Nonno Osvaldo e i suoi nipoti

di GIORGIO CREMASCHI

Ogni tanto, meno di quanto vorrei, vado a prendere il mio nipote più grande alla scuola materna e poi, in questi giorni di primavera, è d’obbligo un passaggio nel piccolo parco giochi del vicino oratorio. Lì siamo soprattutto mamme e nonni che osservano figli e nipoti e qualche volta chiacchierano tra loro.

«Ehi ma lei è Cremaschi il sindacalista che veniva all’OM?»

Ė un ex operaio, anche lui nonno in attività, che così mi si rivolge. Perché la fabbrica più grande di Brescia, oggi IVECO FCA, per gli operai di una volta si chiama sempre con il suo vecchio nome, OM.

Io più di trent’anni fa ero segretario della FIOM di Brescia e alla OM ovviamente ho passato tanto tempo, dentro e fuori i cancelli, come durante la lotta FIAT del 1980.

«Quanti scioperi quante lotte che abbiamo fatto, oggi non è rimasto niente abbiamo perso tutto. Io non portavo mai a casa una busta paga intera, ma sai che ti dico? – Dopo la conferma che io ero quel Cremaschi siamo passati al tu – Sai che ti dico? Ne valeva la pena. Lottavamo e ci costava, ma alla fine venivano sempre dei risultati. E poi c’era un risultato che valeva più di tutti: il rispetto. Il padrone ci rispettava, noi ci rispettavamo tra di noi, anzi a volte ci si sentiva persino orgogliosi di essere operai assieme.

Oggi tutto questo non c’è più. Chi lavora subisce tutto. Hanno i telefonini e le tecnologie, pensano di essere nel futuro ed invece sono tornati al milleottocento. C’è paura di tutto, i giovani neppure ci credono che c’è stato un periodo nel quale era il padrone ad aver paura di noi. Si accettano cose per noi inconcepibili, si subiscono ordini che chiunque di noi avrebbe rifiutato. Sì, ho detto che siamo tornati al milleottocento perché certe umiliazioni che gli operai oggi subiscono sul lavoro somigliano a quelle che ci raccontavano i nostri nonni. Ma non è colpa loro. Quando il padrone può dirti: quella è la porta e fuori ci sono tanti disoccupati, beh come fai a ribellarti, anche se ti viene una gran voglia di ribellarti. Ogni tanto mi chiedo come siamo arrivati fino qui, come abbiamo fatto a tornare così indietro e non mi so dare una risposta. Penso a quei pagliacci che sono al governo, che fanno finta di litigare su tutto. ma poi si mettono sempre d’accordo, fanno finta di sostenere i lavoratori ma poi stanno coi padroni. E penso anche che quelli di oggi sono al governo sono lì perché il PD ha cancellato l’articolo 18 e approvato la Fornero. È cambiato tutto, ma tutto è diventato più ingiusto. Io spero che alla fine cambi davvero di nuovo, vorrei vederlo questo cambiamento perché come oggi sono trattati gli operai, i lavoratori beh è proprio una vergogna».

Nonno Osvaldo, ex operaio dell’OM, è indignato per ciò che è accaduto alla classe di cui orgogliosamente ancora oggi si sente parte. Non è il solo, sono tantissimi della sua età e storia che la pensano come lui.

C’è una generazione anziana di ex operai che sente oggi, per il mondo in cui viviamo, la stessa indignazione dei giovanissimi che sono scesi in piazza per l’ambiente. Quei giovani non sanno nulla delle lotte operaie, se seguono l’informazione dominante oggi probabilmente neppure credono che esse siano esistite. Eppure la devastazione ambientale e sociale del mondo di oggi è dilagata assieme alla distruzione dei diritti e del potere della classe operaia e di tutto il mondo del lavoro.

Gli operai come Osvaldo sono stati definiti privilegiati dai ricchi che volevano restaurare i loro veri privilegi e poteri, che proprio le lotte operaie avevano intaccato. E quando i “privilegi”, cioè i diritti, della classe operaia sono stati smantellati, siamo tornati al milleottocento. E tutta la società ora subisce la dittatura del profitto.

Quando la indignazione di nonno Osvaldo, ex operaio dell’OM, si incontrerà con quella dei nipoti che oggi manifestano per il futuro, beh allora le cose cominceranno davvero a cambiare.

(Giorgio Cremaschi)

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Ma perché attaccate Greta???

di FABIO GREGGIO

Ci ha colpito l’improvvisa colata di acredine, quasi organizzata, nei confronti di Greta e del movimento spontaneo nato attorno a lei in tutto il pianeta. E’ un buon segno. Il Capitale ha paura ma non si è fatto cogliere impreparato. Con un copione quasi già scritto, e all’unisono, i media legati ai capitali hanno diffuso notizie fuorvianti, immagini fake, notizie false sulla ragazzina. Preoccupati di qualcosa previsto ormai da tempo: la massa critica, i giovani che ciclicamente nella storia si ribellano ad una società obsoleta e ormai non più in sintonia delle esigenze reali.

E’ bastato un suono di diapason per far scendere in piazza giovani che mai si sarebbero mossi per le vecchie ideologie novecentesche, gli -ismi in disuso, le belle idee rovinate da politici contemporanei mossi solo dal potere dalle incapacità, dall’odio.

Il Capitale si è subito manifestato diffondendo il verbo del dubbio nei social, il tutto ripreso da quello che è ormai l’esercito di faziosi, ora di destra ora di sinistra, che determinano oggi spostamenti importanti di opinioni, idee.

Greta la falsa, la marionetta, lo strumento falso dei potenti.

Il 68 ha insegnato al Sistema che la piazza si può gestire, manipolare, metabolizzare.

Il Che era il volto del 68: il sistema ne ha fatto un business di magliette e gadget. Questa metafora ha insegnato al Sistema ad essere pronto, i moti di piazza possono sfuggire se hanno valenza anarchica, come i gilet gialli francesi.

Ma se sono moti giovanili possono fare danni planetari con messaggi buonisti.

I gilet gialli si combattono con infiltrazioni che causano danni per essere odiati dal popolo.

Le idee no, non si possono camuffare. Occorre intervenire subito. Per la prima volta dal 77 i giovani tornano in piazza per questioni di ideali. Organizzati da tam tam dei social che viaggiano alla velocità della luce, i giovani assaporano la sensazione di diventare di nuovo protagonisti e padroni del loro futuro, davanti ad una società vecchia ed egoista che li ha messi in un angolo, sfruttati, ricattati e a cui lascia un pianeta in metastasi, soggiogato dal profitto in cambio della salute.

Noi di MRS siamo con il nuovo da sempre.

L’illusione del M5S ci aveva convinto di un nuovo percorso, interrotto bruscamente da una serie di scelte stucchevoli come l’alleanza con la destra più xenofoba che ne ha causato una deriva lontana dai nostri valori.

Abbiamo perso tempo. E ne stiamo perdendo ancora. M5S avrebbe potuto essere il nuovo orizzonte progressista, bruciato ormai in modo irreversibile sull’altare del voler governare a tutti i costi come costola fascista.

MRS però ha il compito da sempre di lavorare ad individuare le nuove pulsioni che si muovono nell’area progressista. Per questo ci sentiamo in dovere di guardare con molta attenzione al nuovo movimento ecologista nato attorno a Greta.

In una società anziana e sempre più conservatrice, cristallizzata in valori ormai largamente superati sul piano oggettivo, che tenta con aggressività un ritorno a certezze medioevali, noi MRS ascolteremo con attenzione questi segnali.

E quelli fino ad ora ascoltati sono molto positivi.

Compreso il segnale di paura del Sistema, del Capitale.

La loro paura è la nostra certezza.

(Fabio Greggio)

Il tradimento degli “intellettuali di sinistra”

di LEONARDO MARZORATI

«La sinistra ha perso il contatto con i ceti popolari». Questa frase è diventata quasi un mantra oramai. La si può sentire in tv, come leggerla sui social o su importanti quotidiani e riviste. A pronunciarla, spesso sono intellettuali di sinistra. Si tratta di uomini e donne che hanno passato il giro di boa della mezza età. Negli anni giovanili hanno militato nel PCI o in formazioni della sinistra radicale, poi, man mano che si avvicinavano all’establishment che prima contestavano, hanno mutato la loro posizione politica. Da sinistra sempre più verso il centro, questi intellettuali sono entrati nei “salotti buoni”, addolcendo il loro pensiero verso il capitalismo.

Hanno continuato a definirsi di sinistra e molti militanti li considerano tutt’ora tali. Si tratta perlopiù di militanti provenienti dal ceto medio, quello che va dai pensionati ai dipendenti privati di livello medio, passando per il pubblico impiego e la scuola. La base di quella che era una volta sinistra si è ristretta e gli elettori sono calati. Sempre più persone hanno abbandonato una sinistra, o presunta tale, troppo impegnata ad autocompiacersi e a giudicare male il povero che non si sente rappresentato da lei.

Gli intellettuali “di sinistra” hanno deciso di schierarsi dalla parte, ritenuta vincente, della loro fazione politica. Quindi, prima con Occhetto contro i “nostalgici” comunisti, poi con D’Alema e il blairismo, con Veltroni e il PD e infine con Renzi. Sempre più verso il centro, non mancando di pizzicare il leader di turno con una satira ficcante, ma in fin dei conti benevola. Non è nello stile il grande tradimento di questo ceto pensante: la scelta più deleteria è stata quella di sostenere a prescindere ogni apertura della sinistra al liberismo economico. Quindi abbiamo visto delle ottime penne di questo Paese criticare sì il bullismo di Renzi, ma valutare al tempo stesso come imprescindibili lo stravolgimento della Costituzione o l’abolizione dell’articolo 18; criticare l’ingerenza cattolico-conservatrice nel Pd, ma appoggiarlo comunque e attaccare la sinistra, definendola estremista; fare mugugni contro i bombardamenti della Nato su Belgrado, ma sostenere il governo D’Alema che partecipò all’azione militare. Il loro agire è stato un buon modo per mascherare la loro subalternità a una sinistra borghese sempre più distante dalle istanze dei ceti popolari.

Mentre il loro pensiero si spostava al centro, questi intellettuali hanno ottenuto promozioni nei rispettivi giornali, contratti televisivi, pubblicazioni di libri con le maggiori case editrici. Come la classe politica di sinistra abbracciava sempre più il mondo del capitale, loro facevano altrettanto, ripagati da un benessere che non avevano visto prima.

Il Pci e la sinistra hanno sempre avuto un occhio di riguardo verso il ceto medio riflessivo e gli intellettuali. La loro classe di riferimento restavano però i lavoratori. Oggi abbiamo un Pd e un LeU (o quello che ne rimane) che hanno come punto di riferimento proprio quel ceto medio riflessivo con il quale non si possono vincere le elezioni, ma cercare di ottenere fette di potere con alleanze, come facevano i piccoli partiti laici di centro nella Prima Repubblica. Da eredi del Pci a eredi del Psdi o del Pri. Questa è la sinistra parlamentare di oggi.

Gli intellettuali che ne fanno parte sono complici di questa caduta in basso. Hanno vissuto a stretto contatto per anni con i loro leader politici e non hanno saputo porre dei veti. I loro nomi sono noti: si parte con il più anziano Eugenio Scalfari, per passare a Gad Lerner, Michele Serra, Nanni Moretti, Concita De Gregorio, Michele Salvati, Paolo Mieli e molti altri.

I loro nomi sono noti al grande pubblico e sono diventati sinonimo di “radical chic”, con un abuso del termine coniato da Tom Wolfe, in quanto chic lo sono davvero, ma radical per nulla, dato che appoggiare il Pd, +Europa o Liberi e Uguali è tutto fuorché sinonimo di estremismo. Occorre una nuova leva di intellettuali che sia da stimolo alla sinistra di popolo e che non si lasci affascinare dai luccichii che la subdola borghesia progressista metterà sulla loro strada.

Il vecchio e il nuovo “impero”: entrambi al servizio del capitale

di LEONARDO MARZORATI

La storia ha spesso riproposto l’esigenza delle élite di identificare un nemico contro cui scagliarsi e raggruppare le masse attorno a sé. Le più grandi tragedie dell’età moderna e contemporanea nacquero così. In democrazia possono esserci diverse fazioni di élite in lotta tra di loro. Lo si è visto negli Stati Uniti delle ultime elezioni presidenziali, lo si vede ora in Europa e, in particolar modo, nel nostro Paese. Si sono formate in Italia opposte propagande avverse, che finiscono per alimentarsi a vicenda e rafforzare lo spirito identitario della propria base.

Da un lato abbiamo tutta la galassia “sovranista”, al momento la fazione dominante. Lega, CasaPound, neofascisti, una fetta di Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia, pezzi del vecchio centrodestra (che a livello locale continua ad esistere e a vincere elezioni), nazionalisti e intellettuali fino a ieri fuori dagli schemi. Su tutti i social, con una propaganda incessante, questi soggetti attaccano il “pensiero dominante”, quello che fino a ieri era il braccio armato del potere esecutivo. Si spacciano per nemici delle élite, ma, in verità, sono loro la nuova élite. Le recenti promozioni di alcuni di loro a capo di istituzioni nazionali ne sono la prova. Anche quando si presentano in rete con profili anonimi, senza avere il coraggio di mostrarsi, molti di questi nuovi influencer od opinion leader hanno migliaia di follower e riescono persino a condizionare la loro classe politica di riferimento. Il loro successo ha visto ex politici e giornalisti riciclarsi a traino di questa cordata.

La strategia di questa fazione è semplice: attaccare alcuni dei poteri forti, mostrandosi come interpreti delle esigenze delle masse popolari. Il consenso ottenuto dai loro leader, Matteo Salvini in testa, dimostra come abbiano ben saputo metterlo in pratica. Queste forze non vogliono rivoluzionare l’ordine esistente, ma vogliono invece preservarlo, limitandosi a sostituire una fetta di classe dirigente legata al precedente potere politico con una a loro fedele. La nomina di Marcello Foa alla Rai, di Paolo Savona alla Consob e i continui attacchi al presidente Inps Tito Boeri sono l’emblema della loro azione politica.

La fazione opposta è quanto di più speculare ai cosiddetti sovranisti. Sono le élite fedeli al vecchio regime, orfane di un Pd non più al potere e impaurite dall’avanzare dei nuovi uomini forti. Questi hanno risposto all’ondata populista con altrettanti influencer, anonimi o identificati e molto noti al grande pubblico (Roberto Saviano su tutti), che attaccano ogni giorno l’attuale governo e, in particolar modo, il ministro dell’Interno, divenuto ormai un baricentro politico su cui è obbligatorio schierarsi. Gli oppositori di Salvini sono spesso però cinghie di trasmissione delle vecchie élite decadute. Da parte loro c’è un banale attacco al leader leghista, definito razzista o fascista, e nessuna critica all’ordine precedente e al servilismo delle élite “europeiste” rispetto ai poteri forti internazionali. I sovranisti hanno quindi gioco facile nell’accusarli di sudditanza al capitale.

Le forze popolari devono sapersi inserire tra i due fronti, per sottrarre consenso a entrambe le fazioni. I sovranisti sono avversari del liberismo solo a parole. In realtà sostengono il capitalismo e hanno tra i suoi supporter anche feroci speculatori, banchieri, imprenditori, direttori di giornali, dirigenti televisivi. Il loro obiettivo primario è sostituirsi alla vecchia élite, sfruttando la forza politica di Salvini e l’ingenuità dei 5 Stelle. Tra di loro troviamo il banchiere Corrado Sforza Fogliani, l’economista di famiglia nobile e altolocata Antonio Maria Rinaldi, ex parlamentari come Daniele Capezzone o Gianni Alemanno, giornalisti in cerca di rilancio come Maurizio Belpietro, Giovanna Maria Maglie o Mario Giordano, intellettuali come Diego Fusaro, cantanti come Povia, più una serie di ambiziosi influencer in cerca di visibilità o poltrone, come Francesca Totolo, Cesare Sacchetti, Ilaria Bifarini, Francesca Donato, Luca Donadel.

I più veementi tra loro postano quotidianamente contro Soros e la bufala del piano Kalergi. Sono bravi a portare consenso alle forze reazionarie e a spargere il germe della xenofobia, sperando di essere ripagati nel futuro prossimo con una carica politica.

Di contro ci si deve smarcare dalla cordata dei #facciamorete. Non ci si deve confondere con i difensori di quello che oggi appare un ancien régime, ma lavorare per convincere tanti ancora legati a quel mondo che esistono nuove forze politiche pronte a difendere i loro interessi. Cosa che il Pd e i suoi alleati non hanno fatto. È un lavoro difficile e faticoso, ma in una società fluida, come spiegò bene Zygmunt Bauman, si deve lavorare sui social per scardinare queste due propagande al soldo di élite contrapposte. Nessuna di loro punta al superamento dell’alienazione delle masse dal capitalismo e dal consumismo. Nessuna di loro è veramente rivoluzionaria. Sono due imperi servi del capitale. Sono come la Prussia di Bismarck e la Francia di Napoleone III: spetta alle forze popolari approfittare del loro scontro e lavorare per una nuova Comune di Parigi.

5 febbraio 1944: muore Leone Ginzburg, ucciso dal nazifascismo. Il dolore e i sacrifici della moglie Natalia, grande scrittrice

di SARA FABRIZI

La mattina del 20 novembre 1943, in via Basento 55 a Roma, ci sono alcuni uomini che lavorano a un giornale. Si chiama “L’Italia libera”, è il giornale del Partito d’azione, un organo di stampa clandestino che propaganda valori democratici e antifascisti. Per un periodo brevissimo, a partire dal 25 luglio 1943, il giorno in cui Mussolini è stato arrestato e il fascismo è caduto, sono riusciti a stamparlo alla luce del sole, senza doversi nascondere.

Ma è stato soltanto un momento. L’8 settembre, dopo l’annuncio dell’armistizio di Cassibile e la conseguente calata dei tedeschi su Roma, sono tornati nell’ombra. Costretti a nascondersi da un nemico che occupa completamente la città e non lascia spazio all’espressione del dissenso. Anche soltanto una parola può costare la vita.

A dirigere il giornale, è stato chiamato un uomo che conosce bene questa realtà, fatta di carcere, botte, confino, privazione dei propri diritti civili. Sui suoi documenti c’è scritto che si chiama Leonida Gianturco. Lo stesso nome è riportato sulla tessera annonaria, che usa per procurarsi da vivere nella Roma della fame e dell’occupazione. Le iniziali sono vere, il nome no. È Leone Ginzburg, grande letterato, antifascista, ebreo, animatore della nascente casa editrice Einaudi. Ha aderito al movimento Giustizia e Libertà e, per questo, il 13 marzo 1934 lo arrestano e lo condannano a quattro anni di carcere. Ne sconta soltanto due, grazie a un’amnistia. Come ebreo, con la proclamazione delle leggi razziali nel 1938, perde la cittadinanza. Diventa un apolide, un uomo senza patria. Poi nel 1940, quando l’Italia entra in guerra, lo mandano al confino a Pizzoli, in Abruzzo, come “internato civile di guerra”. Una definizione per dire che Leone è uno straniero, un indesiderato oltre che un pericoloso antifascista da tenere sotto controllo. Ne esce soltanto tre anni dopo. Non appena viene a sapere della fine del regime parte: viene qui, a Roma, per riallacciare contatti e riprendere da dove si era fermato. Poi manda una lettera a Natalia, sua moglie, la grande scrittrice che nel 1963 pubblicherà “Lessico famigliare”. Le scrive di raggiungerlo a Roma oppure di andare a L’Aquila, dove c’è qualcuno che può offrirle un rifugio sicuro. Lo racconterà Natalia stessa in un’intervista rilasciata a Oriana Fallaci: «Venne l’8 settembre e Leone mi scrisse di andare all’Aquila dove c’era uno bravo che nascondeva gli ebrei, oppure di raggiungerlo a Roma».

E Natalia, con tre bambini al seguito (Carlo di 4 anni, Andrea di 3 e la piccola Alessandra, nata da pochi mesi), fa le valigie e viene a Roma, viaggiando su un camion di tedeschi ai quali racconta di essere una sfollata di Napoli e di non avere documenti. In città, la famiglia Ginzburg abita in un piccolo appartamento in viale delle Province. Leone e Natalia usano documenti e nomi falsi, dicono di essere fratello e sorella e i figli piccoli devono chiamare Leone zio. Soltanto così si può sperare di riuscire a mantenere la copertura.

Leone “Leonida” esce spesso, viene qui, nello scantinato di via Basento, dove è stata allestita una tipografia. Ogni volta che lo vede andare via, Natalia non sa se tornerà e si sente completamente perduta. Un giorno Leone si ammala, deve mettersi a letto con la febbre alta. Una mattina, però, è di nuovo in piedi. Dice che deve andare. È il 20 novembre 1943.
Ma quando varca la soglia e mette il piede sull’ultimo gradino della scala che scende nello scantinato, i fascisti gli saltano addosso. La polizia ha fatto irruzione e ha preso tutti quelli che ha trovato.

In queste ore terribili di incertezza, Natalia non sa che fare. In viale delle Province all’improvviso squilla il telefono, qualcuno dall’altro capo la chiama “Signora Ginzburg”, poi attacca bruscamente.

All’alba, alla sua porta bussa Adriano Olivetti, con la notizia che non avrebbe mai voluto sentire: Leone è stato arrestato. Lei deve nascondersi in un convento di monache, non può fare altro che cercare almeno di mettersi in salvo e di tenere anche i bambini al sicuro.

Inizialmente i fascisti non sanno chi sia l’uomo a cui hanno fatto scattare le manette ai polsi. Sui suoi documenti c’è quel nome, Leonida Gianturco, che nessuno ha mai sentito nominare, e per questo lo portano a Regina Coeli, lo imprigionano nel braccio italiano. Poi, però, all’inizio di dicembre, viene fuori la sua vecchia scheda, compilata al tempo in cui lo hanno arrestato e marchiato come antifascista. Lo riconoscono e lo spostano al braccio controllato dai tedeschi.

È il 9 dicembre 1943, l’inizio della fine. Lo picchiano più volte, vogliono strappargli delle informazioni, dei nomi. I segni di queste violenze li vede Sandro Pertini, anche lui catturato dalle SS, che lo incontra in corridoio, subito dopo l’ultimo interrogatorio. La mano dei tedeschi è stata pesante: Leone ha il viso pesto, coperto di sangue, gli hanno persino fratturato la mascella.
Da lontano, Natalia segue il suo calvario e torna a sperare di poterlo riabbracciare, di poter sentire ancora una volta il suono della sua voce in due occasioni: quando gli americani sbarcano ad Anzio e quando, grazie ad alcuni compagni, Leone viene spostato in infermeria. Da lì vorrebbero organizzare la sua fuga. Ma, la sera del 4 febbraio, Leone si sente male. Forse è il cuore, indebolito da una malattia che lo ha colpito in passato. O almeno così pensa Natalia. Chiede aiuto, ma l’infermiere si rifiuta di chiamargli un medico per dargli soccorso. Nel buio della notte, alla luce fioca della sua lampadina, scrive una lettera a sua moglie. Una lettera che comincia nella speranza che non sia l’ultima e che prosegue confortando Natalia.

Scrive Leone: «Bacia i bambini. Vi benedico tutti e quattro, e vi ringrazio di essere al mondo. Ti amo, ti bacio, amore mio. Ti amo con tutte le fibre dell’essere mio. Non ti preoccupare troppo per me. Immagina che io sia un prigioniero di guerra; ce ne sono tanti, soprattutto in questa guerra; e nella stragrande maggioranza torneranno. Auguriamoci di essere nel maggior numero, non è vero, Natalia? Ti bacio ancora e ancora e ancora. Sii coraggiosa».

Leone, però, non tornerà mai. La mattina del 5 febbraio lo trovano morto. E quel dolore terribile, Natalia Ginzburg lo porterà sempre inciso nel cuore, scrivendo per l’uomo che ha amato una poesia struggente le cui ultime parole suonano così:

«Allora quando piangevi c’era la sua voce serena;
allora quando ridevi c’era il suo riso sommesso.
Ma il cancello che a sera s’apriva resterà chiuso per sempre;
e deserta è la tua giovinezza, spento il fuoco, vuota la casa».

Sinistra o socialismo?

di JEAN DE MILLE

Com’è relativamente noto la disposizione delle forze politiche sull’asse destra-sinistra risale alla rivoluzione francese, e precede quindi il marxismo e la presenza organizzata del movimento operaio.
In accordo col resto d’Europa, anche la storia dell’Italia post-unitaria fu caratterizzata dalla competizione tra una cosiddetta Destra storica, continuatrice delle politiche di Cavour, e una Sinistra storica, di matrice più liberale e progressista. Una tale suddivisione dell’arco politico non aveva radici di classe, non era basata sulla rappresentanza di gruppi sociali nettamente autonomi. Diciamo piuttosto che Destra e Sinistra rappresentarono le differenti articolazioni produttive delle classi egemoni, e ne furono il luogo di composizione e di sintesi, fino a consolidare quel coagulo di interessi economici che Gramsci definirà come il blocco agrario-industriale.

Lo scenario mutò radicalmente con l’irruzione del movimento operaio nell’arena politica, e con la nascita delle sue rappresentanze partitiche. La fondazione del PSI nel 1892 e quella del PCd’I nel 1921 segnarono il punto di frattura dell’asse destra-sinistra: erano finalmente sorti i partiti della classe operaia e del proletariato agricolo, che si ponevano come espressione e rappresentanza delle classi subalterne. Non è casuale che da quel momento nessuno, all’interno della nostra area di riferimento, si definirà “di sinistra”. Ma socialista o comunista.

Il termine “sinistra” si ripresenterà invece molti anni dopo, fino a diventare generalizzato in seguito alla caduta del Muro. La circostanza mi sembra estremamente significativa: di nuovo, come nel corso dell’Ottocento, le classi subalterne non sono rappresentate. Di nuovo la lotta politica è ridotta a composizione compromissoria tra le diverse articolazioni e le diverse esigenze delle classi egemoni.
Per questa ragione, passando al presente, contesto le definizioni di “falsa sinistra”, o gli instancabili appelli a “rifondare la sinistra”. La sinistra attuale è esattamente ciò che afferma di essere, e ciò vuole essere. Non le si può attribuire nessuna falsa coscienza: è semplicemente “sinistra”, qualcosa che per l’appunto non ha nulla a che spartire col socialismo e col comunismo.

Emma Bonino: radicalissima in liberismo, antisocialismo e filoamericanismo

di LEONARDO MARZORATI

I maggiori giornali italiani, quelli partecipati dalla grande industria e dalla finanza, hanno elevato a ruolo di “grande vecchia” dell’opposizione al governo pentaleghista Emma Bonino.

Senza cadere nel più becero complottismo, che la vuole serva fedele del Satana George Soros (della cui Open Society Foundations è comunque membro del cda), c’è da chiedersi che Italia e che Europa vuole Bonino. Il suo partito, che in sostanza ha preso le redini del vecchio Partito Radicale, si chiama +Europa. Bonino difende non tanto l’Europa, quanto questa Unione Europea, di fatto un’organizzazione politica sovranazionale che impone a governi e parlamenti democraticamente eletti dei vincoli di bilancio. Emma Bonino difende l’impostazione liberista dell’Unione Europea. D’altronde, lei liberista lo è sempre stata.

Con il Partito Radicale di Marco Giacinto Pannella, si è sì contraddistinta per le grandi battaglie laiche, dal divorzio all’aborto, ma anche per l’appoggio a tutte le misure liberiste, antisindacali, a vantaggio dei datori di lavoro e a svantaggio dei lavoratori. In politica estera Bonino è stata un’accanita supporter dell’imperialismo americano, non intervenendo mai ogni volta che Washington stritolava una cosiddetta “Repubblica delle Banane” (San Salvador, Nicaragua, Honduras), pilotava golpe sanguinari (Cile), appoggiava governi autoritari e corrotti (Perù).

Bonino è stata in prima fila per il Tibet, per i Degar del Vietnam, per i dissidenti cinesi, cubani o sovietici. Se il “cattivo” è comunista, allora ecco i Radicali in piazza, come nel 1979 contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Curiosamente però, poco più di vent’anni dopo, Bonino sull’Afghanistan cambia opinione, sostenendo i bombardamenti su Kabul. Solo che qui la coalizione interventista era guidata dalla bandiera a stelle e strisce. Se gli invasori sono statunitensi, il pacifismo dei radicali si stempera. L’interventismo di Bonino a fianco dell’imperialista George W. Bush prosegue in Iraq, dove arriva addirittura a criticare le masse scese in piazza per la pace. Bonino se la prende pure col medico Gino Strada, accusandolo di vetero-pacifismo. Le offese a un eroe, quale il fondatore di Emercengy è, difficilmente si cancellano.

Il sì di Bonino alla guerra arriva anche in occasione dei bombardamenti alla Siria e alla Libia, in nome dell’esportazione della democrazia. Sempre dalla parte delle aggressioni israeliane e mai dalla parte del patriottismo palestinese, perché Israele è una democrazia, mentre i paesi arabi sono illiberali; sempre dalla parte del “democratico” governo di Kiev del reazionario Poroshenko e mai dalla parte della popolazione russofona del Donbass, perché l’Ucraina deve entrare nella sua amata Unione Europea, mentre i russi sono al soldo del tiranno Putin; dalla parte del governo turco membro della Nato piuttosto che da quella dei comunisti curdi del Pkk. Questa è la linea attuale in politica estera di Emma Bonino. L’anziana deputata può anche spendersi a favore dei migranti umiliati dall’attuale governo, ma non la sentirete mai condannare i trafficanti di esseri umani o fare un mea culpa per le guerre criminali alla Libia e alla Siria, principali cause, oltre alla precedente guerra all’Iraq, dell’exploit del terrorismo islamista di Daesh.

La carriera politica di Emma Bonino è lunga. Con l’avvento della Seconda Repubblica è sempre riuscita a entrare in parlamento, vuoi con il centrodestra (nel 1994 fu eletta addirittura con la Lega Nord), vuoi con il centrosinistra. Ogni riforma a sfavore dei lavoratori dipendenti, dal superamento della scala mobile allo smantellamento dell’articolo 18, ha avuto da lei un appoggio incondizionato. Oggi è leader di +Europa, partito che difende a spada tratta l’attuale Unione Europea. La sua idea d’Europa è molto lontana da quella delle forze socialiste, comuniste e popolari. La sua difesa a spada tratta dell’austerità la pone agli antipodi di un’Europa popolare e solidale.

Bonino resta una convinta liberista, ma anche una sincera libertaria. Questo elemento ha confuso tanti militanti di sinistra, che hanno deciso di appoggiarla, anche alle ultime elezioni politiche, convinti che le lotte libertarie siano solo ad appannaggio di radicali e limitrofi. Non è così, si può essere anche socialisti, comunisti e al tempo stesso libertari. Il grande anarchico Michail Bakunin era un convinto libertario. I diritti civili non hanno il costo e l’impatto economico di quelli sociali e, in teoria, non dovrebbero portare allo scontro, dato che non tolgono a nessuno. Sappiamo bene che così purtroppo non è. Possiamo scendere in piazza a difesa delle unioni civili, delle adozioni ai single, del testamento biologico, della laicità dello stato o contro la violenza domestica; ciò non toglie che +Europa ed Emma Bonino siano lontani anni luce dal socialismo libertario. Emma Bonino è ostile al socialismo libertario e schierata dalla parte del mercato e dei grandi capitali. La sua presenza nel board della fondazione di Soros ne è la prova. Lo speculatore miliardario ungherese in questi anni ha foraggiato non solo Ong e associazioni benefiche, ma anche partiti politici di tutto il mondo. Partiti che si sono sì impegnati in battaglie civili sacrosante, ma hanno anche dovuto piegarsi alle più spregiudicate regole del mercato, quelle che hanno permesso allo stesso Soros di edificare il suo impero. Sono state così tradite le classi lavoratrici, in nome di un liberismo spacciato per liberalismo obbligatorio. Per tutte queste ragioni, Emma Bonino rimarrà sempre nostra avversaria.