Per la rinascita del socialismo

di LUCA BAGATIN

Leggo sempre con interesse gli editoriali del direttore di Pensalibero.it Nicola Cariglia che, da oltre dieci anni, propone e sostiene il progetto di riunificazione socialista, anche se non li ho mai condivisi. Come ebbi modo credo già una decina di anni fa di dirgli, il socialismo italiano per come lo abbiamo conosciuto, è morto con la fine del PSI di Bettino Craxi. Da allora, peraltro, il socialismo europeo ha subito via via una mutazione in senso globalista e liberal capitalista che lo ha portato ad abbracciare in toto, attraverso i vari Blair e seguaci della cosiddetta “Terza Via”, il capitalismo assoluto, foriero di diseguaglianze sociali, oltre che di totale perdita di sovranità degli Stati ed incoraggiamento di guerre di vera e propria occupazione (dall’Iraq alla Libia sino alla Siria, Paesi peraltro a guida laica e socialista). In questo senso, ogni possibile rinascita del socialismo autentico ed originario non può che passare attraverso una radicale critica del sistema dominante, attraverso una radicale critica del socialismo europeo, oltre che attraverso una radicale critica della sinistra cosmopolita, liberale, progressista e capitalista.

Innanzitutto la differenza abissale fra la sinistra ed il socialismo, in linea con quanto affermato dal filosofo orwelliano francese Jean-Claude Michéa. Coloro i quali si rifanno alla sinistra, sono infatti completamente estranei agli ideali sociali, socialisti, popolari e populisti portati avanti dai propugnatori della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864 e questo per il fatto che, mentre i socialisti, gli anarchici, i mazziniani ed i garibaldini della Prima Internazionale erano persone provenienti dalle file del popolo e proponevano riforme sociali che andavano sostanzialmente a superare il sistema capitalistico-borghese, le sinistre europee e le liberal-social-burocrazie progressiste non fanno che perpetrare politiche di deregolamentazione dei mercati, politiche precarieggianti, cosmopolitico-immigrazioniste e di sfruttamento della manodopera a basso costo. Lo notiamo da tutte le politiche portate avanti in questi anni dal PD, ma anche dai vari e già citati Blair, Hollande and company: privatizzazioni selvagge; austerità; flessibilità del lavoro attraverso i vari Jobs Act e Loi Travail; rafforzamento delle élite e conseguente perdita di sovranità popolare; apertura indiscriminata delle frontiere e conseguente sfruttamento della manodopera straniera a basso costo; rafforzamento delle istituzioni europee a scapito delle diversità di ogni nazione e dei rispettivi popoli; politica estera invasiva nei confronti di Stati sovrani – che peraltro ha favorito il terrorismo internazionale come nel caso libico (ciò vale in particolare per la Gran Bretagna di Blair – colpevole peraltro di aver mentito al suo stesso popolo nella faccenda delle armi di distruzioni di massa in Iraq rivelatisi inesistenti – e per la Francia di Sarkozy e Hollande, rea non solo di aver barbaramente fatto uccidere Gheddafi, ma anche di sostenere Paesi legati al terrorismo come l’Arabia Saudita e di aver tentato di rovesciare il governo laico siriano di Assad).

Il socialismo, diversamente, da Pierre Leroux, Marx, Engels, Proudhon, Garibaldi, sino a Craxi, Hugo Chavez e Pepe Mujica, è altra cosa. Mentre infatti in Europa ha trionfato il capitalismo assoluto, sostenuto dalla sinistra borghese pur contrastata da partiti quali il Front National di Marine Le Pen, La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, dal laburista britannico Corbyn e dallo spagnolo Podemos, in America Latina abbiamo assistito ad un fenomeno opposto. Ovvero abbiamo assistito al trionfo del Socialismo del XXI secolo, portato avanti da Chavez, Morales, i coniugi Kirchner, Mujica, Correa, Lula e Ortega. Forme differenti di socialismo fondate purtuttavia su una radice comune, ovvero la matrice latina, con influenze indios ed arcaiche, ma anche cristiane, garibaldine, sandiniste, proudhoniane e libertarie. Un socialismo che ha emancipato popoli per secoli sfruttati dal colonialismo e dal neo-colonialismo.

Il socialismo è dunque populismo autentico ed originario, se rammentiamo che il movimento populista russo è sorto alla metà del XIX secolo a tutela e per l’emancipazione dei contadini e dei servi della gleba sulla base di un programma socialista e comunitario. Ispiratosi al populismo russo sorgerà non a caso, sul finire dell’800, negli Stati Uniti d’America, il Populist Party, ovvero il Partito del Popolo, a rappresentanza delle classi contadine, operaie e meno abbienti, che proponeva la nazionalizzazione dei mezzi di comunicazione, l’elezione popolare diretta ed era in generale ostile alle élites ed al sistema bancario. Ecco che invece oggi, grazie al Ministero della Verità liberal-capitalista, il termine “populista” ha acquisito una ingiusta valenza negativa. Quando invece non è altro che socialismo allo stato puro.

Non a caso, come ha rilevato il filosofo francese Alain De Benoist più volte, scrivendoci addirittura un saggio che sarà mia cura prossimamente recensire essendo da poco stato edito in Italia dalla Arianna Editrice, quello che viviamo si profila quale il momento populista, ovvero la crisi dell’ideologia liberal-capitalista, ormai percepita dai cittadini come totalitaria e totalizzante, e la crisi della democrazia cosiddetta rappresentativa, laddove i cittadini, che non si riconoscono più negli speculari partiti della destra e della sinistra, vorrebbero sempre più avere la possibilità di auto-rappresentarsi e di qui la richiesta di una democrazia sempre più diretta, partecipativa e referendaria.

Ecco dunque che il socialismo può rinascere da qui: non già dall’elettoralismo, ma dalle origini. Dalla lotta per la rappresentanza diretta dei ceti popolari e meno abbienti, capace di scardinare le élites oggi al governo in tutto l’Occidente attanagliato da una crisi endemica che genera disoccupazione, suicidi, disgregazione delle famiglie, insicurezza sociale e civile, immigrazione senza controllo e tutt’altro che positiva in quanto gli immigrati sono oggi costretti dal sistema capitalista e dalle politiche del Fondo Monetario Internazionale, a sradicarsi per approdare ad una realtà a loro estranea e ad entrare nel circolo vizioso dello sfruttamento.

Ecco dunque, a parer mio, la necessità della rinascita di un socialismo né di destra né di sinistra, ma unicamente dalla parte dei popoli e dei poveri, così come peraltro portato avanti da anni dalla francese Organizzazione Socialista Rivoluzionaria Europea (OSRE) che edita l’ottima rivista bimestrale “Rébellion” (http://rebellion-sre.fr/), di cui parlai in un altro articolo dell’estate scorsa (http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/08/rebellion-e-lorganizzazione-socialista.html) ed alla quale sono orgogliosamente iscritto da due anni, avendo peraltro smesso da tempo di fare politica in Italia.

Un socialismo, dunque, autogestionario ed antitotalitario, ovvero anticapitalista, che faccia sventolare le bandiere dell’amore e della libertà!

Luca Bagatin (da http://www.amoreeliberta.blogspot.it)

Lo Stato socialista e le multinazionali

di LEONARDO MARZORATI

Il mondo ha delle nuove superpotenze, che hanno come primo fine l’incremento degli utili. Sono le multinazionali, società private dove una piccola élite guadagna grazie a una moltitudine di lavoratori e, soprattutto, grazie a miliardi di consumatori.

Le multinazionali oggi sono più potenti dei singoli stati. La decisione di ArcelorMittal di lasciare l’impianto di Taranto dopo aver vinto una gara lo dimostra. L’allora ministro Carlo Calenda preferì la ricca multinazionale franco-indiana alla cordata a trazione italiana. ArcelorMittal offrì di più, ma probabilmente per togliere l’Ilva di Taranto alla concorrenza. È difficile contrapporsi a queste nuove superpotenze e per farlo occorre uno Stato forte. Un forte Stato socialista può fare da argine allo strapotere di questi capitalisti cosmopoliti. Occorre uno stato forte che sappia dare lavoro ai suoi cittadini e, con la valorizzazione dei migliori studiosi e amministratori, che sappia salvaguardare l’ambiente al tempo stesso. I migliori scienziati e i migliori dirigenti devono avere le competenze e i mezzi per garantire lavoro e salute. Si tratta di un’impresa ostica, ma un forte Stato socialista, se vuol essere credibile e avere il consenso del suo popolo, deve intraprenderla.

Chiedere uno Stato forte non deve significare un ritorno al nazionalismo, cosa che purtroppo la politica italiana sta vivendo. Stato forte socialista è la prima fase indicata da Karl Marx. Prima dell’abbattimento dello Stato e il raggiungimento del comunismo, la fase socialista deve prevedere un organo centrale che controlli la produzione. Non un ritorno al socialismo reale, ma un socialismo democratico che sarà comunque costretto a reprimere i tentativi delle multinazionali di fare utili nel Paese. La questione è delicata, ma va affrontata, cercando di non cadere in un anarchismo controproducente o di intraprendere spirali autoritarie. Uno Stato socialista si dovrà scontrare con queste superpotenze che sono le multinazionali. Per questo l’intero continente europeo o buona parte di esso deve raggiungere il socialismo. In Sud America, nel silenzio di certe presunte "sinistre", governi socialisti vengono spazzati via da golpe guidati da élite che non vivono nel Paese in questione. Non è un mistero che diverse multinazionali abbiano brindato, in compagnia dell’amministrazione Trump, alla cacciata del presidente della Bolivia Evo Morales. Anche uno Stato socialista europeo rischierebbe attacchi simili. Lo capì quasi 50 anni fa Enrico Berlinguer. I poteri esterni, un tempo di matrice atlantica, oggi pienamente cosmopoliti, cercano sempre di rendere instabili Paesi indipendenti governati da forze socialiste e comuniste.

L’evoluzione delle tecnologie rafforzerà ulteriormente i colossi big tech (Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft) che ora guardano al credito, alle criptovalute, ai pagamenti digitali. Vecchie élite, come le banche, vengono aggredite da nuove élite, come le big tech. Questo non deve portare i socialcomunisti ad allearsi con i vecchi poteri capitalisti. Il nemico del nostro nemico non è automaticamente nostro amico. Le forze socialiste e comuniste fanno bene ad attaccare politici come Salvini o Meloni, che rafforzano il consenso mettendo una parte di popolo contro altre parti di popolo. Nemici ben più potenti e difficili da affrontare sono questi sovrastati privati. Dalle tlc alla siderurgia, dalla meccanica alla farmaceutica, le multinazionali non amano nessun Paese. Vanno e vengono a seconda di come conviene loro. Cercano di adeguarsi al Paese in cui si trovano, per cui i dipendenti di Amazon norvegesi avranno trattamenti diversi rispetto a quelli nigeriani. Ma Amazon tenderà a uniformare lo sfruttamento per aumentare gli utili. Succhiano sangue da un Paese, indifferenti del fatto che i suoi cittadini sono anche loro clienti. L’assuefazione da consumismo ha reso troppi cittadini dipendenti dai loro prodotti.

Essere socialisti e comunisti comporta una lotta decisa a questi prepotenti cosmopoliti. Contro di loro dobbiamo sventolare con orgoglio il Tricolore. È una bandiera nobile, simbolo dei due miti fondatori della nostra Italia: Risorgimento e Resistenza. Il primo, seppur a trazione borghese, vide il popolo in strada fare le barricate e pagare un grande tributo di sangue, come a Milano contro gli austriaci nelle 5 Giornate del 1848. La seconda ha unito uomini e donne da Nord a Sud, per combattere contro fascismo e occupazione tedesca. Anche a sinistra si sente parlare di Stato forte e di ritorno alle nazionalizzazioni. Difficile guidare un Paese mentre si è sotto lo scacco di poteri esterni (dalle multinazionali, alla Nato, alla UE); difficile è la lotta politica per il socialismo. Il nostro ideale ci impone questa battaglia. Se sarà vinta, il popolo italiano avrà più diritti e dignità. Altrimenti resteremo ostaggi di un capitalismo globale che non guarda in faccia a nessuno.

Il socialismo non è di sinistra: parola di Jean-Claude Michéa

di LUCA BAGATIN

In molti avranno notato da tempo come la cosiddetta sinistra, sia italiana che europea, abbia abbracciato in toto la società di mercato, il capitalismo, la globalizzazione, il totale asservimento alle logiche dell’alta finanza, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale. Tutti aspetti che il socialismo di un tempo mai avrebbe accettato, dichiarando apertamente che il capitalismo andava superato in nome della socializzazione dei mezzi di produzione da parte della classe operaia e del proletariato. Oggi, peraltro, per quanto la classe operaia ed il proletariato siano mutati, assistiamo comunque alla presenza di un precariato diffuso in tutte le fasce d’età, ad una disoccupazione in aumento e endemica, a situazioni di nuove povertà che certo la sinistra italiana ed europea non tutelano. Anzi, sembrano addirittura incoraggiare il cosmopolitismo e la ricerca di una fantomatica “fortuna” all’estero.

Coloro i quali, in sostanza, credono ancora in una società libera ed egualitaria, ovvero in una prospettiva socialista, possono ancora definirsi “di sinistra” ? La risposta è chiaramente no e ce la fornisce chiaramente l’ultimo saggio del filosofo orwelliano Jean-Claude Michéa, pubblicato in Italia da Neri Pozza e dall’emblematico titolo (che richiama alla memoria il celebre romanzo dello scrittore socialista Eugène Sue I misteri di Parigi), I misteri della sinistra.

Jean-Claude Michéa, filosofo francese con un passato nel Partito Comunista Francese e da tempo lontano da ogni appartenenza partitica, rileva innanzitutto – in Francia come altrove – la totale similitudine programmatica delle forze di destra e di sinistra, unite entrambe dai comuni valori del liberalismo capitalista, ovvero dell’egoismo sociale e del modernismo. Parlando in particolare della sinistra, Michéa rileva come questa abbia abbracciato in toto tesi capitaliste e progressiste, evidenziando come il concetto di “socialismo” e di “sinistra” non abbiano nulla in comune fra loro e a sostegno di ciò egli rammenta come Marx ed Engels, fondatori del socialismo scientifico, oltre che Proudhon e Bakunin, rappresentanti del mondo anarchico, non si siano mai definiti “di sinistra”, ma anzi, lungi dal voler fondare un partito elettoralistico, si siano sempre tenuti lontani dalla sinistra parlamentare rappresentata dai liberal-progressisti borghesi e bottegai, che spesso hanno ostacolato il socialismo francese attraverso sanguinose repressioni, la principale delle quali quella condotta da Adolphe Thiers contro la Comune di Parigi del 1871. La gran parte dei socialisti e degli anarchici dell’800, difensori dei diritti degli operai e dei proletari, in sostanza, si sarebbe guardata molto bene dal sostenere una fantomatica “unione delle forze di sinistra e progressiste”, scendendo così a compromessi con la borghesia sfruttatrice loro carnefice, che pur si contrapponeva alla destra reazionaria e clericale.

Da notare peraltro che anche l’Italia ebbe il suo Thiers in Francesco Crispi, in quale, tradendo la causa mazziniana e garibaldina operaista, diverrà – dai banchi della Sinistra Storica – sostenitore della causa monarchica e successivamente dell’imperialismo italiano bellicista in Africa e della repressione dei moti operai e socialisti in Sicilia (i cosiddetti Fasci siciliani). Jean-Claude Michéa spiega che fu solo nel quadro del contesto dell’affaire Dreyfus e solo di fronte alla minaccia di un colpo di stato di stampo monarchico, clericale e reazionario, che i settori operaisti e socialisti rappresentati nel parlamento francese accetteranno un compromesso – detto di “difesa repubblicana” – con i loro avversari della sinistra parlamentare. Compromesso che, purtroppo, non sarà temporaneo e segnerà – come ricorda Michéa – l’atto di costituzione della sinistra moderna, ovvero lo snaturamento e la dissoluzione del socialismo operaista e popolare originario, che si trasformerà in indistinto progressismo e via via nella supina accettazione delle regole del libero mercato, a scapito degli operai medesimi e dei meno abbienti e a tutto vantaggio della cosiddetta “crescita economica illimitata” e del “progresso materiale illimitato”, ovvero dell’industrializzazione ad oltranza, con i conseguenti effetti e danni collaterali nei confronti dell’ecologia.

La visione progressista della sinistra e dei liberali come Adam Smith, con il loro disprezzo per tutto ciò che è “piccolo” e “arcaico”, porterà così via via le classi medie tradizionali e molti piccoli produttori e operai a rifugiarsi sotto l’ala protettiva della destra conservatrice. Che è poi ciò che stiamo osservando in Francia oggi con l’aumento dei consensi al Front National di Marine Le Pen (che pur ha mutato molto il suo DNA originario) da parte dei settori più poveri della società, al punto che lo stesso Michéa ha affermato più volte che, se oggi Marx fosse vivo e votasse in Francia, voterebbe senza dubbio per la Le Pen, che fra l’altro è una lettrice ed estimatrice dichiarata di Antonio Gramsci. Jean-Claude Michéa rileva peraltro che, da tempo, a livello mondiale, stanno nascendo diversi movimenti critici nei confronti del capitalismo e tendenti a superarlo quali: il “Movimento dei cittadini” in Corea del Sud, gli “Indignati” in Europa (vedi il partito spagnolo Podemos, in particolare), il “Movimento del 99%” negli USA e, da tempo, l’America Latina è un laboratorio di movimenti per il superamento del capitalismo, i quali, negli ultimi quindici anni, hanno anche dato ottima prova di governo, come ad esempio il bolivarismo, il neo-peronismo, il sandinismo, che fanno peraltro riferimento a precise figure storiche e carismatiche dell’America del Sud.

Tornando a Marx ed Engels, ovvero ai massimi teorici mondiali del superamento del capitalismo, Michéa tende a ribadire spesso il concetto che entrambi mai si sono esplicitamente richiamati alla cosiddetta “sinistra” in senso politico, ma hanno sempre inteso la “sinistra” e la “destra” unicamente in senso strettamente filosofico, volendo così distinguere gli hegeliani di sinistra, fautori del “metodo”, dagli hegeliani di destra, fautori del “sistema”. La medesima cosa, peraltro, vale per Lenin, oltre che per i già citati Bakunin e Proudhon, che certo mai si sarebbero definiti “progressisti”, ovvero a favore della crescita economica, con tutte le sue conseguenze.

Aspetto interessante toccato dal saggio di Michéa è quello relativo alla cosiddetta obsolescenza programmata, aspetto peraltro strettamente legato al concetto di crescita economica imposto dal capitalismo, ovvero quel fenomeno che fa sì che un prodotto duri relativamente poco nel tempo, in modo da far sì che il consumatore finale sia costretto a ricomprarne uno nuovo. L’esempio classico è quello relativo alle lampadine: tecnicamente sarebbe possibile produrre lampadine di una durata superiore alla vita umana, ma, semplicemente, per il fenomeno dell’obsolescenza programmata – previsto dal cartello dei produttori di lampadine costituito dalla Philips, dalla Osram e dalla General Electric sin dal 1925 – queste non vengono messe in commercio. La medesima cosa avviene per ogni prodotto. dalle automobili ai prodotti informatici: le aziende organizzano un vero e proprio sabotaggio metodico dei prodotti in modo che durino nel tempo relativamente poco. Ciò che Michéa definisce “il rovescio più cinico della virtuosa crescita”. Rovescio cinico che, logicamente, ha conseguenze nefaste non solo per le tasche dei consumatori, ma anche per l’ecologia. A ciò, naturalmente, si somma il fenomeno del battage pubblicitario, operato dai professionisti della pubblicità e di quella che Michéa definisce disinformazione mediatica, i quali hanno il compito di indurre il consumatore ad acquistare gadget e prodotti di cui non ha alcun reale bisogno, in un circolo vizioso senza fine.

Michéa, in sostanza, vuole dunque dimostrare come il processo liberale portato avanti dalla Rivoluzione Francese non abbia affatto tenuto conto della cosiddetta questione sociale, ovvero abbia evocato un astratto concetto di uguaglianza, senza purtuttavia liberare la società nel suo complesso. Società che, nei fatti, è una comunità che, per poter essere liberata, deve emanciparsi da ogni possibile “calcolo egoistico” che, purtroppo è alla base della società liberal-capitalista legata allo scambio commerciale propugnata dalla Rivoluzione Francese. E qui, Michéa rileva come le opere relative all’economia del dono scritte dall’antropologo Marcel Mauss abbiano, invece, contribuito a fornire una solida basa al socialismo originario, dimostrando come la logica del dono, ovvero dell’economia del dono – praticata tutt’oggi in molte società matriarcali ancora esistenti – rappresenti la trama basilare del legame sociale e sia dunque l’antitesi della società commerciale e capitalista che, nei fatti, distrugge ogni comunità umana ed è all’origine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, in nome di una falsa idea di libertà. Proprio in questo senso Michéa pone a confronto la logica pedagogica del “diritto”, propugnato dagli Illuministi e dai liberali – e quella del “dono”, propugnata dai socialisti delle origini. Se a un bambino – spiega Michéa – si insegnano solamente i suoi diritti e come difenderli e non lo spirito del dono (ovvero saper dare, ricevere e ricambiare), si finirà per trasmettere al bambino il concetto che tutto gli è dovuto. Da qui l’idea liberal-progressista che, per avere successo nella vita, è sufficiente chiedere, ricevere e pretendere. Un’idea edonista ed egoista antitetica rispetto ad ogni forma di società e comunità.

La tesi sostenuta da Michéa nel suo I misteri della sinistra è in sostanza che la società liberale riconosce ufficialmente solo le relazioni basate sullo scambio commerciale e sul contratto giuridico, ovvero sul concetto del “dare e del ricevere”, negando così ogni altro tipo di rapporto disinteressato, sia esso di amore, amicizia, sociale. La società liberal-commerciale, dunque, è fondata su rapporti fittizi che, come rileva lo stesso Michéa, sono il fondamento dei cosiddetti “social”-network quali Facebook e Twitter, che creano relazioni umane “prefabbricate” e “di sintesi”, senza creare una relazione sociale e umana autentica. Tali relazioni “di sintesi” vengono definite giustamente dal filosofo francese con il termine “asociale socialità” e rileva come ciò sarebbe all’origine di molte patologie morali e psicologiche dell’uomo contemporaneo.

Jean-Claude Michéa, in ultima analisi, ritiene che il mondo potrà davvero cambiare in meglio, ma senza alcuna teoria “rivoluzionaria” o “progressista” bensì solamente se ciascuno di noi cercherà di fare la sua parte nella quotidianità della vita di tutti i giorni e se i cosiddetti “rivoluzionari di professione” inizieranno a fare i conti con la propria “volontà di potenza”. I misteri della sinistra è dunque un saggio controcorrente rispetto alla vulgata odierna. È un saggio che ci riporta alle origini dei nostri rapporti umani e sociali. È un saggio sul socialismo delle origini e sul nostro inconscio che è stato stravolto da una modernità fondata sull’egoismo e sullo sfruttamento. È un saggio che dimostra come il liberalismo ed il progressismo non siano affatto sinonimi di libertà, ma di nuove forme di schiavitù: sociali, economiche e mentali.

Luca Bagatin

(da http://www.amoreeliberta.blogspot.it)

MRS esce da “Potere al Popolo” (comunicato)

Con una decisione unanime del suo direttivo, il Movimento RadicalSocialista ha deliberato la sua uscita dalla “coalizione” di Potere al Popolo, a cui aveva aderito due anni fa in previsione delle elezioni politiche del marzo 2018.

Al di là del giudizio critico sull’involuzione del progetto PaP, si è semplicemente preso atto della fine oggettiva del suo originario carattere di COALIZIONE, come dimostra (da ultimo) la presenza alle regionali umbre del simbolo di “Potere al Popolo” ACCANTO a quelle stesse liste di sinistra che avrebbe dovuto aggregare: aggregazione non riuscita in partenza oppure fallita in corso d’opera per la progressiva uscita di diversi soggetti politici inizialmente coinvolti. Con la surreale aggravante di raccogliere addirittura meno consensi (lo 0,3%) di quelle forze che avrebbe dovuto mettere insieme.

Da ciò si deduce che nell’attuale nefasta dispersione e frammentazione della sinistra cosiddetta radicale, l’adesione ad uno degli attuali frammenti non solo non ha senso, ma risulta controproducente per la stessa causa dell’unità, che il nostro Movimento ha sempre perseguito fin dalla sua nascita nel 2006.

Nella convinzione che solo una nuova forza politica esplicitamente SOCIALISTA potrebbe rappresentare la sintesi delle varie voci sparse della sinistra sociale, il Movimento RadicalSocialista riguadagna appieno la sua autonomia come laboratorio politico-culturale impegnato a ricomporre, fondere e rinnovare le antiche radici ideali della sinistra italiana: socialista, comunista libertaria, democratico-radicale e liberale progressista.

Movimento RadicalSocialista (4-11-2019)

La sfida del sovranismo democratico per il socialismo del XXI secolo

di DAVIDE SPONTON

«Si definisce sovranismo l’opposizione al trasferimento di poteri e competenze dallo Stato nazionale a un livello superiore, sovranazionale o internazionale, processo visto come fattore di indebolimento e frammentazione della propria identità storica, di declino e svuotamento del principio democratico, che stabilisce un nesso di rappresentanza diretta fra i cittadini e i decisori politici. Sebbene spesso confuso col nazionalismo di stile novecentesco, il concetto di sovranismo va tenuto distinto da quest’ultimo, in quanto si limita semplicemente a rivendicare l’importanza della sovranità politica ed economica di uno stato, senza alcun riferimento ai concetti di razza né a una presunta superiorità di una nazione su un’altra» (Wikipedia, voce sovranismo).

Sarebbe poi da rimarcare come l’Unione Europea (parole del supremo vate Romano Prodi) abbia imposto all’Italia determinate politiche economiche di tipo neoliberista. Imposizione ben accetta dalle classi dirigenti italiane più legate al capitalismo finanziario internazionale, che attraverso la giustificazione del “lo chiede l’Europa” hanno gestito il massacro sociale degli ultimi trent’anni. Utilizzando quelle forze politiche della sinistra disorientate sia dal crollo del blocco sovietico che dalla crisi delle tradizionali politiche riformiste di sicurezza sociale e redistribuzione del reddito, hanno trovato nel cosiddetto europeismo il loro nuovo faro ideologico.

I due capisaldi ideologici di questo nuovo centrosinistra non solo italiano sono stati il liberismo in economia ed il dirittocivilismo individualista in campo politico-culturale. Ma questa nuova dotazione ideologica è ormai in crisi; e per rifiutare il sovranismo democratico ora consegneranno l’Italia al nazionalismo xenofobo.

Occorre dunque comprendere che l’adozione del sovranismo democratico, che sappia unire i vari soggetti dispersi delle classi subalterne, è la chiave di comprensione del nuovo terreno su cui poggia la moderna lotta di classe. Si può essere forza politica dello “zero virgola qualcosa”, ma è ben diverso essere “zero virgola” da parte di forze come Rifondazione, che hanno dissipato in maniera dissennata il proprio patrimonio elettorale e di militanza, ed essere “zero virgola” da parte di forze che tentano in assoluto isolamento di ricostruire un’alternativa socialista su basi ideologicamente rinnovate.

La sfida del socialismo del XXI secolo deve passare per questo nodo. O lo scioglie e avrà una prospettiva. O rimane, magari imprecando, dentro il vecchio brodo politico e culturale degli ultimi trent’anni e si condanna a rimanere residuale.

Se la sinistra dimentica il socialismo…

di LEONARDO MARZORATI

La sinistra è attualmente divisa, come ricordato in un articolo pubblicato dal Movimento Radicalsocialista e da Risorgimento Socialista, tra "sinistrati" e "rossobruni". I primi sono gli eredi del percorso movimentista nato con la svolta bertinottiana di Rifondazione Comunista, i secondi sono principalmente eredi della tradizione operaista e comunista che ha contraddistinto le lotte sociali del XX secolo.

Entrambe le fazioni sembrano troppo spesso più concentrate ad attaccarsi tra loro, perdendo di vista, soprattutto gli operaisti, l’obiettivo primario dei comunisti e dei socialisti radicali: l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Senza socialismo lo sfruttamento proseguirà. Il socialismo lo si raggiunge dando ai lavoratori potere decisionale ed economico nelle politiche industriali. Questo è l’obiettivo. Un obiettivo difficilissimo da raggiungere, anche nel medio e lungo periodo, mentre viviamo un’epoca storica in cui le differenze sociali aumentano in maniera vergognosa, con poche centinaia di persone in grado di possedere la metà della ricchezza mondiale.

La sinistra, specie quella arcobaleno, oltre ad occuparsi dei difetti dei propri vicini di casa, scende in campo a favore dei migranti provenienti via mare dal nord Africa (scordandosene altri), per i diritti civili e ultimamente, dopo l’effetto Greta Thunberg, anche per le politiche ambientali. Gli esponenti della sinistra ogni tanto si ricordano di lavoro, di sanità, di scuola e di giustizia sociale. In pochi però ricordano al loro potenziale elettorato l’obiettivo finale: il socialismo. Pochi mantengono vivi i simboli nobili della sinistra: falce e martello, l’Internazionale, il pugno chiuso. Anche chi li sfoggia con orgoglio troppo spesso perde più tempo a prendersela con le sinistre "fucsia" che non lo fanno.

Molti dirigenti e le classi intermedie della sinistra vivono nella celebre “bolla”, distanti economicamente, culturalmente, ma anche solo fisicamente, dalle masse popolari. A Milano, da un appartamento dei quartieri Brera o Isola si può chattare con Hong Kong o Los Angeles, ma essere distanti anni luce da quartieri popolari come Corvetto o Lorenteggio. Questa è la sinistra borghese: una piccola élite (o semi-élite) di benestanti progressisti che, avendo raggiunto un appagante benessere economico, non lotteranno più per i diritti sociali, con il rischio di perdere parte del potere acquisito, ma solo per i diritti civili, così da essere ben contraddistinti dalle tanto odiate destre. Queste piccole élite però allontanano sempre più le classi popolari dalla sinistra, facendo sì che queste si rifugino nell’astensionismo o nel voto populista, che nei migliori casi va ai 5 Stelle, nei peggiori a Lega e Fratelli d’Italia. A tanti è capitato di voler quasi votare Lega, dopo aver ascoltato uno degli stucchevoli interventi di Laura Boldrini. Le sinistre fucsia, arancioni o rosa, sono le migliori alleate, involontarie, di Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Il popolo italiano e tutti i popoli europei non vogliono una classe politica che di tanto in tanto rispolvera le tematiche sociali e la lotta al liberismo. La sinistra può tornare a essere tale se, tramite i suoi migliori interpreti (quelli che Lenin definiva la parte più evoluta del proletariato), riscopre le lotte che la resero nobile fin dal XIX secolo. Socialismo, internazionalismo, comunitarismo e comunismo: questi termini non devono essere rimossi. Vanno rilanciati.

Troppi esponenti politici e sindacali hanno tradito la loro storia e quel mondo pieno di simboli che li aveva allevati. Basta guardare alcuni nomi e simboli di partiti della sinistra per mettersi le mani nei capelli. È il caso di "Possibile" di Pippo Civati, dove il simbolo è un uguale bianco su sfondo rosa. Da Forza Italia a Italia Viva, la politica italiana si è contraddistinta per nomi stupidi, accompagnati da sbiaditi e improbabili simboli. La sinistra deve prendere le distanze da questa deriva.

La bandiera del socialismo è rossa, con il sol dell’avvenire e la falce e martello. L’arancione, il fucsia, il rosa non hanno storia nella sinistra mondiale. Le bandiere delle classi lavoratrici sono rosse. Gli altri colori vanno bene per borghesi che si credono colti, senza mai aver letto Marx; che giocano a darsi un tono da rivoluzionari, protetti dalla loro solida posizione sociale. La sinistra deve difendere coloro che non possono permettersi di giocare a fare l’alternativo e il progressista. La sinistra deve difendere chi ha paura di esprimere i propri diritti, dai riders ai contadini, dagli stagisti non retribuiti ai lavoratori dell’edilizia. Dove non ci sono i grandi sindacati e la "sinistra" istituzionale, ci devono essere le forze socialiste e comuniste.

Guardiamo alle classi sfruttate, impegniamoci per migliorare le loro condizioni di vita e per far scattare nei loro cuori la scintilla della rivoluzione socialista. Il nostro fine dev’essere chiaro e ci si deve concentrare su quello. Serviranno decenni, forse secoli, ma questa battaglia va intrapresa. Senza perdere tempo in polemiche sterili e cercando di convincere più persone possibili sugli indiscutibili vantaggi del socialismo sul capitalismo.