi non siamo di centrosinistra ma di sinistra! Siamo l’unica lista davvero “anti-sistema”, perché antiliberista e anticapitalista!

Non siamo la lista dei NO a tutto, ma di tanti SI’: vogliamo infatti difendere e ricostruire quello che tutti gli altri (dal centrodestra al centrosinistra) hanno smantellato in questi anni: i diritti del lavoro, con il lavoro stabile invece di quello precario e con il ripristino dell’articolo 18 che impedisce i licenziamenti ingiusti; il diritto fondamentale alla salute e all’assistenza ospedaliera per tutti; la scuola pubblica; i servizi pubblici; i beni comuni; i lavori pubblici stroncati dall’assurdo vincolo del pareggio di bilancio; le pensioni e i redditi taglieggiati dall’austerità; il patrimonio ambientale e quello culturale dell’Italia; la sicurezza del territorio; la pulizia dell’aria e dell’acqua contro l’inquinamento industriale… In una parola la democrazia che ormai è solo sulla carta ma di fatto ci è stata tolta in questi vent’anni di neoliberismo!

Viviamo in un’Italia dove un pugno ristrettissimo di squali delle banche e speculatori della finanza tiene in mano tutto l’apparato produttivo e possiede la ricchezza dell’intero paese. In cui la stessa politica non conta più niente di fronte ai nuovi padroni del vapore, e fa quello che loro chiedono. Chi vuole governare va dagli investitori col cappello in mano, a mendicare approvazione e a fornire rassicuranti garanzie che il sistema verrà conservato: insomma cambiare tutto per non cambiare niente, perché a muovere i fili saranno sempre gli stessi. Invece una forza che vuole cambiare sul serio, a vantaggio del popolo, deve fare paura all’élite che ha in mano il potere, non chiedere il permesso. Vogliamo togliere il potere all’1% e darlo al 99%; toglierlo all’aristocrazia finanziaria per darlo al popolo!

In ogni parte d’Italia siamo sempre stati in prima linea nelle lotte per una vita migliore, per combattere l’inquinamento, per migliorare l’aria che respiriamo, per mettere in sicurezza il territorio, per aiutare gli anziani e le fasce più deboli della popolazione, e trovare le risorse per fare tutto questo, compresi i tanti lavori utili – sul piano ambientale, sociale, assistenziale – che i nostri comuni potrebbero assegnare ai giovani disoccupati, in cambio di un reddito minimo garantito dallo Stato. Si può fare, se si spostano le risorse dai settori in cui non servono (come le spese militari, gli interessi sul debito e gli enormi sprechi di denaro pubblico) alle cose davvero utili per la popolazione. E siamo contro la chiusura dei piccoli ospedali cittadini, vicini alla popolazione più debole, agli anziani e alle loro famiglie. Siamo per aiutare i cittadini nel momento in cui sono più fragili e hanno più bisogno: potenziamento dei pronto soccorso, riduzione delle liste d’attesa per le visite specialistiche, assistenza agli anziani non autosufficienti e ai disabili, gratuità dei medicinali salvavita.

Per fare tutto questo serve il contrario della “flat tax” che abbassa le tasse ai ricchi e toglie i servizi ai poveri. Lo dice la Costituzione (che noi vogliamo difendere e applicare): chi ha molto deve pagare molto: chi ha poco, deve pagare poco e nulla. La ricchezza va redistribuita e le distanze sociali vanno accorciate, non allungate come succede da vent’anni anche in Italia!

Noi combattiamo tutti i giorni il razzismo; siamo contro la violenza e vogliamo applicare la Costituzione anche in questo: ad esempio mettendo fuori legge tutte le organizzazioni neofasciste, neonaziste, razziste e xenofobe.

Potere al Popolo è una rivoluzione che parte dal basso: la sua presenza in parlamento dipende solo dall’impegno della gente comune, perché giornali e televisioni fanno a gara per censurare l’unica lista che sfugge al controllo della politica tradizionale, con la sua corruzione e i suoi scandalosi privilegi.

Il 4 marzo votiamo finalmente “PER NOI”: votiamo Potere al Popolo!